Benjamin Britten

Considerato il più importante compositore inglese, Edward Benjamin Britten è stato uno dei musicisti più rappresentativi del XX secolo.
Nato a Lowestoft, piccola cittadina sul mare che sorge all'estremità più orientale dell'Inghilterra, fra i primi rumori che ascoltò vi furono le onde del mare e quelli drammatici della guerra. Venne infatti alla luce il 22 novembre 1913, appena prima dello scoppio della Grande Guerra, nel giorno consacrato a Santa Cecilia, patrona della musica.
Il padre, appartenente alla borghesia cittadina, era un dentista appassionato di musica e dotato di un discreto talento, il quale aiutò il figlio assecondandolo nelle sue scelte. La madre era invece ostinata come nessun altra nella storia della musica perché il figlio diventasse un personaggio celebre, riconosciuto come "la quarta B" dopo Bach, Beethoven e Brahms. La donna proveniva da una famiglia sensibile all'arte e Britten ricorderà, con sottile nostalgia, la sua abitudine nel cantare dolci melodie, allietando la quiete domestica.
I genitori di Britten avevano già tre figli quando nacque, inatteso, il futuro musicista, a cui fu dato come secondo nome quello di Benjamin, con cui è conosciuto, che in ebraico significa "Prediletto".
A soli tre mesi di età un attacco di polmonite minò le sue condizioni di salute e si temette il peggio a causa dell'alta mortalità infantile nell'Inghilterra del tempo. Tutto ciò non fece che incrementare le attenzioni da parte della madre.
L'interesse per la musica si manifestò intorno ai sei anni, con la madre che si impegnò allora nell'insegnargli le basi del pianoforte e della grammatica musicale. Nel 1921 cominciò un sofferto percorso scolastico, nel quale ebbe modo di incontrare, però, delle figure di riferimento, soprattutto femminili, come la maestra di musica che lo accompagnò nella sua crescita.
Tre anni più tardi conobbe un'altra donna, l'insegnante di viola, che permise a Britten di allargare i suoi orizzonti anche al di fuori del piccolo contesto della propria cittadina. Fu lei ad affidare il giovane allievo al maestro Frank Bridge, celebre compositore solitamente ritroso nell'avere dei discepoli, ma che subito riconobbe il talento di Britten, scrivendo a suo padre: "Ho molto piacere ad aiutare Vostro figlio. Ha doti eccezionali e con sensibile comprensione da voi attorno a lui, credo che sicuramente conseguirà belle cose. In ogni caso, farò quel che posso. Come sapete, una carriera in qualsiasi arte è sempre difficile all'inizio, ma io confido nel fatto che Benjamin abbia la stoffa giusta".
Con Bridge si instaurò un sodalizio vicino all'amore paterno, dato che il maestro non aveva figli, tanto che Britten manifestò una fiducia incondizionata verso i suoi insegnamenti e una profonda stima per il gruppo di artisti e intellettuali che frequentavano casa Bridge. Studierà l'intera produzione di Beethoven e di Johannes Brahms, sicuramente fu influenzato anche dalla dolcezza stilistica di Fryderyk Chopin, infine da Igor Stravinskij e Maurice Ravel, a lui più vicini.
Il clima scolastico era invece vissuto di controvoglia, in quanto credeva fosse una perdita di tempo che non gli permetteva di dedicarsi appieno alla sua vera passione, la musica. La severa educazione basata sul senso del peccato e il criterio del castigo, insieme alla lontananza da casa, portarono Britten a manifestare i primi segni di una eccessiva sensibilità e inquietudine, iniziando a soffrire di insonnia. Il ritorno in famiglia era l'unica consolazione per la sua anima.
Il suo modo di comporre si distinse sin dall'età adolescenziale per una particolare rapidità, dovuta probabilmente al tempo in cui poteva concentrarsi esclusivamente alla musica, considerato sempre troppo poco: "Non riesco mai a scrivere quando ho tempo, devo fare sempre fare in fretta". Nonostante ciò lasciò una grandissima quantità di pezzi finiti, e altrettanti solo abbozzati, caratterizzati da una molteplicità di stili. Da qui comincia il percorso che lo porterà a realizzare opere uniche come Les Illuminations e le Serenade.
Inizialmente si concentrò nei suoi esercizi compositivi esclusivamente sul pianoforte, per poi in età matura allontanarsi dal repertorio solistico e da una possibile carriera di pianista, dando vita a composizioni per soprano, tenore e orchestra.
Un primo esempio sono le Quatre chansons françaises del 1928 per soprano e orchestra, in cui l'autore prese ispirazione dalla letteratura, dai componimenti di Victor Hugo e Paul Verlaine.
Nel 1933 dedicò al padre A Boy was Born, un ciclo corale per voci di uomini, donne e ragazzi, i cui testi sono tratti da alcune canzoni natalizie del XVI secolo. In concomitanza con la realizzazione di questo pezzo, che gli costò sei mesi di lavoro, portò a compimento anche la propria esperienza al College.
Bridge gli consigliò allora di proseguire nello studio a Vienna, con Alban Berg, il quale portava avanti gli insegnamenti dodecafonici del maestro Arnold Schönberg, così che l'allievo potesse ampliare le proprie conoscenze musicali ed entrare in contatto con nuove tendenze.

