Giuseppe Vasi

A Roma con Goethe e Stendhal

Un genere che ebbe notevole fortuna nella Roma del Settecento fu il Vedutismo, la cui caratteristica era quella di rappresentare con fedeltà quasi fotografica edifici, monumenti e scorci cittadini. Giuseppe Vasi eccelse nell'incisione, soffrendo però il diretto confronto con il suo celebre allievo Giovanni Battista Piranesi. Nell'arte incisoria si distinse anche Marcantonio Dal Re in ambito lombardo, mentre altri autori del Vedutismo a livello pittorico furono Giovanni Paolo Pannini per Roma e Canaletto per i paesaggi veneziani.
Vasi ci permette grazie alle sue mirabili incisioni di compiere un vero e proprio viaggio nella Roma del Settecento, il quale ben si può integrare con il commento di due viaggiatori d'eccezione, vale a dire Johann Wolfgang von GoetheStendhal, che fra il XVIII e il XIX secolo si recarono nella città eterna lasciandoci le proprie intime emozioni e suggestioni nelle loro bellissime opere Viaggio in ItaliaPasseggiate romane, quest'ultimo "incontestabilmente il più bel libro mai scritto su Roma".

Scrive Goethe: «Il Pantheon, l'Apollo del Belvedere, certe teste colossali, e di recente la Cappella Sistina, si sono impossessati del mio spirito al punto che vicino a loro non vedo quasi nient'altro. Ma come paragonarci, piccoli come siamo e avvezzi a ciò ch'è piccolo, a quelle forme generosamente smisurate? E ammesso che in qualche modo potessimo riuscirvi, ecco da ogni parte affollarsi subito un visibilio d'altre cose che ti viene incontro a ogni passo, ciascuna esigendo il tributo dell'attenzione. Come tirarsene fuori? Non altrimenti che lasciandole pazientemente crescere e fruttificare, studiando con attenzione il lavoro compiuto dagli altri per noi. [...] In questo luogo si riallaccia l'intera storia del mondo, e io conto d'esser nato una seconda volta, d'essere davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede in Roma».

Il percorso nella Roma settecentesca comincia da quella che al tempo era uno degli ingressi principali della città papale, ossia la porta di piazza del Popolo, tanto che Goethe disse che «solo quando passai sotto Porta del Popolo seppi per certo che Roma era mia».
L'aspetto trionfale della piazza, capace di lasciare senza fiato ogni visitatore, fu reso dall'architetto Carlo Rainaldi con l'idea delle due chiese gemelle che, viste dall'obelisco innalzato da Domenico Fontana al centro della piazza, sembrano accompagnarci e invitarci a percorrere le meravigliose vie della città, come afferma Stendhal: «All'uscita da Santa Maria del Popolo, abbiamo preso in esame l'obelisco che si trova tra la porta e il Corso. Da lì si scorgono, in tutta la loro lunghezza, tre vie perfettamente rettilinee che attraversano da parte a parte tutta la Roma moderna. [...] La più lunga, quella di mezzo, si chiama Corso, perché da tempo immemorabile vi si tengono le corse dei cavalli. [...] La via di Ripetta, a destra entrando in Roma, conduce al porto sul Tevere. Le grandi imbarcazioni che si vedono ormeggiate provengono da Napoli o da Livorno. La via a sinistra si chiama del Babuino. Il viaggiatore che si è smarrito si orienta per mezzo di queste tre vie e del Tevere, che scorre all'incirca da nord a sud».

Le chiese di Santa Maria in Montesanto a sinistra, nota come "Chiesa degli artisti", e Santa Maria dei Miracoli a destra, furono costruite per volere di papa Alessandro VII Chigi inizialmente sui progetti del Rainaldi, che riprese l'idea del tempio rotondo preceduto da un pronao classico su modello del Pantheon. I lavori continuarono poi sotto la supervisione di Gian Lorenzo Bernini e del suo fidato allievo Carlo Fontana.
Dalla piazza, percorrendo tutta via del Babuino, a sinistra della Chiesa degli artisti, si giunge sino in piazza di Spagna, luogo di ritrovo del bel mondo di tutta Europa, al cui centro troviamo la Fontana della Barcaccia, opera di Pietro Bernini, padre del più celebre Gian Lorenzo, posta ai piedi dell'immensa scalinata che conduce sino alla chiesa di Trinità dei Monti.

Continuando verso il cuore della città, il visitatore può imbattersi come d'incanto nello spettacolo quasi teatrale della Fontana di Trevi, capolavoro dell'architetto Nicola Salvi. Il dolce zampillio dell'acqua che sembra scaturire dalla facciata di palazzo Poli è un richiamo al mare, come dimostra la sontuosa statua di Oceano al centro, opera di Pietro Bracci. Sulla sommità di questa straordinaria scenografia barocca si vede lo stemma di Clemente XII Corsini, il pontefice committente.

