Il Concilio di Trento e la Riforma protestante

Durante la prima metà del Cinquecento si diffusero in Europa idee cristiane sulla religione e sulla vita in contrasto con quelle insegnate dalla Chiesa cattolica.
I sostenitori di idee contrarie, gli eretici, erano in precedenza sottoposti a scomunica e spesso condannati, tuttavia in questo periodo si rafforzarono sempre più tali posizioni di critica della realtà ecclesiale, così distante dai testi sacri e dal messaggio di Cristo raccontato nel Nuovo Testamento.
Il pensatore e umanista olandese Erasmo da Rotterdam scrisse nella sua opera più celebre, l'Elogio alla pazzia, a proposito della corruzione e dell'immoralità della Chiesa, tuttavia la Curia romana non sembrò preoccuparsi più di tanto, nemmeno quando in Sassonia un oscuro monaco appartenente, come Erasmo, all'Ordine agostiniano, diffuse novantacinque tesi teologiche che, secondo la leggenda, furono appese sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg.

Si tratta di Martin Lutero, le cui tesi si diffusero in breve tempo sconvolgendo il mondo cattolico e l'unità della Chiesa. È l'inizio della Riforma protestante.
Per Lutero l'opera di mediazione fra l'uomo e Dio che la Chiesa pretende di esercitare è del tutto inutile, in quanto è solo la grazia, che discende direttamente dalla volontà divina, che può salvare.
Anche il Purgatorio, invenzione medievale ben descritta nella Commedia dantesca, secondo Lutero non era altro che un mezzo di guadagno per la Chiesa, che attraverso delle offerte in denaro sosteneva di poter abbreviare la pena all'anima di un defunto e permettergli di ascendere in Paradiso. Altra pratica criticata era la vendita delle indulgenze, ossia la remissione dei peccati, di cui si servì papa Leone X Medici nel 1517 al fine di finanziare la costruzione della basilica di San Pietro.
La stampa divenne preziosa alleata di Lutero nella diffusione dei suoi scritti, sostenuti da ogni individuo che sentiva l'esigenza di un rinnovamento ecclesiale.
Il monaco continuava a sostenere che solo le Sacre Scritture hanno autorità legittima sul cristiano, negando qualunque valore al ruolo del papato. Così, nel 1518, finì per essere richiamato a Roma per subire un processo, ma fu difeso dal suo signore, il duca di Sassonia Federico il Saggio, che si oppose alla sua partenza.
Solo due anni più tardi, nel giugno 1520, Leone X, con la bolla Exsurge Domine, condannò esplicitamente la dottrina di Lutero, il quale rifiutò di sottomettersi continuando nella sua predicazione e gettando pubblicamente tra le fiamme il documento pontificio.

Ritratto di Leone X - Raffaello Sanzio - Firenze, Galleria degli Uffizi - 1518

Lutero affermò anche che tutti i fedeli, senza distinzione alcuna, potevano amministrare i sacramenti e predicare la parola di Dio, riconoscendo solo il battesimo e l'eucarestia, sulla base delle Scritture, come sacramenti validi.
Scomunicato quale eretico dal pontefice, la figura di Lutero preoccupava ora anche l'imperatore Carlo V d'Asburgo, che cercò un compromesso tra Santa Sede e protestanti. Lutero continuò nel suo rifiuto a rinnegare il suo credo, obbligando così l'imperatore a dare seguito alla scomunica. Il monaco trovò però nuovamente sostegno in Federico il Saggio, che gli offrì un rifugio segreto, dove il teologo si dedicò alla traduzione in tedesco del Nuovo Testamento, che venne stampato nel 1522 affinché tutti i cristiani potessero leggere la vera parola di Dio. Ottenendo un notevole successo, Lutero tradusse anche l'Antico Testamento, apportando un cambiamento di enorme portata se si pensa che la pratica di culto cattolica si fondava sulla versione latina della Bibbia elaborata da San Girolamo nel IV secolo d.C., nota come Vulgata, che veniva poi spiegata al pubblico attraverso le prediche dei sacerdoti.
Così, in molte città tedesche, esplosero disordini e sommosse popolari da parte dei fedeli, con i contadini che dalle campagne invocavano la comunanza dei beni e maggiore giustizia.
Lutero prese le distanze dai rivoltosi, mantenendo in questo modo l'alleanza con i principi tedeschi. Carlo V, impegnato nella guerra contro la Francia e l'impero ottomano, teme che intervenire contro Lutero possa compromettere i già non facili rapporti con i principi. Ancor di più, Carlo ha paura che il mondo cristiano si possa dividere definitivamente, lui che ambiva a restaurare il Sacro romano impero quando nel 1530 venne incoronato imperatore da papa Clemente VII, nella basilica di San Petronio a Bologna, coltivando il sogno di riunire l'intera cristianità sotto il suo scettro.

