Omero

Qual poeta, anzi quale scrittore, anzi quale ingegno maggiore di Omero ebbe mai, non dirò la Grecia, ma il mondo?

Giacomo Leopardi

Il poeta cieco Omero, la cui esistenza storica è ancora oggi messa in discussione ed oggetto di numerosi studi, è l'autore dell'Iliade e dell'Odissea, i due massimi poemi epici della letteratura greca.
Esistevano senz'altro poesie e canti prima dei due poemi omerici, tuttavia si è soliti, per convenzione, definire l'Iliade e l'Odissea l'origine della letteratura greca, una letteratura che ha dunque come inizio le sue vette.
Sin dall'antichità ci si è resi conto che la grandezza di Omero presupponeva una tradizione poetica importante alle spalle, concetto che definì anche Cicerone affermando come vi sia sempre nelle arti un percorso evolutivo verso la perfezione.
Lo storico Erodoto, vissuto nel V secolo a.C., sosteneva che Omero ed Esiodo fossero i più antichi poeti conosciuti, mentre il filosofo Aristotele, nella Poetica, diceva che di nessuno prima di Omero si potesse citare poemi simili ai suoi capolavori, però ne dava per certa l'esistenza di molti altri.
I poemi omerici sono anche i primi testi della letteratura greca ad essere messi per iscritto e ad essere conservati, mentre tutte le opere precedenti sono andate perdute.
Sia l'Iliade che l'Odissea sono divise in ventiquattro libri o canti, il cui nome antico era rapsodie. Il numero ventiquattro è dovuto alle lettere dell'alfabeto greco, utilizzate per indicare i canti.
Il racconto mitico dei due poemi, ricchissimo di personaggi ed episodi, ha il suo centro della vicenda nel rapimento di Elena, moglie del re di Sparta Menelao, da parte di Paride, figlio del re di Troia Priamo. Menelao e suo fratello Agamennone organizzano allora una spedizione per riavere Elena e le ricchezze sottratte da Paride.

Il dipinto

Nella Stanza della Segnatura in Vaticano, summa della cultura umanistica, accanto alla celeberrima Scuola di Atene, si trova il Parnaso, dipinto da Raffaello Sanzio intorno al 1510.
Attorno ad Apollo, dio della poesia e di tutte le arti, intento a suonare la lira, sono raffigurati i più grandi poeti antichi e moderni mentre salgono il monte che, nella mitologia greca, era la dimora delle Muse. Tra di loro si può riconoscere il cieco Omero, posto in primo piano vicino a Dante, il quale guarda verso Virgilio. Seduta in primo piano a sinistra vi è anche la prima poetessa della letteratura greca, Saffo, rivolta verso il gruppo del suo conterraneo Alceo, di profilo, e di Anacreonte, appena sopra di lei.


Iliade

Introduzione

  • Poema epico che racconta cinquanta giorni della guerra tra greci e troiani, durata dieci anni.
  • Composta secondo la tradizione nel 750 a.C. circa.
  • Il titolo deriva da "Ilion" che è l'altro nome della città di Troia.
  • Divisa in 24 canti detti anche libri.
  • Una tra le più autorevoli traduzioni del poema è quella di Vincenzo Monti.

Riassunto

Il personaggio principale dell'Iliade è Achille, un semidio, figlio di un mortale, Peleo, e di una dea, Teti. Achille si arrabbia per un torto subito dal suo re, Agamennone, decidendo di deporre le armi e di non combattere più per i greci.
Patroclo, il migliore amico di Achille, viene però ucciso da Ettore, capo dell'esercito troiano e secondo grande eroe del poema. Achille decide allora di tornare in battaglia per vendicare Patroclo.
A seguito di un lungo e mitico duello Achille riesce ad uccidere Ettore. Il re di Troia Priamo, padre di Ettore, chiede infine una tregua ai greci. La narrazione si conclude con i solenni funerali di Patroclo ed Ettore.

