Vittorio Emanuele III

La solitudine del trono

Quando si analizza la figura di qualunque personaggio del passato bisogna tenere in considerazione un'incredibile pluralità di sfaccettature, inserirle nel contesto storico e politico, non darle mai per scontate, infine esporle con il dovuto rispetto senza avere la presunzione di conoscere davvero, fino in fondo, le motivazioni, le scelte o addirittura i pensieri di quella determinata persona.
Il compito risulta molto complesso se il protagonista della narrazione è un sovrano come Vittorio Emanuele III, il cui regno abbraccia quasi mezzo secolo della nostra storia, ancora oggi avvolto in un alone di mistero come se lo scorrere del tempo, invece che fare chiarezza, avesse offuscato ogni spiegazione o delucidazione sulla sua vita.
Probabilmente tra le personalità più incomprese del passato, travolto dal corso degli eventi, Vittorio Emanuele è stato a lungo facile bersaglio di critiche per tutti coloro che non lo ritenevano all'altezza, per chi voleva addossare su di lui tutte le colpe del periodo più drammatico della contemporaneità.
Ambiguo e inetto nonostante valori morali indissolubili, quasi granitici, ricevuti durante la propria formazione; indeciso e  inadeguato sebbene una profonda cultura e un'interiorità ferma e determinata; tutti questi sono aggettivi dipinti sul suo conto e tramandati nel tempo, forse per convenienza, forse per il mistero che continua a incombere sulla sua figura, sicuramente perché non si riesce a dare spiegazione ad un destino beffardo per il quale anch'egli, il re, ne divenne inesorabilmente vittima.
Segnato nel carattere dall'assassinio del padre, condizionato da un complesso di inferiorità, stanco e sfiduciato al tramonto di un lungo regno funestato da due conflitti mondiali: nella figura di Vittorio Emanuele ben si esprime la solitudine del trono, il tragico declino della monarchia, l'incolmabile vuoto a cui può condurre il peso del potere.

Per ironia della sorte da quel trono di cui era l'erede legittimo Vittorio Emanuele cercò di tenersi lontano sin dalla prima giovinezza e forse il suo disegno di non prendere il potere si sarebbe attuato senza il regicidio di Umberto I, un fatto che lo sconvolse e che allo stesso tempo lo portò ad un'immediata assunzione di responsabilità. In quel momento mostrò un coraggio inaspettato per un ragazzo noto per essere schivo e riservato, solitario, attratto da una vita tranquilla nella quiete dei suoi diversi interessi, tra cui la numismatica e la fotografia, oltre alla passione per il mare e la pesca.
La consapevolezza del proprio ruolo e il senso del dovere presero però il sopravvento, tanto che il giovane giurò a se stesso di evitare al paese altri inutili spargimenti di sangue e qualunque scontro sociale. Il destino, purtroppo, non aveva gli stessi piani.
Forse questa può essere interpretata come una delle ragioni per le quali si rassegnò nell'accettare il governo del mai amato Benito Mussolini, scongiurando così la presa del potere con la forza, senza però riuscire più ad opporsi e a fermare la rapida discesa verso l'oblio, finendo anzi per apparire come un silenzioso complice del ventennio fascista.

Il trentenne Vittorio Emanuele durante il suo giuramento a Palazzo Madama.

Il re nacque la sera dell' 11 novembre 1869 dalla regina Margherita, che aveva solo diciotto anni, e suo marito Umberto, venticinquenne, a seguito di un parto travagliato e di lunga durata che costò alla regina l'impossibilità di avere altri figli.
Umberto e Margherita erano cugini, in quanto figli di due fratelli, lui di Vittorio Emanuele II e lei di Ferdinando duca di Genova.
Si vociferò sin da subito sul neonato, molto piccolo e gracile di costituzione, ma anche riguardo alla decisione di sposarsi fra parenti, scelta approvata eccezionalmente dalla chiesa che normalmente vietava le nozze tra consanguinei.

Il futuro re prese il nome del nonno, il "Padre della Patria", ormai malato e verso la fine del suo regno. La notizia, con la quale si assicurava l'erede maschio, lo riempì di gioia, aiutandolo nel vivere per altri nove anni.
Nemmeno ad un anno di distanza dalla nascita di Vittorio Emanuele vi fu la breccia di Porta Pia, il 20 settembre del 1870, che sanciva la fine del potere temporale del papa e la definitiva unificazione nazionale per cui tanto si era speso il primo re di casa Savoia.
Il 2 luglio dell'anno seguente Vittorio Emanuele II entrava solennemente nella nuova capitale salutato e celebrato dai versi di Giosuè Carducci.

Vittorio Emanuele II in un ritratto di Tranquillo Cremona.

