Gabriele d'Annunzio

Nato a Pescara nel 1863, Gabriele d'Annunzio è stato uno dei pochi scrittori italiani del Novecento ad avere fama europea, l'ultimo dei nostri grandi poeti capace di imporsi come modello imprescindibile. Tutti i poeti successivi, afferma Eugenio Montale, dovettero infatti "attraversarlo", cioè fare i conti con la sua opera.
Il suo raffinato estetismo lo rese uno dei più noti esponenti del Decadentismo europeo. Per estetismo si intende l'atteggiamento che porta a cercare gli aspetti artistici anche nella vita quotidiana; vivere dunque la propria esistenza come un'opera d'arte, seguendo il culto della Bellezza come valore supremo, definizione tratta dal suo romanzo più celebre, Il piacere. L'esteta si esprime attraverso la sua produzione artistica, ma anche con i suoi comportamenti, i suoi modi di vivere, l'abbigliamento e i luoghi che è solito frequentare. D'Annunzio si fece largo nella mondanità romana con uno stile di vita calcolato con estrema precisione, dall'abbigliamento alle avventure amorose fatte apposta per incuriosire la stampa. Le stesse poesie e opere che pubblicava sembravano create apposta per far parlare di sé. Fu così il primo in Italia a capire l'importanza delle nuove comunicazioni di massa. Già quando era molto giovane, all'inizio del successo, sparse infatti la notizia della propria morte per ottenere qualche necrologio sui giornali.

Nell'ultimo ventennio dell'Ottocento si sviluppò in Europa il Decadentismo, movimento artistico - letterario che s'impose ufficialmente a partire dal 1883, quando Paul Verlaine pubblicò il sonetto Languore (Langueur) sulla rivista Le Chat Noir, "Il gatto nero".
Il termine decadentismo ha un duplice significato: quello negativo, usato dalla critica in senso dispregiativo, riferito alla nuova generazione dei poeti maledetti che davano scandalo ponendosi in netto contrasto con la società borghese; e quello positivo, rivendicato in seguito dai poeti stessi, inteso come nuovo modo di pensare.
Nel complesso panorama culturale e letterario di fine Ottocento, il Decadentismo deriva da un momento di crisi, di decadenza appunto della società dovuto alla sfiducia nel Positivismo e nella scienza. Gli intellettuali e gli scrittori reagiscono in modo non omogeneo a questa crisi, condividendo alla base la consapevolezza di una loro distanza incolmabile dalla massa. Il grande poeta francese Charles Baudelaire si sente completamente emarginato e sradicato dal tempo, costretto a misurarsi con la nuova condizione dell'artista che ha perso la sua aureola poetica in una società che ha degradato l'arte a merce, attribuendole valore soltanto con il successo sul mercato. Anche un autore come Émile Zola si mostra consapevole di tale degradazione; d'Annunzio, invece, apparentemente la rifiuta, ribadendo il valore assoluto e supremo della Bellezza. Il desiderio di stare dalla parte dei privilegiati e dei vincenti era proprio ciò che celava il rifiuto di prendere atto della degradazione sociale subita dalla figura dell'artista nella moderna società borghese.
In Italia Giovanni Pascoli reagì a questa crisi della funzione e del ruolo del poeta cercando di difendere e mantenere l'aureola che Baudelaire aveva invece smarrito nella folla delle strade parigine. Per farlo Pascoli si concentrò su quella parte dell'umano che chiamò fanciullino, sforzandosi di valorizzare il suo punto di vista sul mondo, ritenendolo fondamentale. La poesia nasce proprio se si guarda la realtà con gli occhi di un bambino, dalla capacità di stupirsi di fronte alla vita. Il poeta è un eterno fanciullo che, anche se adulto e maturo, sa mantenere dentro sé la sua parte infantile e non la soffoca dalla ragione.
Anche Giosuè Carducci cercò di restituire dignità alla poesia educando moralmente attraverso l'arte e rilanciando un'idea della poesia alta e classicista, in grado di sensibilizzare riguardo i problemi politici e sociali.
D'Annunzio reagiva invece con un'idea più moderna in cui il poeta era un "superuomo" in virtù delle sue doti di esteta, uomo raffinato e mondano. Il termine è ripreso da Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche, uno dei filosofi preferiti da d'Annunzio. Il superuomo è sia un modello di umanità futura che, soprattutto nell'idea dannunziana, il singolo individuo in grado di realizzare pienamente se stesso, seguendo una propria etica personale, in contrasto con la società.

