Umberto II

Le malinconie di un re

Il ricordo che oggi rimane di Umberto II, il "re di maggio" ultimo sovrano d'Italia, è offuscato dal complesso periodo storico in cui visse ed intriso di profonde malinconie.
Descritto come il migliore fra i Savoia re d'Italia, Umberto non ebbe mai il tempo per divenire protagonista della storia e pagò per tutti le colpe della sua dinastia, su tutte quelle del padre, Vittorio Emanuele III, che nei suoi riguardi nutrì sempre sentimenti contrastanti, tra l'ammirazione per la sua popolarità e la totale sfiducia, cedendogli il trono solamente quando non si poteva fare altrimenti, tragicamente tardi per poter salvare la monarchia.
Eppure, se al referendum del 2 giugno 1946 la repubblica vinse solo con una sottile maggioranza, per un risultato di gran lunga superiore alle previsioni del sovrano, Umberto dovette evidentemente avere qualche merito. Si deve poi considerare l'emotività di quel voto, a guerra appena conclusa, quando nella coscienza popolare erano ancora ben impressi gli errori di Vittorio Emanuele, vale a dire la fuga da Roma e l'incapacità di opporsi al regime di Benito Mussolini.
Quasi tutti erano concordi nel ritenere Umberto migliore di suo padre; Montanelli votò per tale ragione a favore della monarchia, conoscendo di persona il sovrano e provando nei suoi confronti una stima profonda, ma soprattutto si schierò nel referendum a favore di quell'istituzione che aveva creato l'Italia; De Gasperi, infine, considerava Umberto una bravissima persona.
Amabile, elegante nei modi, rispettoso e ligio al proprio dovere, il "re gentiluomo" mise sempre da parte i propri interessi personali a favore del bene del nostro paese, preferendo la triste via dell'esilio in Portogallo, dove visse dal 1946 sino alla morte, avvenuta nel 1983, piuttosto di un'inutile guerra civile che avrebbe causato ulteriori danni a seguito degli eventi già così drammatici del secondo grande conflitto mondiale. Questa decisione non scontata, che aprì ad un periodo di pace e di ricrescita, non va dimenticata.

La partenza da Roma, a seguito dei risultati del referendum istituzionale, avvenne in un'atmosfera surreale, sotto un cielo grigio che minacciava temporale.
Era il pomeriggio del 13 giugno 1946 e l'immagine affascinante del principe ereditario che aveva rapito il cuore di ogni giovane donna lasciava spazio ad un re segnato dal fardello della storia e dalle decisioni così difficili da prendere in quei pochi giorni di fine primavera, momenti che segnavano l'epilogo di una lunga pagina di storia nazionale, ma se si vuole anche di novecento anni di dinastia. Come doveva essere difficile accettare un così amaro destino mentre all'aeroporto di Ciampino un aereo lo attendeva per raggiungere Lisbona. Umberto indossava un dimesso abito grigio con la cravatta nera a lutto dell'Italia, che porterà durante tutto l'esilio. Con il volto segnato dalle rughe, il viso pallido e tirato, riuscì ad abbozzare un sorriso poco prima di partire per un viaggio che non lo avrebbe mai più riportato nell'amata patria.

"Avevo la sensazione di essere immerso in un clima irreale. Poi mi resi conto che l'aereo decollava. Vidi Roma laggiù in un velo grigio di pioggia: di colpo riacquistai, acutissimo, il senso della realtà. E in quel momento, lo confesso, non fui più capace né mi curai di trattenere le lacrime".

Durante il volo si abbatté una violenta tempesta, tanto che il pilota avrebbe preferito tornare indietro. Umberto decise di correre il rischio in quanto quel gesto poteva essere mal interpretato. Riuscirono ad arrivare sino a Barcellona, dove si fermarono la notte per poi ripartire per Lisbona la mattina seguente.

Umberto mentre gioca con dei bambini.

