Elena del Montenegro

Regina d'Italia per quasi mezzo secolo come moglie di Vittorio Emanuele III, la figura di Elena del Montenegro è sempre rimasta in secondo piano nella storia del nostro paese, sicuramente per la convinzione, in Casa Savoia, che le donne non dovessero intromettersi nella vita politica e nelle decisioni del sovrano, occupandosi solamente della vita familiare e dell'educazione dei figli. In questo Elena fu esemplare per amorevolezza e dedizione nei confronti del marito e dei figli, in particolare del principe ereditario, il futuro Umberto II. Quello che non si conosce è il pensiero di Elena, il suo orientamento politico negli anni tanto tragici che dovette attraversare al fianco del re d'Italia, vivendo due conflitti mondiali e il lento tramonto del sogno monarchico. Figura silenziosa e da riscoprire, sempre affabile e pronta a donare in prima persona, la regina Elena amò la propria patria adottiva e ne fu certamente amata, interpretando il suo ruolo con discrezione ed eleganza. Si distinse per l'intensa attività caritatevole, divenendo un esempio positivo in un periodo storico così difficile. Per tale ragione il suo nobile animo, che emerge pian piano dalla storia come la sua bellezza, di cui scrisse perfettamente Gabriele d'Annunzio in occasione dell'arrivo a Roma della principessa, non deve essere dimenticato.
«Questa giovine ospite è veramente bella e ornata di grazie delicate le quali non appariscono al primo sguardo ma si rivelano ad una ad una accendendosi come fiammelle tremule su un candelabro di molti rami finché ella tutta ne brilli».

La regina Margherita di Savoia, prima di lei, era riuscita sin da subito a ritagliarsi un notevole e prestigioso spazio durante il regno di Umberto I, divenendo l'assoluta protagonista dei ricevimenti e delle feste al Quirinale, nonché della residenza estiva a Monza, amatissima dai sudditi per il suo modo di interpretare il ruolo, ma anche per il suo carattere determinato e grazioso allo stesso tempo, in sintesi per quel "fascino regale" di cui scrissero Giosuè Carducci e lo stesso D'Annunzio, fra i più importanti poeti che cantarono la sua immagine. Margherita aveva dalla sua l'essere la prima regina d'Italia, ed è noto che le regine spesso divengono più popolari dei mariti per l'affetto della gente, ma anche per essere ella stessa membra del casato regnante, quindi, se così si può dire, "un po' più regina" rispetto ad Elena.

La regina Margherita di Savoia.

Anche l'ultima regina d'Italia, Maria José del Belgio, che poté rimanere al trono soltanto per un mese, avrebbe adottato uno stile certamente differente rispetto ad Elena, essendo stata abituata nella prestigiosa corte belga ad avere un ruolo da protagonista, caratterizzandosi in poco tempo per uno stile emancipato e libero nel pensare. Proprio per questo suo essere impegnata politicamente, costantemente in contatto con gli ambienti culturali e gli intellettuali antifascisti, Maria José era invisa a Vittorio Emanuele, fermo nella convinzione che «in casa Savoia, si regna uno alla volta», scelta per la quale si rese impopolare quando la gente guardava ormai con maggiore ammirazione e speranza al principe Umberto e alla giovane Maria José.

Maria José in posa come regina d'Italia.

