Gian Lorenzo Bernini


Huomo raro, ingegno sublime, e nato per disposizione divina, e per gloria di Roma a portar luce al secolo.

Urbano VIII

Nessun artista ha saputo plasmare la Roma del XVII secolo più di Gian Lorenzo Bernini, che lavorò per otto papi riuscendo a lasciare un segno indelebile nella città eterna.

Bernini nacque nel 1598, proprio alla fine del secolo che aveva visto compiere all'uomo opere d’arte destinate a rimanere immortali e insuperabili. A Roma, durante il Rinascimento, i geni di Michelangelo Buonarroti e Raffaello Sanzio, tra rivalità e ammirazione, riuscirono a dare vita all’anima della bellezza, sfiorando il divino con due dita che si cercano senza potersi congiungere nella Creazione di Adamo e attraverso gli affreschi delle Stanze Vaticane.

Di fronte a tutto ciò l’impresa per un giovane artista che arrivava a Roma era a dir poco proibitiva; al cospetto di questi due maestri ci si poteva solamente inchinare, inoltre la pittura continuava ad essere impreziosita dalla genialità di un pittore lombardo dall'animo ribelle: Caravaggio. La sua luce radiosa entrava nei dipinti e risplendeva nella città donandole ulteriore bellezza. Bernini doveva ora trovare un modo per lasciare il segno; dentro di lui un desiderio di gloria e di eterno si andavano manifestando supportati da un’innata capacità di scolpire. Il nuovo secolo era cominciato e l’arte aveva bisogno di nuova linfa dopo che gli era stata donata la vita. Il nuovo secolo sarebbe divenuto il suo, quello del Barocco, quello, di Gian Lorenzo Bernini.

Scultore, architetto, pittore, urbanista e scenografo, le sue opere tendono a superare i limiti imposti dalla staticità e dalla freddezza della scultura. Gli angeli disposti sul ponte ad accompagnare il visitatore verso Castel Sant'Angelo, la serie immensa di colonne che si allunga in un abbraccio che accoglie il pellegrino nel cuore della cristianità, in Piazza San Pietro; nessuno prima di Bernini aveva pensato all'architettura e alla scultura in modo così pieno, indagando a fondo il rapporto tra contesto e opera d’arte.

Il viaggio del giovane artista comincia da Roma, dove poté formarsi grazie al padre Pietro, anch'egli scultore. Nato a Napoli, Bernini aveva origini fiorentine e di questo ne sarà sempre orgoglioso.
Sin da subito mostrò un'innata bravura sostenuta dalla figura paterna e, non ancora ventenne, iniziò la sua carriera. Fu il cardinale Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V, a commissionarli i suoi primi capolavori: Enea e Anchise, il Ratto di Prosèrpina, il David e Apollo e Dafne. Con queste opere, che lo tennero impegnato per cinque anni, Bernini conquistò immediatamente fama e successo.

Nel Ratto di Proserpina le dita di Plutone che affondano nelle carni morbide della giovane donna è forse uno dei dettagli più affascinanti della storia dell’arte. L’opera affronta il mito classico del dio degli Inferi, Plutone, che si innamora di Prosèrpina trascinandola nella sua dimora. Il gruppo scultoreo presenta un rivolgimento a torsione, secondo una complessa dinamica che richiede grande capacità nella lavorazione del marmo.

Il David non rappresenta più un eroe-simbolo, tipicamente rinascimentale, ma un uomo vero, colto nel momento dell’azione, mentre, ruotato il busto, sta per scagliare la pietra che ucciderà il gigante Golia. Lo sguardo concentrato del giovane punta l’avversario, le sue labbra esprimono tutta la tensione fisica ed emotiva del momento. La differenza tra il David di Bernini e quello di Michelangelo è dunque evidente. Il capolavoro michelangiolesco rappresenta prima di tutto un modello di uomo, nello splendore della sua bellezza fisica e morale, mentre quello di Bernini presenta una storia, cioè la lotta di David contro Golia, il quale si percepisce presente anche senza poterlo vedere.

David - Bernini e Michelangelo

Apollo e Dafne mostra l’incredibile maturità artistica raggiunta così precocemente dal giovane scultore. L’eleganza del marmo e delle sculture, sospese nel tempo come in una danza eterna, è ciò che stupisce e meraviglia l’osservatore. Bernini voleva rapire lo spettatore senza ricorrere alla violenza della pittura di Caravaggio, ma nemmeno attraverso i tormenti di Michelangelo; questa scultura si avvicina di più all'arte di Raffaello, perfetta, luminosa, piena d'amore, così come alla Pietà di Michelangelo, forse il gruppo scultoreo più alto mai realizzato.

