Michelangelo Buonarroti


Come può esser ch’io non sia più mio?
O Dio, o Dio, o Dio,
chi m’ha tolto a me stesso,
c’a me fusse più presso
o più di me potessi che poss’io?
O Dio, o Dio, o Dio,
come mi passa el core
chi non par che mi tocchi?
Che cosa è questo, Amore,
ch'al core entra per gli occhi,
per poco spazio dentro par che cresca?
E s’avvien che trabocchi?

La sensazione straordinaria di quando ci si innamora in cui si avverte che la nostra vita dipende totalmente da un'altra persona, quando capiamo di non bastare a noi stessi, che da soli non siamo più completi. L'amore come sentimento che divampa inesorabile nel nostro cuore, talmente possente da privarci da noi stessi, al punto da non capire più chi siamo. L'amore spaventoso e totalizzante così vicino al divino, scintilla posta nel cuore di ogni uomo per renderlo eterno. L'amore che è il motivo conduttore di tutte le opere del tenebroso Michelangelo, dall'amore passionale di chi scopre l'esperienza dell'innamoramento a quello altissimo e puro di una madre per il figlio, sino a quello di Dio per l'uomo.
Iniziare a parlare di Michelangelo con dei versi può apparire strano, ma egli nel suo genio assoluto, che lo ha reso, insieme a Leonardo da Vinci e Raffaello Sanzio, la più grande figura del Rinascimento e della nostra storia dell'arte, è stato anche un poeta, ed è proprio dalle sue parole che ci si può accostare ad un'anima così complessa e meravigliosa, scrutando nei propri pensieri, nei suoi sentimenti più personali. Scriveva nel 1555 in una lettera all'amico Giorgio Vasari: "Messer Giorgio, io vi mando dua sonecti; e benché sien cosa scioca, il fo perché veggiate dov'io tengo i mie pensieri". L'anima di Michelangelo, da sempre vista come tenebrosa e schiva si apre al lettore in tutta la sua inquietudine spirituale, con una sottile malinconia, in un genere, quello poetico, a cui l'artista ha dedicato gran parte della sua straordinaria esistenza.
La poesia michelangiolesca è caratterizzata dall'immediatezza e dalla potenza espressiva, sincera trasposizione poetica della propria biografia. Egli era un poeta autentico, che investiva tempo ed energie nella scrittura, correggendo, apportando modifiche, ricercando le parole più adatte ad esprimere un'emozione, un sentimento. Il suo accostarsi alla poesia si basò sin da giovane alla lettura dei grandi poeti volgari della tradizione trecentesca, primi tra tutti Dante e Petrarca, ma in seguito anche Lorenzo de' Medici, Poliziano e il Pulci, letterati che poté conoscere frequentando la nobile cerchia del signore di Firenze.
La produzione di Michelangelo si pone in una dimensione atemporale per l'essere unica nel suo genere e soprattutto in quanto predilige il modello Dante rispetto al modello Petrarca, in un secolo dominato dal petrarchismo.
Dante fu certamente una figura determinante nella vita e nell'opera di Michelangelo, non solo quella poetica, ma anche in quella artistica, basti pensare al Giudizio universale, in cui compaiono le figure di Caronte e Minosse nelle fattezze dei versi danteschi, ma anche, secondo alcuni studiosi, lo stesso ritratto del Poeta ispirato al ritratto fatto da Giotto al Museo del Bargello. Michelangelo nutriva dunque una profonda ammirazione verso Dante, tenendo sempre con sé la Commedia per trarre ispirazione nei suoi dipinti, nelle sue sculture, come nel caso della Pietà, la più alta e nobile scultura che mai abbia creato mano umana, la cui morbidezza, da lasciare senza fiato l'osservatore, si può ritrovare solo nelle opere di un altro genio, Gian Lorenzo Bernini, che un secolo più tardi si impose insieme a Michelangelo come il più grande scultore nel panorama artistico mondiale.
L'opera, conservata nella Basilica di San Pietro, rappresenta il momento della morte di Gesù, disteso sulle gambe della Madonna, e l’Amore della Madre di tutte le madri, la donna che Dio scelse per dare alla luce l’unico Figlio. Il viso di Maria è segnato dal dramma della perdita del figlio, nonostante ciò si nota la straordinaria delicatezza dei lineamenti; è una ragazza giovane, come quando concepì Cristo. I critici d’arte del tempo non capivano il perché la Madonna sembrasse più giovane di suo figlio; Michelangelo rispose che la santità, la castità e l’assenza di peccato preservano la giovinezza e citò i versi di Dante del canto XXXIII del Paradiso:
“Vergine Madre, figlia del tuo Figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che 'l suo Fattore non disdegnò di farsi sua fattura”.

Questa scultura non ha bisogno di commenti; è capace di spiegare l'Amore attraverso uno sguardo, l'Infinito con un sospiro: è l'emblema della grandezza dell'arte. Così Vasari nelle Vite: "Non pensi mai scultore, né artefice raro potere aggiugnere di disegno, né di grazia, né con fatica poter mai di finezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con arte, quanto Michelagnolo vi fece, perché si scorge in quella tutto il valore et il potere dell’arte".

Scolpita a soli ventiquattro anni, per quest'opera Michelangelo si recò personalmente a Carrara per scegliere il marmo più bello e adatto, in quella che è probabilmente la statua a cui fu più affezionato, tanto da essere l'unica in cui volle porre la propria firma, sulla fascia a tracolla che regge il manto della Vergine."Quel tipo di bianco, io, non lo avevo mai visto nella pietra, il marmo più bello del mondo, da sempre e per sempre. Ci misi giorni a scegliere il materiale più puro, che sembrava essere stato creato apposta da Dio per me, per le mie mani, che ne facessero opere eterne".