A inizio Novecento la città di Vienna visse infatti un fermento unico, divenendo il centro artistico e culturale più influente a livello europeo. Una duplice fase di ampliamento urbano cambiò definitivamente la pianta cittadina; in ambito artistico nacquero nuovi linguaggi pittorici grazie a Gustav Klimt ed Egon Schiele, infine la psicoanalisi di Sigmund Freud, dimostrando l’esistenza dell’irrazionalità e di zone nascoste nel profondo della psiche, rivoluzionò l’intero secolo influenzando notevolmente anche le arti. Nel campo musicale la città aveva conosciuto sin dal passato autori come Mozart, Beethoven, Brahms, Anton Bruckner, per arrivare a Gustav Mahler, Hugo Wolf e al sistema dodecafonico di Schönberg.

Con l'opera di quest'ultimo, così come con tutta l'avanguardia austriaca, Britten ebbe però un rapporto complesso. Affascinato dal Pierrot Lunaire, compiuta espressione del senso di disperazione e di estraneità insito nell'uomo, ma non dal resto della sua produzione, lo stile tonale dell'inglese non rischiò così di essere messo in discussione.
Il primo viaggio all'estero di Britten non fu così a Vienna, bensì nel Regno d'Italia, di breve durata a causa dell'aggrevarsi delle condizioni di salute del padre, che venne a mancare poco più tardi, lasciando il figlio nello sconforto e nell'incertezza per il futuro.
Decisivo fu nel 1935 l'incontro con il poeta Wystan Hugh Auden, la cui affine sensibilità permise a Britten di incrementare le conoscenze letterarie europee, scoprendo fra gli altri il ribelle poeta francese Arthur Rimbaud, da cui prenderanno ispirazione Les Illuminations per soprano e orchestra d'archi. A livello umano Auden aiutò il giovane musicista nel prendere consapevolezza delle proprie inclinazioni sessuali, prima di allora celate dalla timidezza e dagli insegnamenti ricevuti. Così l'anno successivo poté legarsi sentimentalmente, oltre che a livello artistico, al tenore Peter Pears, in un sodalizio destinato a durare per tutta la vita.