Umberto nacque la sera del 15 settembre 1904 nel castello di Racconigi, un borgo contadino a metà strada fra Torino e Cuneo, nel periodo della cosiddetta "età giolittiana", quando il protagonista della politica italiana era il piemontese Giovanni Giolitti.
Mite, dolce e sensibile, il futuro sovrano fu costretto alla ferrea disciplina militare impartitagli a villa Savoia da numerosi precettori per volontà di Vittorio Emanuele, che si pose sempre nei confronti del figlio non come padre, bensì come re, con severità e distacco.

Del rapporto tra Umberto e suo padre durante l'infanzia rimane solo una foto, probabilmente la più affettuosa, che ritrae un attimo di tranquillità familiare, sebbene Vittorio Emanuele non nascondi sotto il cappello un'espressione tesa e quasi insofferente a causa di quella posa forzata. Un'intervista del periodo dell'esilio ci narra di quei ricordi legati alla giovinezza.

La madre Elena del Montenegro, da cui prese le morbide fattezze, gli occhi neri e l'altezza, era invece una figura rasserenante e comprensiva, capace di donare al primogenito l'amorevolezza e la dolcezza di cui aveva bisogno. Ella aveva adottato gli stessi modi semplici anche nel suo ruolo di regina, al contrario di quelli solenni di Margherita di Savoia, moglie di Umberto I.

La regina Elena nel 1915.

Galante e raffinato, vestito sempre in modo impeccabile e alla moda, i capelli scuri ben pettinati, la barba rasa perfettamente per evidenziare i dolci lineamenti, Umberto era un uomo che incarnava lo speranzoso futuro di una nazione, mentre Vittorio Emanuele era ormai un vecchio re sfiduciato e oppresso sin da ragazzo da complessi di inferiorità dovuti alla sua statura, condizionata dall'unione tra Umberto I e la regina Margherita, cugini di primo grado.
La popolarità del figlio era forse invidiata dal padre, orgoglioso e testardo al punto da tenere sino all'ultimo il potere come a voler dimostrare che solamente lui era in grado di governare, anche quando all'estero si faceva ormai maggiore affidamento su Umberto piuttosto che sul sovrano.

Vittorio Emanuele non si curava di quello che si diceva su di lui e sulla sua famiglia, fermo nella convinzione che "in casa Savoia, si regna uno alla volta". Cinico sino a disprezzare tutti, dubbioso sulle capacità politiche del figlio, il re non gradiva nemmeno l'attivismo politico della nuora Maria José, donna di cultura in contatto con i politici e gli intellettuali antifascisti.
Umberto e la principessa Maria José del Belgio si sposarono l'8 gennaio dell'anno 1930 nella cappella Paolina del Quirinale, in una vera e propria sontuosa cerimonia regale alla quale partecipò buona parte dell'aristocrazia internazionale, tra cui, oltre ai membri di casa Savoia e del ramo cadetto Aosta, il re Alberto I del Belgio con la famiglia della sposa al completo, re Boris di Bulgaria che poco dopo sposerà una sorella di Umberto, le sorelle della regina Elena, infine il duca di York, che nel 1936 salirà al trono inglese con il nome di Giorgio VI. I coniugi, al termine della funzione religiosa, furono ricevuti in Vaticano da papa Pio XI, segnale di una progressiva riconciliazione fra l'Italia e il Vaticano ad un anno dai Patti Lateranensi. La visita riempì di gioia il principe Umberto, molto credente a differenza di suo padre.

Vittorio Emanuele III con re Alberto, padre di Maria José.