Afferma Vasari: "Ci si meraviglia che una mano umana abbia potuto fare in così poco tempo cosa sì mirabile e divina. Certo è un miracolo che un sasso, da principio senza forma nessuna, si sia mai ridotto a quella perfezione che la natura, a fatica, suol formare nella carne".

Con opere come la Pietà vaticana, il David, la cupola di San Pietro e gli affreschi della Cappella Sistina, Michelangelo ha toccato vette artistiche che mai potranno essere superate, traguardi inarrivabili che nessun'altra mano d'uomo potrebbe anche solo imitare.
L'arrivo a Roma alla corte di Giulio II, la vera e propria competizione con il più giovane Raffaello, il culmine della propria esistenza con il capolavoro del progetto della cupola della Basilica di San Pietro, centro della cristianità; tutto ciò ha le fattezze dello straordinario, di un progetto divino in cui la Chiesa doveva rinascere in tutto il suo splendore, mostrando la sua grandezza a tutto il mondo attraverso le opere artistiche, attraverso un'epoca meravigliosa, che segnava la fine del Medioevo e l'inizio dell'età moderna: il Rinascimento.
L'uomo del Rinascimento in tutta la sua bellezza è rappresentato dal David, emblema di questo periodo storico e della città che ne fu la culla, Firenze. Da sempre la scultura viene considerata l'ideale di bellezza maschile nell'arte, così come la Venere di Sandro Botticelli è l'ideale di bellezza femminile.

Michelangelo fu il primo a pensare che la scultura è quell'arte che si ottiene levando dalla materia il superfluo; egli riusciva infatti a far emergere dalla pietra l'idea che aveva in mente, la forma, togliendo tutto ciò che non era necessario, come se la scultura fosse già custodita dentro il blocco marmoreo."Ho avuto tutta una vita per capire che la pietra non va piegata a volere dell'uomo, ma va spogliata di tutto ciò che la opprime. La pietra resiste, si ribella, spesso respinge, a volte asseconda, come la vita". Così, con il David, Michelangelo estrasse dal marmo la vita eterna.

Scrisse Vasari: "e veramente che questa opera ha tolto il grido a tutte le statue moderne et antiche, o greche o latine che elle si fossero […] perché in essa sono contorni di gambe bellissime et appiccature e sveltezza di fianchi divine; né mai più s'è veduto un posamento sì dolce né grazia che tal cosa pareggi, né piedi, né mani, né testa che a ogni suo membro di bontà d'artificio e di parità, né di disegno s'accordi tanto. E certo chi vede questa non dee curarsi di vedere altra opera di scultura fatta nei nostri tempi o ne gli altri da qualsivoglia artefice"

I lavori cominciarono nel cantiere dell'Opera del Duomo di Firenze il 9 settembre 1501, quando l'artista provò la durezza del blocco di marmo colpendolo con qualche colpo di scalpello. Alto più di cinque metri, era già stato lavorato da due scultori senza alcun esito. Nonostante le difficili premesse, il venticinquenne Michelangelo non si scoraggiò e pochi giorni più tardi, disturbato dagli occhi indiscreti di chi voleva vedere "il Gigante", si isolò completamente lavorando senza sosta giorno e notte.
Un giovane eroico ed atletico è immortalato nell'attimo prima di scagliare una pietra contro il crudele gigante Golia. Le gambe pronte allo scatto, i muscoli tesi, le vene in rilievo, lo sguardo fiero e concentrato rivolto al nemico, sottolineano il momento cruciale che precede l'azione, il culmine della concentrazione.

Per stabilire la collocazione più appropriata per l'immensa opera vennero interpellati i maggiori artisti dell'epoca, tra cui Botticelli e Leonardo. Quest'ultimo fu impressionato da questo capolavoro straordinario, tanto da ricopiarlo e studiarlo nei suoi disegni.

Nella commissione facevano parte anche altri celebri artisti attivi in città, come l'anziano Cosimo Rosselli, il suo allievo Piero di Cosimo, Lorenzo di Credi e Giuliano da Sangallo. Quest'ultimo propose di collocarlo sotto la Loggia della Signoria, per ragioni di conservazione, soluzione a cui aderì anche Leonardo, evitando così che il fragile marmo si rovinasse a causa delle intemperie. Botticelli era l'unico a pensarlo vicino al Duomo.

Alla fine venne scelto Palazzo Vecchio; il trasferimento da Santa Maria del Fiore fu un'impresa eroica, con ben quaranta uomini che in quattro giorni riuscirono a portarlo nella nuova sede, sostituendolo alla Giuditta del Donatello.

A fine Ottocento venne trasferito alla Galleria dell'Accademia che lo custodisce tutt'ora, emblema dell'uomo, dell'eroe nella sua bellezza fisica e morale, simbolo eterno della città di Firenze.

Per comprendere al meglio come il genio di Michelangelo sia arrivato a realizzare tali capolavori giovanili e i successivi della sua lunga carriera, bisogna fare un salto cronologico tornando al periodo della propria formazione, quando mostrò ancora giovanissimo di essere un predestinato.
Nato a Caprese, in provincia di Arezzo, il 6 marzo 1475, era figlio di Ludovico Buonarroti Simoni e di Francesca di Neri di Miniato del Serra. La madre morì presto e il padre lo contrastò nella sua vocazione artistica, in quanto lo voleva uomo di legge. Nel 1487 il giovane Michelangelo riuscì ad entrare nella bottega di Domenico Ghirlandaio, artista fiorentino tra i più rilevanti dell’epoca. Qui apprese per due anni il disegno e la pittura, entrando in seguito, grazie al maestro, a far parte del giardino mediceo di San Marco, dove il massimo collezionista e mecenate di Firenze, Lorenzo il Magnifico, riuniva giovani artisti di talento a esercitarsi nella copia dell’antico e nelle arti, guidati nella scultura da Bertoldo di Giovanni, allievo diretto di Donatello.
Proprio alla tecnica compositiva del Donatello si rifà la prima opera di Michelangelo, la Madonna della scala, realizzata nel 1492 e custodita in Casa Buonarroti a Firenze. È un bassissimo rilievo in cui Michelangelo, graffiando appena con lo scalpello la superficie della pietra, ha creato dei volumi quasi impercettibili e meravigliosi effetti di spazialità. La Madonna è seduta sopra un masso squadrato e vista di profilo mentre guarda lontano, in una monumentalità che ricorda le statue classiche.