Nell'opera di Bernini il tema è però ancora una volta tratto dal mito. Secondo le Metamorfosi di Ovidio, Apollo, colpito da una freccia di Cupido, si innamora della ninfa Dafne. Questa, per sfuggirgli, implorò al padre Peneo di salvarla; così, al tocco di Apollo venne trasformata in albero di alloro.

Lo scultore rapisce il momento in cui Apollo raggiunge, alla fine di una lunga corsa, la bella Dafne, la quale, sfiorata dalle dita del giovane, inizia la sua metamorfosi in alloro, la pianta sacra ad Apollo. Il viso di quest’ultimo appare stanco e confuso; la ninfa urla intuendo quello che sta per accadere e in un attimo la trasformazione sarà completata.

Per giustificare la presenza di questa favola pagana in casa sua, il cardinale Borghese chiese all’amico cardinale Maffeo Barberini di comporre una frase in latino che spiegasse l’opera: “chi ama seguire le fuggenti forme dei divertimenti, alla fine si trova foglie e bacche amare nella mano”.

Fin dalle prime opere Bernini riuscì a esprimere la più alta e compiuta espressione della rappresentazione del movimento, emblema dell’arte barocca.

L’anno 1623 fu decisivo per Bernini in quanto salì al soglio pontificio proprio Maffeo Barberini, con il nome di Urbano VIII, uomo colto e ambizioso, che conosceva bene il giovane artista, figura di grande importanza per il suo mecenatismo illuminato. Secondo Filippo Baldinucci, biografo del Bernini, uno dei primi atti ufficiali del pontefice fu proprio la convocazione dello scultore in Vaticano. Il papa gli si rivolse con una frase divenuta celebre: “È gran fortuna per voi, o cavaliere, di veder papa il cardinal Maffeo Barberino, ma assai maggiore è la nostra, che il cavalier Bernino viva nel nostro pontificato”. Ciò testimonia quanto fosse grande il ruolo che il papa attribuiva alle arti per il suo pontificato. Egli era già consapevole di trovarsi dinanzi a un genio che sarebbe riuscito a realizzare ogni suo progetto urbanistico e architettonico, esprimendo con le sue opere la forza trionfante della Chiesa.

Ritratto di Urbano VIII - Gian Lorenzo Bernini - 1632

Urbano VIII, continua Baldinucci, “aveva concepito in sé stesso una virtuosa ambizione, che Roma nel suo pontificato giungesse a produrre un altro Michelangelo”. Egli avrebbe dunque ricoperto il ruolo decisivo del mecenate che nel Rinascimento vedeva in Giulio II il più celebre esponente, in grado di circondarsi di autori come Bramante, Raffaello e, appunto, Michelangelo.

Tra l’artista e Urbano VIII si stabilì così un profondo rapporto di stima e sincera amicizia che portò nel 1629 alla nomina del Bernini come architetto della basilica di San Pietro. Il primo progetto che decisero di affrontare tra il 1624 e il 1633 fu il Baldacchino di San Pietro, destinato a coprire l’altare maggiore, ossia sotto la cupola del Buonarroti e sopra la tomba dell'apostolo sulla quale è stata fondata la Chiesa cattolica. Alla realizzazione partecipò anche l’architetto Francesco Borromini, con cui il Bernini avrebbe avuto un rapporto di rivalità sfociato nella leggenda.
Le colonne a spirale che reggono l’immensa struttura sono in bronzo decorato con episodi festosi di putti che giocano, foglie di alloro, che richiamano la passione del papa verso la poesia, lucertole, simbolo di rinascita e ricerca di Dio, e api, emblema della famiglia Barberini.

Sempre sotto il pontificato di Urbano VIII, Bernini si occupò anche della realizzazione di alcune note, meravigliose fontane.

La Fontana della Barcaccia, realizzata tra il 1627 e il 1629 insieme al padre, in quella che attualmente è Piazza di Spagna, presenta la straordinaria soluzione del far “affondare” la barca in una vasca posta leggermente più in basso, a causa dello scarso dislivello fra acquedotto e piazza.

Nella Fontana del Tritone, datata 1640, l’autore rielabora un tema mitologico: quattro mostri marini sollevano con le code dall'acqua il Tritone, creatura fantastica metà uomo metà pesce, che suona una conchiglia da cui si produce un altissimo getto d’acqua.

Il 1644 fu invece un anno difficile per lo scultore; Urbano VIII morì e venne eletto Innocenzo X, il quale volle differenziarsi dal suo predecessore in ogni ambito, compreso quello artistico. Così evitò in ogni modo di coinvolgere Bernini nelle imprese papali, preferendogli proprio Borromini.

Autoritratto malinconico - 1630 circa

Questo dipinto mostra lo studio e la conoscenza del Bernini della pittura di Caravaggio e Diego Velázquez, pittore spagnolo celebre per il genere ritrattistico che soggiornò a Roma proprio tra il 1629 e il 1630.

