Andrea del Sarto

Nato a Firenze il 16 luglio 1486, Andrea d'Agnolo, noto come Andrea del Sarto per la professione paterna, è stato un pittore del pieno Rinascimento che lavorò quando Michelangelo Buonarroti e Raffaello Sanzio, prima a Firenze e poi a Roma, cambiarono per sempre la storia dell'arte.
Eppure il critico aretino Giorgio Vasari, che da giovane fu un assiduo frequentatore della sua bottega, utilizza nelle Vite l'aggettivo "divino" per definirne lo stile pittorico, senza timore di servirsi di un termine attribuito tradizionalmente al Sanzio. Di più, il Vasari lo descrive sin dall'inizio come un "eccellentissimo" artista, "pittore senza errori", sostenendo come non avrebbe avuto alcun rivale se fosse stato dotato dalla natura di un diverso carattere. Quello che, secondo il biografo, non gli permise di eccellere fu infatti la timidezza del suo animo e un modo di fare dimesso, umile, improntato alla semplicità, Incapace di manifestare quella fierezza che, insieme al talento, lo avrebbero reso un genio acclamato, perse così l'occasione avuta con il trasferimento in Francia alla corte di Francesco I, che molto lo stimava, costretto dalla moglie, leggiamo nelle pagine vasariane, a fare rientro in patria: «il quale obligatissimo alla natura per uno ingegno raro nella pittura, se avesse atteso a una vita più civile et onorata e non trascurato sé et i suoi prossimi, per lo appetito d'una sua donna che lo tenne sempre e povero e basso, sarebbe stato del continuo in Francia, dove egli fu chiamato da quel re che adorava l'opere sue e stiamavalo assai, e lo arebbe rimunerato grandemente».
Maestro non solo del Vasari, ma anche del Pontormo e di Rosso Fiorentino, Andrea del Sarto si profila dunque come un pittore estremamente interessante la cui produzione è da tenere in grande considerazione perché in grado di farsi strada nel periodo artistico più alto del Rinascimento, basti pensare che all'inizio del Cinquecento, nella sua città, si trovavano sia Leonardo che Michelangelo, ai quali si aggiunse Raffaello poco più tardi.
Andrea del Sarto si formò nella bottega di Piero di Cosimo, pittore che da giovane aveva collaborato alla decorazione delle pareti laterali della Cappella Sistina, aprendosi in questi primi anni al gusto per la sperimentazione. Coltivando il proprio talento, esercitandosi di continuo, fu presto in grado di riassumere nei suoi lavori l'armoniosa relazione raffaellesca fra spazio e figure, ma anche la tecnica dello sfumato leonardesco per lo sfondo e i paesaggi.
Le sue notevoli capacità nel dipingere, con l'uso brillante dei colori e la sensibilità nel conferire i sentimenti alle figure, oltre che l'essere un esemplare disegnatore, lo resero uno dei più noti pittori cittadini, pronto a misurarsi con i grandi e, addirittura, a superarli. Quando infatti una Dichiarazione granducale precisò i nomi dei diciotto maestri le cui opere potevano essere esportate dalla Toscana solamente a seguito di approfondimenti, Michelangelo fu il primo nell'elenco, seguito da Raffaello, ma Andrea del Sarto era nientemeno che il terzo, con Leonardo solamente al sesto posto di questa particolare classifica volta alla difesa del patrimonio artistico.
Probabilmente stanco dello stile ricercato di Piero di Cosimo, si avvicinò a Francesco di Cristofano detto il Franciabigio, di due anni più anziano, col quale strinse un'amicizia che li portò ad aprire nella loro comune abitazione una piccola bottega, sebbene fossero ancora molto giovani.
Una delle prime commissioni per Andrea del Sarto fu la decorazione del Chiostrino dei Voti antistante la basilica della Santissima Annunziata di Firenze, vero e proprio scrigno di capolavori che, a partire dalla metà del Quattrocento, vide all'opera Alesso Baldovinetti, che si occupò della decorazione di una delle lunette del porticato, e successivamente Cosimo Rosselli. Oltre ad Andrea del Sarto vi lavorarono, sebbene in minor parte, i suoi due allievi principali, vale a dire Pontormo e il Rosso, ma anche lo stesso Franciabigio.
In un affresco come la Natività della Vergine, l'artista dichiara il suo omaggio alla pittura quattrocentesca ed in particolare ad un autore come Domenico Ghirlandaio, il quale aveva dato vita, nella cappella Sassetti della chiesa di Santa Trinita prima e nella cappella Tornabuoni di Santa Maria Novella poi, a poetici racconti ambientati in precise strutture architettoniche, splendidi paesaggi o in raffinate scene domestiche qui riprese dal giovane pittore.

