Giovanni Giolitti

Nato nel 1842 a Mondovì, in provincia di Cuneo, Giovanni Giolitti è stato un politico che ha guidato l'Italia più volte come Presidente del Consiglio, caratterizzando i primi quindici anni del XX secolo come l'età giolittiana.
Nel 1896 l'Italia aveva subito una disastrosa sconfitta ad Adua, in Etiopia, e l'allora Presidente del Consiglio Francesco Crispi, esponente della cosiddetta Sinistra storica e promotore di questa impresa coloniale, decise di dimettersi.
Il nuovo Primo ministro, Antonio di Rudinì, decide di ricorrere alle forze di polizia e all'esercito per fronteggiare la folla che si lamenta per l'aumento del prezzo del pane. A Milano, nel maggio del 1898, un generale dell'esercito ordina di sparare sui manifestanti. Il re Umberto I, invece che condannarlo, premia il comportamento del generale.
A causa di questo atteggiamento il 29 luglio 1900 a Monza l'anarchico Gaetano Bresci uccide re Umberto, al quale succede il figlio Vittorio Emanuele III.

Il nuovo re affida l'incarico di Primo ministro al liberale Giuseppe Zanardelli, il quale sceglie Giolitti come ministro dell'Interno. Quest'ultimo è convinto che per superare la crisi di fine secolo sia necessario che lo Stato e il governo non intervengano direttamente nelle lotte sociali, soprattutto nel caso di conflitti di lavoro.
A seguito della morte di Zanardelli sul finire del 1903, Giolitti assunse la carica di Presidente del Consiglio. La sua attenzione si rivolse subito all'economia e alle condizioni dei lavoratori. Vengono così introdotti limiti all'impiego delle donne nelle fabbriche, modificata la legge sul lavoro dei bambini e applicate leggi sulle assicurazioni obbligatorie contro gli infortuni per i lavoratori dell'industria.
Un'altra riforma importante fu quella della scuola pubblica. Nel 1904 venne prolungato il periodo di obbligo scolastico, mentre una successiva riforma, attuata da un governo di cui però non faceva parte Giolitti, statalizzò la scuola elementare, fino ad allora a carico dei comuni. Ciò contribuì alla diminuzione dell'analfabetismo.
Nel 1905 venne approvata la nazionalizzazione delle ferrovie, che divengono così non più private ma dello Stato.
In occasione del cinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia, nel 1911, viene inaugurato a Roma l'immenso monumento a Vittorio Emanuele II in piazza Venezia: il Vittoriano.

L'età giolittiana fu dunque caratterizzata da una notevole crescita economica, segnata per esempio da una prima ondata di industrializzazione con la nascita di aziende nel settore automobilistico come FIAT, Alfa Romeo e Pirelli, ma anche da riforme fondamentali sul piano sociale e culturale. Tutto ciò fu favorito da un lungo periodo storico che copre l'ultimo ventennio dell'Ottocento e i primi anni del secolo successivo sino alla Prima guerra mondiale, noto a livello internazionale come Belle Époque.
Tuttavia Giolitti attraversò diversi periodi difficili durante il suo governo e subì varie critiche. Una delle accuse maggiori mosse nei suoi confronti fu quella di non aver fatto nulla al fine di eliminare i fenomeni criminali diffusi nel Mezzogiorno, contribuendo così ad incrementare la differenza tra un nord che aveva conosciuto la rivoluzione industriale e un sud, povero e arretrato, nel quale per molti italiani l'unica soluzione era l'emigrazione.
Inoltre per Giolitti, appartenente all'ala liberale, furono sempre problematici i rapporti con i socialisti, partito che in questi anni si rivolse alla sinistra più radicale e rivoluzionaria sotto la guida del giovane Benito Mussolini, direttore a partire dal 1912 del quotidiano "Avanti!". Il Primo ministro sa bene che il suffragio universale maschile da lui approvato nel 1912 potrebbe portare ad un consistente incremento di voti socialisti, ma dall'altra parte bisogna tener presente la costante ricerca di Giolitti ad avere dalla sua parte i cattolici, che, con i loro voti, saranno determinanti per la vittoria dei liberali nelle elezioni del 1913.
Dal 20 settembre 1870, a seguito della breccia di Porta Pia, nota come Presa di Roma, il pontefice, al tempo Pio IX, emanò il Non éxpedit, col quale era ritenuto inaccettabile per i cattolici italiani partecipare alla vita politica. Nel colmare la distanza tra Stato e Chiesa fu determinante Giolitti, che chiedeva voti ai cattolici promettendo riforme a favore loro e del papa, ma sicuramente anche Pio X, salito al soglio di Pietro nel 1903, favorevole a una partecipazione dei cattolici alle elezioni politiche contro le forze socialiste. Sarà il suo successore, Benedetto XV, papa durante la Grande Guerra, a revocare ufficialmente il Non éxpedit.