Il Decadentismo viene spesso accostato a un'altra corrente letteraria e artistica, il Simbolismo, nata con la pubblicazione della poesia-manifesto Corrispondenze di Baudelaire. L'artista simbolista cerca di ricostruire un rapporto profondo col mondo, indagando l'ignoto in diretto contatto con le zone nascoste e segrete dell'esistenza. La realtà non viene descritta in modo dettagliato, ma vengono trasmesse impressioni vaghe e indefinite, in grado di suggerire emozioni e stati d'animo. Autori come Paul Verlaine, Arthur Rimbaud e Stéphane Mallarmé scrutavano nell'intima essenza delle cose riuscendo a scoprire realtà nascoste agli uomini comuni. Erano dunque rappresentanti privilegiati dell'umanità che allo stesso tempo, però, non venivano compresi finendo per incarnare la figura dei poeti maledetti.
È Rimbaud a parlare del poeta come un vero e proprio veggente capace di vedere oltre la realtà: "Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente attraverso un lungo, immenso, ragionato disordine di tutti i sensi". D'Annunzio veniva chiamato invece "il Vate", cioè una guida, un modello da seguire che indica al popolo, guidandolo come una luce, la via da seguire, in quanto egli ha accesso attraverso la poesia a un mondo più alto. La differenza sostanziale è che il veggente è incompreso dalla società in cui vive e finisce per divenire un emarginato, un poeta maledetto, mentre il vate riesce a guidare le masse verso il futuro.

La vita

Proveniente da un'agiata famiglia borghese, d'Annunzio si distinse sin dall'adolescenza per le straordinarie capacità poetiche. Compiuti gli studi liceali a Prato, si trasferì a Roma per iscriversi alla facoltà di Lettere, che frequenterà senza laurearsi. Intanto viveva le sue prime esperienze amorose, contraddistinte dalla volontà di inserirsi in ambienti nobili. Cercò inoltre di stringere legami non solo con letterati, ma anche pittori e musicisti, in modo da poter creare un'opera d'arte totale in cui sintetizzare tutte le più importanti forme d'arte. Iniziò a collaborare con alcuni periodici come giornalista letterario e cronista mondano, riuscendo ad entrare in contatto con l'aristocrazia della capitale. In questi anni fece scandalo la fuga con la duchessa Maria di Gallese, che d'Annunzio sposò nel 1883, dalla quale ebbe tre figli. Già nel 1887 visse però una nuova storia d'amore con Elvira Fraternali Leoni, cantata con il nome di Barbara, cui seguiranno altre donne e altri amori, come Maria Gravina Cruyllas, con cui ebbe una figlia nel 1893. In questo periodo si accostò a nuove letture, soprattutto alla filosofia di Nietzsche.
L'anno successivo, a Venezia, incontrò la grande attrice Eleonora Duse, con la quale si legò per un periodo abbastanza lungo anche per le affinità artistiche che li univano, andando a vivere insieme a Settignano, nei pressi di Firenze, in una lussuosa villa detta "Capponcina". Questi anni rappresentarono per d'Annunzio una delle stagioni artisticamente più felici, componendo i primi tre libri delle Laudi (Maia, Elettra e Alcyone) e il romanzo Il fuoco del 1900. Nel 1903 compose invece una delle suo opere più fortunate per il teatro, La figlia di Iorio, occupandosi negli stessi anni anche di politica venendo eletto deputato per la Destra.
A causa dei debiti si trasferì nel 1910 in Francia, dove rimase in "esilio volontario" sino al 1915. Nonostante la fine della relazione con la Duse proseguì la produzione teatrale, componendo nel 1911, in francese, Il martirio di San Sebastiano, musicato da Claude Debussy. Per entrambi gli autori rappresenta uno dei lavori più sottovalutati della loro produzione, accolto freddamente dal pubblico parigino. La musica, sublime, divenne presto un pezzo per intenditori, ancora oggi tra i meno eseguiti di Debussy.
Nel 1915, allo scoppio della guerra, d'Annunzio decise di tornare in Italia per schierarsi con gli interventisti. Si arruolò nell'esercito e partecipò a coraggiose imprese terrestri, navali e aeree. Perse l'occhio destro durante un incidente aereo e nel periodo di infermità compose le prose del Notturno.
Il suo nazionalismo, cioè quell'ideologia che esalta il concetto di nazione, lo rese un precursore e un seguace del fascismo e si espresse concretamente, oltre che nell'intervento nella Prima guerra mondiale, nell'impresa di Fiume. Essa consistette nella ribellione da parte dell'esercito italiano al fine di occupare la città di Fiume, situata in quella che è l'attuale Croazia, contesa allora tra il Regno d'Italia e il Regno di Jugoslavia.
Il 12 novembre del 1920 Giovanni Giolitti firmò il trattato di Rapallo, che stabilì la libertà di Fiume, a cui naturalmente si opposero i dannunziani. Il governo decise allora di intervenire con la forza nel cosiddetto "Natale di sangue" del 1920, ponendo fine all'impresa di Fiume.
Nel 1921 si ritirò a Gardone Riviera, nella sua fastosa villa chiamata "Il Vittoriale degli Italiani", un vero e proprio museo dedicato alla propria vita e alla propria opera, dove trascorse in disparte gli ultimi anni senza rinunciare a nuove avventure amorose. Si spense la sera del primo giorno di marzo dell'anno 1938.