Allontanandosi verso il lato sinistro della fontana, un'altra piazza poco distante, dalle modeste dimensioni, riserva un'ulteriore sorpresa inaspettata dandoci la sensazione che il tempo si sia davvero fermato per l'eternità. In piazza della Rotonda la vista del Pantheon commuove infatti per solennità e bellezza il turista, il quale non può fare a meno di pensare che questo monumento, fatto costruire dall'imperatore Adriano intorno al 120 d.C. in onore di tutte le divinità, ha davvero visto l'intera storia dell'umanità. Il fregio ricorda addirittura che fu fondato da Marco Vipsanio Agrippa, genero di Augusto, nel 27 a.C. circa, tuttavia due incendi lo danneggiarono al punto che Adriano decise di ricostruirlo.
Nell'incisione di Vasi si possono notare i due campanili aggiunti nel Seicento su progetto del Bernini, presto divenuti celebri col dispregiativo di "orecchie d'asino". Il Pantheon è tutt'oggi una basilica cristiana e questa fu la motivazione con la quale si decise di innalzare le piccole torri campanarie, che risultarono però effettivamente sgraziate per la facciata di un così antico monumento e dunque, verso la fine dell'Ottocento, furono demolite.
Oggi il Pantheon è celebre soprattutto per le illustri sepolture, prima fra tutte quella del divino Raffaello Sanzio, che riposa qui per sua volontà, m anche dei primi due re dell'Italia unita, ossia Vittorio Emanuele II, il "Padre della Patria", e Umberto I.
Così Goethe: «Qui la grandiosità della Rotonda, sia all'esterno che all'interno, ha suscitato in me un gioioso senso di reverenza».

Ancora una volta basta spostarsi appena un poco per trovare un'altra meraviglia come piazza Navona, scrigno di capolavori fra i quali risalta, al centro, la Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini. Alle sue spalle si innalza la chiesa di Sant'Agnese in Agone, opera di Francesco Borromini, che con la sua grandiosa cupola arretrata rispetto ai due campanili conferisce il senso di profondità ad una piazza, caratterizzata da una notevole lunghezza essendo sorta sull'antico Stadio di Domiziano, che come si nota presenta una scarsa larghezza.
Nell'incisione il Vasi, che scelse di raffigurare la piazza dal lato sinistro, dove si trova la Fontana del Moro di Giacomo della Porta, ci mostra una curiosità, ossia quando a partire dalla metà del Seicento, nei giorni di festa delle torride estati romane, la piazza veniva riempita d'acqua e trasformata in un vero e proprio lago artificiale per rinfrescare i visitatori, i nobili che vi entravano con le loro carrozze e l'intero popolo che accorreva numeroso. Lo spettacolo era reso possibile dalla particolare conformazione della piazza, così unica nel suo genere.

Continuando il cammino, giungendo sino alle sponde del fiume Tevere, di fronte al turista si staglia all'orizzonte un sublime panorama nel quale Ponte Sant'Angelo, con le statue del Bernini, lascia intravedere in lontananza la cupola di Michelangelo Buonarroti, simbolo di tutta la cristianità.

Superando il ponte e Castel Sant'Angelo, ma anche una serie di case che sino al secolo scorso costituivano la cosiddetta Spina di Borgo, la piazza e la basilica di San Pietro comparivano all'improvviso agli occhi del visitatore, come un vero effetto teatrale tipicamente berniniano, sensazione oggi meno evidente quando ci troviamo al cospetto della facciata di Carlo Maderno in quanto la lunga via della Conciliazione, progettata a seguito dei Patti Lateranensi, ci prepara gradualmente alla magnifica veduta, accompagnandoci sino all'ombra dell'obelisco egizio che si erge al centro della piazza.
Racconta Goethe: «Il tempo era più bello e più tranquillo che mai, il cielo tutto sereno, il sole tiepido. Mi recai con Tischbein a Piazza S. Pietro: dapprima passeggiammo su e giù, poi, quando sentimmo troppo caldo, ci portammo all'ombra del grande obelisco, che basta giusto giusto a riparare due persone; intanto piluccavamo dell'uva comprata lì presso. Quindi entrammo nella Cappella Sistina, che trovammo altrettanto chiara e luminosa, con le pitture in ottima luce. Il Giudizio Universale e il ciclo d'affreschi di Michelangelo nel soffitto si divisero la nostra ammirazione. Io non riuscivo che a guardare e a strabiliare. Non c'è parola per esprimere l'intima sicurezza e vigoria del maestro, la sua grandezza. Dopo aver veduto e riveduto ogni cosa, lasciammo quel santuario e ci recammo nella chiesa di S. Pietro, che il cielo sereno riempiva di luce magnifica, facendo risaltare chiara e limpida ogni sua parte».

Aggiunge Stendhal: «La piazza racchiusa tra le due ali semicircolari del colonnato del Bernini è, a mio parere, la più bella che esista. Al centro, un grande obelisco egizio; a destra e a sinistra, due fontane che zampillano incessantemente e i cui getti, dopo essere schizzati in alto, ricadono in vasti bacini. Il loro gorgoglìo tranquillo e costante riecheggia tra i due colonnati, conciliando le fantasticherie. Questa atmosfera predispone mirabilmente a rimanere impressionati da San Pietro».