L'opera è datata al 1514 e firmata nella parte sinistra del dipinto, sopra il camino, dove un tenero bambino riscalda le sue mani. Altre figure affettuose sono la levatrice pronta a lavare la piccola Maria e la donna che piega i panni per asciugare la neonata, mentre al centro della composizione, vestita di rosso, vi è una dama che, riferisce il Vasari, dovrebbe essere la moglie di Andrea del Sarto. Sullo sfondo si intravede un pensieroso Gioacchino che osserva la moglie Anna partoriente.

Natività della Vergine - Domenico Ghirlandaio - 1490 circa - Firenze, basilica di Santa Maria Novella

Nel Viaggio dei magi si riconoscono invece le influenze pittoriche di Raffaello e Michelangelo, che ebbe modo di studiare grazie ad un viaggio a Roma compiuto insieme ai suoi allievi Pontormo e Rosso Fiorentino. Si notano anche la tecnica dello sfumato leonardesco e la citazione del corteo che si perde all'orizzonte, ripresa dall'affresco di Benozzo Gozzoli custodito nella cappella dei Magi di palazzo Medici Riccardi. Proprio nel corteo, in lontananza, si può scorgere una giraffa, ricordo del dono fatto qualche anno prima dal sultano d'Egitto al Magnifico Lorenzo. L'animale morì presto a causa del freddo, tuttavia rimase a lungo nella memoria dei cittadini. All'estrema destra si possono infine riconoscere due personaggi dagli abiti contemporanei, che sono Andrea del Sarto stesso e, in primo piano rivolto verso lo spettatore, il suo amico architetto Iacopo Sansovino.

Sempre per la basilica della Santissima Annunziata realizzò una tavola dalle piccolissime dimensioni, raffigurante il Redentore, adibita a decorazione dello sportello del tabernacolo. L'opera, «tanto bella che io per me non so se si può imaginare da umano intelletto, per una testa d’un Cristo, la più bella», scrive Vasari, è intrisa di bellezza e mistero. Gesù, che non è benedicente, ha le mani raccolte vicino al suo cuore, mentre volge lo sguardo, malinconico e intenso, verso chi lo guarda. Sulla mano si vede la ferita del chiodo della croce, alludendo al Sacrificio e all'ostia consacrata conservata dietro all'immagine.

Presso la Galleria degli Uffizi si può osservare un dipinto, originariamente destinati alla chiesa di San Gallo a Firenze, distrutta nel 1529. L'artista riflette sull'episodio carico di significato teologico del Noli me tangere, dove Cristo, vittorioso sulla morte, appare alla Maddalena. La donna, che ha riconosciuto il Signore dopo essere stata chiamata per nome, cerca allora di abbracciarlo, ma è fermata da Gesù.
«Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre mio; ma va' dai miei fratelli e dì loro: Sto ascendendo al Padre mio e al Padre vostro, al Mio Dio e al vostro Dio».

Questo raffinato lavoro valse al pittore la committenza di altre due tavole, conservate alla Galleria Palatina di palazzo Pitti. La prima è una Annunciazione ambientata dinanzi ad un edificio classicheggiante di gusto romano, dietro al quale si notano delle rovine. La Vergine è a sinistra, in una posa solenne che è turbata dall'arrivo inaspettato dell'arcangelo Gabriele, in primo piano, dietro al quale si vedono altri due angeli, solitamente assenti nell'iconografia classica di tale episodio. Ancor più singolare è quanto avviene sullo sfondo, dove si scorge un uomo seduto sui gradini, il quale viene osservato dai due misteriosi personaggi che si affacciano dal terrazzo. Secondo un ipotesi si tratterebbe dei profeti Isaia e Michea, che nell'Antico testamento avevano annunciato l'Incarnazione e che ora indicano l'uomo che è la prefigurazione di Cristo, prossimo a incarnarsi nel seno della Vergine Maria.

L'altra pala, la terza per la chiesa di San Gallo, è la Disputa sulla Trinità, realizzata tre anni più tardi, intorno al 1517, che riunisce alcuni santi intenti a conversare su questioni religiose sotto lo sguardo di Dio Padre che sorregge il Figlio crocifisso. In primo piano, inginocchiati, vi sono San Sebastiano e Maria Maddalena, mentre più in alto, da sinistra a destra, Sant'Agostino, San Lorenzo, quasi intimidito dall'autorevolezza dei partecipanti alla discussione e con in mano la graticola simbolo del suo martirio, San Pietro martire, con l'abito domenicano, e infine San Francesco d'Assisi, che si riconosce dall'abito e dalle stigmate.

