Alessandro Algardi

Nel XVII secolo la pittura era ancora considerata l'arte superiore a tutte le altre, anche a scapito della scultura. L'inizio del Seicento aveva infatti toccato l'apice per espressione pittorica con i capolavori di Annibale Carracci e Caravaggio, mentre in ambito scultoreo non vi era un artista altrettanto bravo e all'altezza.
Testimonianza di questa visione sono Le Vite de' pittori, scultori et architetti moderni, opera fondamentale del biografo Giovan Pietro Bellori, degno erede di Giorgio Vasari, nelle quali ritroviamo principalmente pittori, mentre gli architetti e gli scultori, tra cui Gian Lorenzo Bernini, sono esclusi.

Giovan Pietro Bellori in un ritratto di Carlo Maratta.

Gli unici scultori presenti nell'opera del Bellori sono Alessandro Algardi e François Duquesnoy, certamente due autori meno noti che ebbero tuttavia il privilegio di lavorare nella basilica di San Pietro.
Introduce così Bellori la vita dell'Algardi: «Benché la scoltura fino a questo tempo sia molto indietro a gl'antichi nel poco numero delle statue moderne che meritino fama, non essendo essa pervenuta alla perfezzione del pennello, né avendoci fatto vedere lo scultore come la pittura il pittore ci ha dimostrato, con tuttociò all'età nostra si rinvigorì e ripigliò le forze con lo studio di due chiarissimi artefici, Francesco Fiammingo ed Alessandro Algardi, [...] nelle cui mani fu restituito lo spirito a i marmi».

Algardi è dunque considerato il prosecutore della grande stagione cinquecentesca e dello spirito di Michelangelo Buonarroti, per tale motivo la sua carriera artistica fu di estrema importanza.
Nato a Bologna nel 1598 e trasferitosi a Mantova in giovane età per ammirare i lavori di Giulio Romano, Algardi si trasferì a Roma nell'anno 1625, dove strinse amicizia con Domenichino, riuscendo pian piano a conquistare una certa reputazione come scultore nonostante Bernini fosse ancora in vita, traguardo che pochissimi riuscirono ad eguagliare.
Un altro privilegio che ebbe l'Algardi fu quello di lavorare in San Pietro, la chiesa di tutte le chiese, realizzando il sepolcro per un pontefice, onore che sino a quel momento avevano avuto solamente il Bernini e Guglielmo Della Porta, dato che l'immenso progetto michelangiolesco per la tomba di Giulio II non era mai stato portato a compimento.
La Tomba di Leone XI, eseguita tra il 1634 e il 1644, è così descritta dall Bellori: «Sopra il sepolcro siede il papa in atto di benedire, e da i lati dell'urna sono disposte due statue, la Prudenza in abito e forma di Pallade, con l'elmo e la mano appoggiata allo scudo; la Liberalità che dal corno versa gemme e monete, virtù celebri di questo pontefice. Nel corpo dell'urna in picciolo bassorilievo vien rappresentato il pontefice stesso mentre, essendo cardinale nella sua legazione di Francia, fermò la pace tra le due corone; evvi il re a sedere che sottoscrive li capitoli alla presenza del legato, e fra la divisione di un panno che vien sollevato da un soldato vedesi dall'altra parte lo stesso re in piedi, che pone la mano su 'l libro de gli Evangeli e li conferma con solenne giuramento».

Evidenti sono le differenze tra la scultura di un classicista come Algardi e un brillante innovatore e fantasioso sperimentatore quale Gian Lorenzo Bernini. Algardi fu tuttavia attratto dallo stile berniniano e la Tomba di Leone XI ne è la diretta testimonianza, in quanto realizzata in concomitanza con il Monumento a Urbano VIII. Algardi aveva infatti iniziato i lavori molti anni dopo averne ricevuto la commissione, quando l'opera del Bernini era quasi conclusa; la Tomba di Leone XI può così considerarsi la prima, precoce derivazione da quel modello.
Le similitudini che subito risaltano all'occhio sono lo schema piramidale ed il gesto del pontefice che, benedicente seduto sul trono, si trova sopra il proprio sarcofago accanto a cui vi sono le due figure allegoriche. La differenza principale è la scelta dell'Algardi di non adottare la policromia, decidendo di eseguire il sepolcro con il solo marmo bianco di Carrara. Questo è fondamentale per la volontà dell'autore di ricollegarsi all'antico riaffermando la specificità della scultura.

Sempre in San Pietro Algardi realizzò quello che è considerato uno dei capolavori assoluti dell'arte seicentesca, vale a dire La fuga d'Attila, datata 1646-1653, con il quale l'artista creò un nuovi tipo scultoreo, quello della pala d'altare marmorea, che nel secolo successivo avrà una notevole fortuna.
Ispirato all'affresco con cui Raffaello Sanzio aveva rappresentato la stessa scena nelle Stanze Vaticane, il magnifico bassorilievo cattura la luce con incredibile efficacia, risplendendo nei chiari pomeriggi romani. Colpisce anche l'eloquenza dei gesti, con i due apostoli che discendono dal cielo sguainando la spada contro il re unno, allontanato da papa Leone. Scrive il Bellori: «Li Santi Apostoli Pietro e Paolo discendono dal cielo e muovonsi per l'aria su le nubbi aperte da gli angeli, minacciando in volto cruccioso il ferocissimo Attila. Impugnano con la destra la spada, e con la sinistra gli fanno cenno e gli comandano che parta e non entri in Roma, mentre il barbaro re, impaurito a quel subito incontro, si volge in fuga, e riguardando in dietro gli apostoli pronti a ferirlo si ripara con una mano e muove l'altra col bastone avanti, spaventato e confuso».


Bibliografia

  • Le Vite de' pittori, scultori e architetti moderni - Giovan Pietro Bellori - Einaudi
  • Il Barocco - Tomaso Montanari - Einaudi
  • Arte in primo piano. Manierismo, Barocco, Rococò - Giuseppe Nifosì - Editori Laterza