Perugino

La pittura cristallina fatta di silenzi, di armonie di colori, di grazia e dolce malinconia, fa del Perugino uno dei più grandi protagonisti del rinnovamento dell'arte italiana nel momento più alto del Rinascimento, tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento, considerato dai contemporanei il primo pittore d'Italia.
Egli fu l'iniziatore di un nuovo modo di dipingere, afferma Giorgio Vasari, con uno stile in grado di conciliare la luce e la monumentalità di Piero della Francesca e i modi lineari di Andrea del Verrocchio.
Prima dunque che si affermasse la maniera di Michelangelo Buonarroti, la vetta dell'arte era stata toccata dal disegno, dalla forma e dai colori del Perugino, ripresi e poi superati dal suo allievo principale, Raffaello Sanzio.

Ritratto del Perugino - Raffaello Sanzio o Lorenzo di Credi - 1504 - Firenze, Galleria degli Uffizi

"È il meglio maestro d'Italia", scriveva Agostino Chigi, banchiere senese che a Roma si circondò dei migliori artisti per erigere e decorare la sua fastosa villa lungo il Tevere, la Farnesina, affidando il progetto di costruzione all'architetto Baldassarre Peruzzi, suo concittadino, e i disegni alla bottega più prestigiosa dell'epoca, quella di Raffaello, che vi lavorò affiancato dai suoi allievi, tra cui Giulio Romano.

Pietro di Cristoforo Vannucci, noto come il Perugino, nacque nel 1448 circa presso Città della Pieve, in provincia di Perugia. Contrariamente a quanto afferma il Vasari nelle Vite, la famiglia di Pietro Perugino era una delle più ricche di Città della Pieve, dunque l'artista non fu "allevato fra la miseria e lo stento", come scrive l'aretino. Accostatosi all'arte nella città di Perugia, centro urbano che in quegli anni conobbe una vitale stagione artistica, si formò attraverso lo studio delle opere di Piero della Francesca.
Verso il 1467-1468 si recò a Firenze "con animo di farsi eccellente", dice Vasari: la città condizionò per sempre la sua carriera di pittore. Entrato nella prestigiosa bottega del Verrocchio, poté lavorare con giovani talenti come Sandro Botticelli, Domenico Ghirlandaio, Luca Signorelli, Bartolomeo della Gatta ed anche Leonardo da Vinci.

Divenuto pittore, Perugino fu un lavoratore instancabile, capace di tenere aperte contemporaneamente due botteghe, una a Firenze e una a Perugia, nelle quali si formò un'intera generazione di artisti.

Una delle sue opere giovanili più rilevanti è l'Adorazione dei Magi, realizzata tra il 1470 e il 1473 e conservata alla Galleria nazionale dell'Umbria di Perugia. Nella capanna si vede la Vergine che sorregge il Bambino benedicente sulle ginocchia e, alle loro spalle, San Giuseppe, in piedi col bastone. A sinistra vi è il corteo con il re più anziano inginocchiato dinanzi a Gesù, mentre gli altri due porgono i loro doni. Il giovane all'estrema sinistra potrebbe essere l'autore stesso in un autoritratto. Oltre al recinto con il bue e l'asinello si scorge un paesaggio che richiama lo stile di Leonardo.

Più o meno degli stessi anni è la Pietà con San Girolamo e Santa Maria Maddalena, in cui Cristo è abbandonato in grembo alla Madonna, segnata dal dolore della perdita, e circondato ai lati da San Girolamo, con il leone addomesticato, e Maria Maddalena, il cui volto anticipa lo stile morbido e dolce per cui il pittore diverrà celebre.

Perugino doveva essere evidentemente molto noto se di lì a breve, nel 1479, venne chiamato a Roma per dipingere la cappella della Concezione in San Pietro, nella vecchia basilica, opera che dovette riscuotere un notevole successo dato che papa Sisto IV della Rovere lo incaricò di coordinare la decorazione della Cappella Sistina. La cappella, la più nota della storia dell'arte, prende nome proprio dal pontefice, il grande committente degli affreschi del Quattrocento, edificata a partire dal 1475 su disegno di Baccio Pontelli.

Ritratto di papa Sisto IV - Tiziano - 1540 circa

A partire dal 1481 a fianco del Perugino un gruppo di grandissimi pittori cominciò a dipingere le due pareti laterali; Botticelli, Ghirlandaio, Cosimo Rosselli, Luca Signorelli e anche il Pinturicchio, collaboratore del Perugino, ebbero qui la loro sfida più importante.
Al Perugino, all'epoca giovane uomo poco più che trentenne, spettava sicuramente un ruolo di primo piano nell'impresa; è lui l'altro protagonista della cappella dopo il Buonarroti, il quale sarà chiamato nel 1508 da papa Giulio II, nipote di Sisto IV, per decorare la volta.