Lo stato d’animo raffigurato è quello della malinconia, un’espressione dell’animo sempre difficile da cogliere che avrebbe in seguito interessato anche i romantici. Bernini realizzò un gran numero di autoritratti; già ventenne iniziò a studiare le espressioni dei volti umani che conosceva e quelle del proprio viso, cercando di fermare la propria vita in frammenti, piccoli istanti in grado di raccontare la sua esistenza con il trascorrere del tempo.

Velázquez realizzò tra gli altri un ritratto di papa Innocenzo X, figura di opposizione all'arte e alla carriera di Bernini, noto per il pessimo carattere e il totale disinteresse verso le discipline umanistiche; tuttavia fu proprio in questo periodo che l’artista realizzò alcune tra le sue opere più spettacolari.

Un esempio è la Fontana dei Quattro Fiumi, situata in Piazza Navona, per la quale il pontefice aveva considerato tutte le proposte dei concorrenti, cedendo però alla fine a commissionare la realizzazione al Bernini, ammettendo la superiorità del suo progetto, sicuramente uno dei più suggestivi di tutta l'arte barocca.

Quattro figure colossali, sedute agli angoli di un gigantesco basamento che regge un antico obelisco, rappresentano i grandi fiumi dei quattro continenti: il Nilo, il Gange, il Danubio e il Rio de la Plata. Dalla roccia sgorga l’acqua e la spettacolarità della fontana è accentuata dall'idea di innalzare l’obelisco tra le statue, incastonandolo nella roccia del basamento. Lo stemma papale con la colomba simbolo di Innocenzo X, venne anche interpretato come il trionfo della Chiesa sulle quattro parti del mondo. La tradizione vuole che il personaggio che impersona il Rio della Plata alzi la mano per coprirsi dalla visione della chiesa di Sant'Agnese in Agone di fronte a lui, progettata dal rivale Borromini.

Sempre sotto il pontificato di Innocenzo X, tra il 1644 e il 1652, Bernini realizzò uno dei suoi più alti capolavori: la Cappella Cornaro nella Chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma. Il celebre gruppo scultoreo dell’Estasi di Santa Teresa è inserito in una specie di palcoscenico architettonico, ove la luce, grazie ad una serie di accorgimenti, giunge sulla scultura da una finestrella situata in alto e, rifrangendo sui raggi di bronzo che rievocano la luce divina, fa risplendere il viso della santa. Nell'opera è evidente il desiderio dell’artista di realizzare uno “spettacolo totale”, in cui architettura e scultura si fondono in un’unica opera d’arte.

La scultura raffigura la transverberazione, cioè l’unione spirituale con Dio della carmelitana Santa Teresa d’Avila, totalmente rapita da un amore divino, con gli occhi chiusi, la bocca semiaperta e le braccia abbandonate.

Un angelo le scosta con leggerezza un lembo dell’ampia e morbida tunica, pronto a trafiggerle il cuore con un dardo dorato. I membri della famiglia Cornaro, committenti dell’opera, furono scolpiti in due palchetti laterali, quasi come spettatori del miracolo.

Stupisce il modo in cui Bernini sia riuscito a fermare un’emozione così grande e misteriosa, una scintilla di eterno che entra nell'umano; solo Michelangelo con la Pietà era arrivato a toccare vette espressive così alte attraverso la scultura.

Bernini si rifece fedelmente alle parole della santa per la rappresentazione: “il dolore era così intenso che io gridavo forte; ma contemporaneamente sentivo una tale dolcezza che mi auguravo che il dolore durasse in eterno. Era un dolore fisico ma non corporeo, benché toccasse in una certa misura anche il corpo. Era la dolcissima carezza dell’anima ad opera di Dio”. Il divino dunque, l’eterno, che accarezza l’uomo, una sensazione d’amore infinito che travolge l’anima e i sensi. Non si possono aggiungere parole all'opera, se non contemplarla in tutto il suo splendore e mistero.

Quando nel 1655 salì al soglio di Pietro papa Alessandro VII, umanista di grande cultura amante delle arti, Bernini fu incaricato di completare l'apparato decorativo della basilica di San Pietro con la Cattedra di San Pietro, realizzata nell'abside. Essa contiene un seggio di legno con pannelli d'avorio appartenuto secondo la tradizione all'apostolo Pietro. Il prezioso sedile è situato nella grande cattedra bronzea che quattro padri della Chiesa, i due vescovi Sant'Ambrogio e Sant'Agostino e i dottori orientali Sant'Atanasio e San Giovanni Crisostomo, tengono sollevata con gesto solenne. In cima alla composizione una schiera di angeli circonda la luminosa finestra con la colomba dello Spirito Santo.