Insieme decisero di lasciare l'Inghilterra, salpando dal porto di Southampton verso l'America il 29 aprile del 1939. La medesima scelta era stata fatta in precedenza da musicisti quali Sergej Rachmaninov, Schönberg e Stravinskij, ovviamente per motivi bellici, ma anche perché gli Stati Uniti stavano vivendo una notevole crescita demografica ed economica, accompagnata da uno spostamento della geografia musicale, grazie all'afflusso di numerosi compositori, al fenomeno del jazz e della nuova canzone popolare.
A settembre dello stesso anno le truppe tedesche attaccarono la Polonia, costringendo Francia e Regno Unito a dichiarare guerra alla Germania: era l'inizio della Seconda guerra mondiale.
Fu in tale contesto, mentre Britten si dedicava nel comporre per la voce di Pears, che nacquero i Seven Sonnets of Michelangelo del 1940, ispirati ai componimenti amorosi di Michelangelo Buonarroti per Tommaso de' Cavalieri, in quella che è l'unica opera di Britten su un testo in lingua italiana.
Composti per tenore e pianoforte e dedicati a Peter, furono eseguiti per la prima volta presso la sala da concerto “Wigmore Hall” di Londra il 23 settembre 1942, poco dopo il rientro in patria dei due interpreti.
Il tempo che intercorse fra la composizione e la prima esecuzione denota il valore che Britten attribuiva ai sonetti di Michelangelo, oltre alla volontà di portare a piena maturazione la voce di Pears, che molto si esercitò in questo periodo.
Nel medesimo anno dei Michelangelo Sonnets, Britten scrisse alcuni concerti per pianoforte e violino e una Sinfonia da Requiem in memoria dei suoi genitori, mentre fu proprio nel viaggio di ritorno in Inghilterra che il musicista concepì Peter Grimes, segnando l'inizio della sua produzione per il teatro.
Dall'alto valore psicologico, l'opera è focalizzata sul conflitto fra Bene e Male che si consuma nel cuore del protagonista, in uno dei ritratti più complessi e riusciti della contemporaneità, narrando di un emarginato, un sognatore escluso dalla società che finirà per scomparire in mare tra l'indifferenza generale. Britten, ispirato dalla traversata atlantica che lo riportò in Inghilterra, pose il mare al centro del progetto, quale simbolo di transitorietà e della sorte di ogni individuo.
La prima rappresentazione, di grande successo, avvenne a Londra nel 1945 con l’interpretazione di Pears, celebrata come un nuovo inizio per l’opera inglese, per poi essere messa in scena, due anni più tardi, nei teatri più prestigiosi d’Europa, tra cui La Scala di Milano e l’Opéra di Parigi.
Per l’incapacità nel comunicare e la solitudine del protagonista, Peter Grimes di Britten richiama il Wozzeck (1925) di Alban Berg, autore in cui ricorre la tematica della angosciosa condizione esistenziale, ben espressa attraverso l’atonalità. L’ammirazione da parte di Britten nei confronti di Berg non condizionò, però, il suo stile tonale.
A partire da Peter Grimes Britten si dedicò quasi esclusivamente all’opera mettendo da parte la musica strumentale, composta solo occasionalmente.

Una riflessione a parte meritano le Serenade del 1943 per tenore, corno e archi, nelle quali coesistono poesie di vari autori sul tema della notte. Il notturno, nella cui quiete e allo stesso tempo angosciosa attesa dell’alba si riflette la condizione dell’anima, divenne lo specchio degli anni tragici della guerra, il modo per l’uomo di confidare alla natura devastata dall’orrore bellico i propri stati d’animo. Il corno solista, che nel prologo apre il componimento e nell’epilogo lo chiude, rappresenta infatti la voce della natura che risponde all’uomo, il tenore, quasi in un Canto notturno di un pastore errante dell’Asia interpretato musicalmente.
Nell’immediato dopoguerra il compositore si recò in Germania; un’esperienza che lo segnò profondamente e che denota la sua attenzione verso la realtà politica e sociale del proprio tempo, intenzionato a comprendere le assurde motivazioni che indussero l’uomo ad arrivare a tanta crudeltà. La conclusione che ne deriva è drammaticamente amara: "Al momento sembra che il potere del Male abbia vinto".
Lasciandosi alle spalle il tragico periodo bellico, indelebile nella memoria di ognuno, per Britten si aprivano anni intensi per quanto concerne la musica, aggiungendo al catalogo due opere a distanza di un solo anno, The Rape of Lucretia, le cui fonti letterarie sono tratte da Tito Livio, Ovidio e William Shakespeare, e la commedia Albert Herring da un romanzo di Guy de Maupassant.

