Umberto Saba

Umberto Saba nacque a Trieste nel 1883. La città, fondamentale nella sua poetica, apparteneva allora all'Impero austro-ungarico.
Egli fu autore di una rivoluzione quasi inconsapevole. In un articolo del 1911 intitolato Quello che resta da fare ai poeti, inviato alla rivista fiorentina "La Voce" e respinto, pubblicato solo dopo la sua morte, dichiara un vero e proprio manifesto di poetica. Secondo Saba bisogna fare una poesia "onesta", cioè capace di esprimere con sincerità e senza esagerazioni la condizione esistenziale dell'uomo al fine di rappresentare la realtà quotidiana e non la realtà straordinaria. Contrappone così due autori come Alessandro Manzoni e Gabriele d'Annunzio, quest'ultimo poeta disonesto che esagera fingendo passioni che non prova al fine di ottenere una strofa più bella, mentre Manzoni poeta onesto che non dice mai una parola che non corrisponda a ciò che pensa e sente dentro di sé, per non ingannare il lettore.
Saba cercò di esprimere sinceramente le verità interiori, analizzando la propria coscienza. In questo senso è fondamentale il rapporto tra Saba e la psicoanalisi, come nel caso del suo concittadino Italo Svevo. La poesia si fa dunque strumento per comprendere i traumi della propria anima, i dissidi dell'uomo e le origini delle sue nevrosi, che lo costrinsero a sottoporsi a delle terapie psicoanalitiche, minando la sua salute sino alla morte.
Questa ricerca, unita alla semplicità della parola, ad un linguaggio familiare, alla musicalità del verso, alla capacità di esprimere la realtà di tutti gli uomini e la vita di ogni giorno, lo resero, insieme a Giuseppe Ungaretti e Dino Campana, il poeta capace di inaugurare la nuova poesia italiana del Novecento.
Un'altra dichiarazione di poetica è rappresentata dalla poesia Amai, vero testamento dello scrittore, composta nel 1945. Giunto alla fine della sua carriera, Saba afferma: "M'incantò la rima fiore amore, la più antica difficile del mondo". La sua poesia ha infatti l'ambizione di essere semplice, senza tempo, assoluta, utilizzando, a differenza dei suoi contemporanei, la rima, senza paura di risultare banale, antico e anacronistico. Infine si rivolge al lettore e gli dichiara il proprio affetto, utilizzando poi la metafora del gioco per esprimere quell'idea, a cui rimase fedele per tutta la vita, di poesia "onesta", rimasta la carta vincente nel finale della partita. È la vita che, per il poeta ormai anziano, è vicina alla conclusione.

Amai trite parole che non uno
osava. M'incantò la rima fiore
amore,
la più antica e difficile del mondo.

Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l'abbandona.

Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.

