Piero della Francesca

Quando ci fermiamo davanti alla bellezza di un'opera d'arte, siamo affascinati dalla potenza con cui un'immagine, un dettaglio, è capace di farci provare delle emozioni, di risvegliare sentimenti e ricordi abbandonati in qualche angolo della nostra anima. La grandezza della pittura di Piero della Francesca è fare ciò attraverso il silenzio. Un silenzio incredibilmente evocativo, custode di un significato altissimo, divino. Le sue figure appaiono come statue, non compiono gesti, perché non hanno bisogno di dire niente, in loro vi è la verità, la bellezza assoluta.

Questo fa di Piero della Francesca uno dei protagonisti del Rinascimento, una delle personalità più emblematiche e misteriose; il più grande pittore del suo secolo, il Quattrocento.
Nacque il 12 settembre dell'anno 1416 o 1417 a Borgo Sansepolcro, in Toscana, nella provincia di Arezzo, al confine con Umbria e Marche, non lontano da Caprese, dove nacque Michelangelo BuonarrotiÈ questa la culla della nostra arte, basti pensare alla Firenze del Brunelleschi, del Beato Angelico, di Masaccio, centro fondamentale per la formazione di Piero della Francesca, in seguito dell'umanista e mecenate Lorenzo il Magnifico, di Sandro Botticelli; l'Umbria di Pietro Perugino e del Pinturicchio, infine la squisita raffinatezza della corte di Federico da Montefeltro, Urbino, che darà i natali al genio di Raffaello Sanzio.
L'esperienza artistica di Piero della Francesca comincia nella cittadina di Borgo Sansepolcro per poi diramarsi in molti altri luoghi, da Roma a Urbino sino a Ferrara e Rimini. Il suo luogo nativo avrà sempre però un ruolo importante; qui ha casa e bottega, qui si spegnerà al termine di una lunga vita, qui troviamo uno dei suoi primi capolavori, il Polittico della Misericordia, conservato al Museo Civico di Sansepolcro.

Nonostante la commissione del piccolo luogo di Borgo Sansepolcro fu di tipo tradizionale, con l'uso dei colori preziosi come l'oro sullo sfondo, l'immagine della Madonna come protettrice dei fedeli col suo mantello, tipicamente medievale, con a sinistra le figure maschili e a destra quelle femminili, l'autore riuscì a creare un'opera estremamente moderna in cui confluiscono lo stile compositivo del Masaccio, i colori di Domenico Veneziano, del quale fu in età giovanile un collaboratore, infine la prospettiva appresa dal Brunelleschi. Il mantello di Maria sembra infatti abitabile, come un abside; ella è rifugio dei peccatori, salute degli afflitti, Madre misericordiosa. La Vergine è una figura monumentale, al cui cospetto i fedeli appaiono molto più piccoli. Piero della Francesca è dunque capace di esaltare la tradizione. Ai lati della Madonna vi sono molti santi, a sinistra San Sebastiano, trafitto dalle frecce, San Giovanni Battista con la veste marrone da eremita del deserto, la barba e il bastone, a destra San Bernardino da Siena, con l'abito francescano e San Giovanni evangelista con il libro in mano. Tutti sembrano uscire dal piano che li ospita grazie al colore oro dello sfondo.
In alto vediamo infine la Crocifissione, essenziale, che ricorda quelle di Masaccio, con la presenza solo di Maria, vestita di nero, e Giovanni, con la veste rosa, colore tipico dell'artista, i gesti dei quali sono drammaticamente espressivi.

Sempre nel Museo civico di Sansepolcro si trova il bellissimo affresco della Resurrezione di Cristo, il quale, vestito di rosa, rappresenta il vertice di un triangolo immaginario alla cui base troviamo i soldati addormentati appoggiati al sarcofago. Gesù risorge e vince la morte; è come un sole all'alba che rischiara e porta vita, è come la primavera che fa rifiorire gli alberi, a sinistra secchi e a destra rigogliosi. Questa è l'idea prodigiosa di Piero della Francesca, il quale si è probabilmente raffigurato nel soldato senza elmo.

Il Battesimo di Cristo, oggi alla National Gallery di Londra, ha una datazione piuttosto incerta; alcuni la collocano prima di queste due opere, all'anno 1439, mentre altri, come è più probabile, intorno al 1450.
Al centro di un dipinto la cui caratteristica principale è la luce vi è Gesù, il cui volto è il fulcro della composizione, sopra il quale scende la colomba dello Spirito Santo, come narrato dall'evangelista Marco:
In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: << Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto >>.