Intenzionato ad allontanarsi dalla scena londinese, che nei suoi riguardi aveva sempre nutrito una certa opposizione, nel giugno del 1947 Britten si trasferì ad Aldeburgh, un paese sul mare a sud di Lowestoft, acquistando la Crag House, frequentata da un piccolo cenacolo di amici e artisti con cui fondò l’English Opera Group.

Nel tentativo di rilanciare il teatro inglese contemporaneo, la compagnia allestì opere moderne quali Albert Herring e Lucretia, distinguendosi dal cartellone classico del tempo, che prediligeva il Don Giovanni di Mozart o il Macbeth di Giuseppe Verdi.

Ospiti graditi della Craig House erano i bambini, di cui Britten amava la compagnia e che voleva avvicinare alla musica. Testimonianza ne è la prima opera interamente composta e prodotta ad Aldeburgh, The Little Sweep, concepita per i bambini e ispirata dalla raccolta di poesie Songs of Innocence and of Experience di William Blake. Divisa in tre atti, assunse l’aspetto di un “Entertainment for Young People” dal titolo Let’s Make an Opera!, in cui i bambini sono protagonisti in prima persona, mettendo in scena il modo in cui nasce e prende vita una rappresentazione teatrale, dalla collaborazione tra il librettista e il compositore all’allestimento sino alle prove, con tutti gli errori che ne conseguono, e all’atto conclusivo che costituisce l’opera vera e propria.

Questi momenti di serenità furono interrotti dalle maldicenze della gente riguardo le frequentazioni di Britten con i più piccoli e l’empatia che instaurava con loro, le quali si aggiungevano alla sua omosessualità, considerata ancora un reato in Inghilterra, soprattutto a seguito dell’ondata moralistica sollevatasi al termine della guerra.

Nel 1951 Britten ebbe l’occasione di allestire un’opera per la Royal Opera House di Londra. Considerato il prestigioso palcoscenico decise di riprendere lo stile di Peter Grimes che tanto aveva avuto successo, in un dramma marinaresco intitolato Billy Budd.

Il protagonista è un marinaio nato dalla fantasia di Herman Melville, celebre per il romanzo d’avventura Moby Dick. La vicenda si svolge su una nave, la “Indomitable”, a bordo della quale vige un duro regime.

Il Capitano dell’imbarcazione, il tenore, interpretato nella prima rappresentazione da Peter Pears, ricorda in un lungo flashback una storia triste del proprio passato, legata ad una battaglia con la flotta francese nel periodo prerivoluzionario. Tormentato da dubbi e sensi di colpa, non trova conforto nelle sue lunghe letture e nemmeno nel mare che nell’opera, al contrario di Peter Grimes, non ha voce, risultando un’immensa distesa silenziosa che rende ancor più palpabile il senso di isolamento degli uomini.

Billy Budd è un giovane arruolatosi volontariamente, subito sospettato e considerato un sovversivo dal resto dell’equipaggio senza particolari motivazioni. Nella narrazione si assiste anche ad una punizione ingiusta inflitta ad un mozzo, il Novizio, per il quale Billy mostra la propria solidarietà. In questa scena Britten, adottando una musica commovente, sembra condannare tutti quegli episodi di violenza, ancora ben impressi nella sua mente, a cui aveva assistito in prima persona durante l’infanzia nel severo clima scolastico.

