Ponte Sant'Angelo

Quando il visitatore, giunto a Roma da ogni dove, si reca dal centro della città all'inizio di Ponte Sant'Angelo, la via principale per raggiungere la basilica di San Pietro, capisce veramente di essere ormai vicino al cuore della cristianità e che l'aspirazione finale, ossia la tomba dell'Apostolo Pietro, meta imprescindibile del suo pellegrinaggio, è a pochissimi passi: basta infatti alzare lo sguardo e contemplare sullo sfondo la meravigliosa cupola di Michelangelo Buonarroti.

Ponte Sant'Angelo in un'incisione settecentesca di Giovanni Battista Piranesi.

Era il lontano 134 d.C. quando l'imperatore Adriano fece costruire questo ponte che serviva a collegare il resto della città con il suo mausoleo, quello che oggi è il maestoso Castel Sant'Angelo, così chiamato per l'arcangelo Michele collocato sulla sua sommità a metà Settecento. Sino all'Ottocento il ponte rimase anche l'unico accesso diretto per giungere in Vaticano dalla città.
Il fascino di questo ponte, dovuto alla sua spettacolarità teatrale che ancora oggi affascina ogni turista, accompagnandolo verso San Pietro, deriva però da un progetto seicentesco di un autore straordinario e unico, Gian Lorenzo Bernini, il quale decise di adornare il già suggestivo percorso con una decina di eleganti statue per le quali si fece aiutare da numerosi allievi.
L'idea di coronare con alcune sculture il cammino verso il castello derivava in realtà da un'idea di metà Cinquecento dell'allora pontefice Paolo III Farnese, che per la visita dell'imperatore Carlo V d'Asburgo aveva voluto collocare all'inizio del ponte le statue dei due principi degli Apostoli, a sinistra San Pietro, opera del Lorenzetto, allievo di Raffaello Sanzio, e a destra il San Paolo di Paolo Romano, quest'ultima realizzata nel Quattrocento e qui collocata più tardi.

Il committente del progetto berniniano fu papa Clemente IX Rospigliosi, uomo sensibile alle arti che, appena eletto al soglio petrino, si impegnò nel legare in modo indissolubile il suo nome e il suo ricordo a questo lavoro, quasi fosse consapevole del brevissimo pontificato che lo attendeva. Nella sua idea il ponte doveva divenire una sorta di teatrale Via Crucis che conduceva i fedeli sino al sepolcro di Pietro, collegandosi formalmente con il colonnato di Bernini caratterizzato dalla serie di statue poste sopra ogni colonna, progetto realizzato qualche anno prima per volere del predecessore Alessandro VII Chigi.

Clemente IX ritratto da Carlo Maratta nel 1669.

La serie di statue, che seguono per tema la cronologia della Via Crucis portando con loro gli strumenti della Passione, fu affidata dall'ormai anziano Bernini alla sua prolifica bottega, ai suoi allievi più fidati divenuti capaci di esprimere concretamente le sue idee. Nella fase matura il Bernini, impegnato in numerosi cantieri, andò infatti progressivamente privilegiando la fase dell'ideazione a quella puramente esecutiva. Dalla sua scuola ebbero modo così di affermarsi numerosi collaboratori e allievi, tra i quali uno dei principali fu certamente Antonio Raggi, il più fedele interprete dell'estetica e della teatralità del maestro.
Al Raggi fu richiesta la prima e forse più bella delle statue di cui si compone il ponte, ossia quella che troviamo subito sulla destra percorrendo la strada verso il castello. L'angelo regge in mano la colonna della flagellazione in ricordo della Passione di Cristo, volgendo lo sguardo verso il cielo come tipico delle pose berniniane. Sul basamento dell'opera, che colpisce per la raffinatezza dei panneggi, si legge la scritta: "Il mio trono è nella colonna".

A sinistra, in perfetta specularità di immagine e contenuto, vediamo l'angelo di Lazzaro Morelli che porta il sacello con cui Cristo fu flagellato alla colonna. Si nota che ogni angelo poggia su delle nuvole che, insieme alla leggerezza delle pieghe dei vestiti, restituisce una sensazione di movimento e di immaterialità alle creature celesti. Sulla base l'incisione recita: "Sono pronto al flagello".

Nella seconda coppia di sculture, a destra si trova l'angelo con il Volto Santo di Cosimo Fancelli, che richiama per iconografia la Veronica di Francesco Mochi posta in San Pietro, un'opera che l'artista doveva avere ben impressa nella mente avendo avuto il privilegio di collaborare col Bernini ai cantieri della basilica. L'angelo invita il fedele a contemplare il velo con cui fu asciugato il sangue di Cristo durante la sua salita al Calvario, invito che giunge anche dall'iscrizione: "Guarda il volto del tuo Cristo".