Elena era nata nell'anno 1873 a Cettigne, al tempo capitale del Principato del Montenegro, da Nicola Petrović-Njegoš, che era poco più di un capo pastore, ricevendo comunque una buona educazione in lingua francese e coltivando una certa passione per l'arte del dipingere, la musica e la poesia. Lei stessa era dedita a comporre versi sotto lo pseudonimo di "Farfalla Azzurra", motivo per cui nel 1904 Giacomo Puccini le dedicherà la Madama Butterfly.
Per comprendere il carattere della principessa basti dire che, una volta sposato Vittorio Emanuele, mise da parte i propri interessi per assecondare quelli del marito, cominciando anch'ella a dedicarsi alla numismatica, alla fotografia e alla pesca, tutti passatempi graditi al re. Non essendo nata ricca fu cresciuta nella consapevolezza di doversi adattare, un giorno, a un matrimonio di convenienza, mostrando presto un carattere premuroso nei riguardi del marito e svolgendo quasi con devozione le proprie mansioni di donna di casa, impegnata nel tenere unita la famiglia con dolcezza e amorevolezza, contribuendo proprio con il suo modello di semplicità alla causa del paese di cui era stata chiamata ad esserne regina.

Nicola I, re del Montenegro, padre di Elena.

Lo stile di vita semplice, che caratterizzò il suo modo di essere regina, fu sicuramente poco apprezzato da Margherita, abituata a quei modi solenni tipici, però, di un'epoca ormai passata, ma che allo stesso tempo avevano reso il Quirinale una delle corti più prestigiose d'Europa. La regina Margherita si dichiarò comunque soddisfatta per il fidanzamento del figlio, perché, pur essendo evidente l'inferiore lignaggio di Elena, bisognava tenere conto della più totale indifferenza mostrata da Vittorio Emanuele all'idea di un futuro fidanzamento, ma anche una vera e propria avversione per un matrimonio combinato. Inoltre, il principe ereditario era il figlio di un'unione fra consanguinei, in quanto Umberto I e Margherita erano cugini di primo grado, soffrendo sin da bambino di una salute cagionevole e di una gracile costituzione che non gli permise di crescere in statura. Determinante furono per il principe la convinzione di essersi scelto da solo la consorte, affermazione che corrisponde in buona parte a verità nonostante sullo sfondo ci fossero all'opera capi di governo, ministri e i suoi genitori, ma anche il sincero affetto che nutriva per Elena, capace di rassicurarlo e non farlo sentire da meno a causa di quel complesso di inferiorità con cui dovette confrontarsi per l'intera esistenza.

Una rara fotografia in cui vediamo, da sinistra, Vittorio Emanuele, la regina Margherita, Umberto I e la principessa Elena.

Scriveva Margherita al tenente colonnello Egidio Osio, precettore di suo figlio: «Mio Caro Osio, quanto sono contenta! Sono così felice del Fidanzamento di mio Figlio, che non credevo prima si potesse sentire ancora così vivamente un piacere passato i 40 anni! L'ha proprio scelta lui la sposa. Non gli parlavamo più per ora di matrimonio perché era un soggetto che proprio non lo divertiva. Ma il Re lo desiderava vivamente ed io aggiungevo tutti i giorni, quasi, una preghiera alle mie quotidiane per quello.
Tornando dalla Russia ove per 20 giorni ebbe occasioni continue di vedere la principessa Elena, ci disse che desiderava sposarla, che anzi non ne sposerebbe nessun'altra! Siamo stati così contenti! Ho avuto una lettera di mio figlio, da Cettigne così felice, e semplicemente senza nessuna posa di non volerlo parere! Dicono il più grande bene della nostra futura Figlia; ho visto che è bella, sana, elegante, vivace e simpatica, ho poi saputo da fonti sicure che è buona, piena di carattere e di coraggio, intelligente e molto istruita. Esce da una bella e buona razza, da una famiglia molto rispettabile ed unita, e da un popolo sano moralmente e fisicamente, coraggioso e leale, un popolo di soldati».

Elena di Savoia in un ritratto del 1900, da poco divenuta regina d'Italia.