L'infanzia di Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli, fu difficile e segnata dai traumi. Sua madre Rachele era ebrea; suo padre, Ugo Edoardo Poli, si convertì all'ebraismo in vista del matrimonio, ma prima della nascita del figlio abbandonò la famiglia rinnegando la nuova religione. Umberto crebbe così senza padre e venne affidato alle cure di una nutrice slovena chiamata "Peppa". Solo quando compì tre anni, la madre lo riprese con sé, provocando nel piccolo il trauma dovuto al distacco dall'amata balia. La fine di un periodo sereno portò ad un'adolescenza malinconica in cui Umberto visse con la madre, donna severa che gli impose un'educazione repressiva. Tutti questi elementi aprirono nella psiche del poeta delle lacerazioni insanabili, innescando la nevrosi che lo accompagnerà tutta la vita. In questo contesto si inserisce l'episodio dell'esperienza omosessuale rievocata anni dopo nel romanzo Ernesto.
Per Saba la poesia rappresentò sin da subito l'occasione di riscatto, anche se la madre guardò sempre con sospetto questa sua passione. Nel 1903 si trasferì a Pisa per frequentare l'università, ma presto esplose la sua nevrosi che portava con sé sin dall'infanzia. Rientrato a Trieste, nel 1909 sposò Lina, con cui aveva instaurato un rapporto intenso ma conflittuale. Un anno più tardi nacque la figlia Linuccia. Intanto pubblicò a proprie spese il primo libro, Poesie, in cui si firmò per la prima volta con lo pseudonimo di Umberto Saba, ispirato dalla cara balia, Peppa Sabaz. Datata 1912 è la sua prima raccolta, intitolata Coi miei occhi.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale fu chiamato alle armi. Risale a questo periodo la lettura di autori come Friedrich Nietzsche e Sigmund Freud, che egli scoprì in anticipo rispetto agli altri intellettuali italiani. Fu la psicoanalisi a interessarlo particolarmente, perché in grado di fornirgli la chiave di lettura per decifrare le contraddizioni del reale. La poesia aveva infatti per lui il compito di indagare la verità interiore, scavando a fondo nell'animo e nei nodi irrisolti della vita psichica, come leggiamo nel v.5 di Amai.
Dopo la guerra acquistò a Trieste una libreria antiquaria che gestì per buona parte della vita. Uscì nel 1921 la prima edizione del Canzoniere, la sua raccolta più nota in cui è inserita l'intera produzione poetica. Scegliendo questo titolo, Saba si ricollegò alla grande tradizione lirica italiana, in particolare al capolavoro di Petrarca. Si ispirò inoltre a Dante e Giacomo Leopardi, ma anche al linguaggio del melodramma, in particolare ai libretti di Giuseppe Verdi.
Nuove edizioni del Canzoniere uscirono nel 1945, nel 1948, nel 1957, fino a quella definitiva del 1961, edita postuma.
Dal 1929 al 1931 si sottopose ad una terapia psicoanalitica con un allievo di Freud, Edoardo Weiss, a causa delle sue crisi nervose. Cominciata troppo tardi, la terapia non ottenne grandi risultati, ma fu determinante nella sua produzione.
Durante la Seconda guerra mondiale visse un nuovo periodo di angoscia e inquietudine, perseguitato per la promulgazione delle leggi razziali. Costretto a lasciare Trieste, visse a Parigi, Milano, Roma e Firenze, confortato qui dall'amicizia con Eugenio Montale.
Visse brevi momenti di serenità dopo la fine della guerra, intervallati da una serie di crisi depressive che si aggravarono nella vecchiaia. Costretto a continui ricoveri, si spense nell'agosto del 1957 in una clinica di Gorizia.

Il Canzoniere

È l'opera complessiva e più celebre di Saba che raccoglie ben 437 poesie scritte tra il 1900 e il 1954.
L'idea di riunire l'intera produzione in un unico lavoro risale al 1913, ma la prima edizione esce solo nel 1921.
Nell'edizione del 1945, pubblicata presso l'editore Einaudi, l'autore decide di dividere l'opera in tre volumi. Le poesie vengono costantemente sottoposte ad un'attenta revisione e molte vengono aggiunte nelle successive edizioni che appaiono nel 1948 e nel 1957, fino a quella postuma del 1961. Il Canzoniere è dunque la raccolta di tutta una vita nella quale Saba cerca di dare man mano una rappresentazione sempre più fedele del suo percorso psicologico ed esistenziale.
Il titolo riprende appunto il capolavoro del Petrarca, sebbene il titolo del poeta trecentesco sia stato attribuito alla raccolta delle sue rime solo alla fine del Cinquecento; egli aveva infatti scelto il nome latino Rerum volgarium fragmenta, cioè "frammenti di cose volgari", per sottolineare la superiorità della lingua latina. Nel Medioevo con il termine "canzoniere" si indicavano le grandi raccolte di liriche messe assieme dai copisti e dagli amanuensi; fu con Petrarca che per la prima volta questo termine passò a definire la raccolta delle poesie di un singolo autore composte in tempi diversi e disposte in un disegno unitario.

Nella sua veste definitiva Il Canzoniere di Saba è diviso in ventisei sezioni suddivise in tre volumi. Esso presenta alcuni elementi fondamentali: è costruito come un "romanzo psicologico"; è la "storia di una vita", come ci dice l'autore stesso, dunque l'autobiografismo è lo stile principale; ha una struttura coesa in cui nessuna poesia è irrilevante, ognuna è infatti imprescindibile nel disegno complessivo, senza l'intera architettura cadrebbe.

Volume primo

  • Poesia dell'adolescenza e giovanili
  • Versi militari
  • Casa e campagna
  • Trieste e una donna
  • La serena disperazione
  • Poesie scritte durante la guerra
  • Tre poesie fuori luogo
  • Cose leggere e vaganti
  • L'amorosa spina
Temi: l'adolescenza malinconica, la vita militare, il rapporto con la moglie Lina (A mia moglie), la città come personaggio e la leggerezza delle donne-fanciulle (Sovrumana dolcezza).

