Il Barocco

Si può definire "barocca" tutta quella fase dell'arte italiana che ebbe inizio a Roma nei primi del Seicento e che raggiunse l'apice durante il pontificato di Urbano VIII, dunque tra gli anni che vanno dal 1595 al 1680 circa, con autori come Annibale Carracci, Caravaggio, Pietro da Cortona e Gian Lorenzo Bernini.

Il termine "barocco" ha un'etimologia controversa: con l'avvento della cultura umanistica e fino al Settecento questa parola ebbe una notevole fortuna europea come sinonimo di ragionamento capzioso, ossia volto a trarre in inganno. A livello artistico fu usato per la prima volta verso la fine del Settecento dai teorici di orientamento neoclassico per definire una corrente stilistica caratterizzata da forme bizzarre, modi esuberanti e dall'eccesso di ornamenti. Gli amanti del bello ideale assegnarono alla parola un'evidente connotazione negativa; solo più tardi essa si estenderà a comprendere le manifestazioni di tutto il Seicento in ambito artistico, ma anche letterario, musicale e culturale in generale. In Francia, infine, esisteva l'aggettivo "baroque" sin dal Cinquecento per indicare le perle di forma irregolare, termine consacrato dai vocabolari accademici dell'età di Luigi XIV.

Il barocco cominciò con l'affermazione romana di Caravaggio e Annibale Carracci. Se si vogliono trovare delle opere simboliche e una data di riferimento si potrebbero indicare la Galleria Farnese del Caracci e la Cappella Contarelli di Caravaggio nella bellissima chiesa di San Luigi dei Francesi, situata tra il Pantheon e piazza Navona, arrotondando al 1600 come data di inizio, anno su cui esse gravitano. In queste opere della maturità di Caravaggio e Carracci sono infatti già contenute quelle innovazioni e caratteristiche che si svilupperanno appieno durante il nuovo secolo con Rubens, Bernini e il Cortona.

La cappella Contarelli con le scene di San Matteo.

Un'opera imprescindibile per accostarsi al barocco è sicuramente Le Vite de' pittori, scultori et architetti moderni di Giovan Pietro Bellori, pubblicata nel 1672. Essa tratta di quella quarta età dell'arte italiana profetizzata da Giorgio Vasari nel 1568, celebre biografo di cui il Bellori è considerato l'equivalente di epoca barocca nonché il degno erede.

Giovan Pietro Bellori in un ritratto di Carlo Maratta.

Il critico aretino riteneva che a Cimabue e Giotto si doveva la prima rinascita dell'arte dopo la lunga parentesi medievale; la seconda età era quella di Filippo Brunelleschi, Donatello e Masaccio; la terza infine era quella che toccò l'apice grazie a Leonardo da Vinci prima, Raffaello Sanzio e Michelangelo Buonarroti. Vasari ci narra le biografie di tutti questi geni, lasciando intendere dell'avvento di una quarta età che sarebbe stata scritta come proseguimento del proprio volume.
«Io già mi rallegro di vedere queste arti arrivate al supremo grado della lor perfezione a Roma, ornata di tanti e sì nobili artefici spero che chi verrà dopo di noi arà da scrivere la quarta età del mio volume, dotato d'altri maestri, d'altri magisterii che non sono i descritti da me».
In questo senso Le Vite del Bellori sono la quarta età dell'opera vasariana, un'età che troverà non poche difficoltà nell'affermarsi e nel trovare un autore di riferimento, dato che un artista come Rubens, per esempio, non lavorò molto nella città eterna e in generale la sua rivoluzione pittorica non toccò in modo determinante l'Italia, così come Federico Barocci, possibile redentore delle arti, fu vittima del lento e malinconico tramonto dello splendore della città di Urbino, culla della cultura rinascimentale.
In questo periodo di transizione e di incertezze la Divina Provvidenza, scrive Bellori, mandò sulla terra il vero salvatore dell'arte, vale a dire Annibale Carracci, novello Raffaello per opera e fecondità della propria scuola.

La volta della Galleria Farnese con gli affreschi del Carracci.