Achille

L'Iliade racconta della spedizione degli Achei contro Troia, ma non ne vuole essere la cronaca. Al centro della narrazione vi è infatti l'ira di Achille, da cui l'autore costruisce la struttura del poema.
L'eroe torna in battaglia a seguito dell'uccisione dell'amico Patroclo ad opera di Ettore. Il suo desiderio di vendetta è più forte dell'avvertimento della madre Teti che gli aveva predetto che alla morte di Ettore sarebbe seguita la sua.
"A vita breve sei destinato, figlio mio, per come parli: la morte per te è subito pronta, dopo quella di Ettore".

Lo stretto rapporto che lega Teti ad Achille è un altro dei temi fondamentali dell'opera, con gli studiosi che ne hanno dato molteplici interpretazioni, alcuni anche in chiave psicoanalitica. Achille nacque dal matrimonio tra Teti ed il mortale Peleo, uomo valoroso, da cui ne deriva il nome con cui l'eroe è costantemente chiamato nell'Iliade: Pelide. Il sangue materno lo fa superiore ad ogni altro uomo, ma proprio per la sua grandezza è condannato all'infelicità, ad una morte precoce.

La morte di Achille non è narrata nell'Iliade, ma ne fa parte in quanto il poeta vi allude continuamente. La sepoltura dell'eroe sarà argomento dell'Odissea: è questo uno dei diversi fili conduttori che legano i due poemi.
L'Iliade, appartenendo al genere tragico, pone in risalto la presa di coscienza che i mortali non possono controllare il loro destino. Achille non può infatti sfuggire alla morte che diviene il prezzo della sua gloria.

Patroclo

Il libro XVI, che narra delle prodezze di Patroclo, rappresenta il baricentro strutturale dell'Iliade. Il motivo dell'ira di Achille viene messo da parte per lasciare spazio al tema del destino.
Nella lunga scena finale viene descritta la morte di Patroclo, il quale aveva ucciso Sarpedone, figlio di Zeus, prima di trovare la morte per mano di Ettore.
Il duello con Sarpedone è l'inizio della serie di quattro morti, (Sarpedone, Patroclo, Ettore e Achille), nelle quali si esprime l'intera tragicità del poema.
Pur essendo un personaggio secondario, Patroclo assume un ruolo fondamentale nella struttura dell'Iliade, per questo il poeta lo introduce sin dalle prime scene sviluppandone con cura il carattere.
Patroclo è il fedele compagno di Achille, amico devoto ed amante dell'eroe, il quale ne vendicherà poi l'uccisione. La morte di Patroclo è uno dei passaggi obbligati che conducono alle conseguenti morti di Ettore e Achille e infine alla caduta di Troia.
Anche a seguito della sua scomparsa Patroclo rimane una figura di primo piano in quanto vi è la disputa sul suo corpo che è motivo di preoccupazione per Achille, intenzionato a dargli degna sepoltura.
Nel canto XXIII viene descritta la cerimonia funebre in suo onore e nella lunga scena il Pelide appare ora più che mai umano, segnato dalla perdita dell'amico, non più l'inarrivabile figlio di una dea, ma un mortale in attesa di scontare il suo destino.

Agamennone

Sin dall'inizio del poema Agamennone assume un ruolo fondamentale scatenando la rabbia di Achille tenendo prigioniera come sua schiava Briseide, portando così l'eroe alla decisione di deporre le armi.
Agamennone, figlio di Atreo e fratello di Menelao, è il comandante degli Achei e rappresenta la suprema autorità, la cui natura diviene oggetto del contendere nel primo libro con Nestore che cerca di mediare tra lui e Achille.
Se all'inizio Agamennone rivela alcuni tratti tipici del tiranno, nel seguito del poema prevale l'immagine del buon sovrano.
La legittimità del suo potere è affermata con chiarezza nel secondo canto dove appare glorioso anche a livello fisico, con in mano il suo scettro, simile nel volto a Zeus e nella figura a Poseidone. Nel terzo libro è inoltre mostrato quale capo spirituale e religioso. I tratti del buon sovrano tornano anche nei canti IX e XIX. In quest'ultimo, a seguito della morte di Patroclo, il re si riconcilia con Achille, riconoscendo i suoi errori, offrendo dei doni all'eroe e liberando Briseide, giurando di averla sempre rispettata. Tuttavia la grandezza del re denota in alcuni momenti una certa fragilità psicologica, come quando, nei primi versi del canto IX, in difficoltà sul campo di battaglia contando l'entità delle perdite, propone la fuga e la rinuncia all'impresa.
Agamennone diviene così, nella genialità creativa di Omero, il simbolo dell'umano, della sua grandezza e allo stesso tempo della sua limitatezza al cospetto degli dei.