Volume secondo

  • Preludio e canzonette
  • Autobiografia
  • I prigioni
  • Fanciulle
  • Cuor morituro
  • L'uomo
  • Preludio e fughe
  • Il piccolo Berto
Temi: il dissidio interiore, il rapporto con la madre (Preghiera alla madre), l'infanzia e la psicoanalisi (nella sezione Il piccolo Berto sono raccolte sedici poesie dedicate allo psicoanalista Edoardo Weiss).

Volume terzo

  • Parole
  • Ultime cose
  • 1944
  • Varie
  • Mediterranee
  • Epigrafe
  • Uccelli
  • Quasi un racconto
  • Sei poesie della vecchiaia
Temi: i ricordi del passato, lo scorrere del tempo, l'occupazione nazista e la Liberazione, la vecchiaia e la malinconia.

Il primo volume coincide circa con l'edizione del 1921 e raccoglie i testi composti tra il 1900 e il 1920 suddivisi in nove sezioni. La prima è quella delle Poesie dell'adolescenza e giovanili composte tra il 1900 e il 1907. Si annunciano qui le successive scelte formali e compaiono per la prima volta alcuni temi fondamentali: il rapporto conflittuale con la madre, l'amore per la nutrice e la malinconia dell'infanzia. Seguono i Versi militari, sonetti scritti durante il servizio di leva del 1908. Lontano dalla madre, lo scrittore trova nella vita militare una possibilità di partecipazione collettiva e di adesione alla concretezza del reale. La terza sezione, Casa e campagna, che risale agli anni 1909 e 1910, introduce un nuovo personaggio fondamentale nell'opera, la moglie Lina, a cui è dedicata la poesia A mia moglie.
Questo componimento è considerato dall'autore la sua "più bella poesia", come si legge nel commento. Saba paragona la moglie alle femmine di alcuni animali miti e docili come la gallina, la mucca, la cagna, la coniglia, la rondine, la formica e l'ape. Questa scelta originale, ben distante dall'immagine della donna angelicata portatrice di salvezza che appare in tutta la sua bellezza, racchiude un fondo di dolore e sofferenza.
All'inizio la poesia è stata incompresa e fraintesa, provocando "allegre risate", come se fosse stata scritta per scherzo. L'iniziale incomprensione testimonia la novità della poetica di Saba che costituisce un'alternativa alle tendenze dominanti nella letteratura del nostro tempo. La sua poesia è piena di spunti narrativi e di elementi realistici; la scrittura, sempre accessibile ma agitata da tensioni psicologiche, ha influenzato autori importanti del dopoguerra tra cui Giorgio Caproni, che di Saba riprese anche l'amore per la rima apparentemente semplice, presente anche in questi versi in modo libero e irregolare.

Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell'andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull'erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio,
Così, se l'occhio, se il giudizio mio
non m'inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun'altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.

Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la tua carne.
se l'incontri e muggire
l'odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l'erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t'offro quando sei triste.

Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d'un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.

Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l'angusta
gabbia ritta al vederti
s'alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?

Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest'arte.

Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere:
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un'altra primavera.

Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l'accompagna.
E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun'altra donna.

Commento di Saba

Casa e campagna contiene quella che è, oggi ancora, la poesia più famosa di Saba. [...] Alludiamo - come il lettore avrà capito - alla poesia "A mia moglie". La poesia provocò, appena conosciuta, allegre risate. Pareva strano che un uomo scrivesse una poesia per paragonare sua moglie a tutti gli animali della creazione. È la sola del Nostro che abbia suscitato un po' di scandalo; è forse a questo che si deve la sua notorietà: una notorietà di "contenuto". Ma nessuna intenzione di scandalizzare, e nemmeno di sorprendere, c'era, quando la compose, in Saba. La poesia ricorda piuttosto una poesia "religiosa"; fu scritta come altri reciterebbe una preghiera. Ed oggi infatti la si può nominare o leggere in qualunque ambiente, senza la preoccupazione di suscitare il riso. Un giornale comunista disse, recentemente, che "A mia moglie" è una poesia proletaria. Noi pensiamo invece che sia una poesia "infantile"; se un bambino potesse sposare e scrivere una poesia per sua moglie, scriverebbe questa.

