Torquato Tasso

Forse, se tu gustassi anco una volta la millesima parte de le gioie, che gusta un cor amato riamando, diresti, ripentita, sospirando: perduto è tutto il tempo, che in amar non si spende.

Come Francesco Petrarca, diviso fra due epoche storiche opposte quali Medioevo e Umanesimo, Torquato Tasso è il poeta di un'età di crisi e di transizione: il Rinascimento da una parte e la Controriforma dall'altra, un periodo di inquietudini e insicurezze che caratterizzò la seconda metà del Cinquecento.
Il Concilio di Trento, voluto da papa Paolo III nell'anno 1545 e durato sino al 1563, doveva essere un tentativo di conciliazione fra cattolici e protestanti, tuttavia le diverse visioni del pontefice e dell'imperatore Carlo V d'Asburgo, sebbene entrambi preoccupati per la diffusione del luteranesimo, si rivelarono del tutto opposte. Paolo III voleva infatti riaffermare l'autorità della Chiesa e punire gli eretici, mentre l'imperatore cercava una mediazione fra le due parti opposte al fine di non compromettere la propria autorità in Germania. Alla fine il messaggio che uscì dal concilio fu quello di una netta chiusura da parte della Chiesa nei confronti dei protestanti e il risultato non fu che un ulteriore rafforzamento della Chiesa romana, in una ferma e dura opposizione nei confronti del mondo protestante che gli storici definirono appunto Controriforma.
Il clima di questo periodo, ben anticipato dall'ammonimento al mondo del Giudizio universale di Michelangelo Buonarroti nella Cappella Sistina, si riflette anche nella poetica del Tasso, nonostante la sua libertà di pensiero ereditata dalla cultura umanistico-rinascimentale, e in particolare nel suo capolavoro, la Gerusalemme liberata.
Il poema esprime una sensibilità inquieta e tormentata, la religiosità sofferta dell'autore, l'intimità della sua anima. Coerentemente con i propri sentimenti, Tasso ama l'atmosfera notturna, al pari della pittura del suo tempo che si contrapponeva a quella lucente di inizio Cinquecento. Le ombre e le tenebre della notte sembrano alludere a una crisi della ragione tradizionale, insediata da nuove perplessità e realtà. Tutto questo rende estremamente moderna la sua poesia, che per tali motivi sentiamo tanto vicino a noi.
Il grande poeta Giacomo Leopardi elesse Tasso a suo modello, ritrovandosi in lui anche nel dramma della vita privata, nella condizione di infelicità. Racconta il poeta di Recanati che nel 1823, mentre si trovava a Roma, si recò a visitare la tomba del Tasso presso il Gianicolo. Era la prima volta che otteneva il permesso di lasciare il paese natale, tuttavia la città lo deluse e la speranza di evadere dalla malinconia che affliggeva il suo cuore si rivelò presto un'illusione. Il suo animo scoppiò così in un pianto liberatorio dinanzi al sepolcro di quel poeta che tanto leggeva con amore e che era stato per lui un riferimento. L'anno successivo compose la celebre operetta morale Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare.
Leopardi non fu l'unico a rimanere affascinato e a commuoversi dinanzi alla bellezza e alla profonda quiete che avvolge i luoghi attorno alla chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo dove ancora oggi riposa il Tasso. Scriveva infatti nell'ottobre 1828 il poeta francese Stendhal nelle meravigliose pagine di Passeggiate romane:

«Questa mattina di buon'ora, prima che venisse caldo, siamo saliti al convento di Sant'Onofrio (sul Gianicolo, presso San Pietro). Il Tasso si fece portare qui quando si accorse che stava per morire. Fece una buona scelta: senza dubbio questo è uno dei più bei posti del mondo per morire. Lo spettacolo grandioso ed immenso che di quassù si gode, affacciati su questa città di tombe e di rovine, forse può rendere meno penoso il trapasso dalle cose terrene, se pure esso è davvero così triste come si dice.
Il panorama che si gode dal convento è senza dubbio uno dei più belli del mondo. Siamo appena tornati da Napoli e da Siracusa; ma ci è difficile dire quale vista sia preferibile a questa. Ci siamo seduti sotto una vecchia quercia del giardino. È qui, dicono, che il Tasso venne a vedere il cielo per l'ultima volta (1595). Ci hanno mostrato anche il suo scrittoio e un sonetto scritto di suo pugno, conservato sotto vetro. Abbiamo esaminato con tenerezza queste linee, così piene di vera sensibilità e di oscura filosofia platonica. Era questa del resto, a quei tempi, la fisionomia di chi aveva un'anima sensibile».

