La sera fiesolana

È la poesia più antica di Alcyone, composta nel 1899. L'ambientazione è quella della campagna di Fiesole in una sera di giugno dopo la pioggia, quando il poeta, in compagnia dell'amata, guarda scendere la sera con i suoi particolari profumi e rumori. L'autore non descrive in modo naturalistico il paesaggio, bensì esprime il proprio stato d'animo dinanzi alla bellezza che lo circonda in un continuo fluire di immagini che si generano l'una dopo l'altra.

La prima strofa coglie la sera al sorgere della luna all'orizzonte. Segue la lauda, la cui struttura si ripete identica dopo ogni strofa, che richiama, in modo elegante e raffinato, il Cantico delle creature di San Francesco.
La seconda strofa introduce invece l'immagine di una sera di giugno in cui la pioggia cade leggera sulla campagna.
La terza strofa si sofferma sulla descrizione delle colline con il poeta che rivolge la parola direttamente all'amata. Attraverso il rapporto privilegiato con la realtà naturale, il poeta svela alla donna i regni d'amore a cui li invita il fiume e il segreto di quelle silenziose colline che ogni sera l'anima di chi le guarda ama di un amore sempre più intenso. La poesia diviene dunque strumento di una conoscenza superiore che solo il poeta possiede. Questa concezione della poesia rimanda al Simbolismo in cui l'autore, come nel caso di Charles Baudelaire, è colui che ha il privilegio di entrare nelle misteriose "corrispondenze" tra uomo e natura.
Bellissima è la lauda conclusiva in cui d'Annunzio celebra la fine della sera attraverso l'immagine della morte e il sopraggiungere della notte con l'attesa delle prime stelle.

Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sé distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.

Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!

Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,


su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ’l grano che non è biondo ancóra
e non è verde,
e su ’l fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.

Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!

Io ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incùrvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire


e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.

Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!