"Un pomeriggio d'estate mia moglie era uscita per recarsi in città. Rimasto solo, sedetti, per attenderne il ritorno, sui gradini del solaio. Non avevo voglia di leggere, a tutto pensavo fuori che a scrivere una poesia. Ma una cagna, la "lunga cagna" della terza strofa, mi si fece vicino, e mi pose il muso sulle ginocchia, guardandomi con occhi nei quali si leggeva tanta dolcezza e tanta ferocia. Quando, poche ore dopo, mia moglie ritornò a casa, la poesia era fatta: completa, prima ancora di essere scritta, nella mia memoria. Devo averla composta in uno stato di quasi incoscienza, perché io, che quasi tutto ricordo delle mie poesie, nulla ricordo della sua gestazione. Ricordo solo che, di quando in quando, avevo come dei brividi. Né la poesia ebbe mai bisogno di ritocchi o varianti. S'intende che, appena ritornata la Lina, stanca della lunga salita (si abitava a Montebello, una collina sopra Trieste) e carica di pacchi e di pacchetti, io pretesi subito da lei che, senza nemmeno riposarsi, ascoltasse la poesia che avevo composta durante la sua assenza. Mi aspettavo un ringraziamento ed un elogio; con mia grande meraviglia, non ricevetti né una cosa né l'altra. Era invece rimasta male, molto male; mancò poco litigasse con me. Ma è anche vero che poca fatica durai a persuaderla che nessuna offesa ne veniva alla sua persona, che era <<la mia più bella poesia>>, e che la dovevo a lei.
<<A mia moglie>> è la prima grande poesia alla quale si imbatte chi legga per la prima volta il Canzoniere [...]. E se un'antologia di Saba fosse possibile e desiderabile, nessuno potrebbe pensare ad ometterla. Diremo di più: se di questo poeta si dovesse conservare una sola poesia, noi conserveremmo questa. Altre più belle poesie egli scrisse, più complesse, più seducenti, forse anche più perfette; ma in nessuna - crediamo - la nativa spontaneità della sua vena zampillò da una sorgente più profonda".

Saba a la moglie Lina

La moglie, insieme alla città di Trieste, è anche la protagonista della quarta sezione, Trieste e una donna, una delle più riuscite del Canzoniere. La città non fa solo da sfondo alla narrazione, ma ha la concretezza di un vero e proprio personaggio. Il rapporto tra lo scrittore e Lina ha avuto un momento di crisi in cui la moglie lo ha lasciato, per poi però riconciliarsi. Questo è il tema della poesia Dico al mio cuore, intanto che t'aspetto, in cui Saba ha un appuntamento con la donna e, mentre l'aspetta, pensa che dovrebbe dimenticarla e odiarla per il male che gli ha fatto; non appena la vede, però, le corre incontro e la bacia.

Dico al mio cuore, intanto che t'aspetto:
Scordala, che sarà cosa gentile.
Ti vedo, e generoso in uno e vile,
a te m'affretto.

So che per quanto alla mia vita hai tolto,
e per te stessa dovrei odiarti.
Ma poi altro che un bacio non so darti
quando t'ascolto.

Quando t'ascolto parlarmi d'amore
sento che il male ti lasciava intatta;
sento che la tua voce amara è fatta
per il mio cuore.

Le ultime due sezioni sono invece dedicate all'amore per due fanciulle, Paolina e Chiaretta; l'abbandono alla dolcezza e alla leggerezza lasciano spazio alla fine al riaffiorare di una nota dolente nella conclusione della poesia Sovrumana dolcezza. Dedicata a Chiaretta, esprime tutto il desiderio erotico da parte dello scrittore nei confronti di questa giovinetta, figura di pura sensualità che non ha nessun punto di contatto con il fantasma materno e per questo fuga gioiosa dai pesi della vita. L'abbandono erotico viene però accostato all'idea della morte, riprendendo il topos letterario di amore e morte, tipico del Leopardi e del Romanticismo. Saba sviluppa il tema anche a livello psicoanalitico: per l'autore l'eros è una pulsione istintiva, comune a tutti gli uomini, che ha una carica liberatoria e distruttiva. Per questo, inebriato di desiderio e di passione, prova un presentimento di morte.

Sovrumana dolcezza
io so, che ti farà i begli occhi chiudere
come la morte.

Se tutti i succhi della primavera
fossero entrati nel mio vecchio tronco,
per farlo rifiorire anche una volta,
non tutto il bene sentirei che sento
solo a guardarti, ad aver te vicina,
a seguire ogni tuo gesto, ogni modo
tuo di essere, ogni tuo piccolo atto.
E se vicina non t'ho, se a te in alta
solitudine penso, più infuocato
serpeggia nelle mie vene il pensiero
della carne, il presagio

dell'amara dolcezza,
che so che ti farà i begli occhi chiudere
come la morte.

