La basilica di San Pietro

Il divino nell'architettura

E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa.

Quando ci si trova in piazza San Pietro all'ombra del grande obelisco si ha dentro di sé la sensazione di essere al centro del mondo, della nostra fede, così infinitamente piccoli al cospetto della facciata della basilica e della cupola di Michelangelo Buonarroti, a cui subito il cuore si rivolge, vetta della cristianità.
Per fortuna non ci sentiamo soli; la piazza è stata concepita per accogliere ognuno di noi, traducendo in architettura il messaggio di universalità della Chiesa grazie al capolavoro del colonnato di Gian Lorenzo Bernini che sembra abbracciarci non appena entriamo da via della Conciliazione, quasi disorientati da tanta grandezza.

"La piazza, compresa fra i due semicerchi del colonnato, è per me la più bella del mondo. Al centro un alto obelisco egiziano, a destra e a sinistra due fontane da cui l'acqua zampilla continuamente con alti fasci di spruzzi e ricade in grandi vasche producendo un rumore tranquillo, continuo, che risuona tra i due colonnati e invita a fantasticare.
È un momento che dispone in modo meraviglioso alla commozione, di fronte a San Pietro"...

Stendhal

Ogni opera d'arte, afferma Leon Battista Alberti, primo teorico dell'architettura, ha un padre e una madre: il padre è il committente, il quale la ordina e la finanzia, la madre è l'artista che la custodisce dentro di sé, pian piano la fa crescere e infine le dona vita. Nel caso del colonnato di piazza San Pietro vi fu un'intesa perfetta tra committente, papa Alessandro VII Chigi, e architetto, Gian Lorenzo Bernini, quel genio che a conclusione di un secolo, il Cinquecento, in cui l'arte aveva raggiunto l'apice della bellezza, riuscì a donare nuova linfa alla città eterna.

Autoritratto - Gian Lorenzo Bernini - 1623 circa - Roma, Galleria Borghese

Il Bernini possedeva il dono della genialità teatrale, il senso dello spettacolo, riuscendoli a trasporre perfettamente nei suoi monumenti. Si pensi infatti che in origine aveva immaginato di chiudere il colonnato con un terzo braccio in modo che il pellegrino, magari al termine di un lungo viaggio, si trovasse quasi improvvisamente dinanzi all'immensa basilica come quando a teatro si alza il sipario, quando finalmente l'emozione dell'attesa lascia spazio alla meraviglia. In realtà il terzo braccio non fu mai costruito ed oggi, arrivando da Castel Sant'Angelo percorrendo via della Conciliazione, abbiamo molto tempo per abituarci alla vista della chiesa, tuttavia un'emozione simile a quella concepita dall'architetto si può provare recandosi in piazza dopo la visita ai Musei Vaticani, dunque entrando dalla destra del colonnato.

La piazza con il "terzo braccio".

In genere un monumento ha dunque un padre e una madre, secondo l'Alberti; nel caso della basilica di San Pietro gli architetti e gli artisti che vi lavorarono sono invece moltissimi, da Michelangelo Buonarroti a Raffaello Sanzio, da Donato Bramante a Carlo Maderno, ma vi è un solo grande committente, un papa, dedito più alle armi che alla preghiera, come molti dicevano, ma certamente rimasto nei libri di storia per aver ordinato al Buonarroti la decorazione della volta della Cappella Sistina, a Raffaello le Stanze, infine per aver voluto la San Pietro che oggi conosciamo: Giulio II della Rovere.

Ritratto di Giulio II - Raffaello Sanzio - 1512 - Firenze, Galleria degli Uffizi

La storia che ha portato all'edificazione della basilica non ha un percorso lineare con un progetto unitario, ma il susseguirsi di varie suggestioni e proposte di molteplici protagonisti, in un cantiere della durata di più di cento anni.
Alla sua salita al soglio pontificio nell'anno 1503, Giulio II, figura fondamentale di mecenate nel Rinascimento, decise di avvalersi dell'arte come strumento che mostrasse la potenza e il prestigio della Chiesa; per farlo si avvalse dei migliori artisti dell'epoca.
Due anni dopo iniziarono i lavori di ricostruzione della basilica, nella sua concezione la più grande chiesa del mondo, degno santuario dedicato al primo apostolo nonché primo papa che avrebbe sostituito la più che millenaria basilica costantiniana .
Bramante, architetto formatosi nel prestigioso ambiente urbinate, allievo probabilmente di Piero della Francesca, e proveniente dalla Milano di Ludovico il Moro, dove poté lavorare in parallelo con Leonardo da Vinci, vinse il confronto con l'architetto di fiducia del pontefice, Giuliano da Sangallo, rappresentante di una tradizione fiorentina ormai ritenuta superata. A Roma Bramante portava con sé una notevole esperienza e una nuova idea architettonica ben evidente nel Tempietto di San Pietro in Montorio al Gianicolo, quasi una trasposizione architettonica della Consegna delle chiavi di Pietro Perugino, capolavoro di pittura situato nella Sistina.

