Giovanni Lanfranco

Nato a Parma nel 1582, dove poté ammirare gli affreschi del Correggio, protagonista della città emiliana, Giovanni Lanfranco fu uno dei pittori più rappresentativi del barocco romano.
Il termine barocco ha un'etimologia controversa: a livello artistico viene usato per la prima volta verso la fine del Settecento dai teorici di orientamento neoclassico per definire una corrente stilistica caratterizzata da forme bizzarre, modi esuberanti e dall'eccesso di ornamenti. Gli amanti del bello ideale assegnano alla parola un'evidente connotazione negativa; solo più tardi essa si estenderà a comprendere le manifestazioni di tutto il Seicento in ambito artistico, con le opere di Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini, Pietro da Cortona, ma anche letterario, musicale e culturale in generale.

Nel 1602 Lanfranco si recò a Roma seguendo Annibale Carracci, di cui fu allievo, aiutandolo in varie commissioni e imparando da lui la nobile professione della pittura, potendo assistere per esempio alla decorazione della straordinaria volta della Galleria Farnese.
Lavorò poi con Guido Reni per papa Paolo V Borghese, tuttavia alla morte del pontefice il ruolo del pittore era ancora quello di comprimario in quanto Gregorio XV gli preferiva Guercino e Domenichino.

Ritratto di Paolo V - Caravaggio - 1605 - Roma, Palazzo Borghese

A seguito di una breve assenza da Roma riuscì pian piano ad imporsi nel prestigioso palcoscenico della città eterna arrivando ad essere il vero grande precursore dell'arte barocca che si svilupperà nel pieno Seicento. A Lanfranco si deve infatti lo sviluppo della concezione illusionistica dello spazio. Il conclamato successo avvenne tra il 1625 e il 1627 con la decorazione della cupola della basilica di Sant'Andrea della Valle, regnante papa Urbano VIII Barberini.
Al tempo la cupola progettata dall'architetto Carlo Maderno era la più alta di Roma dopo quella della basilica di San Pietro, per tale motivo l'impresa del Lanfranco ci permette di capire quanto può essere in grado di fare un solo artista, affrontando enormi difficoltà e superando sé stesso, sensazione simile a quando contempliamo gli immortali affreschi di Michelangelo Buonarroti nella Cappella Sistina. Dopo Lanfranco solamente Pietro da Cortona si cimentò nella decorazione di una superficie di dimensioni altrettanto notevoli, vale a dire il soffitto del salone Barberini con il Trionfo della Divina Provvidenza.

L'Assunzione della Vergine trae ovviamente ispirazione dall'analogo soggetto del Correggio nel Duomo di Parma, tuttavia i personaggi, assiepati nei due cerchi concentrici, si moltiplicano e gli scorci si fanno più arditi. Il senso di movimento e di instabilità, con la cupola che sembra ruotare in un vortice verso il cielo, sostituisce così l'armonia rinascimentale. Tale novità ripresa dal Correggio e introdotta a Roma dal Lanfranco avrà grande seguito fra i contemporanei e per tutti il secolo della grande stagione barocca.

Così la descrive, in modo magistrale, il biografo Giovan Pietro Bellori nel 1672: «Siede in mezzo la Vergine, alzata sopra un trono di nubi e di angeli, vestita di porpora, col manto di color celeste che dalle spalle si avvolge al seno; e quasi tirata e rapita dalla divinità solleva il volto e le braccia verso il figliuolo, che luminoso scende ad incontrarla. Nel primo ordine di quella grande sfera stanno i santi fra candide nubi chi a sedere, chi giacente, e chi si solleva applaudendo al trionfo della gran genitrice; quindi con alterni intervalli d'aria e di luce apresi il paradiso da rosseggianti, splendide nubi, in lieta armoniosa gloria d'angeli, che si ristringono verso il punto in cori di giovinetti e fanciulli a sedere, li quali abbagliati in splendidi riflessi spiegano note e canti, con flauti, viole, timpani e varii musici strumenti. Nella sommità si allontanano in più brevi giri, e fra' dorati lumi maggiori si addolciscono in un'ultima luce, ove risplendono teste di cherubini, con insensibili dintorni; tantoché la soavità del colore fa sentire la melodia celeste nel silenzio della pittura. Siché, frangendosi la luce del sommo, sparge sopra di esse i suoi raggi, conforme la degradazione, con tal modo e misura tra i termini del maggior lume e del maggior oscuro opposti che forma la soavità e 'l rilievo de' corpi in somma unione delle parti, e senza divisione si distinguono insensibilmente. In tal modo fra quei spaziosi campi ogni figura ha rilievo, ma svaniscono li dintorni mostrando solo qualche termine di colmo, senza alcun profilo di superficie. Onde con ragione questa pittura è stata rassomigliata ad una piena musica, quando tutti li toni insieme formano l'armonia; perché allora non si osserva minutamente particolar voce alcuna, ma piace il misto e l'universale misura e tenore del canto. E sì come in questa sorte di musica si richiede all'orecchio una maggiore distanza, così il colore lontano si unisce e riesce soavissimo all'occhio.
Rapisce certamente al cielo l'armonia di così stupendo dipinto, e nel mirarlo trascorre per l'ampia mole non mai stanco l'occhio e 'l pensiero, restandone immortale il nome del pittore, che non meno ha emulato che imitato il gran Correggio, tirando da una patria e da un cielo gli stessi influssi».

La cupola del Correggio a Parma.

Degna di nota è anche la bellissima tela del 1622, custodita a Firenze presso palazzo Pitti, raffigurante l'Estasi di Santa Margherita da Cortona, un dipinto di estrema importanza soprattutto per quanto riguarda la figura della santa, la cui espressione, la posa ed i vestiti ispirarono qualche anno dopo il Bernini della cappella Cornaro.

Nell'anno 1631 si trasferì a Napoli, dove nel Duomo realizzò un altro straordinario affresco nella cupola della cappella del Tesoro, il Paradiso, lavoro che lo impegnò tra il 1641 e il 1643. Del pittore era nota infatti la velocità d'esecuzione, come scrisse il Bellori: "Non ebbe mai a pentirsi di lentezza di mano e d'ingegno". Le storie dipinte nei quattro pennacchi sono invece opera di Domenichino, rivale dell'artista.

La cupola richiama ovviamente quella romana e concentra nello spazio, se possibile, ancor più personaggi, santi e beati riuniti tra le soffici nuvole in un turbine di gloria al cui centro si staglia la figura dell'Eterno. Più in basso, sui due lati opposti, si riconoscono la Vergine Maria e Cristo benedicente, al cui cospetto si inginocchia San Gennaro, patrono della città.
Rientrato a Roma nel 1646, Lanfranco si spense l'anno seguente.


Note

La foto della cupola del Correggio è stata scattata durante il mio viaggio a Parma nel settembre 2021.

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