Si nota la particolare interesse da parte di Margherita, oltre che per la nobiltà d'animo della futura nuora, per il suo aspetto fisico e per il provenire da una famiglia di buone condizioni di salute, questo perché il motivo di primaria importanza era quello di trovare una principessa che portasse sangue nuovo ad una famiglia segnata dalle unioni fra parenti, eliminando così quella tara genetica nelle generazioni future.
Fu una scelta particolarmente fortunata, in quanto l'erede al trono Umberto II prese dalla madre ogni qualità fisica e umana, in particolare quello spirito di sacrificio per il proprio paese, culminato nel malinconico esilio. Da Vittorio Emanuele ereditò invece la spiccata intelligenza di un uomo particolarmente appassionato di studi sin da piccolo, qualità che il sovrano spesso soffocava dietro ad un animo insensibile e alla rigida educazione militare che gli era stata imposta. Galante e raffinato, vestito sempre in modo impeccabile e alla moda, con i capelli neri e la barba rasa perfettamente per evidenziare i dolci lineamenti della madre, Umberto divenne l'uomo in grado di farsi emblema dello speranzoso futuro della nostra patria.

La seconda ragione dell'unione fra Elena e Vittorio Emanuele fu la possibilità, per l'Italia, di guardare con ottimismo a quei territori affacciati sull'Adriatico tanto cari a d'Annunzio, che soprannominò Elena "Principessa d'oltremare". Non ultimo, l'elenco delle candidate a sposare il principe ereditario non era molto ampio, soprattutto perché Margherita, molto religiosa, voleva una principessa cattolica o quantomeno disposta a convertirsi prima di entrare in Casa Savoia. Ferma in questa decisione, Margherita restrinse così ulteriormente le già poche disponibilità. Inoltre il duca d'Aosta Emanuele Filiberto, la cui bella presenza si diceva suscitasse una certa gelosia da parte di Vittorio Emanuele, che sin da piccolo aveva sofferto il confronto con il coetaneo cugino, complicava ulteriormente la questione sposando Elena d'Orléans, mettendosi in risalto come ideale successore al trono alla prima occasione. Ogni speranza del ramo cadetto si spense quando, nell'anno 1896, si celebrò il tanto atteso matrimonio, al Quirinale per il rito civile e presso la basilica di Santa Maria degli Angeli per quello religioso. Elena, che la moglie del duca d'Aosta chiamava ironicamente e per invidia, "Ma cousine la bergère", ossia la pastora, stava per divenire, dopo aver abiurato il credo ortodosso ed essersi sposata, la regina consorte d'Italia.

Il matrimonio al palazzo del Quirinale.

Il 29 luglio del 1900 l'anarchico Gaetano Bresci uccise a Monza re Umberto, decretando dunque, in maniera innaturale, la successione al trono del trentenne Vittorio Emanuele e di Elena, una coppia giovane ma molto unita, che aveva fatto del matrimonio il fondamento della propria esistenza. Vittorio Emanuele III, confortato dalla presenza rassicurante della moglie, mostrò un inaspettato coraggio e un forte senso del dovere nell'ereditare tutto il potere del regno e della dinastia in un momento drammatico della nostra storia, con i grandi cambiamenti del nuovo secolo e la paura che aveva generato nel sentimento popolare quell'efferato omicidio nei confronti del sovrano.
Vittorio Emanuele ed Elena appresero la triste notizia del regicidio mentre si trovavano in viaggio per mare a bordo di un panfilo, immagine che ispirò i poetici versi di Gabriele d'Annunzio: «O tu che chiamato dalla morte, venisti dal mare. Giovane che assunto dalla morte fosti Re nel mare».
Data sepoltura alle spoglie mortali di Umberto al Pantheon, Vittorio Emanuele prestò giuramento a palazzo Madama e assunse il suo ruolo promettendosi di evitare al paese altri inutili spargimenti di sangue e qualunque scontro sociale. Sarà però quasi mezzo di secolo di storia all'insegna degli eventi più cupi, dall'aumento dei consensi per le idee nazionaliste passando per due guerre mondiali, con il fascino per il regime totalitario di Benito Mussolini che si rivelerà fatale per il paese e la monarchia. Sino allo scoppio della Grande Guerra il regno di Vittorio Emanuele aveva tuttavia attraversato anni relativamente sereni, sotto la guida di Giovanni Giolitti, periodo noto come "età giolittiana".