Vittima di una congiura da parte della ciurma, Billy nella seconda parte del racconto subisce un processo a cui segue la condanna a morte per impiccagione.

Il Capitano, riconoscendo la bontà del marinaio, lo invita a difendersi, ma questi sembra incapace di articolare qualsiasi parola. Rinchiuso nella sua cabina, Billy si lascia andare ad un canto d’addio accettando il proprio destino. Il comandante della nave, salutato per l’ultima volta dal ragazzo, rimane immobile durante l’esecuzione, finendo vittima del rimorso per non averlo salvato.

A differenza di quanto accade in Melville, il Capitano rimane in vita, inizialmente assalito da insanabili rimpianti, per poi capire che nello sguardo rivoltogli da Billy nel suo estremo saluto è celato il perdono. Il marinaio ha salvato il suo Capitano.

Molteplici sono i significati espressi da Britten, alcuni dei quali fortemente personali, come la polemica antimilitarista espressa dalla violenza subita dal Novizio e l’innocenza di Billy condannata senza pietà dal Male, a cui è destinata inevitabilmente a soccombere.

La “Indomitable” altro non è allora che il modello di una società in scala ridotta, sulla quale si consumano le medesime dinamiche della realtà contemporanea e le stesse ingiustizie.

Alla morte del re d’Inghilterra Giorgio VI nel febbraio del ’52, il trono passò alla primogenita, che prese il potere con il nome di Elisabetta II. Nuovamente alla Royal Opera House, in occasione dell’incoronazione della sovrana, Britten diresse Gloriana, il cui titolo si riferisce al soprannome della protagonista dell’opera, la Regina Elisabetta I, la figlia di Enrico VIII e Anna Bolena che aveva saputo garantire un periodo di stabilità all’Inghilterra della seconda metà del XVI secolo, sconfiggendo l’Invincibile Armata spagnola guidata da Filippo II.

Nel nome della nuova regina si auspicava l’inizio di una seconda età elisabettiana, per questo Britten, ormai considerato il principale artefice della rinascita musicale inglese, si cimentò in un’opera di soggetto storico che ricordasse con orgoglio il glorioso passato guardando con fiducia al futuro.

Tuttavia è più consono interpretare l’opera come "monito del trascorrere implacabile della vita"; Elisabetta I è infatti giunta al crepuscolo della sua esistenza e la sensazione che si avverte è quella di un bilancio estremo che lascia presagire all’inizio di un secolo, il Seicento, che sarà ricordato per le due rivoluzioni.
Al contrario della protagonista, Elisabetta II nell’anno della prima messa in scena aveva solo ventisei anni. La critica, che accolse con freddezza l’opera, fu con molta probabilità delusa dal taglio psicologico scelto dall’autore piuttosto che quello

celebrativo.

Il riscatto dall’insuccesso di Gloriana avvenne con la commissione di un’opera da parte della Biennale di Venezia per il teatro La Fenice. Nel settembre del 1954 Britten diresse così la prima di The turn of the Screw, “Il giro di vite”, con interpreti e strumentisti della English Opera Group e Pears nel ruolo di tenore. Tratta dal racconto del 1898 dello scrittore Henry James, l’opera, scritta in pochi mesi e divenuta presto una delle più rappresentative del Novecento, è considerata il capolavoro di Britten, in grado di riassumere la raffinatezza compositiva e l’intensità psicologica del musicista, il quale predilesse sempre i temi di riflessione, soprattutto per la musica teatrale.

In The turn of the Screw l’atmosfera, dal fascino straordinario, oscilla tra realtà e fantasia, narrando una vicenda di fantasmi nella quale lo spettatore è avvolto in una condizione onirica necessaria a scrutare gli abissi della mente umana.

Protagonisti sono due bambini orfani, Miles e Flora, che vivono in una residenza di campagna.

Importante è sottolineare l’impiego di voci bianche, già presenti in precedenza nel catalogo del teatro britteniano, ma qui più che mai centrali per l’esposizione dei fatti e il loro significato di fondo.