Donato Bramante

Fu Giuliano da Sangallo a fare il nome di un talentuoso scultore della sua città al papa, un uomo che si era distinto per opere come il David, ma che qualche anno prima era passato anche a Roma scolpendo la Pietà: Michelangelo. Iniziò così uno dei rapporti di committenza più produttivi della storia dell'arte, cominciato con il progetto per la tomba di Giulio II, che originariamente sarebbe dovuta sorgere al centro della nuova basilica. L'impresa si trasformò però in una tormentosa vicenda definita da Michelangelo stesso "la tragedia della sepoltura".

Ritratto di Giuliano da Sangallo - Piero di Cosimo

Il papa decise infatti di interrompere improvvisamente la costruzione della tomba su consiglio del Bramante, che lo convinse di abbandonare il lavoro in quanto di cattivo auspicio farsi edificare il sepolcro mentre era ancora in vita.
Bramante inoltre, amico del giovane Raffaello Sanzio, suo concittadino, volle sfidare il rivale Michelangelo consigliando al pontefice di affidargli l'immensa decorazione della volta della Sistina, cercando così di metterlo in difficoltà sia per l'incredibile estensione della parete, sia perché il Buonarroti non era esperto nell'uso dei colori a fresco. Contemporaneamente, Raffaello avrebbe dipinto nella Stanza della Segnatura la meravigliosa Scuola di Atene.

Bramante, Raffaello e Michelangelo al cospetto di Giulio II.

Intanto il 18 aprile del 1506 venne posata la prima pietra della nuova basilica. Il progetto bramantesco prevedeva un rivoluzionario impianto a croce greca iscritta in un quadrato, caratterizzato da un'enorme cupola al centro di 43 metri di diametro ispirata a quella del Pantheon. Intorno ad essa quattro cupole più piccole avrebbero richiamato la basilica di San Marco a Venezia.
Tuttavia dai diversi disegni del Bramante non è chiaro se pensasse a una chiesa a pianta centrale o longitudinale; resta comunque la straordinarietà del progetto che segna un punto cruciale nella storia dell'architettura.

Preziosi sono alcuni disegni di Maarten van Heemskerck, pittore olandese, che durante il suo viaggio a Roma realizzò dei veri e propri documenti che attestano lo stadio di sviluppo del cantiere. Datati intorno al 1532 e il 1535, trascorsi dunque quasi trent'anni dall'inizio dei lavori, ci mostrano una chiesa ancora in piena fase di costruzione ed esposta agli agenti atmosferici.

Entrando nel cuore della basilica vediamo un tempietto, il cosiddetto Tegurium, situato dove oggi vi è l'altare con il Baldacchino del Bernini, edificato dal Bramante al fine di proteggere la tomba di Pietro dalle intemperie.

I lavori subirono una forte interruzione nel 1513 con la morte di Giulio II e di Bramante l'anno seguente, il quale morì senza lasciare un progetto definitivo.
Sembrava la fine di un'epoca e pian piano si diffusero dubbi, incertezze; qualcuno già parlava di un cantiere destinato a non avere mai fine.
Venne fatto papa Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, che nominò architetti della fabbrica Raffaello Sanzio e Giuliano da Sangallo. L'urbinate si appassionò subito e studiò con dedizione l'architettura; fu però un breve periodo di lavoro il suo, venuto a mancare nel 1520 all'età di soli trentasette anni. La scomparsa di quel giovane dall'animo gentile, bellissimo, dotato di un talento inarrivabile, già entrato di diritto nel mito grazie ai capolavori divini delle Stanze, commosse la corte pontificia e l'intera città.

Autoritratto - Raffaello Sanzio - 1506 circa - Firenze, Galleria degli Uffizi

Anche Giuliano da Sangallo, ottenuta finalmente l'ambita carica a cui aveva dovuto rinunciare in favore di Bramante, si spense già nel 1516. Nonostante ciò i due artisti riuscirono entrambi a realizzare dei progetti che appaiono fedeli all'idea di Bramante, sebbene questa volta sicuri nella scelta di adottare uno schema a pianta longitudinale.