Il matrimonio, oltre ad un fastoso spettacolo di corte fu anche un palcoscenico per il fascismo, all'apice dei consensi, con Mussolini, in alta uniforme, seduto in prima fila tra gli invitati.
Umberto e Maria José erano una bella coppia, amata dai sudditi che consideravano il loro matrimonio quasi come un sogno d'amore, guardando con ottimismo al futuro, tuttavia i due sposi si unirono per ragioni dinastiche e i loro caratteri così diversi, a cui si aggiunsero i drammatici eventi della storia, non fecero che dividerli, sebbene si rispettarono nutrendo sempre una profonda stima l'uno per l'altro.

Maria José sin da piccola era affascinata dall'idea di sposare il principe di Piemonte, noto per la sua bellezza che aveva fatto innamorare moltissime ragazze. Una volta conosciuta casa Savoia comprese però il suo totale distacco a livello ideologico, rimanendo delusa dai modi tanto formali e rigorosi della famiglia. Nella propria infanzia era stata circondata dal calore dell'affetto dei genitori, cresciuta sì con la severità di una dinastia regnante, ma più di tutto con una mentalità aperta, libera di esprimere il proprio pensiero e dialogare con suo padre il re.

Intellettuale moderna amante del teatro, dei romanzi, dell'arte e della musica classica, impegnata come volontaria nella Croce Rossa, la futura regina, dall'orientamento antigermanico, contrastava nei modi col marito, che era un collezionista di ricordi antichi, immagini e oggetti di casa Savoia. Umberto, ligio all'assoluto rispetto nei confronti di suo padre nonostante le diverse visioni, era inoltre cresciuto con una madre, la regina Elena, che non aveva mai ricoperto un ruolo politico e il cui compito principale era quello di tenere unita la famiglia. Maria José vedeva invece in un modo moderno e attivo il suo futuro da regina d'Italia.
Elena e Vittorio Emanuele furono una coppia unita che aveva fatto del matrimonio il fondamento della loro esistenza; Maria José e Umberto, che secondo l'opinione di Montanelli sarebbero stati una validissima regina e un eccellente re, assomigliavano forse più alla regina Margherita e ad Umberto I, non uniti come coppia ma amati dalla gente, con la prima regina d'Italia che era divenuta un simbolo per il paese come lo sarebbe potuto essere Maria José.

Umberto con la nonna, la regina madre Margherita di Savoia.

Curioso a tal proposito è l'episodio accaduto il 19 luglio 1945, a seguito del bombardamento del quartiere romano di San Lorenzo. Oltre al pontefice, la cui visita ai superstiti è rimasta nell'immaginario collettivo, anche Vittorio Emanuele si recò con la sua auto fra le macerie, trovandosi tuttavia in un clima gelido e ostile nei suoi confronti. Ben accolta fu invece Maria José, che nonostante un'eleganza in contrasto con uno scenario tanto straziante riusciva a muoversi con leggerezza fra i bisognosi donando loro conforto.

Umberto, la cui infanzia era stata repressa nel rigore militare e nella severa educazione, visse il matrimonio come un'imposizione che ostacolava il suo complesso percorso di crescita e di ricerca di una propria dimensione. Come detto però, i due coniugi apparirono sempre uniti agli occhi del popolo ed insieme ebbero tre figlie femmine e l'erede maschio Vittorio Emanuele.