Alessandro VII decise anche di avviare un vasto programma volto al completamento dello spazio anteriore alla basilica di San Pietro, la cui facciata era stata ultimata da alcuni anni grazie a Carlo Maderno. Nel 1656 Bernini venne incaricato di elaborare un progetto, quello che noi oggi conosciamo, in grado di raccogliere un altissimo numero di fedeli per la benedizione papale senza impedire la vista dell'immensa cupola michelangiolesca. Bernini fu molto accorto in questo, decidendo di allontanare la piazza dalla facciata, in modo da consentire la meravigliosa visione. Così creò una piazza intermedia e scelse per la piazza vera e propria un'ampia forma ellittica con portici colonnati, venendo incontro a due esigenze: creare uno spazio fortemente simbolico in cui accogliere, tra due grandi braccia, tutti i fedeli che giungono nel centro della cristianità e realizzare dei passaggi coperti per le processioni, per le cerimonie solenni e per proteggere i pellegrini dalle intemperie.

Fondamentali nell'arte barocca sono i monumenti funebri del Bernini realizzati per i papi Urbano VIII e Alessandro VII nella basilica di San Pietro. Il Seicento fu un secolo segnato da un'intensa sensazione di precarietà e di morte, con guerre, epidemie di peste, carestie, torture ed esecuzioni pubbliche che furono utilizzate dalla Chiesa come efficace mezzo di conversione e monito contro il peccato. Tutto ciò si riflette nell'arte Barocca, in cui il monumento funebre viene concepito come un severo avvertimento per i vivi, al contrario del Rinascimento che lo considerava celebrativo della fama del defunto. Bernini riuscì a conciliare queste epoche omaggiando i suoi papi con immensi monumenti, ispirandosi alle Tombe medicee di Michelangelo, ma anche inserendo per la prima volta lo scheletro nell'opera d'arte al fine di raffigurare la morte.
Il Monumento a Urbano VIII, il pontefice che più di tutti appoggiò il Bernini nella sua carriera, collocato nell'abside della Basilica, ha un'impostazione piramidale ma distribuita su due livelli, secondo gli insegnamenti del Buonarroti: in basso il sarcofago del papa, in alto il monumento a lui dedicato dove è rappresentato ancora in vita, potente ed energico, con il braccio destro alzato in segno di benedizione. Ai lati della tomba sono appoggiate le figure allegoriche della Carità e della Giustizia, mentre, sul coperchio, la Morte scrive l'epitaffio. L'opera impegnò Bernini per molti anni, dal 1628 al 1647; il papa, mancato nel 1644 non fece in tempo ad ammirarla.

A distanza di vent'anni, l'artista ripropose il suo modello precedente con il Monumento ad Alessandro VII, ottenendo un risultato ancora più teatrale e inquietante. Il pontefice è in alto, al centro, inginocchiato su un cuscino, mentre, con le mani giunte, è assorto in preghiera. Più in basso lo circondano dietro le figure allegoriche della Prudenza e della Giustizia, in primo piano quelle della Carità e della Verità. La realizzazione della tomba cominciò nel 1671, quando Bernini aveva settant'anni, consapevole di essere anch'egli al tramonto della sua vita. Infatti l'opera è intimistica, poco monumentale, più personale che celebrativa. Per questo motivo non ebbe subito successo e venne apprezzata solo a partire dall'Ottocento. Lo scultore neoclassico Antonio Canova fu uno degli autori più importanti a trarre ispirazione da questi due monumenti. Sempre nella Basilica si può infatti trovare il suo Monumento a Clemente XIII in cui il pontefice si trova in atteggiamento di preghiera, posto in cima alla composizione.
Alessandro VII non regna, non è benedicente, bensì prega umilmente in totale abbandono. La Morte, dal volto coperto, solleva un grande drappo rosso che copre una porta chiusa. La clessidra che regge in mano verso il papa indica che l'ora sta per giungere e presto quella porta verrà aperta. Alessandro non appare però spaventato, simbolo della sua grande fede.

Anche Bernini era molto credente; durante la realizzazione di questo monumento vide passare davanti a sé tutta la sua vita, giunta ormai alla fine, ripensando all'amico perduto e a tutti i lavori realizzati. La sua fede gli fece trascorrere serenamente gli ultimi anni, dedicandosi alla grande impresa delle dieci statue per Ponte Sant'Angelo. La sua salute si aggravò per una paralisi al braccio destro; visse il suo malanno quasi in maniera ironica, riconoscendo che era giusto che la sua mano destra si riposasse dopo così tanto lavoro. Si spense il 28 novembre del 1680 e fu sepolto nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Con lui si era conclusa una stagione artistica, ancor più un'intera epoca, ma resterà per sempre l'architetto che riuscì a donare nuova vita alla città eterna.


La foto della Fontana dei Quattro Fiumi con il dettaglio della statua che si copre il volto è stata scattata durante il mio viaggio a Roma nel febbraio 2019.