Briseide condotta ad Agamennone - Giambattista Tiepolo - 1757 - Vicenza, Villa Valmarana ai Nani

Elena

Elena è la donna fatale che è all'origine della guerra di Troia, sposa di Menelao costretta da Afrodite a divenire la moglie di Paride, a cui la dea aveva promesso la donna più bella del mondo.
Elena viene spesso associata ad Afrodite in quanto il poeta proietta sulla sua figura l'ambivalente percezione che i Greci avevano della dea dell'amore, il cui sentimento governa l'intero universo.
Tuttavia il personaggio di Elena non ha ampio spazio nel poema. Compare infatti solo in tre canti: nel III, quando assiste al duello tra Menelao e Paride, costretta nel finale da Afrodite a raggiungere Paride nella stanza nuziale; nel VI quando Ettore visita Paride per indurre il fratello a una condotta più coraggiosa; infine nel XXIV, quando intona il lamento sul corpo di Ettore insieme ad Andromaca ed Ecuba.
A seguito della caduta di Troia la bellissima donna farà ritorno in patria e si ricongiungerà con Menelao. In un'altra versione del mito, si veda Euripide, ella non sarebbe però mai andata a Troia; vi sarebbe stato invece il suo simulacro, ossia il suo fantasma.

Paride e Elena - Jacques-Louis David - 1788 - Parigi, Museo del Louvre

Menelao

Anche la presenza di Menelao è alquanto ridotta nell'Iliade. Nei libri III e IV viene narrato il suo duello con Paride nel quale viene ferito, mentre nei libri XIII e XVII è protagonista di una serie di gesta eroiche in difesa del corpo di Patroclo.
Omero tende a mettere in evidenza il suo carattere passionale e impulsivo di marito offeso e vendicativo; maggior spessore assumerà invece nell'Odissea.

Ettore

Ettore è l'antagonista dell'eroe, personaggio fondamentale del poema il cui nome è citato più volte di quello di Achille.
Presentato nel II libro come il capo dell'esercito troiano, Ettore è il marito di Andromaca, ucciso dal protagonista in un mitico duello.
Omero è attento nel celebrare le gesta di Ettore senza togliere spazio al Pelide, la cui centralità nel poema è anzi ancor più evidente in quanto vincitore del valoroso Ettore.
Nonostante sia il coraggioso condottiero dell'esercito, Ettore è anche sposo affettuoso e padre dolcissimo, come mostra la tenera scena del canto VI in cui solleva tra le braccia suo figlio Astianatte invocando per lui la benedizione di Zeus, non prima però di essersi tolto l'elmo che ha spaventato il bimbo; Ettore vuole infatti che Astianatte veda il volto del padre e non la maschera del guerriero.

Compianto di Andromaca sul corpo di Ettore - Jacques-Louis David - 1783 - Parigi, Museo del Louvre

Andromaca

Figura che diventerà centrale nell'immaginario poetico greco, nell'Iliade Andromaca compare solamente in tre passi che sono tuttavia cruciali per definirne i tratti che la contraddistingueranno: ella è "la dolente", colei che è stata condannata dal destino a piangere i suoi cari scomparsi. Nel libro conclusivo è infatti la prima a pronunciare il lamento funebre sul corpo del marito Ettore, cui seguiranno quelli di Ecuba ed Elena.

Libro I

Cantami, o Diva, del Pelíde Achille
L’ira funesta che infiniti addusse
Lutti agli Achei.