Il Vate a Fiume.

Le opere

L'esordio di d'Annunzio avvenne con la raccolta Primo vere nel 1879, a soli sedici anni, in cui è evidente l'influenza di Carducci. Dal 1881 si aprì il periodo romano con il successo della sua seconda raccolta intitolata Canto novo, la cui prima edizione è datata 1882 mentre la seconda 1896. Già si presentano alcuni temi fondamentali della sua poetica come l'immergersi nella totalità della natura sino ad identificarsi con essa attraverso una metamorfosi. Nel 1883 uscì Intermezzo di rime, opera in seguito rivista e ripubblicata dieci anni dopo con il solo titolo di Intermezzo. In questa raccolta si trova una splendida poesia intitolata Ricordo di Ripetta. L'ambientazione del sonetto è quella di una giornata d'inverno a Roma, dove in via Ripetta, la strada che conduce da piazza del Popolo a Palazzo Borghese presso il Tevere, il poeta viene colpito dall'improvvisa apparizione di una passante che sembra l'immagine di una fantastica primavera nel freddo contesto. Il riferimento alla poesia stilnovistica è evidente nel tema dell'apparizione della donna, come nella poesia Tanto gentile e tanto onesta pare di Dante. Sempre del Sommo Poeta si nota il richiamo al componimento giovanile Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io, nel quale ritroviamo il termine "incantamento", presente nel verso 11 del testo dannunziano. La poesia ha infine un antecedente cronologicamente più vicino in A una passante di Baudelaire, dove l'apparizione femminile è un attimo, uno sguardo che subito si perde nella caoticità delle strade di Parigi.

E ne l'anima ancor veggovi quale
io da prima vi amai. Alta e pieghevole
passaste, sorridente e luminante,
pe 'l chiaro gelo del mattin iemale.

Lunghi rami di mandorlo la fante
dietro di voi recava. Inconsapevole,
un bellissimo sogno floreale
dietro di voi lasciaste al riguardante.

- Su da la strada chiara e solitaria
rompeano molti al cielo di turchese
mandorli in fiore, per incantamento.

E stava tra la selva imaginaria
il palazzo del principe Borghese
come un gran clavicembalo d'argento.

Il piacere

Giuditta - Gustav Klimt - 1901

Appartenente al periodo romano, è il primo e più importante romanzo di d'Annunzio, datato 1889. Con quest'opera, così come un secolo prima le Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo aveva diffuso in Italia la sensibilità romantica, vengono introdotte nella cultura italiana la nuova tendenza decadente e l'estetismo.
Protagonista dell'opera è Andrea Sperelli, nient'altro che d'Annunzio stesso. Per Andrea l'arte è il valore assoluto e la bellezza un dono prezioso e per pochi da raggiungere ad ogni costo. La vita stessa viene da lui concepita come arte:"Bisogna fare la propria vita, come si fa un'opera d'arte".
La struttura del romanzo, diviso in quattro parti, risente del Naturalismo, sebbene l'autore operi significativi cambiamenti. Il narratore è esterno, quindi in linea con la narrazione oggettiva del Naturalismo, ma il punto di vista prevalente è quello soggettivo, cioè quello del protagonista.
Quest'ultimo è un'esteta, come il Dorian Gray di Oscar Wilde, che insegue il bello e il piacere, circondandosi di bellezze esclusive e conducendo una vita eccezionale al di fuori delle convenzioni sociali. Egli disprezza il mondo borghese, ma dovrà fare i conti con la degradazione della società e con il fallimento delle proprie aspirazioni.
"Aveva in sé qualche cosa di Don Giovanni e di Cherubino. Sapeva essere l'uomo di una notte erculea, e l'amante timido, candido, quasi verginale. La ragione del suo potere stava in questo: che nell'arte d'amare egli non aveva repugnanza ad alcuna finzione, ad alcuna falsità, ad alcuna menzogna. Gran parte della sua forza era nella sua ipocrisia".

