Vincenzo Monti

Poeta, drammaturgo e traduttore, Vincenzo Monti è il maggior esponente letterario del Neoclassicismo italiano.
Nato nel 1754 ad Alfonsine, presso Ravenna, operò nella seconda metà del Settecento e nei primi dell'Ottocento, vivendo dunque l'illuminismo, in particolare il suo declino e il nascere della stagione romantica.
L'illuminismo fu un movimento politico, sociale, culturale e filosofico che caratterizzò il XVIII secolo. Nato in Inghilterra, si sviluppò soprattutto in Francia con autori come Montesquieu, Voltaire, Rousseau e Diderot, riferimenti fondamentali per l'illuminismo italiano.
Il filosofo tedesco Immanuel Kant riuscì a definire con chiarezza il significato di un periodo storico così complesso:

"L'Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da un difetto d'intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell'Illuminismo".

Di soli cinque anni più giovane di Vittorio Alfieri, Vincenzo Monti sembra rappresentarne l'antitesi umana e ideale. Alfieri punta a definirsi in contrasto con il presente, mentre Monti tende a celebrarlo: destinato a vivere in una fase di profondi e continui capovolgimenti, egli è indotto dal rispetto delle ideologie dominanti a repentini cambiamenti di posizione politica. Questo finì col minarne la credibilità e gettare un'ombra sulla sua statura morale.
Monti espresse però a suo modo una forma di coerenza, incentrando le sue attività nel tentativo di portare la letteratura all'interno della società borghese moderna, assumendo il ruolo del poeta di corte, del letterato fedele alla tradizione di Cinque-Seicento. Celebrando il presente e i suoi miti in questa pura funzione cortigiana, ebbe in tal modo il merito di creare un "classicismo borghese italiano".
Il grande poeta Giacomo Leopardi, che lo stimò e lo riprese in alcuni celebri componimenti, ne lascia una definizione in cui evidenzia anche i suoi limiti: "poeta veramente dell'orecchio e dell'immaginazione, del cuore in nessun modo".
Questa frase si riferisce al buon gusto e all'esperienza raffinata del letterato che però non si dedicò più di tanto all'ambito sentimentale, nonostante il nobile animo. Solo i Pensieri d'Amore, ispirati alla passione verso una giovane donna conosciuta a Firenze, lo accostano alla poetica romantica e leopardiana. Lo stile è malinconico e sincero, dovuto alla speranza di poter sposare l'amata negata dai genitori di lei che all'epoca erano più ricchi del poeta ancora costretto a vivere miseramente a Roma. Il componimento ispirò anche Ugo Foscolo, per esempio in Alla sera con la quiete della notte che diviene un rifugio per il cuore in affanno del poeta, ma in molti passaggi vi è un vero e proprio parallelo con alcune celebri poesie del Leopardi. Il contesto notturno e malinconico dell'incipit richiama La sera del dì di festa e l'osservare lo splendore delle stelle nella volta celeste ascoltando le domande più intime sussurrate dall'anima si ritrovano nel Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. Infine il pianto che sopraggiunge, segno di un moto del proprio cuore, di un amore finito, mai vissuto, ricordo della felicità passata, ritornano nella struggente Alla luna e in A Silvia.

Alta è la notte, ed in profonda calma
dorme il mondo sepolto, e in un con esso
par la procella del mio cor sopita.
Io balzo fuori delle piume, e guardo;
e traverso alle nubi, che del vento 
squarcia e sospinge l’iracondo soffio,
veggo del ciel per gl’interrotti campi 
qua e là deserte scintillar le stelle.
Oh vaghe stelle! e voi cadrete adunque,
e verrà tempo che da voi l’Eterno
ritiri il guardo, e tanti Soli estingua?
E tu pur anche coll’infranto carro 
rovesciato cadrai, tardo Boote,
tu degli artici lumi il più gentile?
Deh, perché mai la fronte or mi discopri,
e la beata notte mi rimembri,
che al casto fianco dell’amica assiso
a’ suoi begli occhi t’insegnai col dito!
Al chiaror di tue rote ella ridenti
volgea le luci; ed io per gioia intanto
a’ suoi ginocchi mi tenea prostrato 
più vago oggetto a contemplar rivolto,
che d’un tenero cor meglio i sospiri,
meglio i trasporti meritar sapea.
Oh rimembranze! oh dolci istanti! io dunque,
dunque io per sempre v’ho perduti, e vivo?
e questa è calma di pensier? son questi
gli addormentati affetti? Ahi, mi deluse 
della notte il silenzio, e della muta
mesta Natura il tenebroso aspetto!
Già di nuovo a suonar l’aura comincia
de’ miei sospiri, ed in più larga vena 
già mi ritorna su le ciglia il pianto.

