Domenichino

L'opera ed il percorso artistico di Domenico Zampieri, noto come Domenichino, nato a Bologna nel 1581, sono collegati a quelle del suo grande rivale, Giovanni Lanfranco, contemporaneo formatosi come lui alla scuola carraccesca e recatosi a Roma nello stesso anno, il 1602, al seguito di Annibale Carracci.

Autoritratto di Giovanni Lanfranco realizzato intorno al 1630.

Giunto nella città eterna, dove poté ammirare i capolavori di Raffaello Sanzio, Domenichino ebbe il privilegio di osservare i lavori di decorazione della meravigliosa volta della Galleria Farnese e di collaborare col Carracci in una delle opere, insieme a quelle di Caravaggio, da cui prende avvio la grande stagione barocca.

Un dipinto di età giovanile intitolato Il guado, eseguito nel 1605 poco dopo il suo arrivo a Roma, è molto importante per capire l'influenza e lo studio del Carracci, col quale alla Galleria Doria Pamphilj si può fare un confronto diretto. La tela di Domenichino si ispira infatti chiaramente al Paesaggio con la fuga in Egitto del suo maestro, opere che, come si nota, pongono una grande attenzione alla natura, con i personaggi in primo piano che quasi si perdono all'interno della rappresentazione.
Nei suoi paesaggi il Domenichino evocò con nostalgia un ideale classico della natura, dedicandosi però anche alla resa realistica della natura, studiando attentamente ciò che vedeva intorno a lui.

Presso la Pinacoteca Vaticana possiamo osservare un'altra tela suggestiva, datata 1614, nella quale ritroviamo un simile paesaggio che fa da sfondo ad una chiesa scenograficamente aperta sulla campagna romana.
Si tratta dell'Ultima comunione di San Girolamo, che il pittore riprese da un dipinto di identico soggetto realizzato negli ultimi anni del Cinquecento da Agostino Carracci, fratello di Annibale. Per tale motivo Lanfranco accusò Domenichino di plagio, tuttavia l'opera non è che una ammirevole imitazione volta a superare quella di uno dei suoi maestri. L'artista seppe conciliare infatti le influenze stilistiche del giovane Tiziano, del Veronese, ma anche del Rubens romano nelle vesti e infine di Federico Barocci per quanto riguarda l'eleganza della composizione.
Domenichino riuscì magistralmente anche nel rendere, attraverso le espressioni dei volti e i moti dei corpi, i profondi sentimenti dei personaggi, tanto che il biografo Giovan Pietro Bellori, il quale assolse il pittore da ogni accusa di plagio, fece una descrizione entusiasta della tela, concentrandosi soprattutto sulla figura del protagonista, San Girolamo, che riconosciamo in primo piano anche per la presenza del leone da lui addomesticato.

«Così il santo vecchio infermo portato in chiesa piega le ginocchia su la predella dell'altare, e nel languore delle membra appare più viva la brama interna di pascersi del divino pane. Viene egli sostentato dietro nel manto rosso, onde si svela il corpo ignudo: apre debilmente le braccia e le mani dimesse e cadenti, ed aggravato dal proprio peso s'abbandona indietro e si rilassa su le gambe per mancanza di spirito e di vita, tantoché ogni membro si colca e si aggrava smorto ed esangue. Lo regge un giovine sotto il braccio destro, e nel sollevargli la spalla scorre e s'increspa l'arida pelle dalle coste e dalle mammelle vuote di carne e di umore. Et essendo questa figura compitissima, ogni tratto esprime la mancanza del corpo e 'l rigore delle parti estreme; assiderati gli articoli ed i nervi, s'aprono appena le braccia; tremolano le dita delle mani, si ristringono quelle de' piedi; ed anelando il petto si sollevano l'ossa, rientra lo stommaco, li quali effetti mostra distintamente il colore. E il corpo grande ed ancorché dimagrato e languente ritiene l'unione e la solidezza, con maniera grande, segnata dolcemente ogni parte nella sua operazione. Ma ben pare che in questo punto il Santo raccolga l'anima al suo Signore; piegasi alquanto a sinistra la venerabil faccia verso il sacerdote: calva è la fronte, pende dal mento e dalle gote su 'l petto la canuta barba, e mal potendo aprir le luci affatica e dilata le ciglia, dibatte le palpebre, alitando le labbra. L'istessa mancanza mostrano sotto l'altre membra, avvolto il seno in un pannolino, sopra 'l quale si sparge un lembo del rosso manto sino a mezze coscie piegate in profilo su le gambe: onde in questa figura il colore trapassa le forze dell'imitazione e vive nell'istessa natura».