La notte di capodanno dell'anno 1886, nelle stanze di un raffinato appartamento di palazzo Zuccari, in cima a Piazza di Spagna, a Roma, il giovane conte Andrea Sperelli sta aspettando la sua vecchia amante, Elena Muti, che non vede da circa due anni.
Senza seguire l'ordine cronologico degli eventi, bensì il filo dei ricordi del protagonista, il narratore ricostruisce la storia in un lungo flashback che dura fino alla terza parte dell'opera. I due innamorati si erano incontrati in casa di una marchesa, cugina di Andrea, incominciando subito a frequentarsi, recandosi sempre in luoghi di grande raffinatezza e di continua ricerca del piacere, alternando visite ai musei, passeggiate nella campagna romana e feste nelle case più esclusive della società aristocratica. Elena decide però di partire da Roma, senza alcun motivo, così il protagonista passa da un amore all'altro per cercare il massimo piacere e di dimenticarsi dell'amata. A causa di una donna si imbatterà anche in un duello, ferito da un colpo di spada in pieno torace.
Costretto all'immobilità fisica nella villa della cugina, Andrea si sente cambiato, puro, privo del desiderio passionale. Una nuova forma d'amore lo anima, adesso, cioè la dedizione all'Arte, vista come un'amante fedele ed immortale. Poco tempo dopo giunge però alla villa Maria Ferres, donna di grande bellezza e sensibilità. Il protagonista vede dapprima in Maria il simbolo della propria purificazione, ma ben presto nasce una passione amorosa. D'Annunzio inserisce qui delle pagine del diario personale di Maria nelle quali la voce narrante diviene quella della donna che racconta la dichiarazione d'amore di Andrea, affermando ella stessa di ricambiare il sentimento.
Tornato a Roma, il protagonista si dedica ancora al piacere, vivendo la mondanità della capitale, sino a quando incontra inaspettatamente Elena. Si chiude qui il lungo flashback che riporta il lettore al momento in cui Andrea attende Elena presso Piazza di Spagna. Durante il loro incontro la donna gli rivela di appartenere ad un altro uomo, ma lo invita comunque, più avanti, nella sua residenza romana. Convinto di poter stringere con la donna una nuova relazione, il protagonista rimane deluso quando vede che all'appuntamento è presente anche il marito, un ricco inglese. Andrea si consola però nell'amore per Maria Ferres, anch'ella giunta a Roma. Durante un concerto, le due donne si conoscono ed il protagonista è sempre più convinto di poter amoreggiare con entrambe. Elena invita Andrea ad accompagnarla in carrozza e prima di lasciarlo lo bacia intensamente. Il giovane conte vuole però anche l'amore puro e salvifico di Maria, così in una passeggiata a villa Medici i due finalmente si baciano.
Ossessionato da Elena, che lo ha rifiutato nuovamente, Andrea si getta nella passione con Maria, alla quale sostituisce l'immagine dell'altra donna. Una notte, per sbaglio, in quello che è un vero e proprio lapsus freudiano, pronuncia il nome di Elena mentre è con Maria che, inorridita, lo lascia.
Il romanzo si conclude amaramente con un Andrea triste e pieno di rimpianti che ha perso così entrambe le amate.