Quello che oggi rimane della "quercia del Tasso", alla cui ombra il poeta era solito sedersi a riflettere, come recita l'iscrizione: "All'ombra di questa quercia Torquato Tasso vicino ai sospirati allori e alla morte ripensava silenzioso le miserie sue tutte".

La vita

Torquato Tasso nacque a Sorrento, nel Regno di Napoli, l'anno 1544, ultimo dei tre figli di Bernardo Tasso, gentiluomo di corte e poeta egli stesso di nobile famiglia bergamasca.
Durante la giovinezza Tasso si trasferì con il padre alla corte dei Della Rovere ad Urbino, che era stata uno dei centri più importanti e raffinati del Rinascimento a livello artistico e politico. Accolto da Guidobaldo II Della Rovere, Tasso poté studiare con il figlio del duca, Francesco Maria II, in quello che rimarrà un ambiente determinante nella sua esperienza successiva.

Guidobaldo II ritratto dal Bronzino e suo figlio Francesco Maria, ultimo duca della città, in un dipinto di Federico Barocci.

Nel 1559 seguì poi il padre a Venezia dove, suggestionato dal clima della città, impegnata nel conflitto contro i Turchi, iniziò la stesura di un poema epico sulla prima crociata, il Gierusalemme, abbozzo del futuro capolavoro, rimasto però incompiuto. La minaccia turca era avvertita con grande timore dalla Serenissima, che solamente nel 1571 riuscirà, nella Battaglia di Lepanto, a sconfiggere la flotta ottomana che intimidiva l'intero Mediterraneo.

La Battaglia di Lepanto - Giorgio Vasari - 1572 circa - Città del Vaticano, Sala Regia del palazzo Apostolico

Nel 1560 si recò a Padova per frequentare la prestigiosa università, studiando prima diritto e poi quelle materie a lui più congeniali quali la filosofia e la letteratura. A diciotto anni compose il Rinaldo, un poema epico di argomento cavalleresco, e cominciò a scrivere liriche amorose a seguito dei primi innamoramenti.
Qualche anno più avanti, nel 1565, Tasso fu assunto al servizio del cardinale Luigi d'Este a Ferrara, dove conobbe Lucrezia Bendidio, dama di Eleonora d'Este, sorella di Luigi. Lucrezia era una bellissima ragazza di quindici anni con notevoli doti canore. Il giovane poeta le dedicò rime su modello di Petrarca, tuttavia il suo sogno amoroso fu breve in quanto la ragazza era già promessa sposa. Pur senza arrendersi inizialmente, con le nozze dell'amata si lasciò andare a un profondo sentimento di sconforto e delusione. Durante un soggiorno a Mantova presso i Gonzaga, recatosi per visitare il padre, Tasso aveva invece conosciuto Laura Peperara, l'altra donna amata e cantata in questi anni.
Il poeta, sebbene ancora molto giovane, aveva maturato una notevole esperienza nelle principali corti italiane, Urbino, Mantova e Ferrara, perfettamente inserito in quel mondo di eleganza e cultura, incarnando in modo esemplare la figura del poeta cortigiano. Insieme alla corte, l'ambiente destinato a segnare la formazione di Tasso fu l'accademia, che nel corso del Cinquecento, grazie agli ideali umanistici, era divenuto uno dei centri di elezione dell'attività intellettuale.
Gli anni ferraresi furono quelli più sereni e produttivi per il Tasso, circondato da gentiluomini e dame per le sue doti poetiche e le buone maniere. La corte di Ferrara, regnante il duca Alfonso II d'Este, era una delle più splendide d'Italia, soprattutto per merito di una lunga tradizione che risaliva al Quattrocento. A partire dal 1572 Tasso era passato al servizio diretto del duca come gentiluomo stipendiato, senza incombenze precise; in tal modo ebbe il tempo di dedicarsi interamente alla poesia in un contesto nel quale, a cominciare da Matteo Maria Boiardo per arrivare a Ludovico Ariosto, il tema privilegiato era stata la letteratura cavalleresca. Iniziò così la stesura di quel poema epico sulla crociata che aveva già in mente ma non aveva mai portato a termine: la Gerusalemme liberata. L'anno 1575 poté leggere il lavoro completo al duca Alfonso, dedicatario dell'opera.