L'Iliade comincia con questi versi celeberrimi in cui vi è l'invocazione alla dea ispiratrice del canto e la presentazione del tema del componimento: l'ira di Achille.
Crise, sacerdote di Apollo, giunge al campo acheo per riscattare sua figlia Criseide, preda di guerra dell'Atride Agamennone. Quest'ultimo, però, si rifiuta di liberarla provocando l'ira del dio che scatena una terribile pestilenza sui greci.
Achille, ispirato da Atena, convoca un'assemblea nel corso della quale Agamennone viene costretto a restituire la fanciulla. Tuttavia il sovrano chiede in cambio Briseide, la schiava assegnata ad Achille, il quale reagisce violentemente prendendo la decisione di abbandonare le armi. Si ritira così in riva al mare invocando l'aiuto della madre Teti perché interceda presso Zeus.

Teti consola Achille - Giambattista Tiepolo - 1757 - Vicenza, Villa Valmarana ai Nani

Libro VI

Quando gli dei si ritirano sull'Olimpo lasciando i due eserciti a combattersi solo con le loro forze, senza più l'intervento divino, i Greci mettono a morte molti Trioiani volgendo la battaglia a loro favore.
Ettore si reca dal fratello Paride per esortarlo ad una condotta più coraggiosa e questi, intento a lucidare le armi, annuncia il suo ritorno in campo. Dopo aver rifiutato l'invito della cognata Elena a trattenersi più a lungo, Ettore si reca dalla moglie Andromaca. Il loro incontro è una delle parti più emozionanti dell'opera.

Andromaca a lui venne vicino, bagnando il viso di lacrime,
lo sfiorò con la mano, articolò la voce e disse:
<< Sventurato, il tuo ardore sarà la tua rovina, e tu non hai pietà
di tuo figlio che ancora non parla e di me disgraziata,
che vedova presto sarò di te: t'uccideranno presto gli Achei
tutti insieme saltandoti addosso; sarebbe meglio per me
scendere sotto terra, se restassi senza di te; perché non avrò
alcun altro conforto, quando tu abbia seguito il destino,
ma solo dolori: io non ho né padre né madre >>.

L'episodio appare come un estremo addio di Ettore, destinato a morire in battaglia, tuttavia la sua morte, per quanto annunciata dalla moglie e dall'affettuoso saluto al figlio Astianatte, è ancora lontana.

Libro IX

Nel canto precedente Zeus, nell'Olimpo, aveva pesato sulla bilancia fatale i destini di morte, vedendo precipitare quello degli Achei. Il sopraggiungere della notte sospende le ostilità.
Il libro IX è dedicato all'ambasceria, costituita da Aiace, Odisseo ed il vecchio precettore Fenice, che si reca da Achille, per volere di Agamennone, al fine di convincerlo a tornare a combattere viste le sorti del conflitto.
Il Pelide accoglie benevolmente l'ambasceria, ma l'esito è negativo: Achille persevera nel suo irato e sdegnoso ritiro.
In assemblea Diomede e Odisseo decidono allora che il giorno successivo affronteranno i Troiani anche senza l'aiuto dell'eroe.

Libro XVI

I Troiani, condotti da Ettore, incalzano sempre di più e gli Achei hanno difficoltà nel difendersi. Patroclo, commosso dalle sorti negative dei compagni, supplica Achille di poter scendere in campo usando le sue armi, con la speranza di impaurire i Troiani.
Vengono narrate le prodezze di Patroclo, il quale si getta nella mischia con impeto uccidendo Sarpedone e facendo strage di nemici. Achille lo aveva però raccomandato di prudenza, infatti Patroclo, avvicinatosi sino alle mura di Troia, protette da Apollo, trova la morte per mano di Ettore, aiutato dal dio amico dei Troiani.
Patroclo predice al suo uccisore che sarà ucciso grazie ad Achille, ma intanto Ettore si è impadronito delle splendide armi del Pelide.
Il canto rappresenta un punto di svolta fondamentale in quanto segna il ritorno in battaglia del protagonista.