Sempre in Casa Buonarroti si può osservare un altorilievo marmoreo che raffigura una lotta violenta, con corpi e membra che si intrecciano, è La battaglia dei centauri o Centauromachia, soggetto suggerito dal poeta Angelo Poliziano, amico di Michelangelo, donata a Lorenzo de' Medici. Al centro una figura spicca su tutte, isolandosi dalle altre nell'autorità del braccio destro sollevato, gesto che ritornerà cinquant'anni dopo nel Cristo del Giudizio Universale.

Nessun artista come Michelangelo seppe sin da così giovane circondarsi di protettori e committenti così autorevoli, a cominciare dal signore di Firenze per continuare con ben cinque pontefici a Roma. Forse solo Raffaello, nonostante la breve vita, fu tanto amato da papi e potenti, grazie al suo stile pittorico "divino", ma sicuramente anche per il suo essere molto affabile e gentile. Michelangelo era invece cupo e solitario, a volte superbo, tanto che a causa di una lite, in questo periodo di formazione fiorentina, fu colpito da Pietro Torrigiano, un compagno, che gli sfigurò il naso, come vediamo dai celebri ritratti.

Quando L'8 aprile 1492 morì Lorenzo il Magnifico, Michelangelo fu come smarrito, senza il suo protettore, figura ideale di padre, cercando rifugio nel convento agostiniano di Santo Spirito, che era anche un ospedale. Ammesso dal priore a praticare indagini sull'anatomia nei cadaveri, poté così studiare i corpi umani con precisione, i legamenti, i muscoli, l'ossatura, cominciando a dare perfezione alla propria futura capacità di disegnare figure.

Giunto a Roma nel 1496 grazie al cardinale Raffaele Riario, colpito dalla grandezza della città eterna, fu motivato a compiere anch'egli qualcosa di straordinario. Con un blocco di marmo comprato a poco prezzo realizzò così il Bacco, la sua prima grande sfida, oggi conservato al Museo del Bargello di Firenze.
Il giovane dio pagano è rappresentato nudo, ebbro di vino e di piacere, con sguardo assente, mentre sostiene a stento una coppa che sembra poter cadere da un momento all'altro. Al suo fianco, un satirello coglie sorridente l'uva, sottratta al dio distratto.
Il dettaglio del satiro, che invita lo spettatore ad allargare la visione frontale verso il lato, venne ampiamente lodata da tutti gli scultori del tempo per il grande realismo con cui sembra davvero mangiare l'uva.
Commentò Vasari: "una figura di un Bacco di palmi dieci che ha una tazza nella man destra e nella sinistra una pelle d’un tigre et un grappolo d’uve, che un satirino cerca di mangiargliene, nella qual figura si conosce che egli ha voluto tenere una certa mistione di membra maravigliose, e particolarmente avergli dato la sveltezza della gioventù del maschio e la carnosità e tondezza della femina: cosa tanto mirabile, che nelle statue mostrò essere eccellente più d’ogni altro moderno, il quale fino allora avesse lavorato".

Il ritorno a Firenze nel maggio 1501, nonostante l'affermazione sulla scena artistica, fu dovuto probabilmente al progetto del David. Nello stesso periodo di quell'immensa opera dipinse il Tondo Doni, la splendida Sacra famiglia commissionata da Agnolo Doni per le nozze con Maddalena Strozzi, i coniugi raffigurati da Raffaello nei due celebri autoritratti oggi alla Galleria degli Uffizi proprio a fianco del Tondo Doni. Frequentando il palazzo del ricco mercante, il Sanzio poté ammirare e studiare il dipinto michelangiolesco, fondamentale nella storia dell'arte poiché pose le basi per il movimento del Manierismo.
La Madonna, inginocchiata, porge Gesù bambino a San Giuseppe che, con amore e tenerezza, lo prende tra le braccia. I corpi appaiono come delle sculture e la Sacra famiglia è separata dalle altre figure da un basso muro invalicabile, emblema del peccato originale che divide Cristo dal piccolo Giovanni Battista, a destra, e dagli altri giovani nudi.
La vicenda della commissione dell'opera è narrata dal Vasari in un curioso aneddoto. Michelangelo chiese settanta ducati per la composizione, ma Agnolo, persona accorta, propose di pagarla quaranta sembrandogli strano spendere tanto in una pittura. Michelangelo rimandò indietro l'opera chiedendo allora cento ducati. Dato che ad Agnolo l'opera piaceva molto, disse che avrebbe pagato quei settanta che aveva inizialmente chiesto. Ma Michelangelo, non ancora contento, per la poca fiducia che il committente aveva mostrato per la sua arte, chiese il doppio della cifra di partenza. Così Agnolo fu costretto a dargli centoquaranta ducati.

Un'altra opera raffigurante il tema della Sacra famiglia è il bellissimo Tondo Pitti, rimasto incompiuto, custodito al Museo del Bargello. Esso introduce quella tendenza michelangiolesca unica a lasciare incompiute certe opere, in ciò che si è soliti riunire sotto la definizione di "non finito".
La Vergine, che appare come una dea dell'antichità classica, tiene vicino a sé il Bambino, che l'ha interrotta nella lettura, in quella che è una dolcissima scena familiare. Alle loro spalle si scorge il San Giovannino.