Agli Uffizi è custodita quella che i manuali ritengono la tavola più nota e importante nella produzione di Andrea del Sarto, ossia la Madonna delle arpie, databile sempre intorno al 1517 e firmata poeticamente sul basamento, sopra il quale Maria si erge come una colonna nella sua magnificenza, tenendo in braccio il suo Bambino. «La qual figura tiene in collo il Figliuolo, che con attitudine bellissima la strigne con le braccia tenerissimamente, e l'altra tiene un libro serrato guardando due putti ignudi, che [...] le fanno intorno ornamento», afferma Vasari.
La Vergine, connotata da una classicheggiante fierezza, appare tuttavia turbata nel suo gesto di chinare lo sguardo, espressione che contrasta con la monumentalità della sua figura. Anche il piccolo Gesù è irrequieto e cerca la protezione materna. Ai loro piedi i due angioletti sembrano ripararsi e temere un pericolo imminente, mentre i santi raffigurati ai lati sono San Francesco e San Giovanni evangelista. Il curioso nome dell'opera deriva dal Vasari, che interpretò come arpie le creature che si vedono sul basamento, ma che sono in realtà locuste. La scelta di inserire questi animali in una sacra conversazione è dovuta probabilmente ad un passo del libro dell'Apocalisse, che Giovanni tiene tra le mani. Le pose scultoree delle figure, memori della lezione michelangiolesca, risentono con molta probabilità dell'amicizia che l'artista strinse con Iacopo Sansovino, architetto e scultore fiorentino che divenne celebre per i suoi lavori a Venezia.

Da ricordare di Andrea del Sarto è infine un Cenacolo, visibile presso la chiesa di San Michele in San Salvi a Firenze e databile agli anni fra il 1526 e il 1527, che si inserisce in una precisa tradizione rinascimentale fiorentina, vale a dire la decorazione del refettorio dei maggiori conventi cittadini con l'affresco dell'Ultima Cena, filo rosso della grande pittura quattrocentesca che unisce Andrea del Castagno, il Ghirlandaio e Pietro Perugino, per arrivare sino agli anni Venti del XVI secolo proprio con Andrea del Sarto.
Emblematica testimonianza del valore dell'artista è invece il Ritratto di Leone X, copia del più celebre dipinto raffaellesco. Il quadro, databile al 1525 ed oggi al Museo nazionale di Capodimonte a Napoli, fu protagonista di un curioso episodio, narrato dal Vasari, che vide coinvolto il duca di Mantova Federico II Gonzaga, il quale rimase affascinato dal capolavoro raffaellesco mentre passava per Firenze, dove allora si trovava il ritratto, percorrendo la strada che lo portava verso Roma, in visita all'allora pontefice Clemente VII Medici. Giunto nell'Urbe, chiese in dono il dipinto al papa, il quale accettò pur essendo un'opera legata alla sua famiglia in cui egli stesso era raffigurato, accanto a Leone X, quando ancora era un giovane cardinale. Dispiaciuto nel perdere un tesoro tanto prezioso si mostrò invece Ottaviano de' Medici, che aveva l'opera nel suo palazzo, al punto di commissionarne ad Andrea del Sarto una copia identica, da destinare al signore mantovano, così da tenere a Firenze l'originale del Sanzio.
«Era in casa Medici in Fiorenza quel ritratto di Papa Leone et il Cardinal Giulio de' Medici col reverendissimo Rossi fatto dal grazioso Raffaello d'Urbino, il quale a Federigo secondo Duca di Mantova ne 'l suo passare da Fiorenza che andava a visitare Clemente VII, vedendolo sopra una porta, piacque sì straordinariamente, che pensò farselo suo, massime ch'egli era vaghissimo delle pitture eccellenti; e ne 'l suo visitare il papa, gnene chiese in dono, e da Clemente gli fu largito liberalissimamente. [...] Rincrebbe grandissimamente a messere Ottaviano il privar Fiorenza d'una pittura tale. [...] E subito, [...] mandato per Andrea, che sapeva quanto e' valeva nella pittura, segretamente li disse come il quadro doveva partire, ma che non ci era altro rimedio, che contraffarne un simile con ogni diligenzia, e farne presente al duca, con ritenere nascosto quel di Raffaello».
Quello che più sorprende, conclude il Vasari, è che se il duca di Mantova, intenditore di arte ma non come poteva essere un pittore, era certo che quello fosse l'originale, nemmeno il suo artista di fiducia, Giulio Romano, che per di più aveva lavorato nella bottega di Raffaello, si accorse di trovarsi dinanzi ad una copia, rassicurandolo dell'ottimo dono ricevuto.
L'episodio è la sintesi perfetta della carriera e del valore di un pittore come Andrea del Sarto, che si spense il 29 settembre dell'anno 1530.

Bibliografia

  • Andrea del Sarto - Ludovica Sebregondi - Giunti
  • Le Vite de' più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri - Giorgio Vasari - Einaudi
  • Arte in primo piano. Manierismo, Barocco, Rococò - Giuseppe Nifosì - Editori Laterza
  • Disegno e analisi grafica - Mario Docci - Editori Laterza