Alla destra del Cristo, il Battista compie il rito del battesimo sulle acque del Giordano. La scena è divisa dall'albero in due parti, di cui una è quasi il doppio dell'altra. Alla sinistra vi sono tre angeli, uno rivolto verso lo spettatore, mentre sullo sfondo, dietro all'uomo che si sta spogliando sulle rive del fiume, sta passando un gruppo di sacerdoti greci, uno dei quali indica, stupefatto, il cielo, in conformità con il passo del Vangelo. L'atmosfera è serena ed eternamente sospesa nell'attimo in cui l'acqua sta per discendere sul capo di Cristo.

Tra il 1458 e il 1459 Piero della Francesca fu chiamato a Roma al servizio di papa Pio II, Enea Silvio Piccolomini. Lavorò ai Palazzi Apostolici, dove oggi i suoi dipinti hanno lasciato posto agli affreschi di Raffaello. Secondo la testimonianza di Giorgio Vasari questi ambienti presentavano opere di altri grandi autori quattrocenteschi, come Andrea del Castagno, Luca Signorelli, Bartolomeo della Gatta e successivamente anche di Perugino e del Sodoma.

Per trovare altri capolavori di Piero della Francesca bisogna recarsi nella città di Urbino, dove soggiornò tra il 1469 e il 1472, presso la corte di Federico da Montefeltro. Qui Giovanni Santi, padre di Raffaello, era l'artista di fiducia del duca, l'organizzatore culturale, ma vi si potevano anche incontrare Donato Bramante, nato poco distante, a Fermignano, lo stesso Raffaello, e persino Leonardo da Vinci, passato da Urbino intorno al 1502. In particolare si deve entrare nel meraviglioso Palazzo Ducale, sede della Galleria Nazionale delle Marche, per ammirare la finezza di uno dei luoghi più belli del Rinascimento, il Cortile d'onore, progettato tra il 1466 e il 1472 dall'architetto Luciano Laurana.

Nessun altro museo del mondo se non la Galleria Nazionale delle Marche poteva ospitare la Città ideale, emblema della perfezione architettonica che si fa pittura, città a misura d'uomo che sembra rispecchiare Urbino, il Palazzo Ducale, il suo cortile, caratterizzato dall'armonia e dal perfetto ordine geometrico. Non si conosce chi sia l'autore dell'opera, attribuita a Luciano Laurana, colui che aveva concepito e dato vita al cortile. Altri la attribuiscono all'architetto e umanista Leon Battista Alberti, del quale sarebbe l'unica prova pittorica, ma alcuni anche a Piero della Francesca, probabilmente per la prospettiva, la luminosità e l'incredibile sensazione di pace e di silenzio di questo luogo misterioso, in cui l'unica forma di vita è una coppia di colombi, raffigurati sul primo edificio di destra.
Tutti i punti convergono verso l'ingresso del tempio, a pianta centrale, la cui porta socchiusa sembra invitarci ad entrare. È quasi un'anticipazione del dipinto del Perugino Consegna delle chiavi, situato nella Cappella Sistina, ancor di più dello Sposalizio della Vergine di Raffaello.

Nello stesso museo si può osservare la Flagellazione di Cristo, un'altra delle opere più importanti e misteriose di Piero della Francesca, eseguita per il duca Federico, databile al 1450 circa. Il suo significato non è ancora noto; nessuna delle interpretazioni riguardo ai tre uomini presenti a destra rispetto alla scena della flagellazione è risultata convincente. Nonostante il titolo, si nota evidentemente che la flagellazione non è il vero soggetto del dipinto, relegata sul fondo all'interno di un'architettura classica in cui vediamo Gesù alla colonna e a sinistra Pilato seduto sul suo trono. Vi è dunque un collegamento simbolico tra la scena di destra, in cui le figure presentano abiti contemporanei all'artista, e quella sullo sfondo. Il giovane uomo al centro è in qualche modo assimilabile al Cristo condannato. L'episodio si riferisce infatti, nell'ipotesi più probabile, a una guerra di fazione, una guerra politica dell'epoca che ha tolto la vita a questo giovane innocente, vittima delle vicende della storia, forse il fratellastro di Federico, Oddantonio, ucciso a soli diciassette anni in una congiura. Anche se non potremo mai conoscere quale sia il vero significato, resterà per sempre il fascino quasi ipnotico di questa silenziosa rappresentazione sospesa nel tempo.