Intanto il piccolo e cagionevole Vittorio Emanuele non cresceva di statura, per la preoccupazione del padre e della madre, la quale lo circondò di infinito amore. Margherita era una donna amatissima dal popolo, affabile, cantata dai poeti per l'eleganza, il sorriso e la gentilezza dei modi. Il paese vedeva in lei un chiaro punto di riferimento, come ebbe a dire Indro Montanelli: "Era una vera e seria professionista del trono, e gl'italiani lo sentirono. Essi compresero che, anche se non avessero avuto un gran Re, avrebbero avuto una grande Regina".

Il rapporto fra Margherita e suo marito Umberto, divenuto re d'Italia l'anno 1878, era di rispetto e stima reciproca, tuttavia, come accade sovente per i regnanti, la loro unione aveva solamente una motivazione dinastica e dunque il sentimento, se vi è stato, durò ben poco. Umberto era infatti innamorato sin da giovane di una dama milanese che continuò a frequentare anche dopo il matrimonio.
Insieme, però, i sovrani apparivano come una bella coppia, amata dai sudditi, che accorrevano ad acclamarli nelle varie città del regno visitate durante i loro numerosi viaggi, il cui scopo era quello di legare il popolo alla dinastia sabauda e rafforzare il senso di unità nazionale.

Il clima sereno per la famiglia reale fu di breve durata, soprattutto a causa dell'insorgere dell'epidemia di colera e della conseguente carestia. A Milano, nel maggio del 1898, il generale dell'esercito Bava Beccaris ordinò di sparare sulla folla che lamentava l'aumento del prezzo del pane. Il re premiò il suo comportamento invece di condannarlo. Tale atteggiamento ebbe come conseguenza il tragico 29 luglio del 1900, quando a Monza l'anarchico Gaetano Bresci uccise Umberto con alcuni colpi di rivoltella.
Margherita aveva avuto un continuo e non nascosto presentimento, tanto che la sera stessa aveva chiesto al marito di restare alla reggia. A seguito del drammatico fatto esplose in un grido di dolore: "È il più grande delitto del secolo! Tu, Umberto, buono, leale, tu non facesti male a nessuno e ti hanno ammazzato".

Vittorio Emanuele, che si trovava in viaggio a bordo di un panfilo con la moglie Elena, la figlia di Nicola I del Montenegro sposata nel 1896, apprese del regicidio due giorni più tardi, precipitandosi nel rientrare in patria e arrivandovi, di fatto, da re. Proprio questo giungere dal mare ispirò i versi poetici di Gabriele d'Annunzio: "o tu che chiamato dalla morte, venisti dal mare. Giovane che assunto dalla morte fosti Re nel mare".
A seguito delle esequie, le spoglie mortali di re Umberto furono sepolte nel Pantheon; intanto nel figlio cresceva sempre più il senso del dovere, ossia "quello di seguire i paterni consigli e di imitare le sue virtù di Re e di Primo cittadino d'Italia!". Svaniva così definitivamente il proposito di rinunciare alla corona in favore del cugino Emanuele Filiberto del ramo cadetto Savoia-Aosta, in quanto "in casa Savoia, si regna uno alla volta".
Il popolo aveva mormorato a lungo riguardo la possibile gelosia nutrita da Vittorio Emanuele nei confronti del coetaneo cugino, alto e di bell'aspetto, per poi continuare a vociferare sulla volontà del duca d'Aosta di prendere il posto del "piccolo re".

Una fotografia giovanile di Emanuele Filiberto duca d'Aosta.

Le rivalità familiari in casa Savoia erano cominciate già con i due figli del primo re d'Italia, vale a dire Umberto e Amedeo. Quest'ultimo, di carattere completamente diverso dal severo e austero Umberto, ebbe un ruolo di primaria importanza per la dinastia, dando vita al ramo Aosta ed ottenendo un trono ancor prima del primogenito. Quando venne a mancare il re di Spagna, che aveva lasciato solo una figlia, gli venne infatti offerto il potere, per l'entusiasmo di Vittorio Emanuele II che vedeva espandersi la propria dinastia in Europa. Impossibilitato a regnare a causa dei numerosi disordini sociali e delle minacce subite, Amedeo abdicò solamente due anni dopo la sua proclamazione.
Quando il fratello Umberto divenne re d'Italia Amedeo, nonostante fosse già stato un monarca, gli doveva assoluta obbedienza, ma non mancarono alcuni scontri per le loro visioni differenti.

Vittorio Emanuele II insieme ai figli Umberto, a sinistra, e Amedeo.

Vittorio Emanuele III, al contrario del cugino Emanuele Filiberto, dimostrava molti più anni della sua età, era smunto, d'altezza appena superiore al metro e cinquanta, freddo nei modi e di scarsa loquacità. Era giunto il tempo, però, di mettere da parte le rivalità familiari, di affrontare il senso d'inferiorità che lo mortificava e di salire al trono per guidare il paese in un periodo, quello di inizio Novecento, che si stava rivelando più che mai inquieto.