Il giuramento del nuovo sovrano, Vittorio Emanuele III.

La nuova coppia reale aveva sorpreso i sudditi per il modo semplice di concepire l'immagine della corona, riducendo drasticamente le spese, dalle scuderie dei tanto amati cavalli di re Umberto ai fastosi ricevimenti di Margherita, con Elena e Vittorio che decisero di trasferirsi dal Quirinale, divenuto l'ufficio del re, alla più borghese villa Savoia, dove vivevano in armonia, lui come un impiegato ogni giorno impegnato nel ripetere con la stessa precisione le proprie mansioni di sovrano, mentre lei da donna di casa attenta a preparare semplici piatti graditi al marito e a prendersi cura con amore dei figli. La regina madre Margherita non riusciva a concepire queste scelte, tuttavia rispettò costantemente le etichette regali, per lei un vero e proprio culto, che prevedevano il suo rimanere sempre un passo indietro alla nuova regina. Bisogna immaginare l'orgoglio di Margherita per la nascita dell'erede al trono nel 1904, gioia che le fece dimenticare ogni decisione presa dal figlio, il quale sembrava voler cancellare definitivamente la mondanità e lo sfarzo di corte che aveva caratterizzato il regno di Margherita.
Umberto era nato al castello di Racconigi, una cittadina in provincia di Cuneo, secondo figlio di Elena e Vittorio, già divenuti sovrani e dunque speranzosi, quasi obbligati, ad avere un erede maschio dopo che nel 1901 era nata la primogenita Iolanda e due anni più avanti Mafalda.

Umberto neonato in braccio alla madre e a destra la regina Margherita.

Quando arrivò la guerra nel 1914 l'Italia optò inizialmente per una posizione di neutralità, anche se cominciarono a diffondersi sempre più le voci interventiste, sostenute in particolare dal "poeta soldato" Gabriele d'Annunzio, eroe di guerra che si distinse per alcune gesta clamorose. Fra i neutralisti vi erano invece liberali come Giolitti, i socialisti, ma soprattutto l'allora pontefice Benedetto XV e tutto il mondo cattolico.
Nel 1915 Vittorio Emanuele, convinto della necessità di un ultimo sforzo per concludere la parabola risorgimentale, portò il paese in guerra. Grazie alla sua condotta, recandosi costantemente al fronte al fianco dei soldati, il re ottenne un notevole consenso popolare, conquistando grande prestigio in particolare nella fase culminante del conflitto, quando a seguito della sconfitta di Caporetto, mentre si temeva che l'Italia dovesse alzare bandiera bianca, ricoprì un ruolo decisivo a favore della resistenza. Fu chiamato "Re vittorioso", protagonista di un paese che, mostrando di essere finalmente una nazione, poté sedersi fra le potenze vincitrici alla conferenza di pace tenutasi a Versailles l'anno 1919.
Anche Elena si distinse come infermiera, soccorrendo i bisognosi e curando i feriti, trasformando i corridoi del palazzo del Quirinale, insieme alla regina madre Margherita, in vere e proprie corsie d'ospedale.

La famiglia reale affacciata al balcone del Quirinale al cospetto del popolo festante per la vittoria.

A guerra conclusa re Giorgio V d'Inghilterra, accompagnato dalla moglie, visitò l'Italia. In quel momento era il monarca più potente d'Europa, ma grazie alla vittoria il sovrano d'Italia ne diventava il secondo. Il legame con la famiglia regnante britannica si sarebbe potuto consolidare ulteriormente con l'unione fra Iolanda, primogenita di Vittorio Emanuele e Elena, e il principe di Galles, futuro Edoardo VIII, matrimonio auspicato dalla regina madre Margherita perché avrebbe aumentato il prestigio internazionale di Casa Savoia, ma la principessa si innamorò di un semplice conte e i sovrani decisero di assecondare il suo desiderio per vederla veramente felice.

