I papi di Raffaello

Giulio II e Leone X

La storia di buona parte delle bellezze che possiamo oggi contemplare nella Roma papale ebbe inizio nei primi anni del Cinquecento, più precisamente quando salì al soglio di Pietro papa Giulio II della Rovere, uomo rude e irascibile definito come il "papa guerriero", dedito più alle armi che alla preghiera, ma soprattutto importantissimo mecenate del Rinascimento.
Abile uomo politico che indossò diverse volte l'armatura per conquistare città come Perugia e Bologna, Giulio II era intenzionato a riaffermare la potenza di Roma non solo con la spada, ma anche attraverso l'arte, dimostrando un'eccezionale sicurezza nella scelta degli artisti di cui avvalersi.

Ritratto di Giulio II - Raffaello Sanzio - 1512 - Firenze, Galleria degli Uffizi

La politica attenta all'arte era già stata seguita da suo zio, Sisto IV, il pontefice che fece edificare la Cappella Sistina chiamandovi ad affrescare, nelle pareti laterali, i migliori pittori umbri e toscani di fine Quattrocento. Al tempo Giulio II si chiamava Giuliano della Rovere ed era solo un giovane cardinale che in questo dipinto di Melozzo da Forlì, custodito alla Pinacoteca Vaticana, vediamo al cospetto dello zio.

Una volta eletto papa, le decisioni che Giulio II ebbe il coraggio di prendere furono a dir poco incredibili: per mezzo dell'arte la Chiesa avrebbe dovuto ribadire il proprio primato spirituale e politico, così, affidando l'incarico all'architetto Donato Bramante, decise di costruire la basilica di San Pietro che oggi conosciamo, la chiesa più grande del mondo, senza farsi troppi problemi a demolire la millenaria basilica costantiniana. L'idea di un progetto così immane, della durata di più di cento anni, è per noi ancor più impressionante al pensiero che il pontefice non avrebbe visto conclusa nemmeno una parte dei lavori, ai quali poté semplicemente dare avvio, in una visione così aperta alle generazioni future che solo la mente di un uomo impavido ed infinitamente generoso poteva concepire.
Al centro di quello che sarebbe divenuto il tempio più grande della cristianità, Giulio II aveva in mente di collocare la sua tomba, appena sopra quella di Pietro, dove oggi vi è il baldacchino di Gian Lorenzo Bernini.
Per il progetto chiamò il fiorentino Michelangelo Buonarroti, lo scultore che si era distinto per capolavori come il David, ma che qualche anno prima era passato anche a Roma firmando la Pietà. Presto, però, il papa si accorse di non poter vedere conclusa nemmeno quest'opera, così cambiò idea decidendo di affidare a Michelangelo la decorazione della volta della Sistina.
Nello stesso anno giunse in Vaticano, probabilmente su consiglio del Bramante, il giovane Raffaello Sanzio da Urbino, il cui talento colpì a tal punto il papa da farlo lavorare immediatamente nei propri appartamenti privati.

Giulio II non voleva infatti abitare nelle stanze del suo odiato predecessore, lo spagnolo Alessandro VI Borgia, accusato di corruzione, simonia e persino veneficio. Il suo appartamento, ancora oggi visibile nel percorso dei Musei Vaticani, era comunque un prezioso tesoro artistico opera di Bernardino di Betto, il Pinturicchio.
Quelle che oggi sono note in tutto il mondo come le Stanze di Raffaello, ossia gli appartamenti di papa Giulio, presentavano già, secondo la testimonianza di Giorgio Vasari, decorazioni quattrocentesche importanti, opera di Piero della Francesca, Luca Signorelli ed anche Bartolomeo della Gatta. Anche in questo caso il pontefice non ebbe alcun dubbio nel rinnovare completamente gli ambienti, chiamando un gran numero di artisti al fine di arrivare in fretta alla conclusione dei lavori, tra i quali Pietro Perugino, il Sodoma, Baldassarre Peruzzi e Lorenzo Lotto. Tuttavia, non appena Raffaello cominciò a dipingere la Stanza della Segnatura con la celeberrima Scuola di Atene, Giulio II decise di licenziare ogni altro pittore perché l'Urbinate potesse dedicarsi ad ogni stanza in completa autonomia.

Poco distante bisogna immaginarsi il tenebroso Michelangelo immerso nell'impresa della volta, da solo con la paura di non farcela e di essere superato dal più giovane Raffaello, arrivando a compromettere la vista e la salute a causa delle posture innaturali in cui era costretto a rimanere giorno e notte.
Una sera Raffaello, forse grazie all'aiuto del Bramante, poté entrare in Sistina per osservare ciò a cui stava lavorando da anni Michelangelo, lì dove nessuno, eccetto il papa, era mai potuto entrare, rimanendo senza fiato al cospetto della Creazione di Adamo.

Era l'anno 1511, quando Raffaello aveva appena concluso il suo capolavoro, la Scuola di Atene, a cui decise di aggiungere in primo piano, a mano libera, il ritratto del rivale Michelangelo nelle vesti del solitario Eraclito per rendere omaggio al suo talento e alla sua pittura così rivoluzionaria.
Ovviamente numerosi sono anche gli omaggi a Giulio II, come nella prima delle Stanze, quella di Eliodoro, nella quale sembra fare il suo ingresso trionfale nella storia sulla sua sedia gestatoria. A sorreggerlo è lo stesso Raffaello, vicino al quale dovrebbero essere il suo collaboratore Marcantonio Raimondi, in primo piano, mentre alla sua sinistra Baldassarre Peruzzi, che aveva lavorato alla volta.