Ritratto di uomo (forse Perugino) - Raffaello Sanzio - Roma, Galleria Borghese - 1502 circa

Eppure quando si entra in Sistina quasi non si guardano gli affreschi laterali, rapiti dalla potenza dell'arte michelangiolesca, i quali costituiscono la sintesi della pittura quattrocentesca. Basti pensare che i tre affreschi del Botticelli sono grandi tre volte la Nascita di Venere custodita alla Galleria degli Uffizi di Firenze.
I lavori durarono appena due anni e il giorno dell'Assunta dell'anno 1483, solennità a cui è dedicata la cappella, Sisto IV poté inaugurare le due pareti laterali.
Entrando dalla porta principale, dalla parte opposta rispetto all'ingresso del percorso dei Musei Vaticani, si vedono sulla parete di destra le Storie di Gesù e sulla parete di sinistra le Storie di Mosè, dunque il Nuovo e Antico Testamento, a dimostrazione della concordanza tra la vita di Mosè e quella di Cristo, i due grandi legislatori.
Il capolavoro del Perugino è sicuramente la Consegna delle chiavi, il "tibi dabo claves", quando Gesù disse a Pietro: "Ed io ti darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che avrai legato in terra, sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto nei cieli".
Quando si aprono le porte del Conclave in Sistina la Consegna delle chiavi è per un particolare effetto visivo la prima opera che incontrano con lo sguardo i cardinali, simbolo della Chiesa e dell'importanza del ruolo del papato, tramite tra Dio e il suo popolo.

Con quest'opera Perugino giunse a sfiorare la perfezione pittorica attraverso l'eccezionale simmetria, l'armoniosità dello spazio, la bellezza delle forme e dei lineamenti, con i volti caratterizzati da quella soave malinconia che d'ora in avanti contraddistinguerà il suo stile.
Alle spalle dei protagonisti del dipinto, Cristo e San Pietro, un edificio si innalza al centro della bellissima prospettiva, richiamandoci subito alla vista altri capolavori della storia dell'arte. La struttura sarà infatti fondamentale per l'allievo Raffaello, il quale si cimenterà nell'imitazione dell'opera del maestro nel meraviglioso Sposalizio della Vergine, conservato nella Pinacoteca di Brera di Milano, tema che venne trattato anche dal Perugino stesso. Sarà per il Sanzio il dipinto che segnerà il superamento del maestro e la conclusione della fase di apprendimento giovanile a cui seguirà il periodo della maturità artistica con il trasferimento a Firenze.

L'edificio, a pianta centrale, sembra inoltre l'anticipazione del tempietto di San Pietro in Montorio di Donato Bramante, situato al Gianicolo e costruito intorno al 1503, trasposizione architettonica del dipinto. Sia per Bramante che per Perugino, i quali si incontrarono in età giovanile presso Urbino, un altro punto di riferimento per le loro rispettive opere fu sicuramente l'enigmatica Città ideale della Galleria nazionale delle Marche, da molti attribuita a Luciano Laurana, emblema della perfezione geometrica.

Alla scena della consegna delle chiavi dei cieli del Perugino seguirà, anni più avanti, nel Giudizio universale di Michelangelo, la restituzione delle chiavi da parte di San Pietro, divenute ormai un fardello inutile. Un dettaglio bellissimo che segna l'ultimo giorno dell'umanità, la fine dei tempi e dunque anche della Chiesa, del papato. Quando Gesù abbasserà il suo potente braccio il destino sarà compiuto e sarà fatta la volontà di Suo Padre.

Sulla stessa parete della Consegna delle chiavi, più a sinistra, situato vicino all'altare e dunque al Giudizio, si trova il Battesimo di Cristo. Il fiume Giordano scorre al centro della composizione verso lo spettatore, bagnando i piedi di Gesù e Giovanni Battista, in primo piano. Dio è in alto, circondato da una sfera di luce e da una schiera di angeli. Sul capo di Gesù scende la colomba dello Spirito Santo. Scrive l'Evangelista Marco:
In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: << Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto >>.

Il paesaggio sullo sfondo, in cui l'occhio rischia di perdersi per l'incredibile profondità, è una rappresentazione della città di Roma; si scorgono infatti un arco di trionfo, il Colosseo e il Pantheon. Alla sinistra del dipinto si vede la predica alle folle del Battista, mentre a destra quella di Gesù. L'opera è firmata all'estrema sinistra in basso.

