Torquato Tasso

"Forse, se tu gustassi anco una volta la millesima parte de le gioie, che gusta un cor amato riamando, diresti, ripentita, sospirando: perduto è tutto il tempo, che in amar non si spende".

Come Francesco Petrarca, Torquato Tasso è il poeta di un'età di crisi e di transizione. Il Rinascimento da una parte e la Controriforma dall'altra, un'epoca di inquietudini e insicurezze che caratterizza la seconda metà del Cinquecento.
Il clima di questo periodo si riflette nella sua poetica, in particolare nel suo capolavoro, la Gerusalemme liberata.
Il poema esprime una sensibilità inquieta e tormentata, la religiosità sofferta del poeta, l'intimità della sua anima. Coerentemente con i suoi sentimenti, Tasso ama particolarmente l'atmosfera notturna, al pari della pittura del suo tempo che si contrapponeva a quella lucente del Rinascimento. Le ombre e le tenebre della notte sembrano alludere a una crisi della ragione tradizionale, insediata da nuove perplessità e realtà. Tutto ciò rende molto moderna la sua poesia che sentiamo vicino alla nostra sensibilità.
Il grande poeta Giacomo Leopardi lo elesse a suo modello, sentendolo vicino anche nel dramma della vita privata, alla sua condizione di infelicità.
Racconta Leopardi che nel 1823 si recò, mentre si trovava a Roma, a visitare la tomba del Tasso. Fu la prima volta che ottenne il permesso di lasciare Recanati, ma la città lo deluse; la speranza di trovare un luogo dove vivere felice e spensierato fu presto un'illusione. Il suo animo malinconico scoppiò allora in un pianto liberatorio proprio sul sepolcro di quel poeta che tanto leggeva con amore. L'anno successivo compose l'operetta morale Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare.

Tasso nacque a Sorrento l'11 marzo 1544. Il padre, gentiluomo e poeta, lo portò con sé alla corte dei della Rovere ad Urbino, dove venne a contatto con quell'ambiente cortigiano determinante per la sua formazione e per la sua intera produzione.
Dopo essere stato a Venezia sempre per seguire il padre, nel 1560 iniziò a frequentare gli studi all'Università di Padova, dapprima il diritto, per poi dedicarsi a discipline a lui più congeniali, la filosofia e la letteratura. A soli diciott'anni scrisse un poema epico di argomento cavalleresco, il Rinaldo e iniziò a comporre rime d'amore a seguito del primo innamoramento. Il padre era stato introdotto nella corte del cardinale Luigi d'Este e nel settembre del 1561 si era recato con il figlio a fare la conoscenza dei familiari del suo protettore. Torquato conobbe nell'occasione Lucrezia Bendidio, dama di Eleonora d'Este, sorella di Luigi.
Lucrezia, quindicenne, era molto bella ed eccelleva nel canto. Tasso cominciò a dedicarle rime petrarchesche, ma dovette presto essere ricondotto alla realtà, poiché presto scoprì che la ragazza era già promessa sposa. Non si arrese, continuando a cantarla in poesia, ma dopo le nozze si lasciò andare al risentimento e alla delusione.

Giovanissimo, Tasso aveva già esperienza di varie corti italiane, Urbino, Mantova, Ferrara, in cui si era inserito in quel mondo di eleganza e di cultura.
Oltre alla corte l'altro ambiente che segnò la sua formazione fu quello dell'accademia, che nel secondo Cinquecento divenne il centro per eccellenza dell'attività intellettuale.
Nel 1565 fu assunto al servizio del cardinale Luigi d'Este e si trasferì a Ferrara dove il giovane poeta trascorse gli anni più sereni e produttivi dal punto di vista creativo. La corte di Ferrara era una delle più splendide d'Italia; il poeta si inserì agevolmente nei rituali cortigiani e fu apprezzato da gentiluomini e dame per le sue doti poetiche e la sua eleganza mondana.
Passò nel 1572 al servizio diretto del duca come gentiluomo stipendiato, senza incombenze precise: poté così dedicarsi interamente alla poesia.
In questo contesto compose la favola pastorale dell'Aminta e iniziò la prima stesura della Gerusalemme Liberata. La corte ferrarese, sin dai tempi di Boiardo e Ariosto, era stata amante della letteratura cavalleresca, per questo Tasso fu stimolato a lavorare al poema epico sulla crociata.

Aminta
Testo drammatico datato 1573 che si colloca in un preciso genere, quello della favola pastorale.
La favola pastorale si affermò a Ferrara e metteva in scena vicende ambientate nel mondo dei pastori, riprendendo una lunga tradizione che ha origini con i poeti classici per poi essere ripresa dalla letteratura cortigiana del Quattro e Cinquecento con autori come Angelo Poliziano, Lorenzo de' Medici e Jacopo Sannazaro.
Il genere della favola pastorale differisce dalla commedia in quanto non presenta situazioni comiche collocate in un contesto cittadino contemporaneo realisticamente rappresentato, ma temi seri, patetici e sentimentali, ambientati in un mondo favoloso; differisce inoltre dalla tragedia in quanto non raggiunge il livello sublime nei personaggi e nello stile e perché ha un lieto fine.
L'Aminta è un testo teatrale basato sul dialogo ed è stata pensata per divertire la corte. Celati dietro le figure dei pastori sono infatti facilmente riconoscibili personaggi della corte ferrarese, per esempio l'autore stesso nelle vesti di Tirsi. Da un lato l'opera si propone di idealizzare e celebrare la vita di corte, dall'altro rivela una profonda insofferenza per i suoi rituali, le sue ipocrisie e convenzioni, i suoi conflitti interni, le gelosie e le invidie, insofferenza che si traduce in un bisogno di semplicità, in una ricerca di sentimenti e comportamenti spontanei, sinceri; in un bisogno di evadere in un mondo di favola, fuori dalla realtà.
Lo stile adottato dal Tasso è per questo motivo semplice, ma vi è anche un sapiente gioco letterario nella costruzione del verso, nel ritmo degli accenti, nell'uso delle immagini.