Nel periodo giolittiano si diffuse l'ideologia nazionalista, che sarà alla base del fascismo, che manifestava la necessità di un'espansione coloniale al fine di affermare la forza dello Stato e la grandezza dell'Italia sul piano internazionale. Giolitti decise allora di riprendere la politica coloniale in Africa con la guerra di Libia.

La conclusione dell'età giolittiana si ebbe con l'inizio della Prima guerra mondiale, a cui Giolitti si era opposto. In realtà lo statista governò il paese ancora un anno a partire dal 1920, nel pieno del cosiddetto "biennio rosso", quando l'Italia visse un'ondata di conflitti di classe senza precedenti a seguito dell'esito della guerra, quella "vittoria mutilata", termine coniato da Gabriele d'Annunzio, che scatenerà molteplici tensioni. I nazionalisti aumentavano infatti il malcontento popolare attaccando il governo sostenendo che non era stato in grado di ottenere tutti i territori promessi dagli alleati in caso di vittoria.
A seguito del patto di Londra, stipulato nel 1915, l'Italia era riuscita ad ottenere il Trentino, il Friuli-Venezia Giulia, ma non la Dalmazia, assegnata alla Jugoslavia. Nel settembre del 1919 d'Annunzio guidò un gruppo di volontari occupando militarmente la città di Fiume, situata nell'attuale Croazia. La sua azione mostrò la debolezza dello stato italiano aumentando ulteriormente i consensi a favore dei nazionalisti.
Il 12 novembre del 1920 Giolitti firmò il trattato di Rapallo, che stabilì la libertà di Fiume, a cui naturalmente si opposero i dannunziani. Il governo di Giolitti decise allora di intervenire con la forza nel cosiddetto "Natale di sangue" del 1920, ponendo fine all'impresa di Fiume.

Benito Mussolini e Gabriele d'Annunzio

Contemporaneamente il movimento fascista cresceva nei consensi, con la gente che credeva che un ritorno all'ordine potesse ripristinare la situazione sociale. Il leader politico dei Fasci italiani di combattimento, fondati nel 1919 a Milano in piazza San Sepolcro, era lo stesso Mussolini che poco prima era la figura più popolare del socialismo italiano, ammirato dai giovani rivoluzionari, sostenuto dalle masse e rispettato dagli intellettuali antigiolittiani. Nella sua ascesa politica fu coinvolto lo stesso Giolitti che, nonostante si schierò in opposizione al regime, venne criticato per aver patrocinato nel 1921 i Blocchi nazionali, permettendo al fascismo di partecipare alle elezioni. Giolitti si era probabilmente illuso di porre fine allo squadrismo favorendo l'ingresso dei fascisti in Parlamento, ma l'errore non fu solo suo. Tutti i politici liberali, i partiti antifascisti ed anche l'opinione pubblica sottovalutarono infatti la forza del fascismo e la sua volontà di potere, considerandolo un movimento destinato a durare poco. Così nel luglio del 1921 Giolitti abbandonò il potere mentre il paese si preparava alla marcia su Roma, al ventennio fascista ed infine all'orrore della Seconda guerra mondiale.


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