Annibale Carracci

La ripresa, l'imitazione e la modernizzazione della grande tradizione della pittura italiana del Cinquecento, dei geni di Raffaello Sanzio e Michelangelo Buonarroti, sono i fondamenti dell'opera del Carracci, nato a Bologna nel 1560 e proveniente da una famiglia di pittori. Insieme al fratello Agostino e con la collaborazione del cugino Ludovico, nel 1582 diedero vita all'Accademia chiamata inizialmente "dei Desiderosi", per il desiderio che era in loro d'imparare, successivamente degli Incamminati, per sottolineare l'importanza del percorso che ogni allievo doveva compiere per raggiungere la maturazione artistica. La scuola sarebbe divenuta la più importante in Emilia a cavallo dei due secoli, trasmettendo principalmente la pratica dell'osservazione del vero e i valori della tradizione pittorica lombarda e dei grandi del Rinascimento.

Annibale, Agostino e Ludovico Carracci

La figura più rilevante della famiglia fu appunto quella di Annibale, destinato a divenire, insieme a Caravaggio, uno dei padri della pittura barocca. Il periodo in cui operò fu quello della seconda metà del Cinquecento, quando i geni di Raffaello e Michelangelo avevano segnato per sempre la storia dell'arte e quella della città eterna. Il Carracci riuscì con la sua arte a riproporre quella tradizione e allo stesso tempo conferirle un tocco di moderno senza però avere la presunzione di superarla, il tutto unito ad una formazione bolognese in cui aveva imparato l'imitazione del vero che per tutta la sua carriera si riflesse nel gusto per il naturalismo.
Nelle sue prime opere a soggetto profano, realizzate tra il 1583 e il 1585, come il Mangiafagioli o la Bottega del macellaio, si può notare quell'attenzione verso il semplice e il reale, cioè nei confronti della parte più umile della società, conferendogli dignità in tele di dimensioni modeste, come nel caso del secondo quadro. Questi elementi diverranno poi essenziali nella corrente pittorica francese del Realismo, di cui Gustave Courbet fu il massimo esponente. Anche Jean-François Millet pose la sua attenzione verso il lato umano, con dipinti raffiguranti contadini che lavorano i campi.

Il Mangiafagioli raffigura un giovane contadino mentre mangia di gusto una zuppa di fagioli, afferrando con la mano sinistra, segnata dal lavoro, un grosso pezzo di pane. La novità fu certamente quella del soggetto dipinto; fino ad allora era infatti considerato indegno da ritrarre. L'opera, conservata nella Galleria Colonna di Roma, è quasi priva di ambientazione scenica; si vede solo la finestrella da cui proviene la luce. In primo piano vi è il tavolo su cui vi sono poche pietanze e tipicamente contadine: il pane, le cipolle, un bicchiere di vino, la scodella di fagioli e una pizza rustica farcita con verdure. Facendo un salto ancora più in avanti rispetto al Realismo, osservando il dipinto viene alla mente anche la celebre opera I mangiatori di patate di Vincent Van Gogh, realizzata nel 1885, per la scelta del soggetto rappresentato.
A seguito della formazione bolognese, il Carracci si recò a Parma, dove poté conoscere la pittura del Correggio, e in seguito a Venezia. Qui il suo bagaglio culturale si arricchì attraverso lo studio di Tiziano, del Veronese e del Tintoretto. Del Rinascimento approfondì anche la tradizione del disegno, il mezzo più efficace per entrare nell'intimo della realtà naturale.

Studio per il Mangiafagioli - Firenze, Galleria degli Uffizi

Nella Bottega del macellaio vediamo, in una composizione naturalistica, alcuni macellai accanto alle carcasse degli animali, in un momento di vita quotidiana capace di esaltare la dignità del lavoro. Per questo alcune ipotesi sostengono che l'artista abbia scelto di ritrarre dei suoi cugini, che svolgevano realmente questa professione. L'opera contesta apertamente la concezione del Manierismo che cercava sempre uno stile, un linguaggio pittorico, tanto elegante quanto innaturale. Qui viene invece espressa una realtà umile, ma allo stesso tempo nobile; la macelleria appare come un luogo pulito e ordinato, con la carne distribuita con precisione sul bancone senza essere ammassata. Anche i lavoratori indossano dei panni ben tenuti e compiono i loro gesti con concentrazione.