Il regno di Umberto non è da considerarsi solamente nel breve periodo, poco più di un mese, intercorso fra l'abdicazione di Vittorio Emanuele III, avvenuta il 9 maggio del 1946, sino alla partenza per l'esilio il 13 giugno successivo, dunque come l'ultimo dei Savoia o come una sorta di Luigi XVI finito, anziché sulla ghigliottina, lontano dalla patria in completa solitudine. Bisogna invece porre l'attenzione ai due anni che seguono la decisione del padre di cedergli i poteri come Luogotenente del regno, ma anche al suo ruolo di principe ereditario.
Interessante è analizzare, oltre a capire se vi fu veramente, il sentimento di antifascismo da parte di Umberto, certamente distante nei modi e nell'ideologia dal duce, ma allo stesso tempo impossibilitato a prendere posizioni nettamente in opposizione al padre, il quale, sebbene controvoglia, aveva avvallato il regime e accettato la diarchia.
Umberto, che non aveva mai nutrito entusiasmo per il fascismo, sembrò adeguarsi come la maggior parte degli italiani e degli uomini di potere a quello che si rivelò la rovina del paese; chiaramente bisogna tenere però in considerazione la sua posizione di rilievo, che gli avrebbe permesso di opporsi, ed in questo caso la mancata azione concreta risalta con maggiore evidenza.
Come sempre Umberto fu vittima di quell'assoluto rispetto per suo padre, al quale doveva obbedienza non solo come genitore ma anche come re, che per tutta la vita non gli permise di compiere delle scelte. La volontà da parte di Vittorio Emanuele di tenere lontano il figlio dalla vicende politiche è inoltre interpretabile, oltre che come una mancanza di fiducia, come la scelta di non coinvolgere la monarchia in un rapporto troppo stretto con il regime, distinguendo quindi la propria posizione politica, ormai compromessa, da quella dell'erede.

Il "piccolo re" sul trono durante un discorso e alla sua sinistra Umberto.

Il fascismo, con l'esaltazione dell'uomo forte, i modi duri ed il gusto per la spettacolarità, denotava l'atteggiamento di chi era giunto al potere dal nulla, completamente all'opposto di quello di Umberto, perfetto esempio di signorilità, raffinatezza aristocratica e di quella levatura morale di chi non deve dimostrare assolutamente nulla poiché emblema del potere legittimo e di un'antica tradizione dinastica.
Il regime si nutriva di retorica roboante, di euforiche prolusioni con le quali il duce arringava alla folla dal balcone di palazzo Venezia; Umberto era stato invece educato all'autocontrollo regale, al senso del dovere, a posarsi con misura e pacatezza seducendo le piazze con la propria immagine elegante, non attraverso l'energia dei discorsi.
Mussolini, intenzionato a liberarsi della monarchia non appena possibile, aveva a lungo lavorato nell'ombra per ostacolare la successione di Umberto, considerato un uomo innocuo e facilmente ricattabile, sostenendo di avere delle prove sulla sua presunta omosessualità. Tutto questo non fece che aumentare ulteriormente la dipendenza della corona dal regime.

Umberto incontra Mussolini nel 1940.

Mentre Mussolini si avvicinava sempre di più alla Germania di Hitler, quando il paese era ancora fortemente legato alla dinastia sabauda, Umberto entrò in confidenza con Galeazzo Ciano, il quale aveva cominciato a prendere le distanze dai tedeschi proprio dal momento della sottoscrizione del Patto d'Acciaio, che sanciva un accordo militare tra Italia e Germania, le potenze dell'Asse, in caso di guerra.
Il principe scelse Ciano come corrispondente privilegiato tra monarchia e regime, mentre Vittorio Emanuele decise di inviargli un telegramma nel quale si comunicava la volontà di insignirlo del titolo di marchese. L'unico dubbio sul suo conto riguardava il sentimento di lealtà nutrito nei confronti di Mussolini, divenuto il suocero di Ciano nel momento in cui questi sposò la figlia del duce, Edda.
Umberto e Maria José avevano per questo coltivato buoni rapporti anche con il monarchico Italo Balbo, uno dei maggiori esponenti del fascismo, eroe dell'aviazione, ma sempre più distante dall'ideologia di Mussolini, in particolare nella scelta di alleanza con i nazisti e nelle discriminazioni contro gli ebrei. I principi si recarono allora in Libia, dove Balbo era governatore.
Sia Umberto che Balbo avevano raggiunto ormai una notevole popolarità ed in molti iniziarono a considerarli i prossimi capi del potere, fautori di una politica certamente più moderata grazie alla quale, forse, la nostra storia avrebbe preso una piega differente. Balbo morirà però nel 1940, poco dopo la decisione del duce di entrare in guerra, in un tragico incidente aereo che molto fece discutere.