Libri XXII - XXIV

Durante il mitico duello fra Achille e Ettore quest'ultimo trova la morte ed il Pelide fa scempio del cadavere per la disperazione dei genitori, Priamo ed Ecuba, e della moglie Andromaca.
Vengono celebrati i solenni funerali di Patroclo, mentre Achille appare più che mai umano in attesa della morte predetta da Ettore sul punto di morire.
Nella conclusione si assiste alla toccante scena in cui il vecchio Priamo si reca alla tenda del Pelide chiedendo il corpo del figlio. Achille ha pietà e così si possono celebrare le esequie di Ettore.

Il dipinto

Allievo di Jacques-Louis David, Jean-Auguste-Dominique Ingres fu uno dei maggiori esponenti del Neoclassicismo pittorico. Presso il Museo del Louvre di Parigi si può osservare una grande tela raffigurante l'Apoteosi di Omero, nella quale il poeta è posto in trono al centro e circondato da illustri poeti greci e moltissimi artisti di ogni età in una composizione che ricorda la celebre Scuola di Atene di Raffaello. Proprio il Sanzio, dal quale l'arte di Ingres prese sempre ispirazione, si può vedere a sinistra rivolto verso Omero e alla sua sinistra la poetessa Saffo rivolta verso l'osservatore. Più sotto vi sono Dante e la sua guida Virgilio che lo abbraccia. Sotto di loro, nell'estremità di sinistra del dipinto compaiono anche Torquato Tasso e William Shakespeare. Sui gradini al centro, ai piedi di Omero, vi sono le personificazioni dell'Iliade e dell'Odissea.
Alla destra del poeta si possono vedere anche Sofocle, il quale gli porge una pergamena, con a sinistra Eschilo e lo storico Erodoto. Alla sinistra di Omero e della Vittoria alata si possono infine riconoscere Pindaro, che porge al poeta una preziosa cetra, Platone, lo scultore e architetto Fidia, Alessandro Magno, infine sullo sfondo Michelangelo Buonarroti assorto nei suoi pensieri.


Odissea

Introduzione

  • Poema epico che racconta del ritorno a Itaca di Odisseo (Ulisse) a seguito della guerra di Troia.
  • Composta in seguito all'Iliade della quale è la continuazione.
  • Divisa in 24 canti detti anche libri.
  • Una tra le più autorevoli traduzioni del poema è quella di Ippolito Pindemonte.

Riassunto

Al contrario della coralità dell'Iliade, nell'Odissea il protagonista incontrastato è Ulisse, il quale è l'ultimo degli eroi di Troia a riguadagnare la patria dopo la distruzione della città a seguito di un lungo e avventuroso viaggio che rappresenta il cuore del racconto. Vi sono comunque altri personaggi importanti, alcuni presenti anche nell'Iliade, tra cui Nestore, Menelao, Circe, Nausicaa, Polifemo, Alcinoo, Telemaco e Penelope.
L'inizio dell'opera non avviene nelle immediate conseguenze della guerra di Troia, bensì dieci anni dopo, quando tutti gli eroi greci, ad eccezione di Odisseo, sono già felicemente tornati alle loro case. Ulisse manca dunque ad Itaca da vent'anni. A trattenerlo lontano è l'ostilità di Poseidone, che lo costringe a rimanere nell'isola della ninfa Calipso, Ogigia. Qui giunse a seguito di numerose avventure che egli stesso racconterà nella reggia di Alcinoo, re dei Feaci, in quelli che sono i famosi Apologoi, ossia Racconti di Odisseo che caratterizzano i canti IX - XII. È questo un vero e proprio flash-back narrativo, un racconto nel racconto che permette al lettore di venire a conoscenza delle storie precedenti alla narrazione.

