Maurice Ravel

"Sento che la musica deve toccare le emozioni prima, e l'intelletto poi".

Negli ultimi decenni dell'Ottocento la cultura musicale europea attraversò un periodo di crisi che coinvolse i fondamenti stessi del sistema musicale occidentale, caratterizzato da regole e principi armonici di grande complessità che erano ormai visti dai giovani musicisti come un ostacolo alla libertà espressiva dell'artista.
In Francia, nella seconda metà dell'Ottocento, pittori come Edgar Degas, Pierre-Auguste Renoir e Claude Monet diedero vita a una corrente chiamata Impressionismo, dove alla rappresentazione realistica di un paesaggio si sostituiva la visione momentanea, cioè l'impressione, la sensazione che provava l'artista, privilegiando il colore e la luce rispetto al disegno. In ambito musicale nacque un indirizzo con lo stesso nome che cercò di esprimere le pure sensazioni derivanti dalla natura e raffigurare attraverso le note vere e proprie immagini, frammenti poetici, ponendo l'attenzione sul colore e sul timbro dei suoni. Uno dei compositori più importanti dell'impressionismo musicale, sebbene la sua produzione non rientri esclusivamente in questo movimento, fu Claude Debussy, il "padre della musica moderna", capace di liberare la musica dalla grande influenza di Richard Wagner, opponendo alla potenza di quell'arte il culto della raffinatezza e dell'eleganza. In questo senso fu sicuramente decisiva la ripresa di un autore come Fryderyk Chopin, a cui si riallacciò anche nella composizioni di preludi, che assumono la forma di vere e proprie evocazioni di immagini generiche, oltre che essere lo specchio della sua sensibilità. Un preludio in musica è un brano piuttosto breve nato nel Barocco, che in passato anticipava un'altra composizione, per esempio in Bach una fuga e in Mozart una fantasia, mentre nell'Ottocento divenne un pezzo autonomo.
L'impressionismo è inoltre strettamente legato alla poetica simbolista di autori come Stéphane Mallarmé e Paul Verlaine, ai quali Debussy fu legato da amicizia.
La figura di Maurice Ravel viene spesso accostata a quella di Debussy sotto la comune etichetta di compositori impressionisti, sebbene entrambi ne prendano le distanze dando vita a due carriere spesso, appunto, ritenute vicine, ma in realtà con profonde differenze. Gli stessi tredici anni di età che li separano sono un elemento decisivo per le loro poetiche. Ravel, più giovane, considerato da Erik Satie, "un Debussy più sorprendente", fu sensibile al colore e ai timbri dei suoni, pudico nell'espressione sentimentale. Uscendo a poco a poco dall'impressionismo, riuscì a conquistare gradualmente una propria personalità prendendo le distanze dall'esperienza debussysta. Se un pezzo, in Debussy, trova la propria giustificazione nello svilupparsi medesimo dell'ispirazione, Ravel tende invece a preordinare una struttura entro cui la composizione musicale si organizzi con estrema precisione. Proprio sotto questa sua minuziosa precisione e lineare chiarezza sono celate le contraddizioni e le crisi del suo tempo, con il nuovo secolo che presentava grandi novità in ogni campo, come nelle avanguardie, movimenti artistici audaci e innovativi, in anticipo sui gusti, che volevano rompere definitivamente i ponti con la tradizione. In campo musicale nacque per esempio la dodecafonia, concepita dal compositore austriaco Arnold Schönberg, in grado, grazie anche ai suoi allievi Alban Berg e Anton Webern, di imporsi come elemento fondamentale della storia musicale novecentesca.
Nel linguaggio dodecafonico si entra in un discorso musicale che riguarda l'atonalità, mentre in Debussy e Ravel si è ancora nella tonalità, sebbene in un periodo di crisi e di superamento. Per musica tonale si intende ogni tipo di musica organizzata attorno ad un suono centrale, chiamato "tonica", a cui convergono tutti i legami e le tensioni musicali.
Come detto all'inizio gli artisti iniziarono a mettere in crisi, verso il tramonto dell'Ottocento, secolo in cui la musica aveva raggiunto le vette più alte con il Romanticismo, le regole della grande tradizione e quindi la tonalità, questo anche per l'influenza di linguaggi musicali extraeuropei. Ravel fu un osservatore attentissimo dei fenomeni musicali più disparati, come la musica preromantica, lo spagnolismo, l'orientalismo, i ritmi di danza, il jazz, infine persino Schönberg.
Ravel ebbe infatti il merito di accogliere il fenomeno della musica popolare americana, il jazz, nella musica europea; inoltre il suo brano più celebre per orchestra è certamente la sua versione del Boléro, una danza di origine spagnola.
Determinante in questo senso fu il suo luogo di nascita, nei pressi di Ciboure, comune francese ai confini con la Spagna. Nato nel 1875, iniziò a studiare pianoforte all'età di sette anni al Conservatorio di Parigi. Studiò composizione per quattordici anni con Gabriel Fauré, uno dei grandi musicisti francesi tra Ottocento e Novecento, provando a vincere in questo periodo il tanto ambito Prix de Rome, ma inutilmente. Il premio consisteva per gli studenti più meritevoli in una borsa di studio che permetteva di studiare all'Accademia di Francia a Roma. In passato fu vinto da Hector Berlioz, mentre nel 1884 da Debussy e nel 1888 da Paul Dukas, altro rilevante esponente dell'impressionismo musicale.
Ravel non era religioso e nelle sue composizioni preferiva trarre l'ispirazione dalla mitologia classica, al contrario per esempio di Wagner, che predilesse sempre i temi di carattere spiccatamente religioso.
In ambito politico era invece socialista. Durante la Prima guerra mondiale non poté essere arruolato per la debole salute divenendo così autista di ambulanza. Soffrì a cominciare dal 1927 di una demenza progressiva che pian piano gli tolse la capacità di parlare, comporre e suonare.
Un incidente d'auto nell'anno 1932 segnò ulteriormente la sua produzione artistica. Colpito da ictus all'emisfero sinistro del cervello, non fu più in grado di leggere la musica, ma poté dedicarsi alla direzione d'orchestra. Si spense a Parigi nel dicembre del 1937.