I riferimenti artistici sono di altissimo livello, con il macellaio in ginocchio al centro della composizione che richiama evidentemente le scene del Sacrificio di Noè di Michelangelo nella volta della Cappella Sistina e di Raffaello nel Palazzo apostolico. Anche il macellaio in piedi dietro al banco ha una posa simile a quella di Noè dietro l'altare nell'affresco michelangiolesco.

Nel 1595 si trasferì a Roma dove gli venne assegnata la sua commissione più importante: la decorazione della Galleria Farnese a Roma, un salone rettangolare con volta a botte in cui Odoardo Farnese custodiva una grande collezione di sculture classiche di Roma.
Aiutato dal fratello Agostino e da alcuni allievi della loro scuola, il Carracci realizzò uno dei capolavori assoluti della pittura seicentesca, ispirato ovviamente alla volta della Cappella Sistina. L'artista dipinse scene con Gli amori degli dèi, facendo riferimento anche ad un altro capolavoro del Rinascimento, la Loggia di Psiche di Raffaello presso villa Farnesina. Anche qui i soggetti mitologici sono tratti dalle Metamorfosi di Ovidio e rappresentano il trionfo dell'amore. Nel suo massimo capolavoro, l'artista decise così di omaggiare i suoi veri modelli, nonché le due figure simbolo dell'arte italiana.

Al centro della volta vi è Il trionfo di Bacco e Arianna, il loro corteo nuziale che li vede su due carri, uno trainato da due tigri e l'altro da due arieti. Attorno a loro putti, menadi, cioè le Baccanti, satiri, mentre in cielo volano festosi alcuni amorini. A guidare il corteo è Silèno, un vecchio satiro brutto e grasso, stimato da Bacco per la sua saggezza.

L'opera è molto complessa anche perché presenta alcune citazioni; per esempio la posa di Bacco è una citazione michelangiolesca di un Ignudo della Sistina. Il tutto è caratterizzato da una grande libertà compositiva, da una delicatezze delle forme e da una raffinata sensualità.

Le opere della maturità di Carracci sono caratterizzate da una ripresa del classicismo e dello studio di Raffaello, quindi da un allontanamento dal naturalismo e dal vero, mentre Caravaggio continuò a rinnovare la pittura opponendosi all'arte manierista. Carracci e Caravaggio, che avevano iniziato la loro carriera artistica in modo simile con soggetti profani e la volontà di recuperare la verosimiglianza delle storie narrate, presero dunque due strade opposte e iniziarono ad essere considerati antagonisti. Le loro differenze si possono ben vedere nella Cappella Cerasi della Basilica di Santa Maria del Popolo, dove le tele di Caravaggio Crocifissione di San Pietro e Conversione di San Paolo, contrastano con L'Assunzione della Vergine di Carracci posta al centro. I loro dipinti, realizzati tra il 1600 e il 1601, furono tra i primi capolavori del Seicento romano.

Bellissima è anche la Pietà di Carracci, dipinta per i Farnese nello stesso periodo delle decorazioni della Galleria, oggi conservata a Napoli. Evidente è l'omaggio alla Pietà vaticana del Buonarroti, soprattutto nel profondo rapporto tra la Madre e il Figlio, ma non mancano anche elementi tratti dal Compianto sul Cristo morto del Correggio e dalla Pietà di Sebastiano del Piombo. Il corpo di Gesù, abbandonato sulle gambe di Maria, sembra non aver sofferto ed è messo in risalto dal pittore grazie a una calda luce che lo colpisce.