La moglie Elena, nonostante le origini certamente meno nobili del marito, in quanto suo padre non era che un re-pastore, si rivelò una presenza rassicurante e di aiuto per il nuovo sovrano d'Italia, capace di tenere unita la famiglia, divenendo presto rilevante anche sul piano politico, in particolare a seguito della Grande Guerra, per quei territori affacciati sull'Adriatico tanto cari a d'Annunzio, che soprannominò Elena "Principessa d'oltremare".
Aveva scritto il Vate in occasione dell'arrivo a Roma della futura regina: "Questa giovine ospite è veramente bella e ornata di grazie delicate le quali non appariscono al primo sguardo ma si rivelano ad una ad una accendendosi come fiammelle tremule su un candelabro di molti rami finché ella tutta ne brilli".
Elena aveva infine, non ultima, una costituzione sana e longilinea, capace con molta probabilità di eliminare la tara genetica legata all'altezza nelle generazioni future.

Il momento d'oro del regno di Vittorio Emanuele fu quello che copre i primi quindici anni del XX secolo, coincidente con l'ascesa politica e il governo di Giovanni Giolitti, periodo noto come "età giolittiana".
Emblema di questi anni positivi per il nostro paese fu l'inaugurazione nel 1911, in piazza Venezia a Roma, dell'immenso monumento dedicato al "Padre della Patria", il Vittoriano. Ricorreva il cinquantesimo anniversario dell'Unità nazionale e alla presenza del nipote del primo re d'Italia, di sua moglie Elena e della regina madre Margherita, oltre che di Giolitti, il popolo accorse in una folla piena di entusiasmo. Di lì a poco molti sarebbero stati chiamati alle armi e l'Altare della Patria divenne il luogo di sepoltura del Milite Ignoto, a simboleggiare tutti i giovani caduti nel primo conflitto mondiale.

Una fotografia della solenne inaugurazione.

Qualche anno prima, nel 1904, dopo due figlie femmine, era nato il tanto atteso erede al trono Umberto II, il "Re di maggio". Educato in una rigida disciplina militare, il principe mostrò subito di essere totalmente diverso rispetto al padre, non solo per aspetto fisico o caratteriale, dotato di grazia e galanteria, ma anche a livello ideologico, ricoprendo un ruolo estremamente importante per l'Italia durante gli ultimi giorni della monarchia.

Nell'anno 1915 l'Italia, inizialmente in una posizione di neutralità, entrò in guerra contro l'Austria. Da tempo si erano costituite due fazioni opposte, una contro il conflitto e l'altra a favore dell'intervento. Tra i neutralisti vi erano molti liberali, tra cui personaggi di assoluta rilevanza come Giolitti, ma anche i socialisti, guidati dall'allora direttore dell' "Avanti!", Benito Mussolini, che poco dopo cambierà completamente idea schierandosi tra gli interventisti, ritenendo che la guerra potesse avere una valenza rivoluzionaria. Infine vi erano il pontefice e l'intero mondo cattolico. Le voci più influenti dell'interventismo erano invece d'Annunzio, noto per i suoi gesti clamorosi durante la guerra, ma soprattutto il sovrano.
Vittorio Emanuele, spesso impegnato al fronte come un re soldato, ottenne un grande consenso popolare per la sua condotta, conquistando un notevole prestigio nella fase culminante del conflitto, quando a seguito della sconfitta di Caporetto, mentre si temeva che l'Italia dovesse alzare bandiera bianca, ricoprì un ruolo decisivo a favore della resistenza.
Nella Grande Guerra l'Italia, alla prima prova bellica dopo l'unificazione, mostrò di essere veramente una nazione, destinata ad espandere ulteriormente i propri territori grazie al precedente Patto di Londra, con il quale gli erano stati promessi il Trentino, il Tirolo sino al Brennero, il Friuli-Venezia Giulia, l'Istria e la Dalmazia.
Vittorio Emanuele, che in molti avevano iniziato a chiamare "Re vittorioso", poté delegare il Presidente del Consiglio Orlando per sedersi al tavolo dei vincitori nella conferenza di pace tenutasi a Versailles nel 1919.

Il re e la regina affacciati al balcone del Quirinale dinanzi al loro popolo.

