Sofocle

Nato nel 496 a.C., è considerato, insieme a Eschilo e Euripide, il maggiore tragediografo dell'antica Grecia. Aristotele nella sua Poetica individua nell'Edipo re di Sofocle la massima tragedia in quanto riassume tutti i meccanismi di funzionamento della tragedia greca. Costretto ad abbandonare la recitazione a causa della sua voce non molto forte, portò il genere della tragedia al suo punto più alto.
Dei tre grandi poeti tragici del V secolo Sofocle fu sicuramente quello più apprezzato dal pubblico ateniese, a partire dal suo esordio, avvenuto nel 468, quando sconfisse Eschilo, più anziano e ben più famoso di lui, ottenendo un successo clamoroso. Da lì in avanti le sue tetralogie ottennero il primo premio ben diciotto volte. La maggior parte dei suoi drammi furono composti dopo il 442, anno di rappresentazione della tragedia Antigone.
A Sofocle sono attribuite alcune importanti innovazioni drammaturgiche, come l'aumentare il numero dei coreuti da dodici a quindici. Il corifeo poteva così interloquire con i personaggi in scena, assumendo un ruolo simile a quello di un attore e allontanandosi dalla sua funzione tradizionale.
Sembra infine che spetti a lui l'introduzione del terzo attore o tritagonista: a volte esso compare anche in alcune rappresentazioni di Eschilo, tuttavia sembra che quest'ultimo si adeguasse all'innovazione del giovane rivale.

Antigone

È la prosecuzione della tragedia I sette contro Tebe di Eschilo, conclusa con la lotta tra i due fratelli Eteocle e Polinice, figli di Edipo, che si sono reciprocamente uccisi secondo il loro destino. Il re di Tebe Creonte nega la sepoltura a Polinice in quanto assalitore della città, ma sua sorella Antigone è decisa a violare l'editto. Ismene, invece, l'altra sorella, si sottrae adducendo alla loro incapacità, anche in quanto donne, di lottare contro il potere.
Il Coro, formato da vecchi tebani, non commenta il decreto del sovrano; subito dopo irrompe in scena una sentinella a portare la notizia che l'editto è stato violato e Polinice sepolto. Il Coro insinua che nell'atto si scorge la volontà degli dei, ma Creonte lo zittisce con violenza, non è infatti possibile che gli dei "rendano onore ai malvagi". Una volta disseppellito Polinice, Antigone viene colta nell'atto di compiere per la seconda volta la sepoltura proibita: la sentinella la conduce allora dinanzi al re. Tra Creonte e Antigone avviene un confronto serrato in cui la donna afferma di non aver paura della condanna a morte, quasi un sollievo nell'infelicità della sua condizione. Ismene cerca di intervenire a favore della sorella ricordando a Creonte che Antigone dovrà sposare suo figlio Emone, tuttavia il re appare irremovibile nella sua decisione: Antigone dovrà essere seppellita viva in una grotta.
Entra in scena Emone, dal quale Creonte pretende fedeltà e sottomissione, chiedendogli di rinunciare alla donna, ma il figlio cerca di far capire al padre del suo sbaglio, così il Coro canta il potere universale dell'amore, capace di disgregare ogni altro legame sociale e addirittura familiare.
Antigone, condotta a morte, è disperata, ma riconferma la sua scelta. Si presenta in scena Tiresia, il profeta cieco, a informare Creonte che l'intera città è contaminata dalla mancata sepoltura di Polinice e invita il re a cambiare idea. Creonte però lo accusa di corruzione e in risposta Tiresia denuncia anche la sua seconda colpa, quella di aver lasciato insepolto un corpo morto e aver sepolto un corpo vivo. Per tutto ciò Tiresia gli annuncia, potendo leggere il futuro, che subirà la perdita del figlio. Creonte decide così di liberare Antigone, ma è ormai troppo tardi: Emone si è suicidato dopo essersi recato nella grotta di Antigone e aver trovato la giovane impiccata. Uccidendosi con l'amata Emone celebra una sorta di matrimonio che li unirà dopo la morte.
Nella conclusione Creonte entra in scena con il cadavere del figlio tra le braccia: "un morto e un assassino, padre e figlio".
La tragedia fa riflettere sullo scontro tra il potere assoluto del re e la democrazia, tra le regole dello stato e quelle della religione, sul ruolo delle donne, contrapponendo la caparbietà di Antigone alla debolezza di Ismene, ma soprattutto sui legami affettivi, sulla loro forza e sui loro contrasti.
Il dramma di Sofocle sarà proprio per queste tematiche fondamentale per successive rappresentazioni, si pensi all'Antigone di Vittorio Alfieri, in cui al centro è messo l'argomento politico.