Inevitabile è il confronto fra gli autori seicenteschi e le grandi personalità del Cinquecento. Se il Carracci è dunque Raffaello, il Barocci e Giovanni Lanfranco sono, in modi diversi, due nuovi Correggio, mentre Caravaggio è Giorgione, Van Dyck è Tiziano, ma molte altre corrispondenze possono essere trovate.
La grandezza di questi artisti del XVII secolo fu quella di misurarsi con geni celebrati in tutta Europa ed eterni capolavori, riuscendo a donare nuova linfa all'arte dopo che Raffaello e Michelangelo, per citare i due principali, le avevano donato la vita.

Curioso è il fatto che nelle Vite del Bellori manchino il Bernini, indiscusso protagonista del secolo, il Cortona, anch'egli appena citato, e infine Francesco Borromini, addirittura del tutto ignorato. Il motivo di queste grandi esclusioni si può capire forse dal fatto che Bellori si occupò poco di architettura, in quanto secondo la sua teoria bisognava imitare sempre l'antico, mentre gli architetti barocchi, accusati di ignoranza storica, sviluppavano autonomamente nuove idee. Per quanto riguarda la scultura bisogna dire invece che nel Seicento era ancora la pittura ad essere considerata l'arte superiore a tutte le altre. La scultura si era fermata ai capolavori michelangioleschi e di Giambologna, senza che un altro artista fosse riuscito ad imporsi come nuovo punto di riferimento. Bellori inserisce così nella sua opera solamente le vite degli scultori François Duquesnoy, fiammingo, e Alessandro Algardi.

Una delle questioni ancora aperte inerenti al barocco è sicuramente quella della sua fine; se per l'inizio si sono potute definire delle coordinate è invece più complesso capire quando questa corrente artistica si trasformò nel Rococò, allo stesso modo in cui il Manierismo era subentrato al Rinascimento. Sia Vasari che il Bellori avevano posto la loro attenzione alla città di Roma, cuore della pittura e della scultura in età moderna, visione che vedrebbe il Barocco durare relativamente poco, per un "secolo breve" il cui tramonto si avrebbe già con la scomparsa di Borromini (1667) e di Pietro da Cortona (1669), per concludersi definitivamente nel 1680 con la morte del Bernini.
Da questo momento si aprì una nuova fase che sostituì il barocco, passando dal contesto romano di pieno Seicento (1600-1680), ad una fine di secolo e ad un inizio di Settecento nel quale si sviluppò uno stile completamente nuovo, che non può rientrare nella "quarta età" di vasariana memoria, in cui le città di Venezia e Parigi presero il posto di Roma.

Un ritratto dell'anziano Bernini realizzato intorno al 1675 dall'allievo Giovan Battista Gaulli.

Le opere

A metà del Seicento, nell'anno 1651, fu aperta al pubblico la Cappella Cornaro nella chiesa di Santa Maria della Vittoria, dove a sinistra dell'altare è custodita l'Estasi di Santa Teresa, uno dei capolavori assoluti del Bernini, simbolo di tutta l'arte barocca, che come ricorda Filippo Baldinucci, "il Bernino medesimo era solito dire esser stata la più bell'opera che uscisse dalla sua mano".

Santa Teresa, abbandonata in estasi su una nuvola, è trafitta dall'angelo con un dardo, simbolo dell'Amore di Dio, ed è illuminata dalla luce che proviene dall'alto, da una finestra nascosta, propagandosi sui raggi dorati. È un colpo di scena tipicamente barocco, con la luce naturale che si trasforma in luce divina.

La necessità di includere i ritratti dei membri della famiglia Cornaro, committenti dell'opera, divenne per il Bernini l'occasione di dare profondità allo spazio, in un suggestivo effetto di illusione la cui concezione richiama l'abside di Donato Bramante nella chiesa di San Satiro a Milano.
L'evento mistico e privato diviene così una vera e propria scena teatrale alla quale assistono increduli i personaggi sui palchetti laterali, intenti a discutere tra loro. Allo stesso tempo anche noi che osserviamo l'opera ci troviamo direttamente coinvolti nella scena, senza fiato dinanzi a un capolavoro sospeso tra realtà e trascendenza, in quell'attimo eterno che è il carattere identitario del barocco.

