Michelangelo poeta

Il genio di Michelangelo Buonarroti non eccelse esclusivamente nelle nobilissime arti della scultura e della pittura, in cui rappresentò il vertice di ciò che un singolo uomo è in grado di creare, ma anche nella poesia, della quale divenne un caso unico ed estremamente interessante. Basti pensare che in un'epoca caratterizzata dal fenomeno del petrarchismo egli scelse il modello Dante in analogia con la propria produzione artistica, si veda il Giudizio della Sistina.
I suoi versi sono, come quelli del Poeta, un viaggio interiore alla ricerca di significato, di un senso propriamente spirituale. Michelangelo fu un uomo profondamente religioso che visse nella ricerca dell'infinito facendosi strumento del divino con la propria arte, sperando di arrivare attraverso essa al congiungimento con l'assoluto.

Scriveva nel 1555 all'amico e suo biografo Giorgio Vasari: "Messer Giorgio, io vi mando dua sonecti; e benché sien cosa scioca, il fo perché veggiate dov'io tengo i mie pensieri". L'anima tenebrosa e schiva del Buonarroti si confida al lettore in tutta la sua inquietudine, con sottile malinconia, in un genere, quello poetico, a cui l'artista dedicò gran parte della sua straordinaria esistenza, correggendo, riformulando, alla ricerca della parola e dell'immagine più appropriata ad esprimere un sentimento, un moto della proprio animo.
Partendo dagli estremi cronologici della sua produzione artistica, dal 1499, quando a soli ventiquattro anni firmò la Pietà vaticana, sino al 1564, anno della sua morte, in cui, ormai novantenne, arrivò al culmine di una crisi interiore a colpire la Pietà Rondanini, le Rime lo accompagnarono in tutti i propri intimi dissidi, emblema di un uomo sensibile che avvertiva una qualche mancanza, probabilmente affettiva, ma anche uno smarrimento religioso per cui l'arte, alla quale aveva dedicato ogni sforzo, si era rivelata un mezzo insufficiente.
Affermò lo scultore Auguste Rodin:"Tutte le opere che Michelangelo fece sono così angosciosamente oppresse che paiono volersi spezzare da sole. Quando divenne vecchio giunse a spezzarle davvero. L'arte non lo appagava più. Voleva l'infinito".

Dall'emozione della scoperta del sentimento amoroso in cui si avverte che la nostra vita dipende totalmente da un'altra persona, "Come può esser ch'io non sia più mio?", Michelangelo passa ad esprimere tutta la solitudine e lo sconforto coi quali si trovò a convivere durante il corpo a corpo con la volta, arrivando al loro culmine nel verso modernissimo, quasi leopardiano, "la mia allegrezza è la maninconia".

Sono gli opposti di un'anima caratterizzata da un'incredibile pluralità di sfaccettature e proprio per questo a noi così vicina, un'anima che sembra porsi al cospetto della sua opera più straordinaria, il Giudizio universale, che appare gravare su chiunque lo osservi, con quel potente braccio destro sollevato del Cristo pronto a compiere la volontà del Padre.
Michelangelo, segnato dalla fatica dell'impresa del Giudizio, si augurava di poter espiare le proprie colpe presentandosi dinanzi a Dio come nell'autoritratto che realizzò nella pelle sorretta da San Bartolomeo, annullato in un involucro privo di vita. Arrivando a donare tutto sé stesso in quell'immane lavoro, l'artista espresse la sua fede attraverso la raffigurazione del corpo umano, vera e propria dichiarazione d'amore a Dio. Attorno alla figura del Cristo giudice, un eroe dalla fattezze meravigliose, ruota tutta la monumentale composizione, costituita da centinaia di figure umane che appaiono lottare disperatamente chi per sfuggire agli inferi, chi per conquistare il cielo.
Lo strumento espressivo di Michelangelo è dunque l'anatomia; attraverso il corpo umano riuscì ad esprimere ogni cosa, a partire dall'origine, nella Creazione di Adamo della volta, sino alla fine dei tempi, quando San Pietro restituisce le chiavi del regno dei cieli, divenute ormai un fardello inutile. Per mezzo del corpo ogni singolo individuo rappresentato si fa portatore della sua storia, delle personali aspirazioni, a volte del male di vivere. Lo stesso autore si descrive ormai privo di forze, rinchiuso nel vero senso della parola nel proprio corpo sofferente e così piccolo al cospetto dell'immensa cappella, "I’ sto rinchiuso come la midolla da la sua scorza, qua pover e solo, come spirto legato in un’ampolla".