Nella sua produzione Britten manifestò svariate volte l’interesse per il mondo dell’infanzia, simbolo di innocenza e contrapposto per questo a quello degli adulti, che spesso corrompono tale candore per la loro malvagità. Ne Il giro di vite sono la vecchia istitutrice di casa e il servitore di un tempo a divertirsi anche dopo la loro morte nel tormentare i fanciulli, che appaiono abituati alle frequenti apparizioni.

Nel prologo la voce di Pears annuncia l’arrivo di un’istitutrice presso la nobile dimora, dichiarando anche dell’esitazione della donna nell’accettare l’incarico. L’accoglienza festosa dei bambini, però, la rassicura.
All’inizio del primo atto Britten utilizza alcuni principi riconducibili alla dodecafonia, anche se si tratta di un tema con affinità tonali, inseribile in contesti più tradizionali.

Tale motivo introduce a quindici variazioni strumentali, tutte in diverse tonalità, che legano le sedici scene di cui è composta l’opera. L’autore concepisce un lavoro molto vicino al serialismo, ossia quel sistema musicale basato sull’assenza di relazione tra i dodici suoni della scala cromatica che fonda il proprio principio sull’impossibilità di ripetere uno di questi suoni prima dell’utilizzo degli altri undici, ovvero dopo l’esecuzione di una serie.

Il serialismo trova la sua compiuta espressione nella dodecafonia, eppure Britten vi ricorre, più che per accostarsi ai principi teorizzati da Schönberg, al fine di evidenziare il contrasto fra il Bene e il Male, concetto ricorrente nei suoi lavori, ben espresso dall’alternarsi dei tasti bianchi e i tasti neri. I suoni prodotti da un semitono, l’intervallo minimo tra due note, sono infatti idonei nel rappresentare la sensazione di dissonanza, della mancanza di armonia.

L’istitutrice, una volta scoperta la presenza dei fantasmi e la loro cattiva influenza esercitata sui bambini, comincia una coraggiosa battaglia contro queste forze maligne. Lo spettatore è oltremodo coinvolto nel misterioso svolgersi dei fatti e speranzoso nel lieto fine, arrivando anche a dubitare, come accadrebbe nel reale, della stabilità mentale della donna, pensando si tratti solamente del frutto della fantasia di una mente instabile.

Durante il dialogo conclusivo fra l’istitutrice e Miles, il piccolo trova la forza di pronunciare il nome del fantasma che lo perseguita, riuscendo ad allontanarlo. La donna, rea di aver forzato psicologicamente il bambino, non è però riuscita a salvarlo, in quanto tale tensione ha provocato all’innocente Miles una convulsione mortale che lo porta a spegnersi tra le braccia dell’istitutrice.

La drammatica e ambigua vicenda di fantasmi diviene un pretesto per Britten al fine di toccare quei temi a lui molto cari come l’infanzia violata troppo presto e la corruzione del mondo degli adulti. L’opera, che può essere interpretata da molteplici sfaccettature, ha anche un significato psicologico, per esempio nel rapporto tra il piccolo Miles e l’uomo che lo perseguita, lasciando ipotizzare ad una possibile iniziazione sessuale precoce.
Per quanto concerne la sfera privata fu di assoluta rilevanza per Britten, nel quinquennio che va dal 1955 al 1960, la tournée con Pears in giro per il mondo, sino in Estremo Oriente, colpito soprattutto dalla cultura e dal teatro giapponese, "fra le più grandi esperienze della mia vita".

Nacque in questo viaggio il balletto The Prince of the Pagodas, per il quale il compositore fece riferimento ai capisaldi del balletto russo, da Čajkovskij a Stravinskij e Prokof’ev.