Aiace

La tragedia ha inizio con un'azione: Odisseo (Ulisse) sta seguendo le tracce di Aiace, che secondo una voce diffusa nell'esercito avrebbe fatto una strage di mandrie. Egli si era infatti arrabbiato perché le armi del morto Achille erano state date ad Odisseo e non a lui. Atena, dea protettrice di Odisseo, gli conferma la verità delle voci: Aiace intendeva uccidere i capi greci, ma lei stessa lo ha fatto impazzire e uccidere gli animali al posto degli uomini. Quando Odisseo incontra Aiace assiste alla sua follia: è intento a torturare un ariete credendo sia lo stesso Odisseo.
Il Coro, composto da marinai di Salamina, fedelissimi di Aiace, si chiede come mai il loro capo sia impazzito e se qualche divinità lo abbia punito per qualche colpa.
Entra in scena Tecmessa, concubina di Aiace, raccontando che Aiace è rientrato in sé e ora soffre atrocemente dinanzi al terribile spettacolo di tutti quegli animali uccisi. Egli addirittura, deriso dai nemici, esprime dialogando con il Coro il desiderio di morire. Tecmessa lo supplica di non uccidersi, di non abbandonare lei e il figlio Eurisace a una vita infelice, facendo appello all'amore che gli ha donato. Aiace, però, scappa dopo aver salutato il figlio augurandogli di essere "più fortunato di tuo padre, e per il resto uguale a lui". In un canto corale i marinai lamentano la condizione di Aiace e prospettano il dolore della famiglia.
La scena si sposta in riva al mare, dove Aiace pronuncia il suo ultimo discorso, invocando una morte dolce e rapida. Dopo aver chiesto alle Erinni di vendicarlo e al Sole di annunciare la notizia della sua morte ai genitori, si trafigge con la spada. Tecmessa scopre il cadavere e, pur esprimendo tutto il suo dolore, afferma che Aiace "ha conquistato quello che desiderava, la morte che voleva".
Gli Atridi, cioè i figli di Atreo, quindi Agamennone e Menelao, vogliono negargli la sepoltura. A risolvere la situazione interviene inaspettatamente Odisseo in difesa di Aiace, così nella conclusione i parenti possono compiere il rito funebre.
La tragedia si sviluppa in un clima che richiama il modello di Omero; all'origine della vicenda vi sono infatti le armi di Achille, protagonista dell'Iliade. Aiace, figura eroica ormai derisa ed emarginata, mostra come la vergogna sia per l'autore un sentimento distruttivo. Odisseo, che si rifiuta di ridere di lui, impone alla fine il rispetto per l'immagine dell'avversario, gesto virtuoso nonostante gli onori funebri appaiano tragicamente tardivi. Uno dei temi centrali dell'opera è dunque la solitudine dell'eroe.

Il Torso del Belvedere custodito nei Musei Vaticani, opera risalente al I secolo a.C. la cui perfetta anatomia ispirò, tra gli altri, Michelangelo Buonarroti, rappresenterebbe proprio Aiace mentre medita il suicidio dopo il suo sfogo violento.

Edipo re

Dinanzi al re Edipo si presenta una folla di tebani guidata da un sacerdote per chiedergli di salvare la città dalla terribile pestilenza che la devasta. Edipo ha già salvato Tebe una volta risolvendo l'enigma della Sfinge, da ciò la loro fiducia. Il re li informa di aver mandato il cognato Creonte a consultare l'oracolo di Delfi. Al suo ritorno, Creonte afferma di avere "buone notizie": il rimedio è uccidere o esiliare l'uccisore di Laio, predecessore di Edipo, il quale non sa essere suo padre. Così il re pronuncia un bando contro l'assassino.