In questo periodo Pier Soderini, gonfaloniere a vita della Repubblica fiorentina, assegnò al Buonarroti la dipintura a fresco della Battaglia di Cascina nella sala del Maggior Consiglio, oggi Salone dei Cinquecento, a Palazzo Vecchio. Nella parete adiacente Leonardo da Vinci avrebbe dipinto la Battaglia d'Anghiari. Michelangelo non si tirò indietro e accettò quella grande impresa che avrebbe visto lavorare contemporaneamente, tra rivalità e ammirazione, i due giganti della storia dell'arte. È noto, però, che l'esito non fu positivo. Leonardo, com'era solito fare, sperimentò infatti nuove tecniche che non diedero i risultati sperati, mentre Michelangelo, fermatosi solo al cartone preparatorio, lasciò il lavoro chiamato a Roma da papa Giulio II.
Il cartone, contemplato e studiato da vari artisti, venne preso e portato via a pezzi come una reliquia, sparendo in poco tempo, alimentandone il mito per cui sarebbe stato distrutto da Baccio Bandinelli per invidia e rivalità. Solo una copia è sopravvissuta, eseguita da Bastiano da Sangallo, così che oggi possiamo avere un'idea del progetto michelangiolesco.

Papa Giulio II, figura fondamentale di mecenate nel Rinascimento e per la Roma che oggi possiamo contemplare, capace di mostrare con la potenza dell'arte il prestigio e la forza della Chiesa, decise di iniziare i grandi lavori di ricostruzione della Basilica di San Pietro e per il progetto, si circondò dei massimi architetti e artisti dell'epoca. Con Michelangelo ebbe un rapporto di committenza intenso e difficile, soprattutto per le loro personalità molto forti. Il pontefice sembrava preferirgli il più giovane Raffaello da Urbino, arrivato a Roma grazie al concittadino Donato Bramante, affidandogli la decorazione dei propri appartamenti, le Stanze Vaticane. Nonostante ciò l'esito del rapporto fra Giulio II e Michelangelo fu la creazione del capolavoro più alto a livello pittorico, la volta della Cappella Sistina, con la Creazione di Adamo.
Il primo lavoro commissionato al Buonarroti dal papa fu la sua tomba, che doveva essere grandiosa, imponente più di ogni altra, la cui bellezza, dice Vasari, doveva superare ogni antica imperiale sepoltura.

Ritratto di Giulio II - Raffaello Sanzio - Firenze, Galleria degli Uffizi - 1512

Il progetto della tomba fu però improvvisamente accantonato dal pontefice, probabilmente su consiglio di Bramante, amico di Raffaello, che lo convinse ad abbandonare il lavoro in quanto di cattivo augurio farsi fare il sepolcro mentre era ancora in vita. Così la realizzazione, che ossessionò l'artista sino in tarda età, si trasformò in una tormentosa vicenda definita da Michelangelo stesso "la tragedia della sepoltura". Egli decise infatti di lasciare Roma per tornare in patria; la riconciliazione con Giulio II avvenne solo mesi dopo a Bologna, dov'era il papa, in guerra contro Venezia.

Michelangelo a Bologna si presenta a Giulio II - Anastasio Fontebuoni - Firenze, Casa Buonarroti - 1620

Il vero capolavoro della tomba di Giulio II, situata nella Basilica di San Pietro in Vincoli, in cui è presente una versione definitiva del sepolcro, sebbene ridotta rispetto al progetto iniziale, è la statua del Mosé. Nella figura dell'anziano patriarca si scorge un ideale ritratto di Giulio II, noto come "papa guerriero", di più, "papa terribile", dedito maggiormente alla guerra che alla preghiera. Energico, maestoso, il Mosè occupa la posizione centrale del monumento, guardiano della tomba del pontefice, mentre con il braccio destro regge le tavole della Legge e con la mano si tocca la lunga barba. Scolpito a grandezza doppia del naturale, dovette attendere quasi quarant'anni prima di trovare collocazione nella basilica. Michelangelo, al fine di mettere ulteriormente in risalto quello sguardo vigile e riflessivo, vibrante di vita, decise di volgergli la testa verso una luce naturale proveniente da una piccola finestra.
Se questo solenne e straordinario lavoro scultoreo è solo una versione ridotta rispetto all'idea che Michelangelo aveva in mente, resta soltanto alla nostra facoltà immaginativa pensare al progetto sovrumano che il sepolcro sarebbe potuto essere.
"Rimasi otto mesi a Carrara a cavare il marmo dalla montagna. Il taglio della pietra, la scelta del punto cruciale, lo scarto delle venature che rendono il marmo sgraziato, quasi impazzii di quel non poter usar le mani con lo scalpello e mi ritrovai sulla cima della montagna a pensare di scolpire quella, tutta intera. Che si vedesse dal mare quello che sapevo fare"...

Bramante, primo architetto chiamato da Giulio II a Roma nel 1503, era al tempo una figura di grande importanza e decisamente influente nei confronti del papa, che gli si rivolgeva con profonda stima. Fu lui a consigliare di affidare a Michelangelo un'opera pittorica, l'immensa decorazione della volta della Cappella Sistina, cercando così di metterlo in difficoltà sia per l'incredibile estensione della parete, sia perché Michelangelo non era esperto nell'uso dei colori a fresco.
Contemporaneamente, Raffaello avrebbe dipinto nella Stanza della Segnatura la meravigliosa Scuola di Atene.