Il trattato di Versailles, che doveva aprire ad un dopoguerra privo di odi e risentimenti, creò invece i presupposti per un altro conflitto, dando vita sostanzialmente ad un armistizio di vent'anni.
La Francia si accanì contro i tedeschi, per i quali le condizioni di pace furono pesantissime, mentre l'Italia fu privata di alcuni territori promessi nel Patto di Londra, con d'Annunzio che insorse coniando il termine di "vittoria mutilata".
La "cattiva pace" della Prima guerra mondiale fu così la causa scatenante per il "biennio rosso" italiano, che vide un'ondata di conflitti di classe senza precedenti nella storia del nostro paese, favorendo l'aumento dei consensi per i nazionalisti, sino alla tragica conseguenza dell'ingresso nella Seconda guerra mondiale.
Con un gruppo di fedelissimi, nel settembre del 1919, d'Annunzio entrò a Fiume, occupando militarmente la città situata nell'odierna Croazia, contesa tra il Regno d'Italia e la Jugoslavia.

La storica impresa divise la scena politica italiana tra chi, contrario all'annessione, mostrava un atteggiamento rinunciatario e la convinzione che i problemi lasciati dalla guerra fossero altri, e chi, come il duca d'Aosta Emanuele Filiberto, sostenne con entusiasmo il Vate.
Il re, nonostante tenesse particolarmente a quei territori, decise di opporsi, preoccupato di una cospirazione nei suoi confronti. Secondo indiscrezioni giornalistiche la finalità dell’impresa era infatti quella di fondare una Repubblica delle Tre Venezie, comprendente Venezia, Fiume e l’intera Dalmazia, da affidare al duca d’Aosta in veste di presidente. D'Annunzio smentiva tale proposito.

Emanuele Filiberto nel 1926.

Vittorio Emanuele, durante un'udienza con d'Annunzio, gli comunicò la scelta di Nitti come prossimo capo del governo. Quella decisione significava la rinuncia a Fiume da parte del re, in quanto Nitti si era sempre dichiarato contrario all'annessione. Il poeta, per la prima volta, si trovava in contrasto con il sovrano, fino ad allora sostenuto e con il quale condivideva l'avversione per i fascisti, che il Vate considerava un gruppo di fanatici che cercavano vanamente di imitarlo.
La delusione e la rabbia di d'Annunzio, che vide il suo gesto eroico concludersi nel "Natale di sangue" del 1920, sancì una rottura definitiva con la politica, portandolo alla decisione di rifugiarsi in esilio volontario presso il Vittoriale degli Italiani.

"A tutti i politicastri, amici o nemici, conviene dunque ormai disperare di me. Amo la mia arte rinnovellata, amo la mia casa donata. Nulla d'estraneo mi tocca, e d'ogni giudizio altrui mi rido".

Il timore per i possibili sviluppi dell'impresa dannunziana portarono il re a perdere un possibile alleato nell'opposizione a Mussolini, la cui ombra incombeva minacciosa. Il fascino e il carisma del Vate, forse inadatto alla politica di ogni giorno, poteva infatti rivelarsi l'unica soluzione al regime, una figura dalla quale la maggioranza sognava di essere guidata.

I consensi verso Mussolini e un potere forte crescevano vertiginosamente a causa della rapida successione di governi deboli e la mancanza di alternative. I fascisti riuscirono a capire la paura e a farne uno strumento a loro favorevole, trasformandola in odio.
Il duce conosceva bene le paure dello stesso sovrano, che aveva vissuto il regicidio del padre, e per questo continuava a minacciare una marcia su Roma, prendendo il governo del paese con la forza. I partiti antifascisti, i politici liberali ed anche l'opinione pubblica sottovalutarono la forza del fascismo e la sua volontà di potere, considerandolo un movimento destinato a durare poco o che avrebbero controllato facilmente una volta fatto entrare in Parlamento. Quello di patrocinare i Blocchi nazionali nel 1921 fu il più grande errore della politica giolittiana.
Così, in soli tre anni, dalla nascita dei Fasci di combattimento in piazza San Sepolcro a Milano nel 1919, alla marcia su Roma del 28 ottobre 1922, il fascismo salì al potere.
Il re decise di non proclamare lo stato d'assedio, convinto che la conseguenza sarebbe stata lo scoppio di una guerra civile. Il presidente del Consiglio Luigi Facta si era dimesso, mentre in quella notte fatale prima dell'ascesa fascista il sovrano si era consultato con un gran numero di autorità politiche e militari per decidere come agire.
Tutti consigliavano moderazione, alimentando dubbi sulla capacità dell'esercito di opporre resistenza alle centomila camicie nere armate che si trovavano alle porte della città, sostenute anche dalla complicità della massa popolare. Inoltre il re, che sin dall'inizio si era promesso di evitare qualunque spargimento di sangue nel paese, prese in considerazione l'idea di deporre la Corona nell'evenienza di una guerra civile. A preoccuparlo era anche la presenza del cugino Emanuele Filiberto, uomo d'azione di orientamento filofascista che, sebbene gli era stato chiesto di rimanere a Torino, aveva disobbedito all'ordine minacciando una crisi dinastica.
Il re si sentiva completamente solo nell'affrontare un problema tanto grave, con la sensazione che anche quei ministri che all'ultimo avevano votato per lo stato d'assedio appoggiassero in realtà il fascismo, e lo dichiarò apertamente: "Nei momenti difficili tutti sono capaci di criticare e di soffiare sul fuoco: pochi o nessuno sono quelli che sanno prendere decisioni nette e assumersi gravi responsabilità. Mi hanno abbandonato tutti. Per quarantotto ore, io in persona ho dovuto dare ordini direttamente al questore e al comandante del corpo d'armata, perché gli italiani non si scannassero fra di loro".
La mattina del 30 ottobre Mussolini salì le scale del Quirinale, incaricato da Vittorio Emanuele di formare un nuovo governo.