Disegno di Raffaello (a sinistra) e di Giuliano da Sangallo (a destra).

La carica di architetto venne assunta da Antonio da Sangallo il Giovane, nipote di Giuliano, e da Baldassarre Peruzzi, custode del verbo bramantesco. I lavori continuarono però a procedere a rilento anche a causa del Sacco di Roma dell'anno 1527 ad opera dei lanzichenecchi di Carlo V.
Nel 1536, a seguito della morte di Baldassarre Peruzzi, papa Paolo III Farnese confermò come unico architetto della basilica Antonio da Sangallo, impegnato anche nella realizzazione della Cappella Paolina, incaricandolo di redigere un nuovo progetto.
Il Sangallo seppe sfruttare il particolare momento che stava attraversando la città papale in quegli anni, con tutti i grandi artisti sparsi per le diverse corti italiane, come Giulio Romano, il migliore allievo del Sanzio, ma anche l'architetto Iacopo Sansovino.

Ritratto di Antonio da Sangallo - Iacopino del Conte

La sua opera fu in un certo senso compiuta, sebbene solo in miniatura, in un modello ligneo tra i più grandi e costosi mai costruiti e tuttora conservato. Fu un piccolo capolavoro che tuttavia non fu esente da critiche in quanto con la stessa somma di denaro si sarebbe potuto costruire una chiesa di modeste dimensioni.
Il Sangallo propose una sintesi tra il modello di Bramante e quello di Raffaello, con l'aggiunta ai lati della facciata di due campanili aspramente criticati dal Buonarroti. Le due colossali torri campanarie risultano effettivamente sgraziate, tanto da declassare la cupola al ruolo di comprimaria.

Scrive Giorgio Vasari nelle Vite: "Avvenne che l’anno 1546 morì Antonio da San Gallo, onde mancato chi guidassi la fabbrica di San Piero, furono varii pareri tra i deputati di quella col Papa a chi dovessino darla. Finalmente credo che Sua Santità spirato da Dio si risolvé di mandare per Michelagnolo".

L'artista, allora settantenne, mostrò inizialmente dei dubbi, sostenendo come l'architettura non fosse suo mestiere, così come aveva risposto a Giulio II di essere solo uno scultore e non un pittore nel momento della commissione della Volta. Ormai il suo genio era però riconosciuto da tutti; pochi anni prima, nel 1541, aveva portato a termine nella Sistina anche il Giudizio, non potendosi dunque più tirare indietro da qualsiasi altra impresa.

Continua il Vasari:"Dove egli ha posto la sua divina mano, ha resuscitato ogni cosa donandole eternissima vita".

Ritratto di Michelangelo - Daniele da Volterra

L'artista si dedicò a San Pietro sino agli ultimi giorni di vita con tutte le forze, lasciando persino scritto nel proprio testamento di portare a termine il progetto da lui realizzato senza modificarlo. Avviò così il cantiere in diversi punti della chiesa in modo da condizionare obbligatoriamente il lavoro dei suoi successori. La pianta della basilica che oggi conosciamo è infatti quella concepita da Michelangelo, il quale propose di ritornare allo spirito del progetto bramantesco. Nonostante le rivalità, dunque, il Buonarroti riconobbe l'idea innovativa del predecessore, interpretandone al meglio il disegno.

Riducendo leggermente le dimensioni della pianta, basata sul quadrato e sulla croce greca, Michelangelo mise in risalto l'immensa cupola emisferica, fulcro dell'intera composizione, accorgendosi però immediatamente delle difficoltà di ordine statico. Il Buonarroti avrebbe dovuto compiere l'ultima fatica: superare, in grandezza e bellezza, la cupola di Santa Maria del Fiore, il capolavoro di Filippo Brunelleschi, ammirata con stupore sin da giovanissimo quando si recava a bottega da Domenico Ghirlandaio.

La morte dell'artista, nel 1564, segnò un altro ventennio di interruzione della fabbrica, ad eccezione delle due cupole minori, aventi essenzialmente funzione ornamentale, progettate da Jacopo Barozzi detto Il Vignola affiancato da Pirro Ligorio. Gran parte della basilica era comunque stata completata, mentre la cupola era ferma all'altezza del tamburo, cioè la base di sostegno.

