Giovan Pietro Bellori

Giovan Pietro Bellori in un ritratto di Carlo Maratta datato intorno al 1672.

Il grande critico aretino Giorgio Vasari è ricordato soprattutto per Le Vite de' più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri, opera imprescindibile per ogni storico dell'arte, nella quale raccontò le vite e le carriere artistiche degli autori che vanno appunto da Cimabue sino a Michelangelo Buonarroti, coprendo dunque tre secoli.
Vasari riteneva che a Cimabue e Giotto si doveva la prima rinascita dell'arte dopo la lunga parentesi medievale; la seconda età era quella di Filippo Brunelleschi, Donatello e Masaccio; la terza infine quella che toccò l'apice grazie a Leonardo da Vinci prima, Raffaello Sanzio e Michelangelo Buonarroti. Il biografo lascia intendere nel finale dell'avvento di una quarta età che sarebbe stata scritta come proseguimento del proprio volume.
«Io già mi rallegro di vedere queste arti arrivate al supremo grado della lor perfezione a Roma, ornata di tanti e sì nobili artefici spero che chi verrà dopo di noi arà da scrivere la quarta età del mio volume, dotato d'altri maestri, d'altri magisterii che non sono i descritti da me».
Degno erede del Vasari fu proprio Giovan Pietro Bellori, che con Le Vite de' pittori, scultori et architetti moderni si impose, insieme a Filippo Baldinucci, come l'equivalente vasariano di epoca barocca. Secondo Erwin Panofsky il Bellori fu "il più grande studioso dell'arte e archeologo del suo tempo", e lo storico dell'arte austriaco Schlosser aggiunse: "il più importante storiografo dell'arte non solo di Roma ma di tutta Italia, anzi dell'Europa, nel Seicento".

Dedicate a Jean-Baptiste Colbert, ministro alla corte di Luigi XIV Re Sole, Le Vite del Bellori possono essere considerate la quarta età dell'opera del Vasari, un'età che troverà non poche difficoltà nell'affermarsi e nel trovare un autore di riferimento, dato che un artista come Rubens, per esempio, non lavorò molto nella città eterna e in generale la sua rivoluzione pittorica non toccò in modo determinante l'Italia, così come Federico Barocci, possibile redentore delle arti, fu vittima del lento e malinconico tramonto dello splendore della città di Urbino, culla della cultura rinascimentale.
In questo periodo di transizione e di incertezze, quando l'arte era vittima del Manierismo, la Divina Provvidenza, scrive Bellori, mandò sulla terra il vero salvatore dell'arte, vale a dire Annibale Carracci, novello Raffaello per opera e fecondità della propria scuola.

Ogni biografia descritta dal Bellori è preceduta, riprendendo lo stile vasariano, da un'incisione raffigurante il protagonista del racconto. A partire dal Carracci, Bellori narra le vite di quattordici artisti tra cui Caravaggio, al quale riconobbe il merito storico di aver ricondotto gli artisti, sviati dietro la fantastica idea dei manieristi, all'osservazione del naturale, passando per Domenichino e Giovanni Lanfranco, Guido Reni, sino ad arrivare a Carlo Maratta.

Curioso è il fatto che nelle Vite del Bellori manchino Gian Lorenzo Bernini, indiscusso protagonista del secolo, Pietro da Cortona, anch'egli appena citato, e infine Francesco Borromini, addirittura del tutto ignorato. Il motivo di queste grandi esclusioni si può capire forse dal fatto che Bellori si occupò poco dell'architettura, narrando solamente della vita di Domenico Fontana, in quanto secondo la sua teoria bisognava imitare sempre l'antico, mentre gli architetti barocchi, accusati di ignoranza storica, sviluppavano autonomamente nuove idee. Per quanto riguarda la scultura bisogna dire invece che nel Seicento era ancora la pittura ad essere considerata l'arte superiore a tutte le altre. In effetti l'inizio del secolo aveva toccato l'apice in ambito pittorico con Caravaggio e il Carracci, mentre la scultura, ancora ferma ai capolavori di Michelangelo e Benvenuto Cellini, non aveva un punto di riferimento altrettanto bravo e all'altezza. Bellori inserisce così nella sua opera solamente le vite degli scultori François Duquesnoy, fiammingo, e Alessandro Algardi, sicuramente autori meno noti che ebbero tuttavia il privilegio di lavorare nella basilica di San Pietro.

Bellori, attivo per quasi tutto l'arco del Seicento, si spense a Roma nel 1696, rimpianto dagli intellettuali di tutta Europa e celebrato come il biografo più importante del XVII secolo.


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