Nel frattempo, nel 1573, aveva composto un dramma pastorale, l'Aminta, per intrattenere i membri della corte durante i loro ozi festosi. La conclusione della stesura del suo più importante poema con cui ancora oggi è ricordato, segnò però la fine dell'esistenza felice di Tasso, che intanto qualche anno prima aveva perso il padre. Al suo capolavoro il poeta guardava con insoddisfazione e con una sorta di inquietudine, per questo decise di non pubblicarlo, come tormentato dalla ricerca di un'assoluta perfezione. Recatosi a Roma, sottopose il suo lavoro al giudizio di alcuni autorevoli letterati, filosofi e teologi. Nel 1577 si sottopose spontaneamente all'Inquisizione di Ferrara per mettere alla prova la propria ortodossia nella fede cattolica, ma nonostante l'assoluzione la sua intima inquietudine continuava a crescere.
I sintomi di squilibrio mentale si manifestarono anche con manie di persecuzione, come quando, convinto di essere spiato e controllato da un servo, si scagliò contro di lui con un coltello. Il duca Alfonso decide di rinchiuderlo in un convento, tuttavia Tasso riuscì presto ad evadere, recandosi a Sorrento. Qui si presentò alla sorella sotto mentite spoglie annunciando la propria morte, così da mettere alla prova il suo amore. Avuta la certezza del dolore della sorella si fece riconoscere e trascorse insieme a lei qualche giorno sereno, anche se i turbamenti psichici, dovuti anche ad un profondo bisogno di essere amato, continuavano ad essere sempre più evidenti.
Tornato a Ferrara nell'anno 1579, non trovando l'accoglienza calorosa che si aspettava, la sua follia degenerò definitivamente, con il poeta che diede in escandescenze dinanzi a tutti, offendendo il duca e la corte. Alfonso ne ordinò allora la reclusione come pazzo furioso nell'Ospedale di Sant'Anna, dove rimase internato per ben sette anni. A seguito di un periodo di totale solitudine, gli venne poi concessa una relativa libertà che gli consentiva di compiere brevi passeggiate, ricevere visite, di studiare e di scrivere. Febbrile fu l'attività del poeta durante l'esperienza del carcere, dedicandosi a numerose rime, a innumerevoli lettere e a buona parte dei Dialoghi, nonché alla consueta revisione della Gerusalemme. La sua mente era però ancora vittima di continui incubi e allucinazioni; proprio queste orribili visioni sono raffigurate da un suggestivo dipinto del francese Eugène Delacroix, dove vediamo il folle poeta che, seduto su di un letto, si volge per non ascoltare le voci delle persone che crede lo chiamino da dietro le sbarre. Fra le tante manie di persecuzioni vi era anche quella di un folletto che si divertiva nel mettergli in disordine gli scritti. Il quadro, realizzato nel 1839, si erge ad emblema della condizione malinconica degli artisti incompresi, considerati folli ed emarginati dalla società.

Cresceva intanto la fama del poeta, che diversi signori si dichiaravano disposti a liberare e ospitare nelle loro corti, ma anche il successo stesso si rivelò fonte di amarezza e sconforto per Tasso, in quanto dovuto a una pubblicazione della Gerusalemme liberata in un'edizione incompleta e scorretta che non aveva mai avuto il suo assenso.
Liberato dalla prigionia nel 1586 per intercessione di Vincenzo Gonzaga, Tasso si recò sotto la sua protezione a Mantova, dove, però, rimase per poco tempo, alternando negli ultimi anni di vita soggiorni a Roma e a Napoli. Concentrato nel radicale rifacimento del poema, l'anno 1593 lo pubblicò col titolo di Gerusalemme conquistata. Da ricordare sono anche alcune opere di argomento devoto, grazie alle quali papa Clemente VIII gli propose l'incoronazione poetica a Roma. Tasso si era però ammalato gravemente e aveva deciso di ritirarsi nel convento di Sant'Onofrio, dove morì il 25 aprile del 1595.

La tomba del poeta all'interno della chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo.

Durante il proprio soggiorno a Roma, Goethe, desideroso di passeggiare sino al colle del Gianicolo in una bella giornata di sole, si recò, scrive in Viaggio in Italia, «fino a Sant'Onofrio, dove, in un angolo della chiesa, è sepolto il Tasso». L'illustre viaggiatore fu colpito da un busto del poeta custodito presso la biblioteca del convento che, afferma, «esprime la squisita, dolce, introspettiva genialità dell'uomo».

Le opere

Il Rinaldo

A soli diciotto anni, lasciato incompiuto il progetto di un poema epico-storico sulla prima crociata, il Gierusalemme, Tasso si dedicò al genere, amato nell'ambiente di corte, del romanzo cavalleresco, pubblicando nel 1562, su modello del padre, il Rinaldo, che narra in dodici canti delle imprese d'armi e d'amori del celebre paladino della leggenda carolingia. Nella prefazione al poema Tasso dichiara di voler imitare gli antichi, Omero e Virgilio su tutti, ma anche i poeti moderni come Ariosto. Al contrario del Furioso, caratterizzato da una molteplicità di personaggi e di azioni, Tasso pone l'attenzione ad un unico protagonista nel quale si rispecchia riversando in lui il proprio sogno di gloria e d'amore.
Nell'opera, sebbene ancora priva di originalità, si cominciano a intravedere alcuni temi e scelte stilistiche che caratterizzeranno il capolavoro maturo.