Nonostante i successi della Riforma, nessuno dei capi del potere dei maggiori regni europei abbracciò inizialmente il protestantesimo, anzi, il sovrano d'Inghilterra Enrico VIII si era schierato, per esempio, in aperta opposizione alle idee luterane, tanto che Leone X lo aveva insignito del titolo di defendor fidei. Sotto il pontificato di Clemente VII capì però la grande possibilità che gli offriva la diffusione della Riforma, ossia quella di ridurre l'influenza del papato sulla politica inglese.
Si accorse di ciò nel momento in cui, non riuscendo ad avere l'erede maschio dalla moglie Caterina d'Aragona, chiese al papa il divorzio. L'atteggiamento attendista di Clemente VII fece capire a Enrico VIII che il papato, con le sue leggi, aveva in mano il controllo dinastico dei sovrani. Così, di fronte al rifiuto del pontefice, decisione dettata anche dal fatto che Caterina era imparentata con Carlo V, il sovrano inglese decise di spezzare il legame con la Chiesa, sposando Anna Bolena. Dalla loro unione nacque la futura regina Elisabetta.
Poco più tardi Enrico emanò anche l'Atto di Supremazia, con il quale si proclamò unico e supremo capo della Chiesa d'Inghilterra, riunendo nella sua figura potere politico e autorità religiosa.

Ritratto di Clemente VII - Sebastiano del Piombo - 1531 circa

Carlo V continuava intanto nel suo tentativo di mediazione tra papa e Lutero, ma proprio nel 1530 cinque principi e quattordici città rifiutarono di sottomettersi ai suoi ordini stilando un documento di "protesta" nei suoi confronti da cui deriva il nome di Riforma protestante.
A seguito di numerose vicissitudini, nel 1555 la pace di Augusta riconobbe l'esistenza della confessione luterana in quei territori dell'impero in cui i principi ne professavano il credo.
La Germania è ora divisa in due universi religiosi, mentre la Chiesa di Roma continuava a vacillare sotto i colpi dei protestanti. L'immagine simbolo di questo clima internazionale e di questo momento storico che segnò per sempre la chiesa cattolica è il Giudizio universale di Michelangelo Buonarroti, che nella parete d'altare della Cappella Sistina, regnante papa Paolo III Farnese, sembrò lanciare un avvertimento al mondo. Lo stesso pontefice, secondo le testimonianze dell'epoca, si gettò in ginocchio con le lacrime agli occhi di fronte a questo smisurato affresco, dove tutti, beati e reprobi, sembrano lottare disperatamente, chi per sfuggire agli inferi, chi per conquistare il cielo.

Lo stesso Michelangelo, grande spirito religioso, pose la sua anima al cospetto del glorioso Cristo giudice al centro della parete, iniziando ad interessarsi alle idee di coloro i quali nutrivano l’aspirazione di un rinnovamento ecclesiale attraverso il dialogo con i riformati. Per tale motivo entrò in contatto, grazie all’amicizia con la poetessa Vittoria Colonna, con il circolo degli spirituali, nel quale si potevano incontrare gli intellettuali più squisiti e problematici della Roma di allora, riuniti attorno alla figura di spicco del cardinale Reginald Pole, che, favorevole alla Riforma cattolica, sfiorò l'elezione al soglio petrino nei conclavi che elessero Giulio III prima e Paolo IV poi. Quest'ultimo accusò Pole quale eretico.
Sulla sottile linea di confine fra ortodossia cattolica e riforma evangelica, Michelangelo era affascinato dalla dolce raffinatezza della Colonna, marchesa di Pescara, rispecchiandosi nella sua spiritualità e confidandole in un fitto scambio epistolare il proprio dissidio religioso avvertito durante questi anni.

Ritratto del cardinale Pole - attribuito a Perin del Vaga - 1537 circa

Una soluzione per arginare il problema protestante poteva essere quella di convocare un concilio ecumenico, vale a dire la riunione straordinaria di tutti i vescovi, così da porre rimedio all'inesorabile frattura della cristianità.
Tuttavia né Leone X, né Clemente VII, nonostante la richiesta di Carlo V, si mossero in tale direzione, preoccupati della rinascita del conciliarismo, ossia quella dottrina, con la quale i papi si erano già scontrati in passato, che affidava al concilio ecumenico la suprema autorità ecclesiastica, subordinando a esso l'autorità del pontefice.
Bisognerà aspettare l'anno 1545 per la convocazione del concilio da parte di Paolo III Farnese, un concilio lungo e travagliato che durerà ben diciotto anni, sino al 1563, in modo tutt'altro che lineare e continuativo, a causa della complessità degli argomenti trattati.

Paolo III ha la visione del concilio.