Erano trascorsi quasi venticinque anni dalla decorazione della volta e già al tempo la sua salute era stata minata dal rimanere giorno e notte in una posizione innaturale, compromettendo la vista, per giunta consapevole di non essere un pittore, essendosi dedicato quasi esclusivamente alla scultura, e in un ambiente, quello della corte pontificia, a lui ostile.

I’ ho già fatto un gozzo in questo stento,
coma fa l’acqua a’ gatti in Lombardia
o ver d’altro paese che si sia,
c’a forza ’l ventre appicca sotto ’l mento.
  La barba al cielo, e la memoria sento
in sullo scrigno, e ’l petto fo d’arpia,
e ’l pennel sopra ’l viso tuttavia
mel fa, gocciando, un ricco pavimento.

  E’ lombi entrati mi son nella peccia,
e fo del cul per contrapeso groppa,
e ’ passi senza gli occhi muovo invano.
  Dinanzi mi s’allunga la corteccia,
e per piegarsi adietro si ragroppa,
e tendomi com’arco sorïano.
      Però fallace e strano
surge il iudizio che la mente porta,
ché mal si tra’ per cerbottana torta.
      La mia pittura morta
difendi orma’, Giovanni, e ’l mio onore,
non sendo in loco bon, né io pittore.

Fu Donato Bramante a consigliare a papa Giulio II della Rovere, figura di grande mecenate del Rinascimento, di assegnare al Buonarroti la decorazione della volta, accantonando il progetto della tomba che sarebbe dovuta sorgere al centro della nuova basilica di San Pietro.
In questo modo cercò di mettere in difficoltà il rivale in favore del concittadino Raffaello Sanzio, che negli stessi anni sarebbe stato impegnato nelle Stanze.
Attraverso i versi michelangioleschi, caratterizzati dall'immediatezza e dalla potenza espressiva, si riesce a capire la drammatica tensione di questo lavoro solitario, sospeso sui ponteggi a testa in su con la barba che si impastava dei colori sgocciolanti dalla parete, i blu lapislazzuli, le terre di Siena, i verderame.

La Cappella Sistina, vera e propria antologia figurata della nostra storia dell'arte, consacrò definitivamente Michelangelo come genio universale. Con la Creazione di Adamo, l'affresco a cui si rivolge lo sguardo non appena si entra nella cappella, Michelangelo arrivò a sfiorare l'eternità. Dio dona vita all'uomo, ad un Adamo bellissimo, creato a Sua immagine e somiglianza. Nelle due mani che si cercano, si sfiorano, senza potersi mai toccare, è riposta tutta la tensione dell'uomo a fare parte dell'infinito, la stessa che angosciò l'artista per tutta la vita, non di meno l'incolmabile distanza che separa il divino e l'umano. Attorno a questa figura sembrano confluire tutti gli altri affreschi, comprese le pareti laterali in cui Pietro Perugino, Domenico Ghirlandaio, Sandro Botticelli e Luca Signorelli, sembrano orbitare come pianeti intorno al proprio sole, Michelangelo, l'astro splendente della pittura rinascimentale.

Afferma il Vasari: "Dove egli ha posto la sua divina mano, ha resuscitato ogni cosa donandole eternissima vita".