Iniziò così il grande duello artistico tra Michelangelo e Raffaello, il più prestigioso e produttivo del Rinascimento e della storia dell'arte, con il Buonarroti che affrontò il Sanzio nella sua stessa arte in cui era ritenuto insuperabile, "divino".
Michelangelo iniziò quindi a dedicarsi alla volta, facendo costruire un altissimo ponteggio e chiamando alcuni aiutanti, degli amici fiorentini, i quali, però, non conoscevano le mescole adatte al clima romano. Una volta allontanati, Michelangelo si rinchiuse nella Sistina in completa solitudine, senza che nessuno potesse entrarvi, sperimentando per la prima volta il timore di non farcela, di non essere all'altezza, arrivando quasi ad abbandonare. Ma Michelangelo non poteva arrendersi, doveva vincere quella battaglia su se stesso e su Raffaello, ormai entrato di diritto tra i geni del Rinascimento.

Una sera Raffaello, grazie al Bramante, riuscì ad entrare nella Sistina, dove Michelangelo lavorava in gran segreto; fu il primo e l'unico a poter ammirare la nascita di quel capolavoro. Rimasto senza parole, decise di omaggiare il rivale nella sua opera più bella, la Scuola di Atene. Avrebbe aggiunto il suo ritratto a mano libera in primo piano, nelle vesti del tenebroso filosofo Eraclito, solitario e pensieroso.
Ora insieme ai massimi pensatori dell'antichità, raffigurati con le fattezze dei più grandi artisti, vi era anche Michelangelo, ogni rivalità era superata, troppo insignificante rispetto alla reciproca stima che nutrivano l'uno per l'altro, perché probabilmente, senza questa sfida, nessuno sarebbe arrivato a tanto.

Sempre nella Scuola di Atene, alle spalle di Michelangelo, al centro della composizione e della bellissima prospettiva, si ergono le figure di Platone, nelle vesti di Leonardo, maestro di Raffaello, e di Aristotele, il cui volto sembra essere quello del già citato Bastiano da Sangallo, autore della copia del cartone della Battaglia di Cascina di Michelangelo.
Osservando il cartone preparatorio della Scuola di Atene, oggi alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano, si può notare il dettaglio dell'assenza di Michelangelo, confermando la tesi per la quale sarebbe stato aggiunto solo successivamente quando Raffaello vide il miracolo della volta.

La straziante fatica dell'impresa della volta, per la quale fu costretto a stare in una posizione innaturale per anni, deformato dallo stare a testa in su giorno e notte sul ponteggio, compromettendo la vista, si può capire nel sonetto n.5 delle sue Rime, in cui non solo abbiamo una descrizione scritta, in cui afferma come ormai gli sia cresciuto un gozzo nello stare in quella posizione malsana, ma anche visiva, con un piccolo schizzo in cui si ritrae al lavoro. Nel finale notiamo il pieno sconforto; l'artista dichiara di non essere in grado, non essendo un pittore, ma anche di non essere "in loco bon" riferendosi probabilmente alla posizione disagevole, oppure al trovarsi in un ambiente, quello papale, a lui ostile.

I’ ho già fatto un gozzo in questo stento,
coma fa l’acqua a’ gatti in Lombardia
o ver d’altro paese che si sia,
c’a forza ’l ventre appicca sotto ’l mento.
  La barba al cielo, e la memoria sento
in sullo scrigno, e ’l petto fo d’arpia,
e ’l pennel sopra ’l viso tuttavia
mel fa, gocciando, un ricco pavimento.

  E’ lombi entrati mi son nella peccia,
e fo del cul per contrapeso groppa,
e ’ passi senza gli occhi muovo invano.
  Dinanzi mi s’allunga la corteccia,
e per piegarsi adietro si ragroppa,
e tendomi com’arco sorïano.
      Però fallace e strano
surge il iudizio che la mente porta,
ché mal si tra’ per cerbottana torta.
      La mia pittura morta
difendi orma’, Giovanni, e ’l mio onore,
non sendo in loco bon, né io pittore.

Bisogna riconoscere al capolavoro Michelangelo anche l'impresa di aver affrescato a fresco completamente da solo una superficie di quasi 1000 metri quadrati, mentre Raffaello poté avvalersi di numerosi aiutanti, suoi allievi, i quali furono anch'essi notevoli artisti, come per esempio Giulio Romano.
Dopo l'affresco della volta della Cappella Sistina, iniziata dal Buonarroti all'età di trentatré anni, l'arte occidentale non fu più la stessa. Solo visitandola si può capire dove un singolo uomo sia stato capace di arrivare, accarezzando per un attimo eterno il divino.
Scrisse Goethe: "Senza aver visto la Cappella Sistina non è possibile formare un'idea apprezzabile di cosa un uomo solo sia in grado di ottenere".

Tutti gli spazi disponibili sono invasi da corpi umani. I Profeti e le Sibille, che sembrano uscire dalla cornice architettonica della volta, annunciano la venuta di Cristo. Ciò che hanno raccontato, ispirati dal Signore, sta prendendo vita nelle scene dipinte intorno a loro, nei nove riquadri centrali della volta che raccontano le Storie della Genesi.
L'affresco più noto, al centro della volta, che subito cerchiamo una volta entrati nella Sistina, è la Creazione di Adamo, sintesi e traguardo finale, insuperabile, della nostra storia dell'arte.
Così il Vasari su Michelangelo: "Dove egli ha posto la sua divina mano, ha resuscitato ogni cosa donandole eternissima vita".

Dio, raffigurato in tutto il suo splendore, viene portato verso Adamo da un gruppo di giovani angeli, i quali, scrive il Vasari, "par che sostenghino non solo una figura, ma tutto il peso del mondo". Con il braccio sinistro il Creatore abbraccia i putti come a sostenersi, mentre con l'altro, aggiunge il Vasari, "porge la mano destra a uno Adamo, figurato di bellezza, di attitudine e di dintorni di qualità che e’ par fatto di nuovo dal sommo e primo suo creatore più tosto che dal pennello e disegno d’uno uomo tale".
In uno slancio vitale pieno di eleganza, Dio dona vita all'uomo, ad Adamo, bellissimo, creato a Sua immagine e somiglianza. Nelle due mani che si cercano, si sfiorano, senza potersi mai toccare, è riposta tutta la tensione dell'uomo ad arrivare a Dio e allo stesso tempo l'incolmabile distanza che separa il divino e l'umano.