Maria José con Italo Balbo e più indietro il principe Umberto.

Lo stesso anno nacque la terzogenita del principe e di Maria José, Maria Gabriella, la cui notizia trovò poco spazio nella stampa nazionale a causa dell'imminente ingresso dell'Italia in guerra al fianco dei tedeschi.
La Germania non piaceva ai futuri sovrani e nemmeno a Vittorio Emanuele, il quale, però, era ormai succube di Mussolini. Nei contatti privati, quelli che potevano aprire le condizioni per un cambiamento, il re si rivelò estremamente prudente. Negli atti ufficiali appariva in piena sintonia con le scelte del duce e questa posizione, fondamentale per l'opinione pubblica del paese, avrà delle ripercussioni nel declino della monarchia. Stanco e rassegnato, Vittorio Emanuele non riusciva più ad opporsi alle scelte di Mussolini, molte delle quali erano a loro volta dettate da Hitler, arrivando nel 1938 a sottoscrivere la più ignobile delle leggi, quelle razziali, che tra le moltissime vittime colpirono anche la principessa Mafalda, sorella di Umberto, deportata dai nazisti nel campo di concentramento di Buchenwald.
Non riuscendo ad imporsi e a prendere convinte decisioni, Vittorio Emanuele vedrà concludersi il proprio regno nel peggiore dei modi, consapevole di non essere stato in grado di evitare al paese le atrocità della guerra, di essersi arreso con troppa facilità alla follia dei due dittatori. Assisterà da lontano, costretto all'esilio, alla fine del regno sabaudo.  

Quando ormai era troppo tardi, il 25 luglio 1943, a conflitto ormai perso e a seguito del bombardamento di San Lorenzo, il re, ricordandosi dei sui poteri, fece arrestare Mussolini, affidando il ruolo di capo del governo al maresciallo dell'esercito Pietro Badoglio.
L'8 settembre venne firmato l'armistizio, con il re che a questo punto rischiava di finire catturato dai tedeschi. Si decise allora per la fuga, un gesto certamente non oneroso che lasciava la capitale al proprio destino, nella più assoluta anarchia. Il monarca, nell'estremo tentativo di dare continuità allo Stato e difendere gli ideali unitari, decise di trasferirsi al sud, in territorio non invaso da tedeschi o Alleati, temendo per l'incolumità della famiglia reale e al fine di evitare che il paese fosse rappresentato unicamente dalla mussoliniana repubblica di Salò.
L'ultima sera prima della partenza, al Quirinale, in una situazione irreale, vi erano solamente Vittorio Emanuele, la regina Elena e loro figlio Umberto, che obbedì a suo padre pur essendo intenzionato a restare a Roma. In cuor suo il principe si sentiva in dovere di rimanere nella capitale, difendendola anche a costo della vita. La madre lo supplicò di partire, Vittorio Emanuele glielo ordinò. Forse quel gesto avrebbe avuto, qualche anno più tardi, la sua ricompensa. 

Umberto nel 1944.

Ancora una volta Umberto dovette sottomettersi alla volontà di Vittorio Emanuele, non essendo il suo momento per regnare. Eppure quella notte fece di tutto per seguire le proprie convinzioni, continuando, anche mentre le automobili lasciavano Roma verso Pescara, a supplicare inutilmente il padre, finendo per essere rimproverato duramente anche da Badoglio. Rassegnato, quasi in lacrime, Umberto ripeteva: "Mio Dio, che figura!". Nemmeno a distanza di molti anni, durante l'esilio, parlò male del padre e della sua scelta.