La marcia su Roma non venne quindi attuata fino in fondo, con le squadre fasciste che furono tenute lontane dalla capitale, salvando almeno quello che rimaneva della costituzione in una situazione tanto grave.
Cominciava un lungo periodo d'oblio per il paese e il lento tramonto della monarchia, succube di una impossibile diarchia nella quale il sovrano legittimo contava sempre meno, mentre la folla acclamava la sua nuova guida, il duce, dal balcone di palazzo Venezia.
Presto si capì che qualcosa di molto grave era accaduto: per la prima volta nella storia dello Stato italiano un governo coi pieni poteri era affidato al capo di un partito armato, destinato a divenire una dittatura. Il re, ormai rassegnato, sembrava accettare la distruzione dello stato monarchico costituzionale costruito da suo nonno e da suo padre.
Il nuovo governo sembrò entrare in crisi con l'omicidio del deputato Giacomo Matteotti, tuttavia Mussolini, che si assunse la piena responsabilità morale, riuscì ad evitare la caduta nuovamente per la debolezza dei partiti antifascisti che non seppero sfruttare la situazione.

Mentre in piazza Duomo a Milano, nel 1932, il duce festeggiava il primo decennio del regime, altre minacce sorgevano all'orizzonte; la più preoccupante di tutte la presa del potere in Germania da parte di Adolf Hitler.
L'esperienza e i modi di Mussolini, giunto ormai all'apice del successo, furono un modello per il dittatore tedesco, che vedeva in lui un vero e proprio idolo, un maestro e ispiratore. Ammirava e invidiava il suo operato, capace di organizzare una delle forze politiche più forti in Europa, imponendo all'Italia rigore e disciplina. Per il duce l'amicizia con Hitler si rivelerà fatale.
Tutto cambiò in brevissimo tempo a seguito del primo incontro fra i due dittatori, avvenuto a Venezia nel 1934, quando Mussolini appariva come un gigante rispetto all'amico. Hitler da quel momento, in una folle ambizione di conquista, ottenne sempre più potere, arrivando a mettere a repentaglio il mondo intero. Lo stesso Mussolini sembrò essere sempre più in uno stato di dipendenza dal tedesco, che era riuscito nel capovolgere la situazione.
Se Vittorio Emanuele era ormai vittima di Mussolini, il duce era in completa balia del cancelliere tedesco, così il sovrano cercò di riallacciare i rapporti con Londra e Parigi. Mussolini e Hitler si apprestavano però a sottoscrivere un'alleanza nota come "asse Roma-Berlino", che porterà poi al Patto d'Acciaio, firmato a Berlino dal Ministro degli affari esteri Galeazzo Ciano, marito della figlia del duce Edda, sancendo un accordo militare tra le due potenze in caso di guerra.
A nulla valse nemmeno l'estremo consiglio di d'Annunzio, un tempo preso a modello da Mussolini, che in un incontro presso la stazione ferroviaria di Verona nell'anno 1937 cercò di dissuadere il duce, di ritorno da un viaggio trionfale in Germania, dal proseguire l'amicizia con il dittatore tedesco, definito dal Vate un "pagliaccio feroce". D'Annunzio auspicava infatti una collaborazione con la Francia, di cui amava la cultura e la storia, ma era ormai troppo tardi; lui si spense l'anno dopo al Vittoriale, mentre Mussolini continuava nella propria ostinazione senza ascoltare nessuno.

La convivenza al potere tra il sovrano e il duce era sempre più difficile; Mussolini si presentava regolarmente a rapporto da Vittorio Emanuele, ma a parte questi formali incontri di lavoro i due non si frequentavano, anzi cercavano di evitarsi. La sensazione che si percepiva era di reciproca insofferenza e sullo sfondo si cominciava a mormorare della volontà di Mussolini di liberarsi non appena possibile della monarchia. Il sovrano era anziano, così si cercarono soluzioni per mettere a rischio la successione di Umberto, tra cui le accuse di omosessualità. A guidare il duce era Hitler, come si capisce dalla visita in Italia nel maggio del 1938, un momento ricco di aneddoti.
Papa Pio XI anticipò il trasferimento nella residenza estiva di Castel Gandolfo per non avere nulla a che fare con il tedesco. Morirà l'anno seguente, senza riuscire a portare a compimento l'enciclica contro il nazismo a cui stava lavorando.