Edipo e la Sfinge - Jean-Auguste-Dominique Ingres - 1825 circa - Parigi, Museo del Louvre

Il Coro, costituito da vecchi tebani, esprime la sua speranza nell'oracolo e invoca gli dei contro la peste che semina morte. Intanto giunge sulla scena il profeta cieco Tiresia che si rifiuta di parlare riguardo il misterioso omicida in quanto l'informazione non porterà che dolore ad Edipo. Il re lo aggredisce furiosamente accusandolo addirittura di esserne coinvolto. Così Tiresia è costretto a ribaltare su di lui l'accusa: "Dico che sei tu l'assassino che cerchi". Ora più che mai Edipo pensa sia tutto un complotto contro di lui e indica in Creonte l'artefice. Tiresia allude sempre più chiaramente al rapporto orribile che Edipo intrattiene con i suoi cari, alla cecità e all'esilio che lo aspettano in futuro. Il Coro non riesce a credere all'accusa di Tiresia contro il benefattore della città. Il profeta è comunque un uomo e come tale può sbagliare.

Giunge sulla scena Creonte, preoccupato e offeso dall'accusa rivoltagli da Edipo, e inizia una disputa dai toni violenti. Interviene Giocasta a sedarla, moglie ma anche madre di Edipo, la quale afferma che secondo l'oracolo Laio doveva essere ucciso dal figlio. Il marito era invece stato ucciso da dei banditi a un trivio, un punto dove si uniscono tre strade . A queste parole Edipo, invece che apparire rassicurato, inizia a terrorizzarsi e chiede maggiori informazioni alla donna come l'aspetto fisico di Laio, "non molto diverso dal tuo", secondo Giocasta.
Ora è Edipo a raccontare della sua vita a Giocasta: viveva felice a Corinto prima che un ubriaco gli dicesse di essere un trovatello. Si recò così a consultare l'oracolo, il quale gli predisse il parricidio e l'unione incestuosa con la madre. Fuggì allora da Corinto e sulla strada, ad un trivio, incontrò un vecchio (Laio) col suo seguito. La loro arroganza provocò una lite in cui Edipo uccise tutti gli avversari.
Giocasta ha ormai capito tutta la verità e supplica Edipo di non andare avanti con le ricerche, ma non viene ascoltata.
Il Coro lamenta la condizione umana, nella quale la felicità è solo un'illusione, come nel caso di Edipo, grande re e vincitore della Sfinge, a cui tutti devono la propria tranquillità ma ora vittima di un destino beffardo.
Un messaggero annuncia una terribile notizia: Giocasta si è impiccata ed Edipo accecato di fronte al cadavere: "perché vedere quando da vedere non ho più nulla di dolce?".
Nel finale il re abbraccia le sue figlie Antigone e Ismene compiangendole perché figlie di nozze incestuose e dunque emarginate dalla vita sociale. Le affida allora a Creonte, a cui chiede di essere esiliato in quanto uomo in odio agli dei.

L'Edipo re, di cui una delle traduzioni più autorevoli è quella del 1946 di Salvatore Quasimodo, è citato dallo psicoanalista Sigmund Freud in una delle sue teorie più rivoluzionarie legate alle pulsioni e alla sessualità infantile nei confronti dei genitori. Per quanto riguarda le donne è stato invece elaborato il complesso di Elettra.