Nel 1892 uscì la raccolta di poesie Elegie romane, il cui titolo si ricollega all'opera di Goethe in cui narra del suo viaggio in Italia. Dello stesso periodo è anche Terra vergine, il primo volume di prose dannunziane dedicate all'Abruzzo che riprendono i temi di Canto novo. Il modello dell'opera è Giovanni Verga con Vita dei campi, ma non mancano gli influssi di grandi romanzieri francesi come Gustave Flaubert ed Émile Zola.
Pubblicato nel 1894 ma scritto a partire dal 1889, subito dopo Il piacere, il Trionfo della morte è il primo romanzo in cui d'Annunzio inizia a concepire personaggi sempre più vicini al modello di superuomo, grazie alla lettura della filosofia nietzschiana. L'opera, che si apre proprio con un passo di Nietzsche tratto dal saggio Al di là del bene e del male, doveva essere dedicata a Giosuè Carducci, ma divenne poi un omaggio a un amico pittore che lo aveva ospitato per portare a termine il lavoro, la cui realizzazione lo impegnò per quasi cinque anni.
Il protagonista del romanzo, Giorgio Aurispa, proviene da una nobile famiglia abruzzese che è però segnata da una tara di violenza. Egli vive una relazione con una donna per la quale mostra sentimenti ambivalenti. L'estetismo e l'identificazione col superuomo non basteranno al protagonista per sottrarsi al suo destino segnato dall'ereditarietà genetica. La conclusione è infatti drammatica: Giorgio si toglie la vita gettandosi da una scogliera e trascinando con sé l'amante. Il fallimento del protagonista sarà un tema centrale nella letteratura del Novecento con autori come Italo Svevo e Federigo Tozzi.
Personaggio che riesce invece ad incarnare totalmente la figura del superuomo energico, eroico e dominante, libero da ogni morale e dedito all'arte e alla bellezza è Claudio Cantelmo, protagonista del romanzo Le vergini delle rocce, uscito nel 1895. Egli è un nobile abruzzese, discendente di un'illustre famiglia rinascimentale, in cerca di una donna in grado di dargli un figlio capace di riscattare la degradazione della società presente. In lui si manifesta una vera e propria autodivinizzazione e la convinzione di appartenere a una stirpe superiore, ben lontana dalla volgarità del popolo. Il titolo dell'opera rimanda a un celebre dipinto di Leonardo da Vinci.

Il fuoco

Composto a partire dal 1896 e pubblicato nel 1900, è un ambizioso romanzo in cui d'Annunzio mostra l'interesse per la drammaturgia e la realizzazione di un'opera d'arte totale, per questo discute a lungo le teorie musicali di Richard Wagner, il quale aveva concepito delle opere che univano poesia, arte e musica, realizzando da solo sia l'orchestrazione che il libretto e la messa in scena.
Il protagonista del racconto è Stelio Effrena, superuomo dannunziano che, come per Il piacere, è la controfigura dell'autore. Poeta e musicista, il suo sogno è quello di creare appunto un'opera d'arte totale, capace di risvegliare l'amore per la bellezza e per la gloria in una società i cui valori sono in crisi. Il contesto è quello di Venezia, in cui si svolge la storia d'amore con la grande attrice Foscarina, personaggio ispirato chiaramente a Eleonora Duse. Nella città Wagner trascorse gli ultimi momenti della sua vita, così d'Annunzio descrive i suoi funerali e immagina il protagonista tra i portatori della bara del musicista, come se fosse lui stesso ad omaggiarlo un'ultima volta.
Ormai attratto da una donna più giovane, Stelio viene lasciato da Foscarina, consapevole di aver concluso la sua funzione di musa ispiratrice, sparendo con dignità dalla sua vita.

Ritratto di Richard Wagner - Pierre-Auguste Renoir - 1882

Pubblicata nel 1921, ma realizzata nel 1916 a Venezia, Notturno è l'opera più intima e riflessiva di d'Annunzio, costituita dalle sensazioni e dai ricordi provati mentre era costretto all'immobilità per la perdita dell'occhio destro a seguito di un incidente aereo nella Prima guerra mondiale. Se non fosse rimasto a letto nella completa oscurità per almeno tre mesi, lo scrittore avrebbe rischiato di perdere la vista; proprio in questa situazione di inerzia forzata, con l'aiuto della figlia Renata, la "Sirenetta" del libro, riuscì a scrivere su migliaia di strisce di carta i componimenti, caratterizzati per questo da frasi brevi e periodi concentrati, dal prevalere della soggettività e dalla rievocazione del passato.

<< Imparo un′arte nuova.

Quando la dura sentenza del medico mi rovesciò nel buio, m′assegnò nel buio lo stretto spazio che il mio corpo occuperà nel sepolcro, quando il vento dell′azione si freddò sul mio volto quasi cancellandolo e i fantasmi della battaglia furono d′un tratto esclusi dalla soglia nera, quando il silenzio fu fatto in me e intorno a me, quando ebbi abbandonata la mia carne e ritrovato il mio spirito, dalla prima ansia confusa risorse il bisogno di esprimere, di significare. [...]

Allora mi venne nella memoria la maniera delle Sibille che scrivevano la sentenza breve su le foglie disperse al vento del fato.

Sorrisi d′un sorriso che nessuno vide nell′ombra quando udii il suono della carta che la Sirenetta tagliava in liste per me, stesa sul tappeto della stanza attigua, al lume d′una lampada bassa >>.