Altro paesaggio di grande fascino e perfezione è La caccia di Diana della Galleria Borghese, dipinta nel 1617, che riprende la dolcezza delle forme e la purezza di Raffaello, ma anche la sensualità del Correggio. La ninfa in primo piano, infatti, si rivolge direttamente a noi che contempliamo l'opera e rapisce il nostro sguardo per il candore e l'incantevole bellezza. La sua posa vuole farci rivolgere l'attenzione a Diana, con l'arco in mano, attorno alla quale sono disposte con armonia le altre figure. Tutte le giovani donne aspettano divertite il tiro delle frecce contro il volatile posto all'altra estremità del dipinto. Gli sguardi delle fanciulle e le traiettorie delle frecce donano all'intera composizione un andamento da sinistra a destra accentuato dal levriero pronto a scattare per catturare la preda.
Curioso è l'aneddoto per il quale l'avido collezionista Scipione Borghese, innamoratosi della tela, arrivò a mettere in prigione per alcuni giorni il povero Domenichino pur di avere con sé l'opera e sottrarla al cardinale Pietro Aldobrandini, alla quale era destinata.

A seguito di un breve periodo di assenza da Roma, vi fece ritorno nel 1621 a seguito dell'elezione di Gregorio XV Ludovisi, pontefice emiliano che elesse Domenichino e Guercino a suoi pittori di fiducia, a scapito di Lanfranco.

Papa Gregorio XV ritratto da Guido Reni.

La competizione con Lanfranco toccò l'apice quando Domenichino dovette dipingere i Quattro evangelisti nei pennacchi della cupola della basilica di Sant'Andrea della Valle, affrescata dal rivale con l'Assunzione della Vergine, sicuramente il suo capolavoro. I lavori si svolsero in concomitanza a partire dall'anno 1621 e non mancarono curiosi episodi, come l'accusa di Domenichino a Lanfranco di averlo spinto da un'impalcatura. Descrive così i quattro affreschi il Bellori:
«San Matteo siede sopra una nubbe intento alla meditazione della nascita e morte di Cristo, ch'egli scrisse rispetto l'umanità sua. Stende la sinistra ad un libro, e rivolto a destra s'appoggia in cubito con la mano al mento. E ben con tutto il corpo riposa questa figura, sopraponendo su 'l destro ginocchio la gamba sinistra; e dal manto giallo rosseggiante s'aprono il petto, e le braccia ignude dalla tonaca, ed ignude le gambe con gli eroici lineamenti. Così composto il Santo Evangelista riguarda sotto al libro de gli Evangeli, che un angelo gli tiene avanti; e lasciando la faccia su la mano ricopre il mento, ed esprime l'attenzione sua ne gli occhi e nella fronte.
Siede San Giovanni [...] scrivendo li misteri della divinità, e solleva il volto, gli occhi e lo spirito al cielo; tiene sospesa la penna con due dita della mano, e sospende insieme l'altra col braccio elevato sopra il libro retto dietro da un angelo. Così Giovanni rivolto al cielo alza il ginocchio destro ed allontana l'altro, incavalcando la coscia su l'aquila, sopra la quale egli poggia, e si sublima. Da ogni parte magnifico è l'atto; e 'l manto rosso affibbiato al petto s'avvolge dal braccio destro quasi al piede, e si svela l'altro braccio dalla tonaca verde a mezza coscia; ed esquisita è l'arte di tutta la figura. [...] Nella testa giovanile di questo Evangelista imitò Domenico un ritratto antico di Alessandro Magno col volto elevato, il quale è noto a gli artefici per la sua bellezza, alla quale corrispondono tutte le parti e l'altre membra del Santo Evangelista sospeso ed astratto col corpo e con lo spirito alla contemplazione celeste della natura divina.
San Marco sedendo si volge a destra, ma la veduta è di profilo, ed espone il fianco sinistro: solleva il braccio ignudo e la mano sopra la tavola del libro posato su la coscia, e nel sollevarlo abbassa ed asconde dietro il capo, discoprendo sotto la fronte e la guancia senile con la canuta barba; è l'occhio intento al libro nella meditazione dell'Evangelo e del mistero della Risurrezzione del Signore. Col braccio si solleva sotto il ginocchio sinistro, e dal manto verde cadente dall'una e l'altra coscia si vede fuori la gamba legata su 'l ginocchio e su 'l collo del piede ignudo all'uso d'oriente.
Succede San Luca, spiegando con l'una e l'altra mano un volume in cui è scritta la dignità sua sacerdotale. Dal lato destro un amoretto distende quel volume e lo regge sottoponendovi il braccio, mentre il Santo travolge la faccia a sinistra e guarda sotto al popolo. [...] Vien ricoperto il Santo da tonaca gialla ritirata a mezze braccia, e dal seno spiegasi il manto azzurro sino a' piedi, che è quanto si può dipingere nello stile de' panni ed in ogni tratto di pennello».