Ulisse alla corte di Alcinoo - Francesco Hayez - 1815 circa

Libri I - IV

All'inizio del poema gli dei riuniti a concilio decidono che anche Odisseo deve tornare a casa e che Poseidone deve placare la sua ira nei confronti dell'eroe. Intanto nella casa di Odisseo i nobili locali di Itaca, i Proci, dilapidano le sue ricchezze e spingono Penelope a risposarsi dando all'isola un nuovo re. Uno dei Proci ricorda a Telemaco, figlio di Ulisse, che una volta che sua madre avrà finito di tessere la sua tela sposerà uno di loro. Penelope, però, disfa e ridisfa la sua tela per non terminarla mai.
Telemaco è poi esortato dalla dea Atena a porre fine alla propria inerzia compiendo un viaggio alla ricerca del padre.
Il ragazzo visiterà il regno di Pilo, dove avrà un lungo colloquio con il vecchio Nestore, e Sparta, dove incontrerà il re Menelao e la moglie Elena, ritornati al loro regno dopo le vicissitudini della guerra.
In questi primi quattro libri si nota già l'importanza del ruolo della dea Atena, la quale sosterrà per tutto il poema il protagonista durante le peripezie del suo ritorno.

Libri V - XII

Nel quinto libro, a seguito di un secondo consiglio degli dei, la ninfa Calipso, che da otto anni trattiene l'eroe nell'isola di Ogigia, è costretta a rinunciare al proprio amore. Odisseo può finalmente partire a bordo di una zattera. Le disavventure non sono però finite: Poseidone lo fa naufragare e l'eroe riesce a stento a salvarsi, approdando all'isola di Scheria, dimora dei Feaci, governati dal re Alcinoo.
Ulisse sente il riso di alcune ragazze intente a giocare a palla e chiede loro aiuto. Si tratta della giovane figlia del re, Nausicaa, e delle sue ancelle. Tra Odisseo e Nausicaa avviene un celebre e dolce incontro in cui la ragazza accoglie con gentilezza e cortesia l'ospite donandogli delle vesti pulite e consigliandoli la via per la dimora di suo padre Alcinoo. Alla reggia Ulisse è accolto amichevolmente. Qui inizia a narrare, pressato dalle incuriosite domande dei suoi ospiti, delle avventure successive alla caduta di Troia sino all'arrivo da Calipso.
I racconti di Odisseo sono tra i più celebri dell'intero poema: la fuga dalla grotta del ciclope Polifemo, dal quale riesce a fuggire, con l'aiuto dei suoi fedeli compagni, tramite alcuni stratagemmi e l'accecamento del mostro; l'incontro con la maga Circe che trasforma i compagni dell'eroe in porci; la discesa nell'Ade dove incontra la madre, Agamennone, Achille e Aiace; infine le insidie poste dalle Sirene e dai mostri marini Scilla e Cariddi.

Libri XIII - XVI

Alcinoo e i Feaci aiutano Odisseo a fare rientro in patria grazie a una loro nave e così il protagonista riesce finalmente ad arrivare a Itaca. Con l'immancabile aiuto di Atena pianifica allora la vendetta e la riconquista del proprio regno. Viene così trasformato in mendicante per non essere riconosciuto.
Intanto Atena convince Telemaco, che si trovava ancora a Sparta, a tornare rapidamente a Itaca. Penelope e i Proci attendono il figlio di Ulisse che inizia a raccontare del suo viaggio.

Libri XVII - XIX

Sempre sotto mentite spoglie Odisseo, in compagnia di Eumeo, si introduce in casa sua, dove è riconosciuto solo dal suo cane, Argo. Si aggira poi fra i Proci festanti durante un banchetto, dai quali è reso oggetto di scherno e provocazioni. Penelope vorrebbe incontrare lo straniero, ma questi rimanda a dopo cena l'incontro.
Scesa la sera, l'antica nutrice di Odisseo, Euriclea, incaricata di lavarlo, riconosce il padrone grazie alla vista di una vecchia cicatrice. In lei il protagonista trova un'accorta alleata.