Di primaria importanza è proprio l'analisi del ruolo dello spettatore nei capolavori degli artisti barocchi, Bernini e Caravaggio su tutti. Nella Madonna dei Pellegrini il Merisi trasformò la pala d'altare nella porta della casa della Vergine, la quale esce incontro ai pellegrini inginocchiati al suo cospetto ma anche a tutti noi fedeli in contemplazione della tela.
In perfetta aderenza teologica, Maria è dipinta come la porta che fa da tramite fra il cielo e la terra, il divino e l'umano. Caravaggio agisce direttamente sulla psicologia dell'osservatore, riuscendo a dare la sensazione che la Vergine esca per ognuno di noi e proprio nel momento esatto in cui guardiamo l'opera.
Non tutti gli storici dell'arte definiscono barocco questo quadro, realizzato nel 1605 circa, ma certamente esso contiene tutti quegli elementi che caratterizzeranno il nuovo secolo. Caravaggio, come il Bernini, indaga i piani di realtà e illusione, mescola la storia sacra con il ritratto e la visione con il naturale, fissa per sempre un attimo preciso e infine si appella ai sentimenti dello spettatore.

Sono diverse le influenze che il movimento del barocco ha lasciato nella modernità e sicuramente i primi passi che portano verso la concezione artistica e architettonica moderna nascono proprio dalla Roma di Bernini, Borromini e Cortona. Innanzitutto il barocco lo sentiamo a noi vicino in quanto si sviluppò in un contesto, quello di inizio XVII secolo, nel quale l'uomo si sentiva profondamente smarrito e non era più, come nel Rinascimento, al centro del cosmo, misura di tutte le cose. Diviso fra incertezze e paure, l'uomo si interrogava su domande ancora vive in noi, come la ricerca di Dio e di un senso esistenziale. Segnato da una profonda sensazione di precarietà e di morte, il nuovo secolo fu caratterizzato da numerose guerre, epidemie di peste, nonché esecuzioni pubbliche utilizzate dalla Chiesa come efficace strumento di conversione e monito contro il peccato. Tutto questo si riflette nell'arte barocca ed in particolare nei monumenti funebri del Bernini, severi avvertimenti ai vivi e non più solenni opere celebrative per il defunto come nel Cinquecento.
Nel Monumento ad Alessandro VII nella basilica di San Pietro è lo stesso pontefice a porsi umilmente in atteggiamento di preghiera, consapevole di essere giunto ormai al momento estremo della propria vita, mentre la figura della morte sotto di lui, con in mano una clessidra, solleva il morbido drappo rosso che copre la porta dell'aldilà, avvertendo ognuno di noi che prima o poi quel giorno arriverà inesorabile.

Altro aspetto moderno del barocco è certamente l'estetica del brutto, concetto che si sviluppa sino ai nostri giorni e che deriva direttamente da Aristotele, il quale affermava nella Poetica che "anche di ciò che ci dà pena vedere nella realtà godiamo a contemplare la perfetta riproduzione". Si può trovare dunque il bello nell'imitazione delle cose brutte, ridicole o orribili, in quanto, come scrisse il poeta Giovan Battista Marino: "spesso l'orror va col diletto".
Una delle conseguenze più interessanti di questa estetica del brutto è la nascita, proprio durante il barocco, della caricatura in senso moderno. La parola "caricatura" è usata per la prima volta nel 1646 per definire quella tecnica grafica che esagera, aumenta e "carica" appunto i difetti fisici più evidenti di un soggetto.

Ultimo elemento che collega questa corrente artistica alla modernità è la ricerca dell'opera d'arte totale, capace di coniugare architettura, scultura, pittura e scenografia, un'idea di cui il più autorevole esempio è la Cattedra di San Pietro nell'abside della basilica vaticana, un'apoteosi che asserisce il primato del Papato. Per questo tipo di capolavoro Filippo Baldinucci coniò nel 1682 il termine di "bel composto", che nell'Ottocento divenne, in lingua tedesca, "Gesamtkunstwerk", opera d'arte totale, ricerca che impegnò anche autori più recenti quali Richard Wagner o Gabriele d'Annunzio.