Convocato inizialmente a Mantova, per la sede definitiva del concilio si scelse poi Trento, città italiana dal punto di vista geografico, ma situata in un territorio appartenente al Sacro romano impero. La vicinanza di Trento ai paesi tedeschi sembrò un segnale d'apertura al mondo protestante.
Del tutto diversi si rivelarono però gli intenti di Paolo III e di Carlo V; il primo voleva infatti riaffermare l'autorità della Chiesa e punire gli eretici, mentre l'imperatore continuava nella sua mediazione fra le due parti opposte al fine di non perdere la propria autorità in Germania.
Il pontefice affrontò subito alcune questioni teologiche di estrema importanza, oggetto di critica o di totale rifiuto da parte dei protestanti. Ormai in contrasto con Carlo V, il quale aveva ben chiara la politica del papa, Paolo III trasferì nel 1547 il concilio a Bologna, città appartenente allo Stato della Chiesa, così da assumerne il pieno controllo. Le sessioni si svolsero nella basilica di San Petronio.

Paolo III con un consigliere - Iacopino del Conte - 1537 circa

Sul piano dottrinale furono riconfermati i sette sacramenti, l'esistenza del Purgatorio, la validità del culto dei santi e delle reliquie, la capacità della Chiesa di ridurre le pene delle anime defunte tramite le indulgenze, negando infine la validità delle traduzioni della Bibbia nelle varie lingue e dunque di tutte quelle versioni lontane dalla Vulgata di San Girolamo.
Il messaggio fondamentale che usciva dal concilio era quello di una netta chiusura da parte della Chiesa nei confronti dei protestanti, ferma nella sua posizione di ostilità nei confronti delle altre confessioni cristiane. Alla fine non avvenne dunque nient'altro che un rafforzamento della Chiesa romana, senza particolari cambiamenti, in un'opposizione al mondo protestante che gli storici definirono "Controriforma" o, per sottolinearne gli aspetti più positivi di riorganizzazione interna, "Riforma cattolica".

Paolo III aveva inoltre riorganizzato da tempo il tribunale dell'Inquisizione, istituzione medievale finalizzata alla lotta contro l'eresia in tutta la cristianità, costituita da quei cardinali che sostenevano la linea di una dura repressione contro i protestanti, fra cui Gian Pietro Carafa, futuro papa con il nome di Paolo IV.
Prima di lui, a parte il brevissimo pontificato di Marcello II, al soglio pontificio vi era Giulio III, successore di Paolo III, che decise, in un nuovo tentativo di apertura, di riprendere il concilio a Trento. Invitò anche alcuni rappresentanti fra i riformati, i quali però rifiutarono la proposta.
Le due sedi principali del concilio erano la cattedrale di San Vigilio, il Duomo della città, e la chiesa di Santa Maria Maggiore.

Il concilio riunito nella chiesa di Santa Maria Maggiore.

Nel corso di questa seconda fase conciliare si affrontò la complessa questione dell'eucarestia, confermando la transustanziazione, cioè che dopo la consacrazione il corpo e il sangue di Cristo sono realmente presenti sotto forma di pane e vino. Furono riaffermati anche i sacramenti della confessione e dell'unzione degli infermi.
La difficile situazione politica internazionale, con Carlo V impegnato nella guerra contro i principi protestanti sostenuti dal re di Francia, Enrico II, portò Giulio III nel 1552 alla decisione di sospendere il concilio. Il suo successore, Paolo IV, da sempre ostile all'idea di una riunione conciliare, proseguì questa fase di interruzione.
Passarono dieci anni prima che papa Pio IV, nell'anno 1562, riprese il concilio per solo due anni al fine di approvarne tutti i decreti e confermare la struttura gerarchica della Chiesa, costituita dal pontefice romano quale successore di Pietro e dai vescovi, i successori degli apostoli. Fu decisa anche la fondazione di un seminario in ogni diocesi per curare la formazione teologica del clero, riaffermando il celibato ecclesiastico, mentre il matrimonio rimase, secondo l'insegnamento di Cristo, uno dei sacramenti principali, stabilendone le norme per l'eventuale annullamento.
Fu infine istituito il Catechismo romano, vero e proprio manuale a uso dei sacerdoti contenente una semplice sintesi dei dettami del concilio.

Solenne seduta del concilio nel Duomo di Trento in un dipinto di Tiziano.

Nonostante alla fine del concilio la situazione ecclesiastica sembrò rimanere sostanzialmente invariata, oltre alla forte riorganizzazione interna nota come Riforma cattolica, va però tenuto conto del profondo rinnovamento spirituale di cui l'emblema divenne San Carlo Borromeo, nipote di Pio IV e arcivescovo della città di Milano.
La sua figura energica e carismatica, determinante nelle fasi conclusive del concilio, si fece interprete delle norme stabilite nel corso dei diciotto anni della riunione ecumenica a partire da Paolo III sino ad arrivare a suo zio Pio IV.
Pur sostenendo con rigore e fermezza l'ortodossia, difendendo la Chiesa da laici e protestanti, San Carlo rappresentò una nuova generazione di vescovi, dedicandosi alle opere pie e dando prova di una straordinaria dedizione verso i più poveri e bisognosi, come quando, durante la peste milanese del 1576 - 1577, si prese cura personalmente degli infermi.