Di fronte al Battesimo di Gesù, sulla parete di sinistra, vi è la Partenza di Mosè per l'Egitto, sempre del Perugino e aiuti. Mosè, vestito di giallo e verde, viene fermato al centro dell'affresco da un angelo che gli chiede di circoncidere il suo secondogenito, Eliezer. Nella scena di destra viene mostrata la cerimonia di cui si occupa la madre Zippora. L'opera sottolinea il parallelismo tra le cerimonie della circoncisione e del battesimo rispettivamente nel mondo ebraico e cristiano, alludendo anche alla dimensione più profonda e spirituale del rito cristiano.

Nella parete d'altare della Sistina Perugino realizzò ben tre opere: la finta pala d'altare raffigurante l'Assunta con Sisto IV inginocchiato, tema a cui è dedicata la cappella, e poco più sopra, ai lati, la Nascita e ritrovamento di Mosè e la Natività di Cristo. Tutte le opere andarono però distrutte per lasciare spazio al Giudizio finale michelangiolesco. Resta solamente un disegno della perduta Assunzione di Maria eseguito dal Pinturicchio.

Nell'illustrazione seguente si vede, in una ricostruzione del XIX secolo, come doveva apparire la Sistina prima degli interventi di Michelangelo alla volta e alla parete d'altare. Sicuramente il Buonarroti, quando cominciò ad affrescare la volta, studiò e si confrontò con ognuna di queste opere degli autori della generazione a lui precedente, riconoscendo i suoi maestri, come per esempio il Ghirlandaio, di cui fu allievo a bottega.

Conclusa la grande fatica della Sistina, Perugino continuò a gravitare intorno all'ambiente artistico romano per dieci anni, recandosi spesso a Firenze. Qui sposò nel 1493 Chiara Fancelli, modella per molte sue Madonne, personaggio rilevante nella storia della ritrattistica tra Quattro e Cinquecento in quanto figura che compare anche nelle opere di Raffaello.
Alla Galleria degli Uffizi si può osservare una Crocifissione realizzata dal Perugino insieme a Luca Signorelli, uno dei pittori che lavorò in Sistina, del quale è stata trovata una firma nascosta sul bordo della veste della Maddalena. Cristo è circondato da diverse figure; Maria Maddalena, appunto, chinata a toccare i piedi del Signore, mentre a sinistra San Girolamo, col consueto leone, e San Francesco. A destra vi è Giovanni Battista e alle sue spalle il beato Giovanni Colombini, fondatore dell'ordine religioso dei Gesuati, i quali si ispiravano alla spiritualità di San Girolamo. L'opera era infatti stata dipinta per il convento di San Giusto degli Ingesuati di Firenze.

Sempre destinata al convento degli Ingesuati e conservata oggi agli Uffizi è la Pietà, capolavoro di simmetria e dolcezza stilistica, la cui drammaticità della scena è celata dal sentimento meditativo dell'opera. Il corpo di Gesù appare rigido, posato in grembo alla Vergine, ancora lontano da quella morbidezza che riuscirà a conferire nel marmo il Michelangelo della Pietà vaticana. A sorreggere Cristo vediamo l'evangelista Giovanni, a sinistra, e Maria Maddalena, a destra. Ai lati della composizione vi sono invece a sinistra, in posizione elegante e raccolta, Nicodemo, che guarda verso l'alto con le mani giunte, mentre a destra il più anziano Giuseppe d'Arimatea, con lo sguardo rivolto in basso.

L'ultima opera destinata al convento di San Giusto e sempre visibile agli Uffizi è l'Orazione nell'orto. Cristo è inginocchiato su una roccia nel Getsemani, raccolto in preghiera e affiancato da un angelo. Sotto di lui i tre apostoli Giovanni, Pietro e Giacomo il Maggiore si sono addormentati, ignari dell'avvicinarsi ai lati di due gruppi di soldati che stanno per catturare Gesù. A guidarli è Giuda Iscariota, che si vede sulla sinistra. Nonostante il momento raffigurato sia uno dei più umani di tutto il vangelo, nel quale anche Cristo sperimenta la condizione della solitudine e dell'abbandono, il dipinto non perde la sua serena compostezza. Lo sfondo, di notevole bellezza, fu molto lodato dal Vasari.

Datato 1493 - 1496 è invece l'Ultima cena, affresco conservato nel Convento di Fuligno a Firenze. Realizzato poco prima dell'omonimo capolavoro leonardesco, presenta dimensioni appena inferiori, ispirato nella composizione al Cenacolo di Ognissanti di Domenico Ghirlandaio.
Subito notiamo la presenza di uno solo dei dodici apostoli dall'altra parte della tavola, girato verso lo spettatore. È Giuda, che sembra non accorgersi delle parole pronunciate da Gesù: "In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà".
Conosciamo con precisione ognuna delle figure degli apostoli grazie alle iscrizioni con i loro nomi sul gradino su cui poggia la tavola. Al di sopra della scena principale si apre un vasto loggiato, motivo già osservato nella Pietà, e un paesaggio al cui centro si scorge l'Orazione nell'orto del Getsemani.