Il secondo volume raccoglie i testi composti tra il 1921 e il 1932 suddivisi in otto sezioni. La prima, Preludio e canzonette, riprende il tema trattato alla fine del volume precedente, cioè l'amore per Chiaretta. La seconda, Autobiografia, sviluppa un'indagine autoanalitica in cui l'autore riepiloga in soli quindici sonetti la sua esistenza al fine di indagare le ragioni del proprio dolore. Importante è la quinta sezione, Cuor morituro, che riprende tutti i temi principali della poetica di sabiana; l'infanzia, il dolore, l'amore, la madre, la nutrice e la città. Nella poesia Preghiera alla madre, datata 1928-1930, il poeta si rivolge alla madre morta, rievocando la tristezza dei suoi anni adolescenziali ed esprimendo il desiderio di ricongiungersi a lei. Lo stesso tema veniva affrontato in quegli anni da Ungaretti nel capolavoro Alla madre, sebbene con un tono maggiormente religioso. Come suggerisce il titolo, la poesia è una preghiera rivolta alla madre, la cui figura è caratterizzata dai motivi della sofferenza e del rimprovero. Nonostante l'infanzia dolorosa e la cura psicoanalitica che proprio in questo periodo l'autore stava iniziando, si manifesta una nostalgia della dimensione infantile e la volontà di tornare bambino per conversare con la propria mamma.

Madre che ho fatto soffrire
(cantava un merlo alla finestra, il giorno
abbassava, sì acuta era la pena
che morte a entrambi io m'invocavo)
madre ieri in tomba obliata,
oggi rinata; presenza,
che dal fondo dilaga quasi vena
d'acqua, cui dura forza reprimeva,
e una mano le toglie abile o incauta
l'impedimento;
presaga gioia io sento
il tuo ritorno, madre mia che ho fatto,
come un buon figlio amoroso, soffrire.

Pacificata in me ripeti antichi
moniti vani. E il tuo soggiorno un verde
giardino io penso, ove con te riprendere
può a conversare l'anima fanciulla,
inebbriarsi del tuo mesto viso,
sì che l'ali vi perda come al lume
una farfalla. È un sogno,
un mesto sogno; ed io lo so. Ma giungere
vorrei dove sei giunta, entrare dove
tu sei entrata
- ho tanta gioia e tanta stanchezza! -
farmi, o madre,
come una macchia dalla terra nata,
che in sé la terra riassorbe ed annulla.

L'ultima sezione, Il piccolo Berto, comprende sedici poesie dedicate allo psicoanalista Edoardo Weiss. La cura spinge il poeta a scavare nei ricordi opachi della sua infanzia, sino a riportare alla luce il "piccolo Berto", nient'altro che Umberto Saba bambino, che diviene un vero e proprio personaggio. L'episodio determinante per la sua nevrosi è quello vissuto a tre anni, quando la madre lo riprende con sé strappandolo all'amata nutrice. L'esperienza della psicoanalisi non incide solo sui temi ma anche sullo stile, più chiaro e diretto. Saba è stato il primo poeta a fare riferimento alla lezione freudiana nella sua produzione, mentre sul piano narrativo era stato Svevo.

Il terzo volume raccoglie i testi composti tra il 1933 e il 1954 suddivisi in nove sezioni. Proseguendo lo stile dell'ultima sezione del secondo volume e tenendo conto dell'influenza di Ungaretti e Montale, la metrica si alleggerisce divenendo più libera e aperta, con la tensione narrativa che si concentra in quadri più brevi. La prima sezione, Parole, riassume nuovamente i temi principali dell'opera, come quello del rapporto con la moglie, presente nella poesia Confine. La figura di Lina, divenuta meno presente rispetto al primo volume, è qui di nuovo al centro del componimento e parla al marito delle sue sofferenze. Il poeta, addolorato, prende coscienza di un limite che non può essere oltrepassato: il suo amore non è sufficiente a rendere felice l'amata. Durante il dialogo, nella seconda metà del componimento, compare l'immagine di un passero, riferimento a Il passero solitario di Leopardi, uno degli autori più amati da Saba, che si posa un attimo sulla grondaia ignaro della sofferenza del poeta, leggero nel vento, in contrasto con il senso di oppressione che trasmettono i versi. Si nota però la chiara differenza con Leopardi, in cui la solitudine del passero diviene quella del poeta, mentre in Saba la leggerezza dell'uccellino è contrapposta ai suoi sentimenti personali.