I Savoia e i Windsor affacciati dal palazzo del Quirinale.

Presto ci si rese conto che la cattiva pace della conferenza di Versailles, le ferite mai sanate degli innumerevoli lutti, i risentimenti per i paesi sconfitti, in particolare la Germania, a cui si aggiunse anche il mancato riconoscimento di tutti i territori promessi all'Italia, non fecero che provocare un armistizio di vent'anni, aprendo una fase terribile della storia, nella quale a trarne vantaggio a scapito delle monarchie furono i regimi totalitari, capaci di fomentare l'odio e di condurre l'Europa, follemente, nella Seconda guerra mondiale.
Cominciava una seconda parte nel regno di Vittorio Emanuele, quello per il quale sarebbe stato inevitabilmente e tragicamente ricordato di più, con il periodo precedentemente destinato a passare in secondo piano. Gli eventi precipitarono in poco tempo nei vent'anni che separarono i due grandi conflitti mondiali, a partire da quando nel 1922 Mussolini prese il potere con la marcia su Roma. Ci si rese conto solo troppo tardi la gravità della situazione: per la prima volta nella storia dello Stato italiano un governo coi pieni poteri veniva affidato al capo di un partito armato. La dittatura era ad un passo; Vittorio Emanuele non dichiarò lo stato d'assedio e non fu certo aiutato dalla totale mancanza di alternative al fascismo. Completamente solo nell'affrontare un problema tanto grave, con la sensazione che anche quei ministri che all'ultimo avevano votato per lo stato d'assedio appoggiassero in realtà il fascismo, il re accettò la sua fine, sperando in cuor suo che il regime potesse almeno ristabilire l'ordine a un paese che ne aveva assoluto bisogno. La diarchia che stava per nascere significava, invece, distruggere lo stato monarchico costituzionale costruito da suo nonno e da suo padre.
Nel 1930, quando il regime fascista era ormai ai vertici dei consensi, fu celebrato il matrimonio tra Umberto e Maria José del Belgio, nozze alle quali partecipò gran parte dell'aristocrazia internazionale. L'unione sarà infelice e Umberto un sovrano sfortunato che pagherà per tutti, a cominciare dal padre, quegli anni così drammatici.
Ormai la folla non si recava solamente ad un balcone per acclamare i propri rappresentanti. Oltre al Quirinale, per salutare i sovrani, folle oceaniche giungevano adesso da ogni parte per acclamare il duce.

I reali d'Italia e del Belgio al Quirinale in occasione del matrimonio di Umberto e Maria José.

Elena era ostile alle innovazioni istituzionali del regime di Mussolini e in privato non lo nascondeva, accettando tuttavia di volta in volta le decisioni del marito, il quale non si rese conto di essere succube del duce. Vittorio Emanuele, a causa di questo nefasto sodalizio col regime, perdeva giorno dopo giorno consenso e potere, sino a quando i rapporti fra lui e il capo del governo si inclinarono definitivamente a seguito dell'alleanza con la Germania nazista e l'imminente entrata in guerra del paese.
Elena, lontana dalla scena politica, in questi anni continuava ad operare nel silenzio, dedicandosi ai più bisognosi e ai bambini, che tanto amava, curandoli in prima persona da grande appassionata e studiosa di medicina qual era. In tale contesto, fatto di regimi forti e totalitari, di retoriche roboanti, il valore di questo silenzio regale deve essere ricordato e fu anche riconosciuto da papa Pio XI, che decise di assegnare ad Elena la "Rosa d'oro della Cristianità", mentre il suo successore Pio XII Pacelli la definirà "Signora della carità benefica".
Proprio con il nuovo pontefice, eletto al soglio petrino all'alba del conflitto, nel dicembre del 1939 fu fatto un ultimo tentativo per allontanare la minaccia dell'ingresso in guerra. I reali visitarono il Vaticano e il Santo Padre restituiva la cortesia. Per la prima volta dal lontano 1870 un papa tornava al Quirinale, per un incontro che tutti credevano avrebbe cambiato il corso degli eventi. Il pontefice e il re, pur sotto dittatura, avevano ancora un ruolo importante, ma si mossero troppo tardi e con prudenza, tanto che dopo il loro colloquio non accadrà nulla, se non l'inevitabile catastrofe. Pio XII sarà accusato di non aver difeso gli ebrei dall'olocausto e Vittorio Emanuele indicato come corresponsabile di ogni sciagura.