A seguito della liberazione di Roma, dopo che Vittorio Emanuele aveva firmato l'atto di luogotenenza col quale trasferiva i poteri al figlio, Umberto poté finalmente fare ritorno nella capitale.
Ufficialmente sul trono vi era ancora Vittorio Emanuele, ostinato a mantenere il potere proprio fino alla fine, incapace di farsi da parte nonostante durante la giovinezza avesse cercato di evitare di dover assumere quel ruolo, per poi farsi carico di ogni responsabilità con il regicidio di suo padre.
Nella posizione che occupava, Umberto era ancora molto legato all'obbedienza e impossibilitato a muoversi liberamente e con decisione, tuttavia il suo atteggiamento nei due anni di luogotenenza dimostrò una spiccata intelligenza, ponendosi in ascolto di ogni diversa visione e con spirito di collaborazione, favorendo le condizioni di pace ad un paese che nel 1944-45 di tutto aveva bisogno fuorché ulteriori scontri.
Significativo fu il suo primo atto politico, avvenuto quando Badoglio diede le dimissioni. Umberto provò ad affidargli nuovamente l'incarico di formare un nuovo governo, trovando però un clima di sfiducia da parte dei partiti di sinistra, che vedevano nel maresciallo un rappresentante del passato.
Umberto sapeva che la riconferma di Badoglio avrebbe trovato il sostegno, a livello internazionale, del Primo ministro britannico Winston Churchill, conservatore puro e quindi difensore della monarchia, allo stesso tempo era però a conoscenza dell'unanimità dei partiti antifascisti nel ritenere opportuno un radicale cambiamento. Decise così di affidare l'incarico a Ivanoe Bonomi.
Ulteriore segnale di distacco dal passato fu la nomina del marchese Falcone Lucifero a ministro della Real Casa, un uomo che era stato vicino a Matteotti e che si allontanò dalla politica con l'ascesa del fascismo.

Il Luogotenente Umberto con il Primo ministro inglese Churchill nell'agosto 1944.

Scrisse Churchill a proposito di Umberto: "La sua potente e attraente personalità, la sua sintesi dell'intera situazione politica e militare, fu confortante e mi ispirò uno dei più vivi sentimenti di fiducia che io mai sperimentassi parlando con uomini politici. Sperai fondatamente che egli avrebbe avuto la sua parte nella costruzione di una monarchia costituzionale in un'Italia libera, forte, unita".

Quando si era ormai in prossimità del referendum istituzionale, nel pomeriggio del 9 maggio 1946, Vittorio Emanuele III si decise ad abdicare in favore del figlio, cercando vanamente di salvare la monarchia.
La cerimonia, che si svolse presso villa Maria Pia a Posillipo, fu breve e triste, intrisa di malinconia e profondi rimpianti, con l'anziano sovrano che appariva sereno, sforzandosi però nel trattenere una forte commozione evidenziata dal tono della voce con cui leggeva la formula di abdicazione. Vittorio Emanuele e la moglie Elena si preparavano a partire per l'esilio in Egitto, ospiti di re Faruk; Umberto diventava, tardivamente, re d'Italia.

I due ex sovrani salparono al tramonto dal porto di Napoli, dopo che Umberto strinse la madre in un lungo abbraccio. Vittorio Emanuele usciva di scena dopo un lunghissimo regno, un periodo segnato da due conflitti mondiali e davvero troppo complesso per poter dare un giudizio definitivo sulla sua persona, finita evidentemente vittima di un destino e di cambiamenti di grandissima portata a cui non riuscì ad opporsi.
La speranza di casa Savoia era quella di recuperare consensi grazie alla popolarità di Umberto, rientrato a Roma, consapevole però della difficoltà del compito.

Umberto al balcone del Quirinale il primo giorno di regno.

"La Repubblica si può reggere col cinquantun per cento; la Monarchia no. La Monarchia non è mai un partito. È un istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini, sudditi e principi, incredibili volontà di sacrificio... Non deve essere costretta a difendersi giorno per giorno dalle insidie e dalle accuse. Deve essere un simbolo caro o non è nulla".