Nel 1912 a Parigi andavano in scena tre balletti di Ravel, due allestiti da compagnie francesi e uno, il più celebre, intitolato Daphnis et Chloé, presentato dai Balletti russi di Sergej Diaghilev alla cui prima rappresentazione assistette anche il giovane Sergej Prokof'ev. Questa espressione artista che a inizio secolo incantava la capitale francese, concepiva la danza come un'opera d'arte totale, capace di coinvolgere la coreografia, intesa come l'arte di comporre le figure del balletto, ma anche la musica, i costumi e la scenografia. Attorno ai Balletti russi gravitarono così le figure più importanti dell'epoca, tra le quali, soprattutto, Igor Stravinskij, ma anche lo stesso Debussy, Erik Satie e Richard Strauss, pittori come Pablo Picasso e Henri Matisse, infine Vaslav Nijinskij, vero mito della danza, nonché primo ballerino nella "prima" dell'opera di Ravel.

L'anno successivo Ravel mise in musica tre poesie di Mallarmé nei Trois poèmes de Stéphane Mallarmé per canto, pianoforte, quartetto d'archi, due flauti e due clarinetti. L'autore stesso afferma di aver ripreso nell'organico strumentale il Pierrot Lunaire di Schönberg. In questo modo riuscì ad evocare quel senso di raffinata e aristocratica magia che ben si sprigiona dalle parole di Mallarmé. Ravel era affascinato dai profondi significati celati dietro a quella poesia simbolista, in particolare dai versi del sonetto Surgi de la croupe et du bond, il terzo, dedicato a Satie, a cui Ravel sarà sempre riconoscente.

