Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli nacque il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna, in provincia di Forlì.

Di famiglia agiata e numerosa, subì ben presto il trauma dovuto all'assassinio del padre. Poco dopo perse anche la madre, una sorella e un fratello, lutti che ne segnarono l'infanzia e l'intera esistenza. Giovanni divenne il capofamiglia. Nel frattempo gli studi classici lo avviarono alla carriera di insegnante nelle scuole superiori e poi a quella di docente universitario a Bologna, dove prese il posto di Giosuè Carducci nella cattedra di Letteratura italiana.

Passò la vita dedicandosi all'attività poetica, quella di docente e studioso di lettere e in una dimensione affettiva che rifiutava nuove relazioni sentimentali: insicurezze e inquietudini interiori lo portarono a privilegiare l'obiettivo di ricostruire il nucleo famigliare originario. Morì a Bologna il 6 aprile 1912.

Pascoli fu il poeta che ebbe subito chiara coscienza della crisi della poesia nel moderno, concetto che già Giacomo Leopardi, sessant'anni prima di lui, aveva compreso. La poesia ha bisogno di una rinascita e per farlo Pascoli si concentrò su quella parte dell'umano che chiamò fanciullino e si sforzò di valorizzare il suo punto di vista sul mondo, ritenendolo fondamentale. La poesia nasce proprio se si guarda la realtà con gli occhi di un bambino, dalla capacità di stupirsi di fronte alla vita come solo un fanciullo sa fare, capace di cogliere la bellezza delle piccole cose, di "trovare il tutto nel nulla" come affermava Leopardi.

La prosa intitolata "Il fanciullino" venne pubblicata da Pascoli nel 1897 su una rivista fiorentina. Il testo è fondamentale in quanto costituisce una vera e propria dichiarazione di poetica. In essa l'autore delinea la sua personale concezione della figura del poeta e del ruolo della poesia. Il poeta è un eterno fanciullo che, anche se adulto e maturo, sa mantenere dentro sé la sua parte infantile e non la soffoca dalla ragione: è capace di stupirsi di fronte ad ogni piccola cosa e di trovarne sempre la bellezza e la felicità. Nessuno più di un bambino conosce la realtà in modo tanto profondo.

L'immagine del poeta - fanciullino si affiancava a quelle proposte nello stesso periodo da Giosuè Carducci e Gabriele d'Annunzio. Carducci voleva rilanciare un'idea di poesia alta e classicista e insieme di severo impegno civile. D'Annunzio aveva un'idea più moderna in cui il poeta era un "superuomo" in virtù delle sue doti di esteta, uomo raffinato e mondano. Può sembrare che il modello pascoliano sia più umile e costituisca un'immagine debole del poeta, ma non è così: la sua idea è quella più vera e la fiducia nella potenza della parola poetica e nella superiorità della sua forma, non è meno salda di quella che esprimono i suoi contemporanei. Ciò che accomuna i tre più importanti poeti tra il secondo Ottocento e l'inizio del Novecento è il tentativo di reagire con forza a un'idea di crisi della poesia e del ruolo del poeta nella società moderna, a quell'idea di decadenza dell'arte che è tipica di questo periodo storico e che sta alla base della definizione di Decadentismo.

La sua opera è divisibile in quattro fasi:

  • La poesia di ispirazione lirica: Myricae e Canti di Castelvecchio.
  • La poesia più narrativa e sperimentale: Poemetti.
  • La poesia di intonazione storico - civile: Odi e Inni.
  • La poesia di ispirazione classica ed erudita: Poemi conviviali.

Myricae

Raccolta di poesie la cui prima edizione è datata 1891 e quella definitiva 1900. Nelle varie edizioni il numero delle liriche aumenta progressivamente, fino ad assumere la forma di un vero e proprio libro.

Il titolo è latino e corrisponde in italiano a "tamerici", piante di basso fusto, molto comuni nella campagna italica e diffuse sulla costa. Sono nominate dal poeta Virgilio in un verso delle Bucoliche. Pascoli vuole dichiarare la sua come una poesia di "piccole cose", collocate dentro scenari di esperienza comune e quotidiana. Virgilio è per Pascoli il punto di riferimento classico della sua poesia: dalle piccole cose private di Myricae, passando per Canti di Castelvecchio, fino ai grandi argomenti storico - civili di Odi e Inni.

Campi e boscaglie, scene di vita rurale, umili oggetti del lavoro contadino, povera gente delle campagne, animali come buoi, passeri e rondini: sono questi i temi presenti nell'opera. La forza simbolista della poesia pascoliana, tuttavia, fa emergere da ciò vasti significati.

La "siepe" di tanti componimenti rappresenta, al contrario di ciò che accade nel Leopardi dell'Infinito, il confine che rassicura l'io e lo protegge dentro la famigliarità e le proprie cose. È dunque un elemento positivo in quanto al di là vi è un mondo ignoto e pieno di insidie.

Nell'immagine di un "nido", che d'inverno rimane vuoto e abbandonato, l'autore proietta il suo trauma infantile della perdita e la condizione di orfano. Lo tormenta  per tutta la vita il bisogno esistenziale di ricostruire un nido di affetti sicuri che lo proteggano e lo consolino, dopo la morte del padre ricordata nel "pianto di stelle" del celebre X agosto.

Un "aratro" abbandonato nella nebbia è nella lirica Lavandare simbolo di una solitudine inconsolabile.

Tema decisivo e centrale in Myricae è infine quello della morte. Essa è intesa come qualcosa di personale, eco e ricordo di cose lontane e perdute nel breve paradiso dell'infanzia: nei versi si avverte una forte malinconia celata dalla quiete delle campagne; l'immagine di una vita felice è illusoria come il tepore del sole di Novembre nell'estate di San Martino; il "chiù" della poesia L'assiuolo, eco dell'uccello notturno, diviene il richiamo della morte e ricorda la precarietà della vita.