Dinanzi ad un'opera d'arte totale ci troviamo anche nella chiesa dei santi Domenico e Sisto, dove nell'altare della cappella Alaleona il Bernini, con la collaborazione del suo allievo prediletto Antonio Raggi, progettò intorno al 1649 un luogo tipicamente barocco nel quale il gruppo scultoreo del Noli me tangere risalta come su un palcoscenico teatrale. Unendo con sapienza e assoluta genialità architettura, scultura e pittura, con la presenza dell'affresco che diviene lo sfondo della scena, Bernini rapisce lo sguardo del visitatore dando la sensazione che un accadimento prodigioso si stia verificando a poca distanza da lui. Il tutto è reso dalla luce che, come sperimentato nella cappella Cornaro, entra dall'alto illuminando di luce divina la scena. Il dinamismo dell'opera è ben espresso dal grande arcangelo posto in controluce dinanzi alla vetrata, che sembra irrompere all'improvviso facendo quasi ruotare le colonne ed aprendo il sipario sulla scultura in primo piano. Noi tutti, come la Maddalena posta in ginocchio dinanzi al Cristo risorto, rimaniamo increduli al cospetto di tale visione e diveniamo parte del miracolo: capacità unica dell'arte barocca.

Non può essere omessa tra le grandi opere d'arte barocche l'Estasi della beata Ludovica Albertoni, custodita nella chiesa di San Francesco a Ripa, l'ultima sublime illusione berniana datata tra il 1671 e il 1674, un "bel composto" unico per teatralità e altezza espressiva. L'artista, come già aveva fatto nella cappella Cornaro, donò un incredibile senso di profondità alla composizione nonostante il piccolo spazio, riuscendo ad inglobare nella propria scenografia anche la tela dell'allievo Giovan Battista Gaulli raffigurante la Madonna col Bambino e Sant'Anna. L'attenzione dell'osservatore si pone così sul contrasto tra la scultura e il dipinto. Il candore del marmo risalta proprio grazie ai colori più cupi della tela, raffigurante un dolce momento di vita familiare tra la Vergine ed il piccolo Gesù. L'armonia del dipinto si contrappone anche al movimento concitato delle vesti della beata e al drappo, tra la scultura e l'altare, che ricorda quello del monumento funebre ad Alessandro VII.
L'effetto di maggiore fascino è però, ancora una volta, quello della luce, proveniente da due finestre alla destra e alla sinistra della composizione, ma nascoste alla vista dello spettatore. Il fedele che cammina nella navata viene così rapito, come d'incanto, dalla visione della scultura, convinto di essere capitato nel momento esatto di un evento straordinario, quando il divino incontra l'umano irradiando la sua anima di luce eterna.

Un'ultima opera significativa, sebbene meno nota, per comprendere l'estetica barocca berniniana, qui portata al suo punto più estremo, è l'Estasi di Santa Caterina da Siena di Melchiorre Cafà, datata intorno al 1665 e custodita nella chiesa di Santa Caterina a Magnanapoli.
Il raffinatissimo altorilievo in marmo bianco di Carrara è l'unica composizione attribuita con certezza a questo artista dalla brevissima esistenza, portatore di un linguaggio modernissimo e innovativo. La santa, che sconfina dai limiti della cornice, ascende al cielo rapita dall'amore per il suo sposo mistico, in un evidente richiamo all'Estasi di Santa Teresa del Bernini.
Portata in trionfo su una nuvola da alcuni putti, Santa Caterina è avvolta da un mare di luce che si stenta a credere possa derivare da uno sfondo marmoreo, dal quale Cafà seppe ricavare un tramonto color oro sfruttando tutte le potenzialità cromatiche della pietra d'alabastro. Questo tocco prodigioso, a cui si aggiungono la posa scenografica e l'incredibile morbidezza dei panneggi, ci permette di capire gli esiti più alti della corrente barocca e quanto essa avrebbe potuto esprimere ancora se Cafà fosse vissuto più a lungo.
Il Barocco fu invece un secolo breve, ricchissimo, vissuto in un istante d'eternità, come la sua essenza più profonda, capace di rendere Roma la città più bella del mondo.


Note

Le foto della cappella Contarelli, dell'Estasi di Santa Teresa e del Monumento ad Alessandro VII sono state scattate durante il mio viaggio a Roma nel febbraio 2019.

Bibliografia

Il Barocco - Tomaso Montanari - Einaudi

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