Mussolini aveva fatto erigere la stazione Ostiense per impressionare l'ospite, al cui arrivo, però, fu salutato per primo da Vittorio Emanuele. Ciò sorprese il cancelliere tedesco che sembrò contrariato dalla presenza del re.
Il sovrano accompagnò personalmente con la carrozza di corte il capo del governo tedesco, conducendolo in Quirinale dove era ospite, scambiando con lui pochissime parole.
Hitler si sentì a disagio durante la sua permanenza al Quirinale, dicendo che in quelle stanze si respirava "un'aria di catacombe". Dal canto suo il re iniziò a sospettare che il tedesco facesse uso di sostanze stupefacenti. In tutto questo Mussolini fu relegato a figura di comprimario durante le varie parate organizzate per l'occasione, tanto che il cancelliere, ritenendo inutile e ingombrante la presenza del sovrano, consigliò all'alleato di sbarazzarsene al più presto.
Trascorsi due mesi dalla visita di Hitler l'Italia visse una delle pagine più buie della sua storia, la promulgazione delle leggi razziali, rivolte principalmente contro le persone di religione ebraica, annunciate per la prima volta da Mussolini in un discorso a Trieste in piazza Unità d'Italia.
Si tratta di una delle peggiori vergogne del regime, nonché una macchia indelebile per casa Savoia. Il re, infatti, pur dicendo di provare pena per gli ebrei, appose la sua firma. Ormai non poteva nulla contro l'uragano del fascismo che, a sua volta, era succube del nazismo. Pochi anni più tardi Vittorio Emanuele perderà la figlia Mafalda nel campo di concentramento di Buchenwald.
Intanto la Germania, il primo giorno di settembre del 1939, invadeva la Polonia, causando lo scoppio della Seconda guerra mondiale.
L'Italia optò inizialmente per la neutralità, pur avendo sottoscritto un'alleanza coi tedeschi; il sovrano era consapevole dell'impossibilità di entrare in un conflitto di vaste proporzioni e non faceva mistero della sua preoccupazione riguardo le condizioni dell'esercito. Mussolini si sentiva invece obbligato a marciare al fianco della Germania, seguendo l'oblio del demone distruttivo di Hitler.
Tra i soldati italiani si diffondeva uno stato d'animo di sfiducia e anche il paese appariva stanco della guerra. Il popolo in questo momento era ancora legato alla dinastia sabauda; crescevano in particolare i consensi per il principe Umberto e la moglie Maria José del Belgio. Ci si può chiedere come mai, allora, il sovrano non si rivolse mai alla nazione per evitare la guerra.

Vittorio Emanuele, anziano e umiliato dal regime, era forse tornato a sentirsi schiavo di quel senso di inferiorità che lo aveva oppresso fin da ragazzo e che ora avvertiva anche nei confronti dei componenti della sua famiglia.
Affascinante, alto e popolare, il principe ereditario Umberto non poteva che suscitare l'invidia del padre, che mostrava verso di lui una costante mancanza di fiducia anche quando in patria lo si riteneva pronto a subentrare al vecchio re. All'estero si faceva maggiore affidamento su di lui piuttosto che sul sovrano, convinti che un movimento di monarchici, riuniti proprio attorno a Umberto, valida guida di idee antifasciste, potesse un giorno assumere il controllo del paese.
Tutto questo sarebbe avvenuto solamente a seguito dell'abdicazione di Vittorio Emanuele, il cui limite era però la presunzione di considerarsi l'unico capace di manovrare il potere, cinico sino a disprezzare tutti, purtroppo anche il figlio.

Il "piccolo re" sul trono durante un discorso e alla sua sinistra Umberto.

Fermo nella convinzione che "in casa Savoia, si regna uno alla volta", il re non gradiva nemmeno l'attivismo politico di Maria José, donna di cultura in contatto con i politici e gli intellettuali antifascisti.
Umberto entrò in confidenza con Galeazzo Ciano, che cominciò a prendere le distanze dai tedeschi proprio dal momento della firma del Patto d'Acciaio, scegliendolo come corrispondente preferito tra monarchia e regime.
Si mosse anche il re, inviandogli un telegramma per comunicargli la volontà di conferirgli il titolo di marchese. L'unico dubbio che manifestava il sovrano era riguardo al sentimento di lealtà nutrito da Ciano nei confronti del suocero e di conseguenza la sua effettiva capacità di imporsi come possibile successore del duce.
Vittorio Emanuele aveva per questo coltivato buoni rapporti anche con il monarchico Italo Balbo, uno dei maggiori esponenti del fascismo, eroe dell'aviazione, contrario alla politica di alleanza con i nazisti e alle discriminazioni contro gli ebrei.
Anche Umberto e Maria José frequentarono spesso il governatore di Libia, recandosi presso la sua fastosa corte, considerandolo l'unico capace di opporsi a Mussolini. Morirà in un tragico incidente aereo che fece molto discutere.
Balbo, al pari di Umberto, aveva raggiunto una notevole popolarità; erano in tanti a considerarli come i prossimi capi del potere. La loro politica sarebbe stata certamente più moderata e, forse, la nostra storia avrebbe preso una piega differente.