Tornando agli Uffizi, nell'opera datata 1493 raffigurante la Madonna col Bambino in trono tra i santi Giovanni Battista e Sebastiano ritroviamo il motivo del portico con lo sfondo paesaggistico, il volto dell'amata Chiara Fancelli nell'effige della Vergine, infine la figura del San Sebastiano, ricorrente nell'arte del Perugino e visibile in alcuni dipinti situati nei più prestigiosi musei.

È il caso per esempio del San Sebastiano del Museo del Louvre di Parigi, realizzato tre anni prima, o di quello dell'Ermitage di San Pietroburgo, contemporaneo circa al dipinto fiorentino. Il San Sebastiano del Louvre sintetizza l'equilibrio perfetto tra figura, architettura e paesaggio, mentre quello dell'Ermitage è l'emblema della purezza ideale della forma, con il raffinato dettaglio della freccia su cui è posta la firma dell'autore in lettere dorate. In entrambi l'espressione del santo è rivolta languidamente al cielo, come a cercare conforto, in un tono velatamente malinconico ma esente dalla sofferenza.

Decisivo nello stile compositivo e paesaggistico per il Raffaello della Deposizione borghese è il Compianto sul Cristo morto del 1495, custodito alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze e considerato uno dei vertici dell'artista.
In un bellissimo paesaggio si apre la scena del Compianto, ricca di figure e sentimenti che tuttavia non interferiscono nel consueto senso di armonia e pacatezza. Al centro vi è il corpo di Gesù, adagiato su un sudario bianco, sostenuto da Nicodemo e da Giuseppe d'Arimatea, quest'ultimo alla destra del dipinto, mentre una pia donna gli tiene delicatamente il capo. Solo una figura si rivolge all'osservatore, mentre le altre sono partecipi della sofferenza del Cristo, come le pie donne in preghiera con le mani giunte. La Madonna tiene con le mani il braccio sinistro di suo Figlio, guardandolo dolcemente ancora una volta, in uno sguardo pieno di commozione. Spicca poi al centro Maria Maddalena, vestita di rosso, che solleva le mani in un gesto di sorpresa. Vi sono infine alle due estremità dell'opera le figure di Giovanni evangelista, a sinistra, e di due uomini che sembrano parlare tra di loro a destra.

Datata 1504 è infine lo Sposalizio della Vergine, tema in cui si cimentò anche Raffaello realizzandone una propria versione nello stesso anno. L'opera, inizialmente destinata al Duomo di Perugia ed oggi conservata al Museo di Belle Arti di Caen, richiama la Consegna delle chiavi affrescata circa vent'anni prima in Vaticano. Ritroviamo infatti l'armoniosa simmetria e l'edificio sullo sfondo, che pone in risalto lo scambio degli anelli tra Maria e Giuseppe.
Si nota in entrambi i dipinti che San Giuseppe ha in mano un ramoscello fiorito; secondo le storie di Maria, infatti, una volta giunta in età da matrimonio venne dato ad ognuno dei pretendenti un ramo secco, in attesa di un segno divino: l'unico che fiorì fu quello di Giuseppe. Uno dei pretendenti, arrabbiato, spezza il suo bastone che non è fiorito. Nonostante la delusione e il gesto di stizza, il personaggio col bastone presenta in entrambe le opere un volto delicato, sereno, così come quello di tutte le altre figure, in un clima di pace e sottile malinconia, con la rappresentazione di un luogo perfetto, silenzioso, eterno, quasi un paradiso. Raffaello, che inverte la collocazione simmetrica dei gruppi ai lati del sacerdote, dimostra di avere appreso la lezione del maestro e, anzi, di averlo ormai superato, ponendo orgogliosamente la sua firma sulla facciata del grande edificio.
Il capolavoro della Pinacoteca di Brera sancisce sì il superamento del maestro da parte dell'allievo, ma anche il divenire eterno dell'insegnamento del Perugino, la cui arte continuerà a vivere nel giovane urbinate e in tutti i suoi discepoli. Dunque lo Sposalizio del Perugino sarà per sempre il punto di riferimento per Raffaello, capace di ispirarlo e guidarlo nella ricerca del proprio talento, di quell'armonia e di quella infinita dolcezza che sono valori altissimi nell'arte e che ritroveremo in tutti i suoi dipinti.


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