Le Laudi

Secondo il progetto di d'Annunzio, Le laudi del cielo del mare della terra e degli eroi doveva essere un'immensa opera di sette libri chiamati con i nomi delle stelle più luminose della costellazione delle Pleiadi. Vennero però realizzati solo i primi quattro libri: Maia, Elettra, Alcyone e Merope. L'ambizioso progetto delle Laudi era quello di elevare l'universo attraverso la poesia.

Composta nel 1903 dopo Elettra e Alcyone, che però la seguono nell'ordine dato alla raccolta, Maia è un poema il cui sottotitolo Laus vitae, "lode della vita", ne sintetizza i temi. Protagonista di questa esistenza che celebra con entusiasmo la vita è il superuomo a cui è affidato il compito di  rivitalizzare le grandi figure del mito e della storia. Il poema ha inizio con la celebrazione dell'eroe omerico Ulisse, visto dall'autore come il corrispettivo mitico del superuomo. Vengono poi descritti tre viaggi: uno nella Grecia antica, uno nella Cappella Sistina con l'estasi dinanzi agli affreschi di Michelangelo Buonarroti, infine nel deserto, dove il poeta ritrova se stesso nella solitudine immerso nella natura.

Il secondo libro delle Laudi, Elettra, presenta una sezione di cinquantasette liriche dedicata alle Città del silenzio, in cui viene esaltata la storia di alcune città italiane, a cui seguono le celebrazioni dei grandi del passato, il cui esempio sarà immortale, tra cui Dante, Giuseppe Verdi, Vincenzo Bellini e Victor Hugo.
Alcyone è la raccolta più celebre, un poema dedicato al giungere, al dispiegarsi e al declinare dell'estate, diviso in cinque sezioni da componimenti detti ditirambi, preceduti da testi con titolo latino tratti dalle Metamorfosi di Ovidio. Nell'antica Grecia il ditirambo era un canto corale in onore di Dioniso, dio dell'ebrezza.
La prima sezione celebra la mietitura ed è ambientata nel paesaggio agreste di Fiesole e Firenze. Le poesie preannunciano l'arrivo dell'estate, come Lungo l'Affrico nella sera di giugno dopo la pioggia e La sera fiesolana, facendo riferimento alla poesia toscana delle origini e allo Stil novo, oltre che al Cantico delle creature di San Francesco.
I testi della seconda sezione sono invece quelli ambientati nel pieno dell'estate, dopo la mietitura, in un paesaggio meraviglioso che è quello della Versilia, regione della Toscana che si affaccia sul mare. I componimenti presentano l'aspirazione alla comunione panica con la natura. Il Panismo, che deriva da Pan, dio greco dei boschi, è una percezione molto profonda del mondo esterno che crea una fusione tra l'elemento naturale e quello umano. Fanno parte di questa sezione La pioggia nel pineto, Le stirpi canore e Meriggio.
Sempre dedicati all'estate piena sono i sedici componimenti della terza sezione che riprende i temi della metamorfosi panica.
La quarta sezione presenta ventisei testi dedicati all'estate culminante, tra cui La sabbia del tempo e Nella belletta.
L'ultima sezione è dedicata al tragico volo di Icaro, personaggio mitico che cercò di volare per mezzo di ali di cera; il calore del sole, però, sciogliendo le ali, pose fine a questo volo facendolo precipitare in mare. Il fallimento del mito rappresenta la fine dell'estate, argomento centrale della sezione. Tristezza è il componimento d'apertura, ad indicare lo stato d'animo prevalente; fanno parte inoltre I pastori e Il commiato, l'ultimo, che presenta una dedica a Giovanni Pascoli.
I temi principali della raccolta sono dunque la riattualizzazione del mito e la metamorfosi, quest'ultima emblema del panismo dannunziano. Importante nel linguaggio delle poesie è la ricerca delle parole, rare, preziose, auliche, in una costruzione artificiosa dei versi al fine di esprimere le emozioni e le passioni nella loro totalità. Autori come Umberto Saba ed Eugenio Montale prenderanno le distanze da questa poesia, il primo in favore di rime più semplici e, a suo giudizio, più autentiche, il secondo in una visione maggiormente crepuscolare in cui la poesia esprime la condizione esistenziale dell'uomo moderno, con i propri dissidi e turbamenti. Nessun autore del Novecento ha potuto, però, trascurare la figura di d'Annunzio, poeta unico ed imprescindibile, l'ultimo dei grandi della nostra letteratura.


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