Poco dopo il balletto Daphnis et Chloé, Diaghilev si rivolse a Ravel per un'altra partitura alla quale il musicista stava lavorando da alcuni anni e che intendeva intitolare con il nome tedesco della città di Vienna, Wien. Insieme a Parigi, Vienna rappresentava in questo periodo il più rilevante centro culturale europeo, con una tradizione musicale che arrivava da Mozart e Beethoven sino a Johannes Brahms, Gustav Mahler e infine Schönberg.
La creatività di Ravel fu però interrotta dallo scoppio della Prima guerra mondiale e si estinse quasi completamente con la morte della madre nel 1917. Quando nel 1919-1920 riprese il progetto e lo portò a termine, chiamò il risultato La Valse, descrivendolo come un poema coreografico. Il valzer era il ballo tipico della città, la quale, alla fine della guerra, non era più la capitale di un grande impero; l'opera divenne così il ritratto della magnificenza e della rovina della città. La Valse è dunque il valzer che pose fine ai valzer.
Diaghilev rifiutò la partitura per la sua compagnia con la motivazione che non era un balletto, bensì "il dipinto di un balletto". La Valse non è infatti una partitura per accompagnare ballerini in quanto possiede al suo interno tutta l'energia corporea della danza, come esprime lo stesso compositore in un suo commento: "Nubi tempestose lasciano intravedere, a sprazzi, alcune coppie che ballano il valzer. Le nuvole si dissipano poco a poco, e si scorge un'immensa sala popolata da una folla volteggiante. La scena s'illumina progressivamente, finché, raggiunto il fortissimo, si accendono i grandi lampadari. La scena si svolge alla corte imperiale, verso il 1855".
All'inizio la musica sembra focalizzarsi gradualmente sul proprio oggetto, proprio come se stesse attraversando realmente le nuvole, divenendo in seguito sempre più sontuosa e sensuale, fino a raggiungere un culmine. L'intero processo è poi ripetuto e intensificato. La seconda volta il culmine è devastante e l'ascoltatore si accorge improvvisamente che quella a cui stava assistendo era una danza di morte.
Probabilmente Ravel si ispirò al racconto di Edgar Allan Poe La maschera della Morte Rossa, in cui la personificazione della pestilenza si presenta a un gran ballo e tutti soccombono; potrebbe invece essere la raffigurazione del recente conflitto che aveva devastato le armate imperiali e messo fine a un'intera fase della cultura europea. Ravel rifiutò entrambe le interpretazioni descrivendo il lavoro in una lettera come "una progressione ascendente di sonorità". Nonostante ciò l'opera fu anche per lui la fine di un'epoca in quanto i lavori seguenti furono infatti meno virtuosi e molto più sobri nell'armonia e nella partitura.

Lungo e travagliato fu il lavoro che tra il 1923 e il 1927 impegnò Ravel nella realizzazione della Sonata per violino e pianoforte, l'ultima composizione dell'autore nell'ambito della musica da camera. L'ispirazione nacque probabilmente con l'ascolto delle due Sonate per violino e pianoforte di Béla Bartók, di cui il francese riprese l'organico strumentale. I diversi anni che ci vollero al fine di portare a termine l'opera furono dovuti al susseguirsi di improvvisi e profondi stati depressivi, intervallati da fugaci spinte creative e, di nuovo, lunghe pause di assoluto vuoto.
Costituita da tre movimenti, in accordo con la tradizione, la sonata è volta a confermare la teoria del compositore secondo cui il pianoforte e il violino sono strumenti tra loro incompatibili. Di conseguenza l'opera, al posto di equilibrare i loro contrasti, mette in evidenza la loro incompatibilità.
Il secondo movimento, intitolato Blues, si ricollega a quell'idea, di cui Ravel fu un precursore, di accogliere nella musica europea il fenomeno del jazz. L'impiego di certi atteggiamenti strumentali marcatamente di stampo jazzistico, rendono la composizione, oltre che un vero e proprio omaggio alla musica popolare americana, un fenomeno estremamente interessante nella storia musicale novecentesca.