Balbo, Maria José e il principe Umberto.

Mussolini fremeva invece per l'entrata in guerra, non riuscendo più a sopportare la posizione di "non-belligeranza", termine che preferiva nettamente a quello di "neutralità". Hitler vinceva ovunque e il duce voleva affrettarsi per potersi sedere accanto alla Germania dalla parte dei vincitori; gli alleati erano inoltre alle porte del nord Italia e un'eventuale ritirata del nostro paese dagli accordi previsti avrebbe avuto come conseguenza l'invasione delle truppe germaniche.
Per Vittorio Emanuele la situazione si prospettava più che mai critica; se avesse destituito Mussolini avrebbe dovuto fare appello all'esercito scatenando una guerra civile, con l'alleato tedesco che si sarebbe schierato in difesa del duce. Se avesse invece accettato la dichiarazione di guerra le situazioni che potevano verificarsi erano due: la vittoria di Hitler e Mussolini, che avrebbero poi approfittato della situazione per scalzarlo dal trono e dall'altra parte la sconfitta, che avrebbe portato gli italiani a considerare il re uno dei principali responsabili.
Non riuscì mai a decidere, trasportato anche lui dalla tempesta della guerra e dalla follia dei due dittatori, rimanendo nella solitudine del suo ufficio in Quirinale quando Mussolini da palazzo Venezia annunciava l'ingresso in guerra dell'Italia. Era il 10 giugno del 1940.

L'ultimo tentativo al fine di allontanare la minaccia dell'entrata in guerra era stato fatto negli ultimi giorni del 1939 insieme al nuovo pontefice Pio XII Pacelli. I reali visitarono il Vaticano e il Santo Padre restituiva la cortesia. Per la prima volta dal lontano 1870 un papa tornava al Quirinale, per un incontro che tutti credevano avrebbe cambiato il corso degli eventi. Il pontefice e il re, pur sotto dittatura, avevano ancora un ruolo importante, ma si mossero troppo tardi e con prudenza, tanto che dopo il loro colloquio non accadrà nulla, se non l'inevitabile catastrofe. Pio XII sarà accusato di non aver difeso gli ebrei dall'olocausto e Vittorio Emanuele indicato come corresponsabile di ogni sciagura.

I due furono protagonisti qualche anno dopo, quando ormai al culmine della guerra, il 19 luglio del 1943, il papa si recò nel quartiere di San Lorenzo a seguito del drammatico bombardamento. Il re, invece, si ricordò finalmente del proprio potere e il 25 luglio, con un colpo di stato, fece arrestare Mussolini, affidando il ruolo di capo del governo al maresciallo dell'esercito Pietro Badoglio.
Anche il sovrano si era recato a San Lorenzo per visitare gli abitanti superstiti, ma il clima che trovò fu gelido nei suoi confronti. Ben accolta fu invece la nuora, Maria José, che riuscì a portare conforto e speranza.