Elettra

Oreste, figlio di Agamennone, torna dopo molti anni ad Argo insieme al suo pedagogo, cioè il precettore, e a Pilade. Su ordine di Apollo dovrà vendicare la morte del padre, ucciso dalla moglie Clitennestra e dal suo amante Egisto per prendere il potere.
Da piccolo Oreste, rischiando anch'egli di essere ucciso in quanto erede al trono, era stato salvato dalla sorella Elettra. Da quel giorno ella visse alle dipendenze dei due assassini nella speranza che Oreste tornasse a vendicare il padre.
Oreste, tornato ad Argo all'insaputa di tutti, diffonde la falsa notizia della propria morte che gli permette di constatare la gioia della madre Clitennestra. Elettra, invece, è disperata, ma si fa coraggio decisa a vendicare lei stessa Agamennone. Allora Oreste rivela la propria identità alla sorella ed insieme organizzano la vendetta. Afferma Elettra "un odio antico è radicato dentro di me, e ora che ti ho visto non cesserò di piangere di gioia". Intanto ella riconosce il pedagogo, l'uomo al quale un tempo aveva affidato il fratello.
Il Coro, composto da giovani nobili di Argo, è dalla loro parte e li accompagna con un canto mentre entrano a palazzo. Si sente il grido di Clitennestra verso la quale Elettra non mostra alcuna pietà. A seguito del matricidio arriva Egisto, accolto gentilmente da Elettra, che gli comunica di essersi decisa a passare "dalla parte dei potenti". Dopo aver scoperto il cadavere di Clitennestra, Egisto viene trascinato fuori dalla scena da Oreste per essere ucciso. Su questa immagine si chiude la tragedia, mentre il Coro celebra la vittoria.
Il finale trionfalistico ha scandalizzato buona parte della critica, incapace di accettare un matricidio privo di rimorsi. Questo assassinio, così come quello di Egisto, non è assolutamente problematico per l'autore in quanto rappresenta il riscatto e il culmine del grande tema che occupa l'intera opera, cioè il dolore di Elettra.

Filottete

Composta nel 409 a.C. e rappresentata per la prima volta al Teatro di Dioniso di Atene, narra di quando Odisseo e Neottolemo, il giovane figlio di Achille, approdano nell'isola deserta di Lemno dove un tempo era stato abbandonato Filottete, il più grande arciere greco. Quest'ultimo, tormentato da una ferita al piede dovuta al morso di un serpente, venne lasciato dai suoi compagni in viaggio per la guerra contro Troia. Ora però un oracolo svela ai greci che senza l'arco di Filottete la città non cadrà mai. Così Neottolemo, nei piani diabolici di Odisseo, dovrà ingannare Filottete fingendo di aver litigato con i capi greci ed in particolare con Odisseo. In questo modo si sarebbe guadagnato la sua fiducia e avrebbe potuto farsi consegnare l'arco.
Il giovane all'inizio rifiuta, ma Odisseo gli fa notare che l'arco è imprescindibile per la vittoria, così come il suo intervento.
Il Coro, formato dai marinai della nave di Neottolemo, annuncia Filottete con gemiti inquietanti.
Come previsto dal piano Neottolemo racconta la falsa storia della sua inimicizia con Odisseo e i greci, così Filottete finisce per identificarsi con l'esperienza del giovane.
Quando Neottolemo finge di voler partire, Filottete lo supplica di portarlo con sé e condurlo in patria. Neottolemo acconsente e Filottete lo ringrazia calorosamente, facendogli vedere e toccare il famoso arco. Il Coro canta la sciagura e il dolore immeritato di Filottete, rivive la sua solitudine e la propria sofferenza, accennando alla sua salvezza per opera di Neottolemo.
A questo punto Filottete è preso da un tremendo dolore al piede e, dopo aver affidato l'arco a Neottolemo, cade in un sonno profondo. Il Coro esorta Neottolemo di cogliere l'occasione. Il giovane è però nel culmine di una crisi interiore e quando Filottete si risveglia ringraziandolo affettuosamente, Neottolemo, eroe sincero come il padre Achille, si pente amaramente e riconsegna a Filottete il conteso arco. Odisseo si infuria e la situazione si fa intricata perché Filottete non vuole andare a Troia a combattere a fianco dei greci traditori. Solo l’intervento "deus ex machina" di Eracle scioglie l’intreccio: Filottete si imbarca per Troia, dove, sappiamo dall'Iliade, combatterà al fianco di Neottolemo sino alla resa della città.
La tragedia, l'unica a lieto fine dell'autore, si focalizza su un dibattito ancora molto attuale, cioè il dissidio tra l'utile e l'onesto e sulla possibile conciliazione di essi. Odisseo incarna l'utile, anche a costo dell'inganno, mentre Neottolemo, posto dal poeta come personaggio centrale dell'opera, l'onesto.