A sinistra è l'angelo con la corona di spine realizzato da Paolo Naldini, nel quale le grandi ali danno la sensazione che il messo celeste sia appena giunto sulla scena, come se di esse si potesse percepirne il battito. L'originale di questa statua, oggi custodito presso la basilica di Sant'Andrea delle Fratte, era del Bernini stesso, ma fu qui sostituita dalla copia del Naldini perché ritenuta troppo bella per essere esposta alle intemperie. L'angelo guarda l'osservatore con espressione dolorosa, vicina al pianto, come se il ricordo della scritta posta sotto provocasse ancora un dolore inguaribile e vivo più che mai: "Nella mia tribolazione si conficca la spina".

La terza serie angelica si apre a destra con la scultura di Girolamo Lucenti, il quale, prima di accostarsi al Bernini, fu allievo di Alessandro Algardi, autore fondamentale che in un secolo dominato dal virtuosismo barocco si distinse per essere ancora fortemente legato ad un ideale classico in ambito scultoreo. L'angelo, che tiene in mano i chiodi della croce di Gesù, lascia intravedere questa tendenza maggiormente classicista, grazie alla posa più contenuta e all'espressione meno esasperata in grado comunque di rapire l'attenzione del pellegrino con il gesto della mano: "Volgano lo sguardo a me che crocifissero".

A sinistra troviamo ancora Paolo Naldini con un angelo nelle cui mani è posata la tunica di Cristo che i soldati si spartirono a sorte dopo averlo crocifisso. Per farlo tirarono i dadi, che notiamo sopra la veste, in un dettaglio curatissimo emblema della caducità dell'umano destino che ritorna amaramente anche nell'incisione sottostante: "Sulla mia veste gettarono la sorte".

La scultura di destra della quarta coppia è opera di Ercole Ferrata, un altro allievo dell'Algardi poi accolto nella bottega berniniana, e mostra la croce di Cristo, colpendo ancora una volta per la morbidezza dei lineamenti e dei panneggi, per la finezza della capigliatura nonché per lo sguardo assorto e dolce dell'angelo, quasi malinconico nello stringere a sé la croce: "Regnava Dio appeso al legno della croce".

Ferrata deve competere col Bernini stesso, essendo la sua statua posta di fronte all'angelo con cartiglio, derivante da una copia del maestro di mano di Giulio Cartari, uno degli allievi prediletti ma di cui si conosce pochissimo. Il languido angelo, che lascia intravedere la ricercatezza di cui deve essere connotato l'originale berniniano, regge l'insegna INRI posta sopra la croce di Gesù: "Il suo regno è caricato sulle sue spalle".

L'ultima coppia vede a destra Domenico Guidi, come il Ferrata formatosi a bottega dall'Algardi, con l'angelo che tiene in mano la lancia con cui fu trafitto il costato di Cristo, un San Longino convertito nel momento esatto in cui sferrò il suo colpo riconoscendo in Gesù il Figlio di Dio: "Feristi il mio cuore".

Conclude questa incredibile Via Crucis a cielo aperto, dove la salvezza è rappresentata dalla basilica vaticana sullo sfondo, l'angelo con la spugna imbevuta di aceto di Antonio Giorgetti, usata per dissetare il Signore sulla croce, come recita l'iscrizione: "Mi diedero da bere aceto".

Percorso il ponte con l'insaziabile desiderio di giungere dinanzi a San Pietro, è solamente al ritorno, in un secondo passaggio, che il turista potrà cogliere nella sua totalità la bellezza di un progetto quale fu quello berniniano, in una teatralità che riflette al meglio uno degli aspetti di primaria importanza e più rivoluzionari nella concezione dell'arte barocca, vale a dire quella del coinvolgimento fisico ed emotivo dello spettatore. Tornarci con tale consapevolezza del significato non solo estetico ma profondamente teologico e spirituale delle statue, magari al tramonto, consente di vivere un'esperienza unica e totalizzante, ammirando quanto di più incantevole sia mai stato creato, con gli angeli che sembrano sospesi fra l'acqua del fiume Tevere e il cielo, facendo da cornice alla basilica di San Pietro, in uno degli scenari più suggestivi della città eterna.

Castel Sant'Angelo con il ponte berniniano in un dipinto di Camille Corot degli anni Venti dell'Ottocento.


Bibliografia

  • Roma barocca - Gerhard Wiedmann - Jaca Book
  • Il Barocco - Tomaso Montanari - Einaudi

Note

La foto di copertina è stata scattata durante il mio viaggio a Roma nel febbraio 2019.

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