Sotto la Creazione di Adamo vi sono tre affreschi che raffigurano l'origine dell'Universo con Dio che separa la luce dalle tenebre, crea gli astri e le piante, infine dispone la materia separando la terra dalle acque.

Appena sopra alla Creazione di Adamo, in un affresco più piccolo, vediamo Dio in piedi che ordina ad una donna di alzarsi: è la Creazione di Eva, la quale nasce dalla costola di Adamo, assorto nel sonno.
Sempre più in alto, al Peccato originale, in cui Adamo ed Eva colgono il frutto proibito tentati dal Diavolo, un serpente dal corpo femminile, segue la Cacciata dal Paradiso terrestre. L'arcangelo Michele, con la sua spada giudicante, allontana Adamo ed Eva, trasfigurati dal peccato in modo inquietante.

Giulio II si spense nel 1513, poco dopo la conclusione di questo immenso capolavoro per cui aveva lasciato completa carta bianca a Michelangelo. Al soglio papale salì Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, coetaneo di Michelangelo. Per lui il papa aveva in mente di erigere un tempio a Firenze che donasse eternità alla famiglia Medici, la Cappella Medici, o Sagrestia Nuova, nella Basilica di San Lorenzo.

Ritratto di Leone X - Raffaello Sanzio - Firenze, Galleria degli Uffizi - 1518

Il Giudizio universale

Fu Clemente VII, figlio di Giuliano de' Medici, ad incaricare Michelangelo di affrescare la parete d'altare della Sistina con il Giudizio Universale. Con quell'immensa sfida sarebbe stata completata l'intera cappella, vero e proprio manuale della storia dell'arte di tutti i tempi. La volontà del pontefice era quella di legare il proprio nome all'impresa della Sistina così come avevano fatto i suoi predecessori: Sisto IV, da cui la cappella prende il nome, con la commissione degli affreschi delle pareti laterali ai pittori fiorentini del Quattrocento, Giulio II con la volta michelangiolesca e infine Leone X con i raffinatissimi arazzi di Raffaello. Questi sarebbero stati usati solo durante le cerimonie più solenni, posti nel registro più basso delle pareti, dove oggi vi sono dei finti tendaggi. Quando vennero collocati per la prima volta il giorno 26 dicembre 1519, per Raffaello fu il giorno più importante della sua carriera artistica, il suo trionfo. Immaginare la Sistina con gli arazzi è qualcosa di straordinario; una vera e propria immensa "scatola dipinta", come la definisce Antonio Paolucci, ex direttore dei Musei Vaticani. "Opera certo più tosto di miracolo che d’artificio umano", scrive il Vasari.
Clemente VII, che avrebbe seguito personalmente i lavori del Giudizio, morì quando Michelangelo stava iniziando a mettere mani ai cartoni preparatori. Venne fatto papa Paolo III, il quale conferì al Buonarroti la carica di supremo architetto, scultore e pittore del Palazzo apostolico. Michelangelo tornò a Roma per non andarsene più sino alla morte.

Clemente VII ritratto da Sebastiano del Piombo (a sinistra) e Paolo III ritratto da Tiziano (a destra).

Fin dai primi disegni Michelangelo si concentrò sulla figura di Cristo giudice, attorniato dalla Madonna e dai santi, mentre più in basso da una folla di anime dannate, in quello che è l'ultimo giorno dell'umanità. La scena non ha confini, con l'esibizione spropositata di figure umane.
Per lasciare spazio alla composizione michelangiolesca, vennero sacrificati l'Assunzione della Madonna di Pietro Perugino, tema a cui è dedicata la cappella, e altri due dipinti del medesimo.

La Cappella Sistina prima degli interventi di Michelangelo in una ricostruzione del XIX secolo.

Michelangelo, che chiuse le due finestre che vi erano sulla parete, realizzò una pendenza nel muro per far sì che sembrasse che il giudizio incombesse su chiunque lo guardasse; un tocco prodigioso che capiamo bene quando ci troviamo al cospetto di questa scena monumentale.

Al centro, immerso nel blu lapislazzulo, un Gesù bellissimo tiene il potente braccio destro sollevato. Una volta abbassato, il destino sarà compiuto e sarà fatta la volontà di Suo Padre. Al suo fianco Maria, raccolta in sé stessa, sembra non voler assistere alla punizione dei dannati. Attorno al Cristo non gravita solo l'affresco ma l'intera cappella, la volta, ed anche le pareti laterali dipinte dai grandi pittori del Quattrocento. Perugino, Botticelli, Ghirlandaio, tutti sembrano orbitare come pianeti attorno al proprio sole, all'astro splendente della storia dell'arte, attorno a Michelangelo.

L'anatomia è il solo strumento espressivo dell'arte michelangiolesca. Nella scena non vi sono infatti paesaggi; è un'unica vastissima rappresentazione di corpi, i quali raccontano le aspirazioni di ognuno, il male di vivere, l'intera esistenza.
Basta osservare, ai piedi di Gesù, la figura di San Bartolomeo, scuoiato vivo, che sorregge la propria pelle nel cui volto si scorge un celeberrimo autoritratto di Michelangelo.
L'artista che affresca l'opera è un uomo segnato dalla fatica e dal dolore fisico, dalla solitudine, un uomo con le proprie angosce e inquietudini, come afferma nel componimento 267 delle sue Rime.

"I' sto rinchiuso come la midolla
da la sua scorza, qua pover e solo,
come spirto legato in un'ampolla".

A metà della stessa poesia si trova poi un verso bellissimo e modernissimo che sembra essere scritto da Giacomo Leopardi (v.25):

"La mia allegrezz' è la maninconia".