In un quadro come il Rimprovero di Adamo ed Eva del 1633 è evidente tutto l'amore di Domenichino per il classicismo, in una composizione raffaellesca che omaggia anche il genio di Michelangelo Buonarroti nella figura di Dio Padre, chiaramente ripresa dalla Creazione di Adamo della volta della Cappella Sistina.
Realizzata in più versioni, l'opera fu donata nel 1693 a Luigi XIV, il Re Sole, ed oggi si trova in Francia presso il Museo di Grenoble.

Nel 1630 Domenichino si trasferì a Napoli, dove a partire dal 1638 cominciò la decorazione di altri quattro pennacchi di una cupola, quella della cappella del Tesoro nel Duomo della città, con scene della Vita di San Gennaro. Ancora una volta il suo lavoro si lega a quello del Lanfranco, dato che il parmense dipingerà l'intera cupola. Questa volta, però, Domenichino poté dedicarsi ai pennacchi prima che il rivale cominciasse la decorazione e in tal modo si evitarono altri possibili diverbi.

Scrive nella Vita di Domenichino il Bellori:
«Nel destro triangolo in faccia mirasi Cristo ignudo dal manto, che con le braccia aperte riceve San Gennaro portato al cielo da gli angeli dopo il suo martirio. Dietro il collo del Santo vi è un amoretto divino, il quale con una mano tiene la spada e con l'altra tocca il ferro tagliente che nel martirio recise la testa dal busto. Seguono altri angeli con l'insegne sacre del Santo, il pastorale, il libro, la penna, il giglio, e dietro due di loro portano una bandiera rossa con l'impresa del serpente, simbolo dell'errore e del Demonio debellato col martirio, precedendo un altro che suona la tromba del trionfo. E sotto vi sono disposte le tre Virtù, Fede, Speranza e Carità, dal glorioso Gennaro esercitate in vita e lasciate in esempio al suo popolo, e queste stanno con le mani elevate contemplando la beatitudine».