Tasso intorno ai vent'anni.

Le Rime

La composizione di testi lirici abbracciò l'intero arco dell'attività poetica del Tasso, per tale motivo i temi delle Rime presentano una grande varietà tematica, a partire da componimenti amorosi passando per quelli d'occasione e di devozione.
Al contrario del Canzoniere di Petrarca, modello di riferimento per il Tasso e per ogni letterato del Cinquecento, le Rime non hanno un'organizzazione chiara e precisa, un senso unitario e un unico motivo che lega l'intera opera. Sebbene il capolavoro del Petrarca si presenti nel sonetto d'apertura come una raccolta di "rime sparse", di frammenti di un'anima inquieta e tormentata, si può facilmente individuare il tema ricorrente e totalizzante, vale a dire l'amore per colei che è l'assoluta protagonista a cui si rivolge costantemente l'io poetico: Laura.
Durante gli anni di prigionia a Sant'Anna, Tasso iniziò a riordinare in un'unica edizione, la Prima parte delle Rime, edita a Mantova nel 1593, tutta la propria produzione d'amore, e nella Seconda parte delle Rime, uscita due anni più tardi, l'intera produzione encomiastica.
Le rime amorose riprendono tutti i contenuti della grande tradizione a lui precedente che confluiscono in Petrarca e al tempo stesso aprono la strada al nuovo secolo e alla lirica barocca. La prima caratteristica delle Rime è quella di essere un esercizio squisitamente letterario in cui il poeta raffina il proprio stile pur rimanendo chiaro e trasparente nell'esposizione. L'immediatezza espressiva e la semplicità non rinuncia però ad una propensione verso il sublime, coniugando sapientemente altezza stilistica e colloquialità, ricercatezza e naturalezza, ponendo inoltre attenzione, nei numerosi madrigali, alla musicalità del verso.
Uno dei temi ricorrenti è l'intensa sensualità che caratterizza le poesie dedicate alle donne realmente amate dal poeta, come Lucrezia Bendidio e Laura Peperara, oppure ad altre figure femminili legate alla vita delle corti, in particolare quella estense, per composizioni d'occasione e di stampo tipicamente cortigiano.

Ecco mormorar l'onde
e tremolar le fronde
a l'aura mattutina e gli arboscelli,
e sovra i verdi rami i vaghi augelli
cantar soavemente
e rider l'oriente:
ecco già l'alba appare
e si specchia nel mare,
e rasserena il cielo
e le campagne imperla il dolce gelo
e gli alti monti indora.
O bella e vaga Aurora,
l'aura è tua messaggera, e tu de l'aura
ch'ogni arso cor ristaura.

In questo meraviglioso madrigale, dedicato a Laura Peperara, viene presentato un paesaggio idealizzato e incontaminato, un vero e proprio locus amoenus nel quale l'alba dona vita a tutto il creato. Allo stesso modo, in un'analogia fra paesaggio e stato d'animo, nel finale il cuore del poeta viene confortato dalla figura della donna amata che, come l'aria mattutina, porta vita e ristoro in chi la ama. Nei vv. 3 e 13 il termine "l'aura", come già aveva fatto il Petrarca, è infatti da intendersi sia come aria ma anche come il nome della figura femminile cantata dall'autore.

Suggestivi sono i paesaggi descritti dal Tasso, come albe luminose o notturni lunari che avocano sentimenti nostalgici e delicati, quasi impalpabili, atmosfere indefinite nelle quali si riflettono gli stati d'animo. Le immagini femminili tendono infatti a confondersi con la natura e la natura a sua volta diviene un'amante fuggevole e più che mai umanizzata. Questi concetti si capiscono bene col madrigale che segue, dove la natura sembra partecipare al dolore del poeta per la separazione dall'amata. La rugiada che si deposita sulla natura a seguito della notte, come se la luna e le stelle avessero pianto, viene infatti paragonata alle lacrime versate dal narratore. La ricerca di una dolce e languida musicalità dei versi determina una sensazione malinconica di distacco e lontananza.