L'8 settembre venne chiesto l'armistizio a Inghilterra e Stati Uniti e il re abbandonò Roma recandosi prima verso verso Pescara e poi a Brindisi per non essere catturato dai tedeschi. La fuga, che lasciava la capitale al proprio destino, nella più assoluta anarchia, fu decisa dal monarca per evitare che la conseguenza del suo arresto fosse per il paese, invaso a nord dai tedeschi e a sud dagli Alleati, l'essere rappresentato solamente dalla mussoliniana repubblica di Salò, un estremo tentativo di sopravvivenza fascista in mano ai nazisti.
L'ultima sera prima della partenza al Quirinale, in un'atmosfera surreale, vi erano solo i due reali con il figlio Umberto, che obbedì a suo padre sino all'ultimo pur essendo intenzionato a restare a Roma.
L'idea originaria di lasciare Roma era di Badoglio; tutti i sovrani che avevano avuto il loro regno sotto assedio, ricordava, si erano trasferiti all'estero senza che nessuno avesse parlato di fuga. Vittorio Emanuele sarebbe rimasto invece sul territorio italiano non invaso da tedeschi o anglo-americani.
Il re cercava così di non compromettere l'armistizio, di garantire in qualche modo la continuità dello Stato e difendere l'ideale della nazione pur consapevole del rischio di sacrificare la dinastia.
I reali fuggirono in piena notte insieme a Badoglio, mentre le truppe germaniche avevano accerchiato Roma; Umberto continuava a supplicare inutilmente il padre per rimanere, consapevole che la difesa della città fosse il suo dovere primario. Vittorio Emanuele era irremovibile nella volontà che il principe ereditario lo seguisse, così da poter ereditare la corona in ogni evenienza, mentre il rimanere a Roma voleva dire finire nelle mani dei tedeschi. Anche Badoglio rimproverò duramente Umberto, che quasi in lacrime ripeteva: "Mio Dio, che figura!"; il suo gesto avrebbe potuto salvare la dinastia, soprattutto se si considera l'approvazione popolare su cui poteva contare, in grado di portare la monarchia ad ottenere un alto numero di voti nel referendum del 2 giugno 1946, perso con una lieve maggioranza repubblicana.
Intanto la fuga in automobile proseguiva, tra varie interruzioni che ogni volta alimentavano la paura di fare la stessa fine dell'ultimo re di Francia Luigi XVI a Varennes. Giunsero ad Ortona, a sud di Pescara, dove trovarono una nave che li condusse a Brindisi. Vittorio Emanuele era divenuto re nel mare ed ora, sempre per mare, si concludeva amaramente il suo lungo regno.

All'inizio del 1944 Galeazzo Ciano trovò la morte, fucilato a Verona da un plotone d'esecuzione insieme ad altri gerarchi fascisti che avevano votato la sfiducia a Mussolini. Poco prima dell'esecuzione scrisse dal carcere: "Maestà, mi permetta, giunto all'ora estrema della mia vita, di levare un pensiero devoto alla Maestà Vostra. Io posso testimoniare, davanti a Dio e agli uomini, l'eroica lotta da Lei sostenuta per impedire quell'errore e quel crimine che è stata la nostra guerra a fianco dei tedeschi. Né sulla monarchia, né sul popolo, né sullo stesso governo può cadere la minima colpa del dolore che attanaglia oggi la patria. Un uomo, un uomo solo, Mussolini, per torbide ambizioni personali, [...] ha premeditatamente condotto il paese nel baratro".
Nel frattempo il re, il giorno dopo la liberazione di Roma, firmò l'atto di luogotenenza col quale trasferiva i poteri al figlio, che tornava a Roma, tuttavia Vittorio Emanuele era ancora ufficialmente il sovrano.

Il Luogotenente Umberto con il Primo ministro britannico Winston Churchill nell'agosto 1944.

Vittorio Emanuele scriveva: "Non si può dire che da quando s'è formata l'Italia le cose siano andate proprio bene per la mia Casa! Solo mio nonno ne è uscito bene".
Quasi costretto ad assumere la responsabilità del trono a seguito dell'assassinio del padre, re Vittorio non riusciva ora a farsi da parte, come avrebbe voluto fare da giovane. Quando decise di cedere la corona al figlio, in un estremo tentativo di salvare la monarchia, si stava per votare per il referendum ed era ormai davvero troppo tardi.
Umberto divenne re il 9 maggio 1946, acclamato da una folla che ancora si sentiva legata alla dinastia e alla sua figura.

Umberto al balcone del Quirinale il primo giorno di regno.

La stessa sera Vittorio Emanuele, con la moglie Elena, lasciò per sempre l'Italia, ritirandosi in esilio ad Alessandria d'Egitto ospite di re Faruk. Il clima era favorevole e in solitudine poté dedicarsi alla pesca e alla stesura delle proprie memorie.
Nel Natale del 1947 si ammalò gravemente, segnato dalla sofferenza in un corpo gracile che diveniva sempre più minuto. All'alba del 28 dicembre si sentì male, spegnendosi nel pomeriggio con la mano stretta in quella della moglie Elena. Il matrimonio era il fondamento della sua vita. Prima di chiudere gli occhi disse: "Quanto durerà ancora? Avrei delle cose importanti da sbrigare"...

I familiari lo seppellirono in una chiesa di Alessandria sperando un giorno di poter portare la salma al Pantheon accanto a quella di Vittorio Emanuele II e Umberto I. L'Italia era però divenuta da poco Repubblica e proprio il giorno prima della sua dipartita lo Stato espropriava i membri di casa Savoia dei propri beni.
È storia attuale, a settant'anni dalla morte, il trasferimento dei suoi resti al santuario di Vicoforte, in provincia di Cuneo, dove riposa insieme alla moglie Elena.


Bibliografia

  • Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re - Antonio Spinosa - Mondadori
  • Il senso del tempo. Volume 3 - Alberto Mario Banti - Editori Laterza

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