In occasione del ventennale della relazione con Pears, Britten decise di cimentarsi in un soggetto shakespeariano a cui studiava da molto tempo, scrivendo con la collaborazione dello stesso tenore il libretto di A Midsummer Night’s Dream, l’omaggio di colui che era considerato il compositore inglese del momento al poeta più importante della propria patria.

Il mondo fiabesco popolato da fate, gnomi ed elfi che fa da suggestiva cornice alla musica non è da interpretare, se le precedenti opere potrebbero indurre a crederlo, come il frutto dell’immaginazione dei bambini al fine di fuggire dalla realtà, dalle ingiustizie subite dagli adulti, bensì come la grande sfida del compositore nell’accostarsi ad uno dei massimi capolavori della drammaturgia del passato e con gli illustri precedenti musicali, si pensi nella grande stagione romantica a Felix Mendelssohn.

Una menzione particolare nel ricco repertorio britteniano merita l’oratorio War Requiem, la cui prima esecuzione avvenuta il 30 maggio del 1962 ha una grande valenza simbolica, celebrando la riconsacrazione e la fine della ricostruzione di un edificio religioso distrutto dalla guerra.

Uno fra i più devastanti attacchi aerei della Seconda guerra mondiale nel novembre del 1940 aveva colpito la città di Coventry, nel cuore dell’Inghilterra, in quanto sede dei depositi delle munizioni e delle industrie produttrici di motori per l’aviazione britannica. La chiesa gotica di San Michele, elevata cattedrale nel 1918, era stata rasa al suolo dall’attacco bellico.

I resti dell’antica chiesa furono mantenuti in funzione di memoriale accanto al nuovo edificio, la cui riedificazione cominciò con la posa della prima pietra da parte della regina nel marzo del 1956.

Il War Requiem, per soprano, tenore e baritono soli, coro, coro di ragazzi, orchestra e orchestra da camera, fu accolto con entusiasmo, ergendosi a componimento al di sopra di ogni conflitto in segno di pacificazione fra i popoli. Britten concepì infatti le parti vocali solistiche per tre cantanti che rappresentassero i paesi più colpiti dalla guerra: Gran Bretagna, Germania e Unione Sovietica.

Britten non ricoprì un ruolo di primo piano solamente nel sanare gli antichi contrasti tra queste nazioni, ma anche quelli del presente, quando nei giorni cupi della Guerra Fredda il suo rapporto di stima con il compositore russo Dmitrij Šostakovič divenne la testimonianza, nonostante le tensioni tra Unione Sovietica e Occidente, che la musica può unire in un sodalizio ben più nobile, quello artistico, popoli lontani e divisi a livello ideologico e politico.

I due artisti si incontrarono per l’ultima volta ad Aldeburgh nel 1973, poco prima del ricovero di Šostakovič.

L’aggravarsi delle condizioni di salute anche da parte di Britten, a causa di una malformazione cardiaca che non gli diede altra scelta se non l’operazione chirurgica, fu la ragione principale che lo spinse nel portare a termine la stesura di un’opera teatrale alla quale da molto tempo aveva rivolto la propria attenzione. Consapevole, come il protagonista del racconto, della propria fine imminente, Britten mise in musica Death in Venice, servendosi del capolavoro di Thomas Mann per uno sguardo retrospettivo della propria esistenza, concependo ancora un volta un lavoro dal grande significato privato.

Il compositore cercò l’ispirazione attraverso due viaggi a Venezia, città che tanto amava, trascorrendo molto tempo in gondola, annotando il sussurro dell’acqua fra i canali, i richiami dei barcaioli e i primi spunti musicali, convinto, per citare Mann "che giungere a Venezia col treno, dalla stazione, era come entrare in un palazzo per la porta di servizio, e che in nessun altro modo se non per nave, dall’ampio mare, come lui ora, si sarebbe dovuto porre il piede nella città inverosimile tra tutte".