Il cantiere ripartì con l'elezione al soglio di Pietro di Sisto V, che nel 1586 decise di spostare al centro della piazza l'obelisco, l'immane monolite che ancora oggi ne è il cuore simbolico e prospettico. L'opera di trasporto e di innalzamento venne seguita dall'architetto Domenico Fontana. Considerate la lunghezza della pietra, più di venticinque metri, e il peso di trecento tonnellate, l'impresa, che sarebbe difficile anche ai nostri giorni, richiese quattro mesi di tempo impiegando ben novecento operai e un numero imprecisato di animali da soma, come mostra un dipinto del percorso dei Musei Vaticani.

Originariamente l'obelisco, che ha oggi più di tremila anni, era situato sul fianco sinistro della basilica, dove anticamente sorgeva il circo di Nerone, proprio nel luogo in cui sarebbe stato crocifisso San Pietro, assistendo dunque al martirio dell'apostolo.

L'anno seguente, nel 1587, il pontefice incaricò Giacomo Della Porta di ultimare la costruzione della cupola. Con l'aiuto del Fontana e di moltissimi uomini, l'architetto riuscì in pochi anni a portare a compimento l'opera bilanciando le forze e risolvendo i problemi statici, in quella che è, sebbene con alcune correzioni, una realizzazione postuma del progetto michelangiolesco, tra i più rivoluzionari mai concepiti.

Nel 1603 papa Clemente VIII affidò la direzione del cantiere al suo architetto di fiducia, Carlo Maderno, nipote di Domenico Fontana, che dovette completare la basilica. Fu nei primi anni del pontificato di Paolo V Borghese che si iniziò a pensare di realizzare una lunga navata per soddisfare le esigenze celebrative e liturgiche. La pianta centrale michelangiolesca venne così accantonata in favore di una pianta longitudinale, considerata più consona per una basilica. Nel 1607 fu bandito un concorso per il prolungamento della chiesa e per la realizzazione della facciata, vinto proprio dal Maderno. All'architetto spettava un compito di notevole difficoltà, quello di alterare l'equilibratissimo impianto del Buonarroti, ampliando la struttura con un corpo longitudinale; inoltre avrebbe dovuto costruire una facciata monumentale, senza tuttavia oscurare il cuore del progetto del maestro, la cupola.

Per questo lavorò ad una facciata bassa e sviluppata soprattutto in larghezza, sormontata da varie statue volute dal Bernini che proseguiranno anche nel suo colonnato come a vigilare sul mondo cristiano. Sempre al centro, sopra la loggia da cui il papa impartisce la benedizione, si può leggere il nome di Paolo V, il pontefice che riuscì a vedere il completamento del cantiere.

Ritratto di Paolo V - Caravaggio - 1605 - Roma, Palazzo Borghese

Nonostante il pregevole lavoro del Maderno, la facciata era però avanzata troppo e dalla piazza la cupola appariva schiacciata. Sarà Gian Lorenzo Bernini, nominato nel 1629 primo architetto di San Pietro, a risolvere il problema con un tocco prodigioso.

L'artista, degno erede di Michelangelo, ebbe come principale preoccupazione quella di riscattare la cupola del predecessore, divenuta marginale rispetto alla grande chiesa. Decise così di allontanare la piazza dalla facciata, in modo da consentire la visione della cupola quasi per intero. Per fare questo creò una piazza intermedia, quella situata tra la facciata e il porticato ellittico.

Il grandioso e travagliato percorso della fabbrica di San Pietro, durato centoventi anni, dal 18 aprile 1506, quando Giulio II posò la prima pietra, sino al 18 novembre 1626, con la consacrazione della basilica da parte di Urbano VIII, si conclude dal punto di partenza, con lo stesso genio che ci aveva accolto nella piazza, capolavoro di ordine geometrico e proporzione, e col medesimo abbraccio materno che la chiesa rivolge da sempre ai suoi fedeli.

Proprio pochi anni fa, nel 2005, in occasione dei lavori di manutenzione e lucidatura della sfera d'oro della cupola di San Pietro, è stata scoperta la memoria della conclusione dei lavori di installazione, indicata dalla data 1593 con sotto la firma in latino dell'architetto Giacomo Della Porta, il cui nome sarà per sempre sul punto più alto e significativo dell'arte, sul tetto del mondo, dove l'architettura ha tracciato i limiti tra la terra e il divino.


Le foto dell'interno della cupola e della facciata di San Pietro sono state scattate durante il mio viaggio a Roma nel febbraio 2019.