Il successo definitivo per Raffaello arrivò quando venne eletto papa Leone X Medici, anch'egli fondamentale mecenate e, se possibile, ancor più appassionato d'arte del predecessore, profondo conoscitore del bello in quanto figlio di Lorenzo il Magnifico.
Raffaello realizzò in suo onore quello che è forse il suo ritratto più bello, attentissimo alla cura dei dettagli e alla celebrazione del potente e stimato committente attraverso una sinfonia di rossi che sembrano davvero uscire dal dipinto, tanto appaiono realistici nei tessuti delle vesti.
Il dipinto, del quale esistono diverse copie, tra cui quella quasi identica di Andrea del Sarto, è così descritto dal Vasari nelle Vite: "Fece in Roma un quadro di buona grandezza, nel quale ritrasse papa Leone, il cardinale Giulio de’ Medici e il cardinale de’ Rossi, nel quale si veggono non finte, ma di rilievo tonde le figure; quivi è il veluto che ha il pelo, il damasco a dosso a quel Papa, che suona e lustra; le pelli della fodera morbide e vive, e gli ori e le sete contrafatti sì che non colori, ma oro e seta paiono. Vi è un libro di carta pecora miniato che più vivo si mostra che la vivacità, et un campanello d’argento lavorato, che non si può dire quanto è bello".

Ritratto di Leone X - Raffaello Sanzio - Firenze, Galleria degli Uffizi - 1518

Durante il suo pontificato il Sanzio visse gli anni d'oro, continuando la decorazione delle Stanze e assumendo il ruolo di primo architetto della fabbrica di San Pietro.
Alla basilica lavorò per pochi anni, apportando però delle modifiche di fondamentale importanza. Se, infatti, nell'immaginario comune il progetto dell'opera è di Michelangelo o, ancor prima, di Bramante, va detto che entrambi questi architetti avevano chiara in loro la scelta della pianta centrale che venne però col tempo accantonata in favore di una pianta longitudinale che Raffaello era stato il primo a proporre. Il prolungamento di una lunga navata, più avanti attuato da Carlo Maderno, avrebbe infatti soddisfatto le esigenze celebrative e liturgiche proprie di una basilica così grande.

Essendo impegnato nelle Stanze e nel cantiere di San Pietro, Raffaello delegò in gran parte alla sua bottega la decorazione delle Logge, un luogo stupendo adibito al passeggio al coperto del pontefice con vista sul meraviglioso panorama romano. Qui, sotto la supervisione del maestro, Giovanni da Udine, Giulio Romano, Giovan Francesco Penni, Perin del Vaga, Vincenzo Tamagni e altri pittori diedero prova della loro bravura in quella che l'umanista e amico di Raffaello Baldassar Castiglione definì "la cosa più bella che i moderni abbiano fatto fino ad oggi".

Grazie alla sua bottega e al suo talento Raffaello, quasi consapevole di un destino che lo avrebbe visto morire giovanissimo, lavorò senza sosta per realizzare un incredibile serie di capolavori, tuttavia non era ancora riuscito a confrontarsi direttamente con Michelangelo. Tra rivalità e reciproca ammirazione avevano lavorato uno alle Stanze e l'altro in Sistina, ma il Sanzio era intenzionato, consapevole dei rischi a cui andava incontro, a mostrare tutta la sua grandezza proprio nel luogo che aveva consacrato Michelangelo, vale a dire nella cappella magna, dove la volta era già divenuta, com'è tutt'oggi, una luce così radiosa da offuscare gli affreschi delle pareti laterali opera, tra gli altri, di Pietro Perugino, Domenico Ghirlandaio e Sandro Botticelli. Durante la visita ai Musei Vaticani, infatti, quando si entra in Sistina, quasi non ci si accorge dei preziosi dipinti che ci circondano, rapiti dalla potenza espressiva della pittura michelangiolesca che si innalza come una stella luminosa, un sole attorno al quale ruotano i propri pianeti.
Raffaello, il giorno di Santo Stefano del 1519, riuscì nell'impresa di offuscare per un po' la volta del Buonarroti.
L'occasione arrivò da papa Leone X, il quale, essendo divenuta la Sistina l'emblema dei Della Rovere, era intenzionato a legare per sempre anche il nome dei Medici a quel luogo tanto prestigioso.
Decise così di donare una serie di preziosi arazzi i cui disegni furono chiesti a Raffaello. Questi sarebbero stati utilizzati durante le cerimonie solenni, collocati nel registro più basso delle pareti.
Quello che più affascina ancora oggi, contemplandoli alla Pinacoteca Vaticana, è come un tessuto sia potuto diventare così simile ad un dipinto, quasi da non riuscire a riconoscerne la differenza, tale è la perfezione, "opera certo più tosto di miracolo che d’artificio umano", scrive il Vasari. Fu il trionfo di Raffaello.

È bello immaginarsi l'artista e il suo pontefice quel giorno di dicembre dell'anno 1519, pieni d'orgoglio nel mostrare il prodigio dei loro arazzi collocati in una Sistina interamente ricoperta di capolavori.

Nessuno avrebbe immaginato che pochi mesi dopo, il 6 aprile del 1520, Raffaello si sarebbe spento giovanissimo, all'età di soli trentasette anni, salutato per l'ultima volta dall'intera corte pontificia e dal papa, commosso, il quale lo avrebbe seguito, anche lui relativamente giovane, l'anno seguente.
Fu un destino crudele quello che colpì Raffaello e Leone X, ma si può dire con certezza che tutti e due, in quel giorno straordinario ed indimenticabile di dicembre, si erano già guadagnati l'eternità.

Scritto in occasione dei cinquecento anni dalla morte di Raffaello (1520 - 2020).