Thomas Mann

Della prima esecuzione, avvenuta nel giugno del 1973, non poté nemmeno curare in prima persona l’allestimento scenico, tuttavia la sua versione è portatrice di infiniti significati che riassumono la sua vita in una riflessione sulla caducità dell’esistenza e la solitudine di ogni essere umano.

Questi valori universalmente validi rendono unica l’opera, che sorprende per la capacità di unire nel medesimo destino molteplici personaggi, dal compositore inglese al regista Luchino Visconti, che portò a termine la sua celeberrima pellicola nel 1971, condividendo con Britten, oltre al soggetto, l’anno di morte, vale a dire il 1976.

Nella figura del protagonista, Gustav von Aschenbach, un romanziere di successo deciso nel trascorrere i suoi ultimi giorni a Venezia, possono celarsi così diversi personaggi, come il poeta August von Platen, venuto a mancare in Italia, noto per il suo culto della classicità e le predilezioni omoerotiche, ma soprattutto il compositore Gustav Mahler, che con Aschenbach condivide, oltre al nome di battesimo, la perdita della figlia. Proprio con le fattezze di Mahler Visconti aveva immaginato il suo protagonista, mentre l’Adagetto della Quinta Sinfonia del compositore austriaco fa da sublime colonna sonora al film.

Gustav Mahler

La partecipazione con cui Britten tratta il soggetto, in completa affinità esistenziale, lascia intendere anche ad una sua identificazione con lo scrittore nato dalla penna di Mann. Lo stesso Visconti, infine, realizza la propria pellicola al termine di una carriera di successi e, anche se prematuramente, al tramonto della sua esistenza. Britten convive, al pari di Visconti, con la propria omosessualità, altro aspetto che avvicina questi artisti al protagonista.

Aschenbach scopre il proprio orientamento omosessuale, con il quale non si era mai confrontato in tutta la vita, contemplando la bellezza efebica di un ragazzo polacco di nome Tadzio, incarnazione di quell’ideale di perfezione espressa dalla statuaria classica.

L’argomento di Death in Venice, come già avvenuto ne Il giro di vite, che era andato in scena per la prima volta proprio a Venezia, tratta un argomento delicato con intenti etici. Sebbene non manchi l’inseguimento scandaloso del poeta nei confronti del ragazzo nel teatro delle calli cittadine, il vero significato del dramma è infatti l’inesorabile scorrere della vita, che assume l’immagine di una clessidra che ricorda al protagonista una scena d’infanzia, e la presa di coscienza, quando ormai è troppo tardi, di non avere più tempo.

Il compositore fu affascinato dalla capacità di Mann nel portare alla luce l’inconscio dell’animo umano, in un raffinato sviluppo psicologico del racconto.

Struggente è il vano tentativo da parte del protagonista di rimanere attaccato alla giovinezza, alla bellezza, quando invece è la stessa città lagunare, straziata dalla pestilenza, che riesce a trasmetterci l’odore terribile della morte.

Certamente il declino fisico di Britten influì nell’interpretazione del soggetto, in cui i temi della bellezza, dell’omosessualità e della morte, ricorrenti nel suo catalogo, sono presenti insieme per l’ultima volta.

Nel dramma universale di Death in Venice, nella scena della morte del protagonista che ha deciso, vinto dalla bellezza, di rimanere silenziosamente accanto all’amato nonostante l’epidemia che affligge la città, ammirandone in riva al mare l’angelica dolcezza perdersi all’orizzonte, si spegne anche la vita di Britten, il 4 dicembre 1976.
Con la mano stretta in quella di Pears, destinatario dell’opera come avvenuto nei Michelangelo Sonnets, si consuma la tragedia dell’età, il senso della fine che attraversa l’intera opera, ma allo stesso tempo si apre la possibilità di vivere nel ricordo.


Dedico questa pagina al Professor Marco Moiraghi.

Bibliografia

Benjamin Britten - Alessandro Macchia - L'Epos Musica