Stendhal

"L'uomo che non ha amato appassionatamente ignora la metà più bella della vita".

Henri Beyle, noto con lo pseudonimo di Stendhal, è stato uno dei più grandi scrittori francesi dell'Ottocento, appartenente alla prima generazione romantica e alla corrente letteraria del realismo, di cui Honoré de Balzac fu l'altro massimo esponente, l'unico ad apprezzare Stendhal già in vita, mentre solo i posteri lo avrebbero compreso interamente. La produzione di Stendhal rappresenta infatti un caso a sé nella letteratura francese per la sua scrittura personalissima nella quale il realismo dell'osservazione oggettiva e il carattere individuale della sua espressione si fondevano in maniera armonica. L'analisi delle passioni, dei comportamenti sociali, l'amore per l'arte e per la musica sono i suoi temi principali, rappresentando costantemente la situazione francese a lui contemporanea al pari di Balzac.

Nato nel 1783 a Grenoble, viene considerato per i suoi capolavori Il Rosso e il Nero e La Certosa di Parma, una tra le figure più rilevanti per il genere del romanzo nel secolo XIX, al pari di Victor Hugo, Gustave FlaubertÉmile Zola e, appunto, Balzac.
Il suo esordio letterario avvenne nel 1815 con le biografie di Haydn, Mozart e Metastasio, seguite nel 1817 da una Storia della pittura in Italia e dal libro di ricordi e d'impressioni Roma, Napoli e Firenze. Amava l'Italia e la città di cui si innamorò fu Milano, dove visse per la prima volta nel 1800 quando fece parte della spedizione di Napoleone in Italia. Tornato a Parigi per seguire Napoleone in Germania, Austria e nella campagna disastrosa di Russia, fece rientro a Milano alla caduta di Napoleone, rimanendovi per sette anni. Durante questo soggiorno poté conoscere molti tra i più importanti intellettuali dell'epoca, tra cui Alessandro Manzoni.

Nonostante la formazione di Stendhal fosse illuminista, con Jean-Jeacques Rousseau come più alto maestro, nella sua poetica espresse tematiche tipicamente romantiche, come la propensione all'amore, al sogno, alla gloria, all'azione, alle grandi gesta e all'analisi interiore dei personaggi. La passione per il Rinascimento italiano nasceva dal culto per l'energia, per la forte volontà, per le grandi personalità che segnarono l'epoca.
I suoi due principali capolavori sono romanzi di formazione, ma bisogna anche ricordare le pagine di riflessione De l'amour.
"La più grande felicità che l'amore possa dare, è stringere per la prima volta la mano di una donna che si ama".

Le Rouge et le Noir, Il Rosso e il Nero, datato 1830, prende spunto da un fatto di cronaca letto dall'autore in cui veniva narrato il tentativo di omicidio di una donna da parte del giovane precettore che ne era diventato l'amante, e la successiva condanna a morte di quest'ultimo. Il protagonista del racconto è Julien Sorel che viene assunto come precettore dal sindaco della piccola cittadina di Verrières, il signor de Rênal. La sua ambizione lo spinge a conquistare la moglie di questo, Madame de Rênal, di cui però si innamora. Iniziano a spargersi delle voci nel paese e il sindaco riceve una lettera anonima che lo informa dell'infedeltà della moglie. Julien decide allora di partire per Besançon e di entrare in seminario. Intelligente e ambizioso, Julien mette presto in mostra le proprie virtù, e il direttore del seminario decide di farlo assumere come segretario dal marchese de La Mole, a Parigi. Qui il protagonista ottiene importanti incarichi e sposa Mathilde, la figlia del marchese, rimasta incinta dopo un incontro d'amore notturno. Quando il matrimonio sta per essere celebrato arriva però una lettera di Madame de Rênal nella quale informa il marchese che Julien l'ha ingannata e che è in realtà un truffatore. In realtà la lettera non l'ha scritta la donna, ma il marchese ci crede. Julien viene accusato di usare la seduzione come mezzo per raggiungere i gradi più elevati della società. Vedendo svanire tutti i suoi sogni, in preda alla rabbia, Julien si reca nella chiesa di Verrières e tenta di uccidere la signora Rênal ferendola con un colpo di pistola. Arrestato e processato, sarà condannato alla ghigliottina e gli ultimi giorni trascorsi in carcere sono molti rilevanti sul piano della narrazione in quanto il protagonista riflette sulla sua vita, sulla vanità dell'ambizione e sulla profondità del sentimento amoroso che lo aveva legato a Madame de Rênal, la quale lo assiste con frequenti visite in carcere, morendo, forse di dolore, poco dopo l'esecuzione.
Importante è il titolo del romanzo, che anticipa il simbolismo nel conferire e nell'evocare significati attraverso i colori. I temi principali dell'opera sono la passione, rappresentata dal rosso, che evoca anche il sangue del crimine, e il nero come simbolo del dolore e della morte.
Secondo il filosofo Friedrich Nietzsche, Stendhal è l'ultimo dei grandi psicologi francesi, definendo il genere di questo libro, da lui molto amato e studiato, quello del romanzo psicologico in cui tutto, ambizioni, amori, intimi pensieri, passato, viene profondamente analizzato.