Libri XX - XXIV

Grazie ad un sogno Penelope ha l'idea di proporre una gara di tiro con l'arco: chi riuscirà a tendere l'arco del marito l'avrà in sposa e diverrà re di Itaca. Nessuno ci riesce, allora Odisseo chiede di provare, generando le proteste dei Proci. Penelope e Telemaco, però, acconsentono, così l'eroe può rivelare la sua vera identità iniziando a fare una strage tra i pretendenti.
L'incredula Penelope vuole nuovamente mettere alla prova lo straniero, ma ogni dubbio scompare quando questi mostra di sapere come hanno costruito il loro letto nuziale.
Il ritorno dell'ultimo degli eroi di Troia si è compiuto e nel canto conclusivo vengono mostrate le anime dei Proci uccisi mentre scendono nell'Ade.

La questione omerica

I poemi omerici rivestirono ben presto nel mondo greco un'autorità enorme, imponendosi per secoli come le opere fondamentali nell'educazione e nell'insegnamento.
Per secoli si è però cercato di stabilire se fosse realmente esistito un poeta di nome Omero, arrivando a mettere in discussione la sua reale esistenza. Tuttavia è praticamente certo che egli abbia almeno composto l'Iliade e l'Odissea, ma probabilmente anche altre opere, che costituiscono quello che è noto come "Omero minore".
La paternità della questione omerica viene tradizionalmente attribuita a tre grandi studiosi: il drammaturgo francese François Hédelin abate d'Aubignac (1604 - 1676), il filosofo e storico italiano Giambattista Vico (1668 - 1744) e soprattutto il filologo e grecista tedesco Friedrich August Wolf (1759 - 1824).

François Hédelin sosteneva che Omero non fosse mai esistito e che i due grandi poemi fossero nati dall'unione di più canti diversi per epoca e autore. Giambattista Vico affermava invece che i poemi omerici fossero l'espressione del patrimonio culturale comune di tutto il mondo greco e non quindi l'espressione di una sola persona. Se però questi due studiosi sono considerati solamente dei precursori, la moderna questione omerica nasce con i Prolegomena ad Homerum del 1795 di Friedrich August Wolf, il quale, descrivendo la genesi dei poemi, sostenne la teoria per la quale questi non potevano essere stati composti da un solo autore e che Omero non sia in realtà mai esistito come persona storica. Canti separati dovuti a diversi aedi sarebbero invece stati composti e tramandati oralmente finché furono riuniti e messi per iscritto nella redazione voluta dal tiranno Pisistrato nell'Atene del VI secolo. La vera novità del saggio di Wolf è costituita dalla sapiente conoscenza filologica aprendo così a nuove domande e ricerche che continuarono anche nell'Ottocento e nei primi del Novecento.

Omero "minore"

Sotto questo nome rientrano quelle opere, non appartenenti al genere epico, che nell'antichità venivano ricondotte alla figura di Omero.
Di maggiore importanza è senz'altro il corpus degli Inni, trentatré composizioni dedicate agli dei del pantheon ellenico scritte in esametri nello stile epico, differenti tra loro per contenuto e per estensione. Sono stati definiti "omerici" proprio perché utilizzano lo stesso metro dell'Iliade e dell'Odissea e già nell'antichità, per esempio in Tucidide, erano attribuiti al poeta.
Oltre che con il titolo di Inni sono noti anche come Proemi in quanto durante una festività i rapsodi facevano precedere le narrazioni epiche da un canto, detto appunto "proemio", in onore di una divinità. Ciò spiegherebbe anche il carattere disuguale degli inni che dovevano adattarsi alle determinate circostanze. Vi sono infatti l'Inno a Demetra, a Ermes, ad Afrodite e ad Apollo.

Ancor più degli Inni, il Margite fu autorevolmente attribuito da Aristotele ad Omero, purtroppo però è andato perduto. Si trattava di un poemetto avente per protagonista uno sciocco di nome Margite, letteralmente "stupido", il quale combinava guai e incorreva in ripetute disavventure, divenendo presto la figura opposta ai protagonisti eroici e valorosi dei poemi epici. Il poemetto comico venne considerato da Aristotele il prototipo di tutta la successiva produzione comica e il nome di Margite divenne proverbiale, tanto che l'oratore Demostene definì così il figlio del suo principale rivale, Filippo II di Macedonia, niente meno che Alessandro Magno.