Parla a lungo con me la mia compagna
di cose tristi, gravi, che sul cuore
pesano come una pietra; viluppo
di mali inestricabile, che alcuna
mano, e la mia, non può sciogliere.
Un passero
della casa di faccia sulla gronda
posa un attimo, al sol brilla, ritorna
al cielo azzurro che gli è sopra.
O lui
tra i beati beato! Ha l'ali, ignora
la mia pena secreta, il mio dolore
d'uomo giunto a un confine: alla certezza
di non poter soccorrere chi s'ama.

I ricordi del passato, rievocati con malinconia e tenerezza, riaffiorano nelle poesie della sezione Ultime cose, realizzate negli anni del fascismo e della guerra. In 1944 e Varie viene affrontato il tema dell'occupazione nazista e della Liberazione. Quella di Mediterranee è invece una poesia di chiusura e di addio in cui Saba, ormai anziano, si congeda dal lettore tracciando un bilancio del proprio percorso umano e artistico. Le successive quattro sezioni sono state infatti aggiunte postume nell'edizione del 1961.

Ernesto

Sebbene la fama di Saba sia legata principalmente alla poesia, egli è stato anche un originale prosatore. Ernesto è il suo unico romanzo, rimasto incompiuto, scritto nel 1953 ed edito postumo a cura della figlia Linuccia da Einaudi. Diviso in cinque episodi, ha una forte componente autobiografica ed è steso in gran parte in dialetto triestino. L'alternanza tra l'italiano e il dialetto è molto importante in quanto l'italiano è la lingua convenzionale con cui Ernesto e la madre comunicano solitamente, mentre il dialetto è la lingua dell'affettività e dell'autenticità, infatti è utilizzato nel momento più intenso del racconto.
La narrazione è interza persona, sebbene l'autore ormai anziano parli di sé stesso rievocando senza filtri la propria adolescenza e in particolare l'iniziazione sessuale.
Ernesto è un bel ragazzo di sedici anni che vive nella Trieste di fine Ottocento e lavora presso il signor Wilder, un industriale ungherese. Il protagonista, che non ha mai conosciuto il padre e vive con una madre severa e protettiva, vive la sua prima esperienza omosessuale con un collega di lavoro più grande di lui, col quale inizia una relazione destinata a durare qualche mese. In seguito a questo episodio decide di recarsi, consigliato dal barbiere, in un bordello, dove conosce una prostituta, subito colpita dal giovane.
Ernesto decide di farsi licenziare dal signor Wilder per interrompere definitivamente la relazione con "l'uomo", cioè il collega. La signora Celestina, madre di Ernesto, riesce a far riassumere il figlio che a questo punto è costretto a confessare il rapporto omosessuale. La madre si dimostra comprensiva e preoccupata solo di salvaguardare la reputazione di suo figlio. A questa confessione, a cui la donna aveva reagito apparentemente bene, per lo stupore del protagonista, segue quella del rapporto con la prostituta, al fine di rivendicare la propria virilità. La madre ne resta questa volta sconvolta: mentre il rapporto con il collega è per lei una "ragazzata", la notizia dell'incontro con la prostituta scatena la sua gelosia. Durante le due confessioni Saba utilizza il dialetto e pone l'attenzione sulla psicologia del ragazzo, che ha bisogno di confessare la trasgressione alla madre per essere accettato. Il protagonista, dichiarando i propri segreti, ferisce la donna e allo stesso tempo cerca di coinvolgerla in un rapporto di complicità. Questa ricerca di intimità può essere letta da un punto di vista psicoanalitico come un incesto simbolico. Ernesto ferisce la madre per costringerla ad abbandonare il suo comportamento severo ed esprimere i suoi sentimenti più autentici che ha sempre tenuto nascosto.
Alla fine del dialogo Celestina ha già perdonato Ernesto e consola il suo pianto. Nel capitolo conclusivo il protagonista, ormai diciassettenne e rimasto senza lavoro, assiste al concerto di un grande violinista dell'epoca dove conoscerà un bellissimo adolescente di due anni più giovane anch'egli appassionato di violino. È l'inizio di un'amicizia che si fonda su un amore comune per la musica e la scoperta del valore dell'esperienza artistica.