Il papa in Quirinale vicino al sovrano. In ginocchio Maria José del Belgio e accanto a lei la regina Elena.

La regina Elena aveva anche preparato un messaggio di pace da inviare alle sovrane delle nazioni europee rimaste neutrali, cercando un appoggio contro la guerra in un momento significativo come quello del Natale, rivolgendosi anche al re del Belgio, Leopoldo III, con il quale i rapporti erano forti dell'unione fra Umberto e Maria José. Leopoldo sostenne Elena nei suoi buoni propositi, suggerendole di convincere Mussolini a porsi come arbitro tra Hitler e gli alleati, ma quando Elena inviò la lettera del sovrano belga al duce, questi rispose seccato che la sua proposta non era ormai più realizzabile.
Quando il 10 giugno 1940 Mussolini annunciò l'ingresso in guerra dell'Italia al fianco della Germania, iniziò la fine della Monarchia. Vittorio Emanuele, travolto inevitabilmente nell'imminente catastrofe, rifletteva con estrema lucidità che il destino era segnato ancor prima di entrare in guerra e che comunque, qualsiasi fosse stato l'esito del conflitto, la corona era destinata a rimetterci. Se avesse destituito Mussolini avrebbe dovuto fare appello all'esercito scatenando una guerra civile, con l'alleato tedesco che si sarebbe schierato in difesa del duce. Accettando la dichiarazione di guerra le situazioni che potevano verificarsi erano invece due: la vittoria di Hitler e Mussolini, che avrebbero poi approfittato della situazione per scalzarlo dal trono, e dall'altra parte la sconfitta, che avrebbe portato gli italiani a considerare il re uno dei principali responsabili. Alla fine si verificherà quest'ultima ipotesi. Nel momento del drammatico annuncio di Mussolini, mentre Vittorio Emanuele si trovava da solo chiuso nel suo ufficio del Quirinale, per il sovrano e la moglie Elena, a testimonianza del continuo ripetersi della storia, tornavano d'attualità le parole pronunciate a Luigi XV di Francia dalla sua favorita, la marchesa di Pompadour: «Dopo di noi, il diluvio!».

La regina Elena in un ritratto del 1930.