Mentre gli angeli senz'ali volano sorreggendo le anime degli eletti, conducendoli in Paradiso, in basso regnano terrore, angoscia, violenza e disperazione. Alla sinistra di Cristo, San Pietro restituisce le chiavi del regno dei cieli. Dalla parte opposta, alla destra di Gesù, più o meno nella stessa posa e con le medesime dimensioni, si vede San Giovanni Battista, riconoscibile dal manto di pelo di cammello. Alla base del dipinto, in una caverna, inquietanti diavoli escono per accaparrarsi le anime malvagie.

Una delle fonti letterarie a cui si ispirò Michelangelo fu sicuramente la Divina Commedia dell'amato Dante i cui versi sono stati presi fedelmente nella raffigurazione di alcuni personaggi, sebbene con alcune personali interpretazioni.
Notiamo infatti, sempre in basso, Caronte, il demone dallo sguardo di fuoco traghettatore del fiume infernale Acheronte. Benché le fattezze del nocchiere siano le medesime citate da Dante, la scena raffigurata è quella dello sbarco delle anime, mentre Caronte le batte con il remo; il Poeta ci descrive invece l'imbarco.

Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: << Guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo: i’ vegno per menarvi a l'altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo. >> 

Inferno, Canto III, vv. 82 - 87

Poco più in basso, nell'estremità di destra, il giudice Minosse esamina le colpe dei dannati, giudicandoli e assegnando loro il cerchio dell'inferno in cui dovranno scontare la propria pena attorcigliando la coda di serpente.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: essamina le colpe nell’entrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Inferno, Canto V, vv. 4 - 6

Nel suo volto si può vedere il ritratto grottesco di Biagio da Cesena, il cerimoniere del papa che considerava indegna la nudità dei corpi dei peccatori. Scrisse al riguardo il Vasari: "Messer Biagio da Cesena maestro delle cerimonie e persona scrupolosa, che era in cappella col Papa, dimandato quel che gliene paressi, disse essere cosa disonestissima in un luogo tanto onorato avervi fatto tanti ignudi che sì disonestamente mostrano le lor vergogne, e che non era opera da cappella di papa, ma da stufe e d’osterie. Dispiacendo questo a Michelagnolo e volendosi vendicare, subito che fu partito lo ritrasse di naturale senza averlo altrimenti innanzi, nello inferno nella figura di Minòs con una gran serpe avvolta alle gambe fra un monte di diavoli".

Appena sopra a Caronte un gruppo di angeli annunciano la fine dei tempi, risvegliando i morti con le trombe dell'Apocalisse e mostrando i libri profetici delle Sacre Scritture. Ai beati il suono delle trombe giunge come una musica dolce; i dannati, invece, devono tapparsi le orecchie per non rimanerne assordati.

Quando venne svelato al pubblico, il Giudizio suscitò allo stesso tempo ammirazione e sgomento. Era la vigilia di Ognissanti del 1541, la stessa sera in cui, nel 1512, erano stati svelati gli affreschi della volta.
L'opera rischiò subito di essere distrutta perché ritenuta indecorosa. Per fortuna fu deciso solamente di ricoprire le figure più scandalose, affidando il difficile compito a Daniele da Volterra, da quel momento noto come "Braghettone". Il pittore fu comunque un amico e valido collaboratore di Michelangelo, del quale realizzò alcuni ritratti ed anche un busto. In entrambi, notiamo il caratteristico sguardo malinconico e il volto segnato dal tempo e dalle fatiche.

Ormai anziano e stremato dalle fatiche per la realizzazione del Giudizio, Michelangelo, impegnato per volontà di papa Paolo III nella decorazione della Cappella Paolina, scoprì il sentimento dell'amore. La sua anima fu rapita dalla nobildonna e poetessa Vittoria Colonna, la quale ebbe la fortuna di vivere in un periodo culturalmente felice, potendosi circondare dei migliori artisti e letterati del secolo, tra cui, oltre al Buonarroti, Ludovico Ariosto. Michelangelo donò alla donna due piccoli disegni, una Crocifissione e una Pietà, scrivendo inoltre una bellissima poesia amorosa, la 235 delle Rime.

Un uomo in una donna, anzi uno dio
per la sua bocca parla,
ond’io per ascoltarla
son fatto tal, che ma’ più sarò mio.
I’ credo ben, po’ ch’io
a me da lei fu’ tolto,
fuor di me stesso aver di me pietate;
sì sopra ’l van desio
mi sprona il suo bel volto,
ch’i’ veggio morte in ogni altra beltate.
O donna che passate
per acqua e foco l’alme a’ lieti giorni,
deh, fate c’a me stesso più non torni.

Nel componimento Michelangelo afferma, al fine di esaltare le qualità della donna, che in lei sente parlare un uomo. Al tempo, infatti, si considerava l'uomo intellettualmente superiore. Nei versi successivi si corregge; attraverso la sua bocca sente parlare ancor di più di un uomo, un dio. Così, nell'ascoltarla, l'artista capisce che non apparterrà più a sé stesso. Si trova dunque in quella condizione, già incontrata nel sonetto d'apertura della pagina (n.8), in cui l'amore è così totalizzante da portare all'estraniamento e alla perdita di sé stesso.

Non mancava nulla ormai all'eterno Michelangelo né in campo pittorico né in campo scultoreo, nei quali aveva raggiunto le vette più alte che la mente umana a fatica poteva solamente immaginare. Eppure negli ultimi anni di vita fu angosciato da un'opera che riempì la sua vecchiaia, qualcosa per cui avrebbe davvero potuto toccare la vetta del mondo, il punto più alto della cristianità. Michelangelo, ormai settantenne, avrebbe realizzato il progetto per la cupola della Basilica di San Pietro, tracciando il limite tra l'uomo e Dio, tra la terra e il cielo, arrivando a sfiorare l'infinito con un dito come il suo Adamo nella volta.
"Dopo aver servito i papi decisi di servire solo Dio... E divenni la Sua mano"...