Di fatto il nuovo re affrontò il referendum senza una vera campagna elettorale, comportandosi con il consueto equilibrio, rimanendo al di sopra le parti in un momento tanto delicato, pensando esclusivamente al bene della nazione: "Non una goccia di sangue. Solo la legge, la forza della legge".

Umberto si recava così a visitare diverse città italiane, da solo, senza la moglie che ancor meno di lui credeva in una vittoria al referendum. Al sud veniva accolto con entusiasmo e calore, da folle che lo acclamavano sentendosi ancora legate alla dinastia e in particolare alla sua persona. Al nord era insultato, coperto di ingiurie e provocazioni, tuttavia il sovrano non perse mai la calma e la sua infinita compostezza. Appariva però stanco e prostrato dalla tensione, precocemente invecchiato. Fu un gentiluomo sfortunato che pagò colpe non sue, assistendo inevitabilmente, il 2 giugno, alla più dolorosa delle sconfitte.

Il sovrano alle urne nel giorno del referendum.

Il suo merito più grande fu quello di accettare con correttezza e signorilità il risultato, contribuendo a scongiurare disordini, scontri e una possibile guerra civile, non ascoltando chi gli consigliava di recarsi a Napoli dove la monarchia era forte.
L'esito della votazione si rivelò superiore alle aspettative, con il paese diviso nettamente in due, il nord repubblicano, che ottenne 12.718.641 voti, contro il sud monarchico fermo a 10.718.502. Inizialmente sembrò addirittura che avesse vinto la monarchia, sino a quando non arrivarono, copiosi, i voti delle regioni del nord Italia. Si parlò di brogli, di possibili falsificazioni, ed ancora oggi i dubbi sulla correttezza di quel verdetto non sono risolti, ma Umberto non sollevò alcuna polemica, lasciando il paese senza proteste.

"Ho compiuto il mio dovere; questi due anni sono stati di duro sacrificio; ho conosciuto l'ingratitudine umana, così come ho avuto prove di dedizione oltre misura. Nel partire dall'Italia non potrò che augurare ogni bene al mio Paese, verso il quale andranno sempre i miei pensieri".

Cominciò così il lungo esilio in Portogallo, presso villa Italia a Cascais, dove trascorreva molto tempo sulla spiaggia, contemplando l'Atlantico, in preda a insanabili nostalgie. Nel suo testamento espresse la volontà di donare la reliquia della Sacra Sindone, di proprietà di casa Savoia, al pontefice.
Si spense il 18 marzo 1983 in un ospedale di Ginevra, sussurrando negli ultimi istanti, all'infermiera che gli teneva la mano, la parola "Italia".
Non riuscì a realizzare i suoi ultimi desideri, quelli a cui teneva maggiormente, ossia dare sepoltura ai suoi genitori al Pantheon, e soprattutto rivedere l’amata patria. Nemmeno a lui fu consentito di riposare in Italia, sepolto nell'abbazia reale di Altacomba in Francia, dove riposano anche la regina Maria José e altri celebri rappresentanti della dinastia sabauda.
Il governo italiano, con assoluta mancanza di stile, non mandò alcun rappresentante alle sue esequie.
La figura di Umberto II spiega bene come virtù quali l'eleganza, il rispetto e la mitezza sono innate in una persona e che difficilmente si possono apprendere. Il suo nobile comportamento, che preparò il paese ad una lunga pace e ad una speranzosa ricrescita, è quello che oggi rimane di più importante del nostro ultimo re, invitando ad una riflessione anche sui tempi e i personaggi di oggi.

Le monarchie sono come i sogni, o si ricordano subito o non si ricordano più...


Bibliografia

  • Umberto II. L'ultimo re - Gianni Oliva - Mondadori
  • Umberto II. Il re gentiluomo - Giovanni Artieri - Le Lettere
  • I Savoia. Novecento anni di una dinastia - Gianni Oliva - Mondadori

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