Qual rugiada o qual pianto,
quai lacrime eran quelle
che sparger vidi dal notturno manto
e dal candido volto de le stelle?
e perché seminò la bianca luna
di cristalline stille un puro nembo
a l'erba fresca in grembo?
perché ne l'aria bruna
s'udian, quasi dolendo, intorno intorno
gir l'aure insino al giorno?
fur segni forse de la tua partita,
vita de la mia vita?

L'Aminta

Testo drammatico risalente al 1573, durante un periodo di serenità nella vita tormentata del poeta, che si colloca in un preciso genere, quello della favola pastorale, ovvero un'azione teatrale ambientata nel mondo dei pastori.
La favola pastorale, genere che si diffuse nelle corti e negli ambienti colti del Manierismo fra il Cinquecento e il Seicento, riprende una lunga tradizione letteraria che ha origine con i poeti classici per poi essere ripresa dalla letteratura cortigiana di Quattro e Cinquecento con autori quali Agnolo Poliziano, Lorenzo de' Medici e Jacopo Sannazaro.
Il genere della favola pastorale differisce dalla commedia in quanto non presenta situazioni comiche collocate in un contesto cittadino contemporaneo realisticamente rappresentato, bensì temi seri, patetici e sentimentali ambientati in un mondo favoloso; differisce inoltre dalla tragedia in quanto non raggiunge il livello sublime nei personaggi e nello stile, infine perché presenta un lieto fine.
L'Aminta, rappresentata nei pressi di Ferrara alla presenza del duca Alfonso e di tutta la corte estense, è suddivisa in cinque atti preceduti da un prologo. Il testo, incentrato sul dialogo, è pensato per l'intrattenimento della corte, i cui membri potevano essere facilmente riconoscibili dietro alle figure dei pastori così da allietare e divertire l'atmosfera durante la messa in scena.
Da un lato l'opera si propone di idealizzare e celebrare la vita di corte, dall'altro rivela una profonda insofferenza per i suoi rituali, per le sue ipocrisie e convenzioni, i suoi conflitti interni, le gelosie e le invidie, a cui viene contrapposto un bisogno di semplicità, in una ricerca di sentimenti e comportamenti spontanei, sinceri, che possono essere trovati solo con l'evasione in un mondo di favola estraneo alla realtà.
Lo stile e lo svolgimento dell'azione sono estremamente e volutamente semplici. Il giovane pastore Aminta è innamorato della ninfa Silvia. Entrambi sono inesperti d'amore e Aminta viene presentato come un personaggio timido che non riesce a vincere la ritrosia dell'amata. Ad aiutare il ragazzo si impegnano due personaggi maturi, Tirsi, dietro a cui si cela la figura del poeta, il quale rivolge numerosi consigli al giovane, e Dafne, che cerca invece di convincere Silvia ad accettare il sincero sentimento di Aminta.
Recatosi ad una fonte dove Silvia è solita fare il bagno nuda, Aminta trova la donna in pericolo a causa di un satiro che vorrebbe abusare di lei. Il pastore riesce a liberarla, ma Silvia fugge spaventata senza mostrargli alcuna gratitudine, chiusa nel suo disdegno dell'amore.
La soluzione della vicenda, che deve essere a lieto fine, è resa possibile da una serie di equivoci e di malintesi che hanno per oggetto la morte dei due protagonisti. Quando viene ritrovato un velo sporco di sangue, ad Aminta viene riferito che Silvia è stata sbranata dai lupi, in seguito la giovane, in verità illesa, crede che Aminta si sia ucciso per il dolore della sua perdita. Alla notizia Silvia, finalmente, cede all'amore, correndo a cercare l'amato e gettandosi piangendo sul suo corpo. Il suicidio di Aminta è però fallito, in quanto, gettatosi da una rupe, è stato protetto nella caduta da un cespuglio. La storia si conclude così con il matrimonio fra i due giovani.
L'opera fu molto amata dal Leopardi, che sceglierà il nome della protagonista di questa favola per uno dei suoi componimenti più famosi, A Silvia, dedicato alla prematura scomparsa dell'amata Teresa Fattorini.

La Gerusalemme liberata



Bibliografia

  • Il piacere dei testi. L'Umanesimo, il Rinascimento e l'età della Controriforma - Volume 2 - Paravia
  • La scrittura e l'interpretazione. Dal Manierismo all'Arcadia - Volume 3 - Palumbo Editore
  • Torquato Tasso. L'anima e l'avventura - Ferruccio Ulivi - Piemme
  • Passeggiate romane - Stendhal - Garzanti
  • Viaggio in Italia - Goethe - Mondadori

Note

Le foto della quercia e della tomba del Tasso sono state scattate durante il mio viaggio a Roma nel febbraio 2019.