Agli anni 1465 - 1472 risale il Doppio ritratto dei duchi di Urbino, visibile alla Galleria degli Uffizi di Firenze, in cui possiamo vedere il protagonista della Urbino quattrocentesca, Federico da Montefeltro, raffigurato di fronte alla moglie, mecenate capace di far divenire la città uno dei centri culturali più prestigiosi dell'età rinascimentale. Il ritratto è probabilmente privato, forse richiesto da Federico in ricordo dell'amata moglie, mancata prima di lui, come suggerisce il tono malinconico. Il paesaggio pieno di luce, nel quale l'occhio dello spettatore si perde, pone in risalto i soggetti dipinti, che non appaiono come esseri mortali, ma appartenenti all'eterno.


Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,
tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo Fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Così Dante nel XXXIII del Paradiso, nella preghiera alla Vergine, la donna che Dio scelse per dare al mondo l'unico Figlio, dipinta da Piero della Francesca come una ragazza bellissima e giovanissima, di appena diciassette anni, orgogliosa di mostrare all'osservatore il suo bambino, che le assomiglia moltissimo. È questa l'infinita eleganza e dolcezza della Madonna di Senigallia, del 1470 circa, opera che ci riporta alla Galleria Nazionale delle Marche.
L'artista immagina la scena a casa di Maria, circondata da due angeli, in un'ambientazione intima e familiare, dunque per pochi. Su di un ripiano, a destra, vediamo una culla con dei panni bianchi al suo interno, richiamo a Mosè, salvato dalle acque. Mosè è stato il primo legislatore, Gesù è l'ultimo e definitivo, che porta al mondo la nuova legge, quella dell'Amore.
Vi è infine un dettaglio poetico, la luce che filtra dalla finestra aperta, allusione alla verginità della Madonna. Gli antichi teologi dicevano infatti che così come il vetro si lascia attraversare dalla luce senza rompersi, così la Vergine venne concepita di Spirito Santo.

Il percorso si conclude a Milano, alla Pinacoteca di Brera, nella stessa stanza dove è custodito lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, con l'opera che sintetizza le esperienze artistiche e le caratteristiche di Piero della Francesca, la Pala di Brera o Pala Montefeltro, databile al 1472. Il committente, che già conosciamo dal ritratto degli Uffizi, è in ginocchio al cospetto di Maria, posta in trono con in grembo il Bambino e le mani giunte, al centro di un abside dalla perfetta prospettiva. Sopra di lei, da una conchiglia piena di luce, emblema della Venere e della bellezza, pende un uovo, simbolo della vita e dell'Immacolata Concezione. Attorno alla Vergine vediamo, da sinistra, San Giovanni Battista, San Bernardino da Siena, posto in secondo piano, San Girolamo, quattro angeli, San Francesco d'Assisi, alle cui spalle vi è San Pietro martire, predicatore appartenente all'Ordine dei domenicani, infine San Giovanni evangelista. L'edificio avvolge tutti i personaggi, monumentali nel loro essere portatori di un profondo mistero, al quale noi possiamo accostarci contemplando il dipinto.
È questa una delle ultime opere dell'artista, che morirà vent'anni dopo, segnato, secondo il Vasari, da una malattia agli occhi che gli impedì di lavorare. Si spense nella sua casa di Borgo Sansepolcro il 12 ottobre 1492, lo stesso anno di Lorenzo il Magnifico, lo stesso giorno in cui Cristoforo Colombo scoprì il Nuovo Mondo. Con Piero della Francesca si può dire che si conclude un'epoca gloriosa della nostra storia dell'arte, che tuttavia sarà il punto stesso di inizio per una nuova, per la quale il suo insegnamento sarà costantemente presente, immortale nei dipinti del Perugino, di Raffaello e in qualsiasi opera che possiede il valore più alto dell'arte, il silenzio, capace di esprimere quella parte divina e misteriosa del creato che, a parole, sarebbe impossibile descrivere.


La foto della Pala di Brera è stata scattata durante la mia visita alla Pinacoteca nell'agosto 2019.