Sarà troppo tardi quando Vittorio Emanuele, ricordandosi finalmente del proprio potere, il 25 luglio decise con un colpo di stato, di arrestare Mussolini, affidando il ruolo di capo del governo al maresciallo dell'esercito Pietro Badoglio.
L'arresto avvenne a villa Savoia, perché il sovrano non aveva alcuna intenzione di recarsi a palazzo Venezia, tuttavia la decisione fu molto criticata da Elena, in quanto il marito aveva violato quei doveri di ospitalità che erano sacri nella cultura montenegrina, considerando inoltre pericoloso che un fatto del genere avvenisse nella loro dimora. In una rara confidenza il re aveva svelato al figlio di aver tenuto una pistola in tasca durante quel colloquio, non fidandosi della reazione di Mussolini, ma Elena commentò: «Potevano arrestarlo come e quando volevano, non qui. Qui era nostro ospite. Si sono violate le regole dell'ospitalità. Non è bello questo».
Arrivò poi l'8 settembre, quando fu chiesto l'armistizio a Inghilterra e Stati Uniti e il re decise di abbandonare Roma recandosi prima vero Pescara e poi a Brindisi, così da mantenere le funzioni di Capo dello Stato e non essere catturato dai tedeschi come accaduto al sovrano del Belgio. Vittorio Emanuele non riteneva quel gesto una fuga, bensì uno spostamento finalizzato ad evitare che il paese, invaso a nord dai tedeschi e a sud dagli Alleati, fosse rappresentato solamente dalla mussoliniana repubblica di Salò, un estremo tentativo di sopravvivenza fascista in mano ai nazisti. Chi aveva invece più chiara la situazione, capendo che lasciando il Quirinale i Savoia lasciavano anche il loro trono, era Umberto, convinto che almeno un rappresentante della famiglia reale dovesse restare affinché non si dica - come poi si dirà - che i Savoia sono fuggiti lasciando il paese al proprio destino. Vittorio Emanuele chiese più volte a Badoglio se tutti gli ufficiali fossero stati avvertiti, ma il maresciallo si preoccupava solamente di partire quanto prima per non finire nelle mani dei tedeschi. Umberto alla fine, dopo aver a lungo supplicato suo padre, si sottomise, educato com'era all'assoluta obbedienza, ma ancor di più, in quel momento drammatico per la storia d'Italia e del proprio casato, a convincerlo furono le preoccupazioni della madre Elena, la quale, intuendo la volontà del figlio di sacrificarsi, aveva cominciato a dire che sarebbe rimasta insieme a lui. Con le prime luci dell'alba una fila di automobili lasciò una Roma ancora addormentata alla volta di Pescara, mentre Umberto, rassegnato e in lacrime, ripeteva: «Mio Dio, che figura!».
Elena e Vittorio Emanuele non avrebbero mai più rivisto la capitale sulla quale avevano regnato per ben quarantatré anni, attraversando i momenti peggiori della contemporaneità. Quando il monarca si decise finalmente ad abdicare in favore del figlio, i due coniugi, ormai anziani e stanchi, dovettero lasciare l'Italia e trasferirsi in Egitto, ospiti di re Faruk.
Per Elena e Vittorio gli ultimi anni furono più tristi che mai, soli e lontani dalla patria, segnati dalla perdita più dolorosa che possano vivere dei genitori, vale a dire la morte di una figlia, la principessa Mafalda, di cui non avevano notizie da tempo. Era stata rapita dai tedeschi a Roma e deportata nel campo di concentramento di Buchenwald.
Vittorio Emanuele si spense il 28 dicembre 1947 ad Alessandria d'Egitto, con la mano stretta in quella di Elena, che lo vide spegnersi cercando sino all'ultimo di trattenere le lacrime.

L'Italia stava per diventare una Repubblica e anche Umberto aveva scelto la via dell'esilio in Portogallo nonostante gli esiti incerti del Referendum per evitare un'inutile guerra civile.
Elena rimaneva vedova dopo più di cinquant'anni di matrimonio, il fondamento della sua vita. Trasferitasi in Francia, la regina trovò la morte a Montpellier, stroncata da un tumore, nel 1952.
Recentemente a settant'anni dalla loro morte, le spoglie mortali dei sovrani che regnarono più a lungo sul nostro paese, sono state ricongiunte presso il santuario di Vicoforte, in provincia di Cuneo, dove riposano insieme, vicini come per tutta la loro esistenza.


Alla mia nonna.

Bibliografia

  • Elena, la regina mai dimenticata - Cristina Siccardi - Edizioni Paoline
  • Vittorio Emanuele III. Un re tra le due guerre e il fascismo - Silvio Bertoldi - UTET
  • Umberto II. Il re di maggio - Lucio Lami - Mursia
  • Umberto II. Il dramma segreto dell'ultimo re - Gigi Speroni - Rusconi

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