Era l'anno 1546 quando Michelangelo subentrò alla direzione dei grandi lavori della Basilica di San Pietro, diretti all'inizio dal Bramante, in seguito da Raffaello insieme a Giuliano da Sangallo, infine da Antonio da Sangallo il Giovane con Baldassarre Peruzzi.
Seguendo l'esempio di Filippo Brunelleschi, capace di innalzare sulla cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze una cupola che va oltre le leggi dell'architettura, Michelangelo riuscì grazie al suo genio a superarla, realizzando un progetto tra i più rivoluzionari mai concepiti. L'opera venne culminata postuma alla fine del Cinquecento, portata a termine da un allievo del Buonarroti, Giacomo Della Porta. Da quel momento Roma ebbe la sua cupola, visibile da ogni parte della città, simbolo della sua potenza, richiamo e punto di riferimento della Chiesa di Dio.
Contemplarla di notte, quando magari non vi è nessuno, è uno spettacolo unico, magico, che ci può far comprendere quanto di prezioso e immenso ci ha lasciato un artista così geniale. Spesso ci dimentichiamo di quanto un solo uomo possa arrivare a compiere, ma questa cupola è sempre lì come a ricordare della presenza di Dio nel creato, e che Lui ha reso ognuno di noi portatore di un possibile talento. Nostro compito è trovarlo ed esprimerlo al meglio.
Afferma Vasari:  "O veramente felice età nostra, o beati artefici, che ben così vi dovete chiamare, da che nel tempo vostro avete potuto al fonte di tanta chiarezza rischiarare le tenebrose luci degli occhi e vedere fattovi piano tutto quel che era dificile da sì maraviglioso e singulare artefice! Certamente la gloria delle sue fatiche vi fa conoscere et onorare, da che ha tolto da voi quella benda che avevate innanzi agli occhi della mente, sì di tenebre piena, e v’ha scoperto il vero dal falso, il quale v’adombrava l’intelletto. Ringraziate di ciò dunque il Cielo e sforzatevi di imitare Michelagnolo in tutte le cose".

Michelangelo il suo talento lo aveva compreso sin da piccolo e non si è mai arreso dinanzi le difficoltà, sacrificandosi con tutte le sue forze per servire i papi e Dio, a cui molto credeva. Durante la vecchiaia si rifugiò nuovamente nello scolpire, ma ormai aveva bisogno di qualcosa di più grande, voleva fare parte di quell'infinito che tante volte aveva sfiorato e quasi raggiunto. In cerca di un senso di tutta la sua fatica, arrivò persino a colpire le proprie sculture, ormai l'arte non gli bastava più.
Spesso di notte si recava ad osservare la sua Pietà vaticana, così perfetta, morbida, finita. Nello scolpire era come se adesso non riuscisse più ad arrivare ad una conclusione, non riusciva né ad aggiungere né a togliere, in quello che si chiama "non finito" michelangiolesco, uno stile molto studiato e così moderno che supera le idee dell'arte contemporanea.
La Pietà Bandini, custodita al Museo dell'Opera del Duomo di Firenze, mostra la figura di Gesù, in primo piano, privo di forze, di vita, sorretto da Maria e dall'aiuto di Nicodemo, in alto, e Maria Maddalena, a sinistra. Nel volto di Nicodemo si è soliti vedere un autoritratto dello stesso Michelangelo. L'opera è un esempio di scultura incompiuta e aggredita dall'artista stesso nel culmine del suo travaglio creativo.

Affermò Auguste Rodin: "Tutte le opere che Michelangelo fece sono così angosciosamente oppresse che paiono volersi spezzare da sole. Quando divenne vecchio giunse a spezzarle davvero. L'arte non lo appagava più. Voleva l'infinito".

L'ultimo Michelangelo, quello descritto in modo meraviglioso da Rodin, quello arrivato a volersi ricongiungersi a Dio, si può osservare a Milano, al Museo del Castello Sforzesco, in quella che è l'ultima opera dell'artista, l'ultimo viaggio della sua straordinaria esistenza, ma al tempo stesso un nuovo punto di inizio per la sua anima e per la storia dell'arte. È la Pietà Rondanini, opera incompiuta, modernissima, il cui "non finito" stabilisce il punto di contatto dello scultore con l'assoluto.
Tutto si conclude da dove era cominciato, con una Pietà, in un gesto d'amore bellissimo tra la Madre e suo Figlio, senza riuscire a capire chi sorregge e chi è retto, come se Maria cercasse di riaccogliere Gesù nel proprio grembo, per proteggerlo da tutte le sofferenze. Il Michelangelo che negli ultimi istanti prima della morte scolpisce la scultura è un uomo che ha profondamente bisogno di essere amato, amato di un amore assoluto, di un abbraccio materno, di cui ha sentito la mancanza per l'intera esistenza, avendo perso la madre da bambino. Questo suo bisogno si riflette nelle bellissime Pietà, opere che, come le sue tutte, non potranno mai essere superate e che ci hanno spiegato concretamente la potenza del creato, l'eternità.

"E non si meravigli alcuno che io abbia qui descritto la vita di Michelangelo vivendo egli ancora perché non troveranno mai la morte le immortali opere sue, la quale fama, finché duri il mondo, vivrà sempre nelle bocche degli uomini e nelle penne degli scrittori".

Giorgio Vasari


Note

Le citazioni della pagina sono state tratte da:

  • Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori di Giorgio Vasari
  • Michelangelo Infinito film del 2018
Le immagini della cupola di San Pietro sono state scattate durante il mio viaggio a Roma nel febbraio 2019.