Giulio Romano

"Fra i molti, anzi infiniti, discepoli di Raffaello da Urbino, dei quali la maggior parte riuscirono valenti, niuno ve n’ebbe che più lo immitasse nella maniera, invenzione, disegno e colorito di Giulio Romano".

Così scriveva Giorgio Vasari dell'architetto e pittore Giulio Pippi, detto "Romano", allievo prediletto di Raffaello Sanzio.
Nato a Roma intorno al 1499, "fu dolcissimo nella conversazione, ioviale, affabile, grazioso e tutto pieno d’ottimi costumi", continua il Vasari, amato come un figlio da Raffaello.
Vasari, che lo conosceva personalmente, indica inoltre il 1492 come anno della sua nascita, più consona con la data d'inizio della collaborazione con Raffaello, avvenuta nel 1513-1514.
Giulio Romano ebbe il privilegio di vedere Raffaello affrescare le Stanza Vaticane, di più, di aiutarlo personalmente, come nell'Incendio di Borgo, in cui si può riconoscere la mano del giovane allievo.

Maggiore spazio gli venne dato nel capolavoro della Loggia di Psiche presso Villa Farnesina, affrescata nel 1518 circa. La fastosa villa, situata sul Tevere, fu voluta da Agostino Chigi, banchiere senese che all'inizio del Cinquecento era tra gli uomini più ricchi d'Europa e tra i pochi fortunati a poter distogliere Raffaello dagli impegni in Vaticano.
Le decorazioni dovevano essere un omaggio all'amata Francesca Ordeaschi e la villa diretta emanazione del suo potere e delle sue ricchezze. Per questo scelse la prestigiosa bottega del Sanzio e Baldassarre Peruzzi come architetto.

La Loggia (a sinistra) e due dettagli di Giulio Romano (a destra). Mercurio (sopra); Venere sul carro (sotto).

Alla prematura scomparsa di Raffaello nel 1520, Giulio Romano ne ereditò, per testamento, la bottega e le commissioni già avviate, come per esempio i lavori di costruzione di Villa Madama. L'esempio e la lezione del maestro non furono dunque perduti e il suo genio continuò a rivivere nel suo allievo più dotato.

Nel 1524 Giulio Romano fu invitato a Mantova da Federico II Gonzaga, accettando di trasferirsi dopo lunghe insistenze perché deciso nel portare a termine i lavori che Raffaello non aveva avuto modo di terminare.
Mantova era una delle città più importanti del Rinascimento grazie alla famiglia dei Gonzaga e la loro reggia la più estesa dopo i Palazzi Vaticani. Uno dei luoghi più belli che vi si possono ammirare è proprio opera di Giulio Romano, cioè Palazzo Te, edificato in dieci anni dal 1524 al 1534.
Il nome dell'edificio non si riferisce alla bevanda, bensì al nome dell'isola su cui sorgeva, Tejeto, abbreviata in Te, che derivava forse da tiglieto, cioè località dei tigli; in passato vi era infatti un fitto bosco di questi alberi. L'isola era paludosa e raggiungibile solo in barca; Federico II decise di bonificarla scegliendola come luogo di addestramento dei suoi pregiati cavalli e d'incontro con l'amata Isabella Boschetti.

Il palazzo venne concepito come una grande villa suburbana in cui è sviluppato e ampliato il tema raffaellesco di Villa Madama. All'interno si possono ammirare dei magnifici affreschi di Giulio Romano come la Sala dei cavalli, destinata al ballo, dove vi sono i ritratti a grandezza naturale dei sei destrieri preferiti dai Gonzaga e la Sala di Amore e Psiche, la sala da pranzo, la cui storia è tratta dalle Metamorfosi di Apuleio e ovviamente ispirata nella realizzazione alla Loggia di Villa Farnesina. Psiche è costretta a superare delle prove e delle sventure a causa di Venere, madre di Amore, che non sopportava di essere superata in bellezza da una donna mortale. Amore, però, è colpito dalla bellezza di Psiche e se ne innamora perdutamente. Gli affreschi sono un evidente riferimento alla storia d'amore tra Federico e Isabella, la quale era già sposata ma legata al duca sin da quando erano bambini. La madre di Federico, Isabella d'Este, una delle figure femminili più rilevanti del Rinascimento italiano, capace di creare un vero e proprio centro culturale nella città, disapprovava la relazione e assume quindi le sembianze di Venere nei dipinti.

Il capolavoro concepito per stupire e lasciare senza fiato ogni ospite del palazzo è la Sala dei giganti, la più grande dell'edificio, affrescata tra il 1532 e il 1535. L'episodio è tratto dalle Metamorfosi di Ovidio e narra di quegli esseri terrificanti, i giganti, che cercano di prendere il potere, rovesciando il mondo degli dei, ma Zeus, Giove, li affronta colpendoli con dei fulmini. Travolti dalla montagna su cui stavano salendo per raggiungere l'Olimpo, vengono schiacciati da massi e dalle costruzioni dentro le quali si erano nascosti.
La sala presenta un soffitto a cupola, dipinto in maniera meravigliosa con una cornice di nubi che separa il mondo degli uomini dal mondo degli dei. La caratteristica che rende l'opera così suggestiva è che la pittura copre completamente tutta la superficie disponibile in un unico affresco, senza spigoli, in cui lo spettatore si trova al centro dell'evento come a farne parte. Un altro effetto speciale è quello del movimento; gli dei nella cupola non appaiono infatti statici, soprattutto se si immagina la scena illuminata non da luce artificiale, come oggi, bensì da un camino che era posto al centro della stanza. Così afferma il Vasari: "Non si pensi alcuno vedere mai opera di pennello più orribile e spaventosa, né più naturale di questa. E chi entra in quella stanza, non può temere che ogni cosa non gli rovini addosso".

Vasari si recò nel 1541 a Mantova per fare visita a Giulio Romano, trovando un artista divenuto ormai celebre e ricco, tanto da potersi costruire un proprio palazzo nel centro della città, oggi chiamato Casa di Giulio Romano, imitando lo stile architettonico di Bramante e di Raffaello.
Da Elena Guazzi, sposata nel 1529, il pittore aveva avuto i figli Virgina, Criseide e Raffaello. Nel 1546 la morte gli impedì di fare ritorno a Roma per sostituire Antonio da Sangallo il Giovane come primo architetto della basilica di San Pietro. I lavori vennero allora affidati a Michelangelo Buonarroti.

È bello pensare che sia proprio Giulio Romano il giovane raffigurato nel celebre Autoritratto con un amico di Raffaello, dipinto tra il 1518 e il 1520. Non si conosce esattamente l'identità del soggetto, ma la critica sostiene che si tratti di un allievo del genio di Urbino, la cui mano sulla spalla del giovane lascia pensare ad un passaggio di consegne, come realmente avvenuto. Inoltre la somiglianza con Giulio Romano è evidente. Quest'ultimo è rivolto verso il maestro e sembra indicare la via che dovrà seguire proseguendo il suo esempio. Raffaello guarda l'osservatore come ad affidargli l'amato allievo, colui che, insieme a tutti coloro che ne imiteranno lo stile, renderà eterna la sua esistenza.