Facendo ritorno verso il centro, poco lontano dalla Fontana di Trevi, una salita conduce il visitatore verso il colle del Quirinale, palazzo che fu dimora di pontefici e sovrani, dinanzi al quale si apre una piazza descritta con estrema precisione in tutta la sua particolarità da Stendhal: «Tornando da villa Ludovisi, abbiamo sostato a lungo in piazza di Monte Cavallo, ci sembra una delle più belle di Roma e del mondo. È piuttosto irregolare; è il rimprovero che le muovono gli sciocchi dal gusto educato. Ci si trova di fronte la facciata laterale del palazzo del papa con il portone davanti al quale se ne stanno seduti su alcune panche gli otto o dieci svizzeri di guardia al sovrano. A destra il palazzo della Consulta, a sinistra un ripido pendio oltre il quale si scorgono i profili di tutti i grandi edifici di Roma, infatti si è sull'estrema propaggine del colle del Quirinale circa all'altezza della cupola di San Pietro, che si vede nitidamente dall'altro lato della città e fa un'impressione incredibile».

Immancabile attrazione per ogni turista o pellegrino giunto a Roma è il maestoso Anfiteatro Flavio, il Colosseo, il cui nome deriverebbe, oltre che dalle straordinarie dimensioni, dalla colossale statua di Nerone collocata in passato accanto al monumento. Al cospetto di esso si può percepire la storia, lo scorrere dei secoli, che solo la costruzione più imponente dell'antica Roma giunta sino a noi può restituirci. Come scrive Stendhal: «È la più bella delle rovine; vi si respira tutta la maestà dell'antica Roma. [...] Ho visto Saint Paul a Londra, la cattedrale di Strasburgo, il duomo di Milano, Santa Giustina a Padova; ma non mi sono mai imbattuto in nulla di paragonabile al Colosseo. [...]
La persona più incline alle arti, Rousseau per esempio, nel leggere a Parigi una descrizione fedele del Colosseo, non potrebbe impedirsi di trovare l'autore ridicolo a motivo della sua esagerazione; eppure costui avrebbe badato soltanto a trattenersi per timore del lettore».

Il viaggio giunge infine verso la conclusione con la visita a due basiliche papali, San Giovanni in Laterano, la più importante di tutte in quanto cattedrale della diocesi di Roma, e Santa Maria Maggiore.
La facciata del Laterano, che concilia elementi michelangioleschi e del Maderno, richiamando il Bernini nelle gigantesche statue della balaustra, è il capolavoro di Alessandro Galilei, commissionato, come recita il fregio, da papa Clemente XII.
Dichiara Stendhal: «San Giovanni in Laterano è la prima chiesa del mondo; [...] è la sede del sovrano pontefice come vescovo di Roma. Il papa, dopo la sua esaltazione, viene a prenderne possesso».

Continua il viaggiatore francese, recandosi verso la basilica di Santa Maria Maggiore, la più grande a Roma dedicata alla Vergine, la cui facciata è opera dell'architetto Ferdinando Fuga datata al 1743: «Il tragitto che va da San Giovanni in Laterano a Santa Maria Maggiore è in linea retta: la sua posizione elevata fa sì che non vi sia mai fango; non è alla moda; insomma, ha dalla sua tutte le condizioni per offrire una bella passeggiata al galoppo. A Roma si possono noleggiare ottimi cavallini molto vispi.
Prima di montare a cavallo, abbiamo dato un'occhiata alla Scala Santa, formata da ventotto gradini di marmo bianco: è l'autentica scala della casa di Pilato a Gerusalemme; Gesù Cristo l'ha salita e scesa parecchie volte. Si vedono sempre fedeli che salgono in ginocchio».

A conclusione di questo breve ma così intenso viaggio nell'Urbe, capiamo l'importanza di recarci in luoghi come questi, con tutto il significato che custodiscono, per un'esperienza unica e totalizzante che tocca ogni animo sensibile, cambiandolo per sempre. Scrive Stendhal: «Le fantasticherie romane, che ci sembrano così dolci e ci fanno dimenticare tutti gli interessi della vita attiva, le sperimentiamo sia al Colosseo sia a San Pietro, a seconda delle inclinazioni del nostro animo. Quanto a me, quando vi sono immerso, ci sono giorni in cui, se mi annunciassero di essere il re della terra, non mi degnerei di alzarmi per andare a occupare il trono; rimanderei a un altro momento».
Aggiunge Goethe: «Troppo era maturata in me la sete di vedere questo paese; adesso che è appagata, patria e amici tornano a essermi profondamente cari, e desiderabile il ritorno; tanto più desiderabile, in quanto sento con certezza che non riporterò meco tanti tesori per mio esclusivo uso e possesso, ma perché servano di guida e di sprone a me e agli altri per tutta la vita»...


Note

L'ordine delle illustrazioni è stato scelto ripercorrendo il mio viaggio a Roma nel febbraio 2019.

Bibliografia

  • Stendhal, Passeggiate romane, traduzione e note di Donata Feroldi, incisioni di Giuseppe Vasi, Milano, Feltrinelli, 2019.
  • Goethe, Viaggio in Italia, traduzione di Emilio Castellani, Milano, Mondadori, 1993.