Un uomo e una donna in contemplazione alla luna - Caspar David Friedrich - 1819

Monti visse a Roma dal 1778 al 1797, dopo aver studiato senza convinzione medicina e giurisprudenza presso l'Università di Ferrara. La sua strada si rilevò presto quella della letteratura e il clima culturale della città papale, caratterizzato da un neoclassicismo erudito e tradizionalista, gli permise di dedicarsi a una produzione poetica celebrativa del potere pontificio. Intanto, nel 1791, sposava Teresa Pikler, dalla quale ebbe i due figli Costanza e Francesco, quest'ultimo morto a soli due anni.
Lasciata Roma decise di stabilirsi a Milano, passando prima per Bologna e Venezia. Nel capoluogo emiliano conobbe Foscolo, con cui fu legato da stima reciproca e affinità letteraria, il quale lo presenta così: "Questi è Monti poeta e cavaliero, gran traduttor dei traduttor di Omero".
Il campo nel quale il Monti diede i risultati più convincenti fu infatti quello delle traduzioni. Accanto alle Satire del latino Persio, vanno ricordate La pulcella d'Orléans di Voltaire e appunto l'Iliade di Omero, tradotta dal poeta servendosi di versioni latine in quanto conosceva poco il greco. La prima edizione fu pubblicata nel 1810 e a questa ne seguirono altre, ogni volta corrette e sistemate con grandissima cura, a testimonianza di quanto ci tenesse.
Foscolo però, oltre a lodarlo, nella sua alta concezione morale dell'intellettuale, criticò Monti per aver messo il suo ingegno a servizio del potere.

A Milano divenne poeta ufficiale del nuovo potere napoleonico e celebrò la gloria dell'imperatore dei francesi in vari componimenti d'occasione, con ampi riferimenti al mito greco. Nel 1799, al Teatro alla Scala, avvenne la prima assoluta del suo Inno per l'anniversario della caduta di Luigi XVI. Gli venne in seguito affidata la cattedra di eloquenza all'Università di Pavia dove insegnò dal 1802 al 1804. La sua rilevanza nell'ambiente letterario milanese venne riconosciuta con la nomina a poeta del governo italiano nel 1804 e a storiografo del regno d'Italia due anni più tardi.
Caduto Napoleone, Monti non si fece problemi a schierarsi con i vincitori, dedicando agli austriaci le azioni teatrali Il mistico omaggio e Il ritorno di Astrea, entrambe rappresentate alla Scala rispettivamente nel 1815 e 1816. L'entusiasmo fu però minore e il poeta si trovò a essere progressivamente emarginato.

Negli ultimi anni riprese lo studio dei classici e di Dante, che considerava il più attuale tra i poeti, assumendo nel 1825 una posizione di polemica verso il Romanticismo con lo scritto Sermone sulla mitologia. Dopo numerose sofferenze fisiche dovute ai problemi agli occhi e a una paralisi, Monti morì a Milano il 13 ottobre 1828.
Così viene narrato il suo ultimo momento di vita: "La mattina del 13 a sette ore e qualche minuto il Monti mandò senz'affanno un facile sospiro, e chinò lievemente la testa; tutti stavano immoti e tacevano: un grido della figlia ruppe quel tetro silenzio. Vincenzo Monti era passato".
Nella sua casa in quella che è oggi via Giuseppe Verdi, di fianco alla Scala, oltre alle cure dei famigliari, spesso si recava a fargli visita Alessandro Manzoni.
Nonostante una critica spesso discorde, venne celebrato e ripreso con grande ammirazione dal poeta Giosuè Carducci che curò varie edizioni delle sue poesie.