Apparso nel 1839, La Chartreuse de Parme, La Certosa di Parma, quasi ignorato nei primi anni successivi alla pubblicazione, è un capolavoro della letteratura ottocentesca. L'evocazione storica e l'analisi psicologica, oltre che l'intensità descrittiva ne fanno un modello di riferimento per il genere del romanzo successivo, sintesi perfetta della letteratura illuministica e del realismo romantico.
Ambientato tra Milano, Bologna e Parma nell'epoca contemporanea alla composizione, esprime il contrasto tra l'Italia napoleonica idealizzata dal ricordo e dalla nostalgia e la società grigia della Restaurazione uscita dal Congresso di Vienna. Siamo dunque in pieno inizio del periodo romantico, che in Francia si era sviluppato un po' più tardi rispetto al resto dell'Europa.

Il protagonista è Fabrizio Del Dongo, diviso tra i sogni di gloria militare e quelli d'amore. Testimone dell'arrivo delle truppe francesi a Milano, una volta scacciato di casa dal padre si rifugia a Parma da una zia, la duchessa di Sanseverina, con cui instaura un rapporto di affetto reciproco. Fabrizio riesce ad assistere anche all'ultima battaglia del Bonaparte, presso Waterloo, senza averne una chiara consapevolezza. Si trova dunque al centro della storia contemporanea, ma non sembra quasi rendersene conto, tuttavia comprende l'inutile dolore provocato dalla guerra.

Sospettato di essere liberale, ha bisogno della protezione del primo ministro, il conte Mosca, ottenendola grazie alla zia che era amica di quest'ultimo. Oggetto di continui attacchi da parte degli avversari del ministro, sarà coinvolto negli intrighi di corte, emblema della meschinità dei tempi, descritti nel romanzo in maniera precisa e senza scrupoli. Coinvolto in un duello finisce per commettere un omicidio. Costretto a fuggire, verrà arrestato e rinchiuso nella torre Farnese. Oltre alla prigionia il protagonista è tormentato dalla continua ricerca dell'amore vero, che non è mai riuscito a trovare, vivendo fino ad allora esclusivamente la pura passione fisica.

"Passare attraverso la vita senza amore è come andare in battaglia senza musica, come viaggiare senza un libro, come andare per mare senza una stella che ci guida".

Dalla torre riesce a comunicare con la figlia del governatore della prigione, Clelia Conti, e se ne innamora. La zia organizza intanto la sua evasione e poi, con un intrigo, avvelena il principe di Parma. Fabrizio può così tornare a Parma, ma scopre che Clelia ha sposato un vecchio marchese per adempiere a un voto per la guarigione del padre. Decide allora di intraprendere la carriera ecclesiastica nonostante il vuoto insanabile provocato dall'amore perduto. Clelia alla fine si abbandonerà a una breve relazione con Fabrizio, dalla quale nascerà un bambino. L'esito della vicenda è però tragico: il figlio muore in pochi mesi e la madre, divorata dal dolore, non gli sopravvive a lungo. Il protagonista, rimasto solo, si ritira allora nella certosa di Parma, abbandonando il mondo e ogni speranza di felicità, ripensando alla sua esistenza, in un finale che ha un sapore amaro di sconfitta.
"Se Fabrizio non fosse stato tanto innamorato gli sarebbe stato facile capire che lei lo amava"...

Stendhal si spense a Parigi nel 1842 e fu sepolto nel cimitero di Montmartre; il suo epitaffio, da lui voluto in italiano, recita: "Arrigo Beyle, Milanese". Lo scrittore amò la città di Milano e il nostro intero paese. A lui è dovuta quella particolare emozione, immensa e capace di estraniare dalla realtà, nota come sindrome di Stendhal. Proprio mentre visitava l'Italia espresse infatti questa sensazione di smarrimento, capace di riempire il cuore di bellezza, provata da chi si trova al cospetto di grandi opere d'arte, quelle così straordinarie davanti alle quali non riusciamo quasi a comprendere che esistano davvero, che i geni che le hanno realizzate le abbiano viste e toccate. Certi pensieri, per chi ha un cuore sensibile all'arte, può portare a una sensazione di svenimento, con tachicardia, capogiro, vertigini, confusione e anche allucinazioni. Per esempio Stendhal nel suo viaggio in Italia provò questa sensazione dopo la visita della Basilica di Santa Croce a Firenze, luogo di sepoltura del genio di Michelangelo Buonarroti che ispirò anche i versi immortali di Vittorio Alfieri e Ugo Foscolo.

"Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere".

Autoritratto - Gustave Courbet