«Nel lato compagno vi è il Santo che prende la protezzione della città di Napoli, e come protettore impugna l'asta e lo scudo. [...] Evvi Cristo avanti a sedere, il quale posa la sinistra sopra il mondo, distende la destra ed addita ad un angelo inginocchiato a' suoi piedi, che assista ed accompagni Gennaro alla difesa; mentre l'angelo istesso tiene anch'egli sotto la mano all'asta; e tre spiriti celesti aiutano a reggere lo scudo. Vi sono altri angeli che seguitano il glorioso protettore, l'uno con l'insegna della croce e 'l pastorale, l'altro con la palma del martirio e l'ampolle del sangue suo miracoloso. Seguono appresso alla custodia del popolo Gabriele col giglio, Rafaelle con la spada e con lo scudo; ed appresso Cristo si volgono due amoretti che si abbracciano; l'uno tiene il ramo dell'ulivo, l'altro la bilancia, cioè la giustizia e la pace: quella mai si parte dal trono divino, questa solo da Dio è concessa a gli uomini giusti; onde la protezzione ha efficacia lasciato il peccato, che altro non significa qui Tobia col pesce, cioè il peccatore illuminato. Sotto nella declinazione del triangolo sono rappresentate tre bellissime figure: la Fiducia che si deve avere in Dio, espressa in una donna, la quale ferma il piede su l'ancora e tiene con una mano il temone, elevando l'altra col volto al cielo. Con questa vi è la Fortezza armata di elmo e di spada, e con la mano elevata dal lato sinistro sopra lo scudo. [...] Questa è la fortezza religiosa e cristiana congiunta all'umiltà, con sacro manto affibbiato al petto sopra la lorica; siede ella, e tiene il piede sopra il globo sprezzando il mondo, ed appresso un bambino frena un leone col morso alla bocca. [...] Con la Fortezza siede al pari la Munificenza della regia città di Napoli, radiata di corona d'oro; tiene in mano un abaco, delineatavi la pianta di questa sontuosa cappella; e dietro su la base vi è la statua di San Gennaro».

«Nel terzo triangolo vi è Cristo sedente, che si volge alle preghiere ed all'intercessione del Santo Protettore, seguitato da altri protettori del popolo napolitano; la cui pietà e religione viene espressa in una donna che tiene nelle mani l'incensiere e 'l cuore, che offerisce a Dio. Evvi la Carità, che distribuisce monete a due poveri fanciulli, e con esse la Penitenza effigiata in un uomo ignudo che tiene in mano le funi dupplicate in flagelli, ricordando al popolo le buone opere che debbono concorrere per rendersi degno della protezzione».

«Nel quarto triangolo viene espressa la Vergine, la quale genuflessa su le nubbi prega il figliuolo che rimetta il gastigo imminente alle colpe del popolo pentito; ed alle preghiere di essa due amoretti celesti tolgono di mano la spada a Giesù Cristo, ed uno di essi rimette il fodro. Sotto vi è un canonico, che inalza e mostra al popolo il reliquiario del sangue di San Gennaro; ed appresso vi è la sua testa nel busto d'oro, la quale si espone nella medesima cappella. Evvi l'Orazione figurata in una vergine genuflessa, la quale con la sinistra tiene l'ufficio della Madonna e la corona del rosario, e con la destra solleva la pazienza carmelitana, per la gran divozione che la città di Napoli ha verso la Vergine del Carmine. [...] All'Orazione si avvicina la Penitenza, donna estenuata, la quale si batte le spalle con le funi in pentimento del peccato, espresso nella tigre che giace a' suoi piedi. Dall'altro lato nell'inferiore angolo mirasi un giovane armato di elmo con la candida insegna di Maria, scrittovi il titolo della sua immacolata concezione. [...] Questi è il zelo della fede intrepido ed invitto, il quale calpesta Calvino e Lutero, l'uno sopra l'altro rovesciati ignudi per terra con gl'empii libri».

Quest'ultimo affresco, ricco di messaggi allegorici volti a suscitare profonde emozioni nei fedeli, si presenta come un'opera tipicamente controriformistica. Il Concilio di Trento, conclusosi nel 1563, non aveva che sancito la netta chiusura da parte della Chiesa nei confronti dei protestanti, condannando con fermezza ogni altra confessione cristiana. Quello che si verificò fu così un ulteriore rafforzamento della Chiesa romana, in un'opposizione al mondo protestante che gli storici definirono "Controriforma" o, per sottolinearne gli aspetti più positivi di riorganizzazione interna, "Riforma cattolica".

Domenichino si spense nel 1641, poco dopo aver portato a termine i pennacchi, quando Giovanni Lanfranco cominciava i lavori nella cupola.


Bibliografia

  • Le Vite de' pittori, scultori e architetti moderni - Giovan Pietro Bellori - Einaudi
  • Il Barocco - Tomaso Montanari - Einaudi
  • Arte in primo piano. Manierismo, Barocco, Rococò - Giuseppe Nifosì - Editori Laterza

Note

La foto del Paesaggio con la fuga in Egitto di Annibale Carracci è stata scattata durante il mio viaggio a Roma nel febbraio 2019.