Stéphane Mallarmé

Ritratto di Stéphane Mallarmé - Édouard Manet - 1876 - Parigi, Museo d'Orsay

Quante giornate ho passato solo col mio gatto! Per solo, intendo senza alcun essere materiale, ed il mio gatto è un compagno mistico, uno spirito.

Nato a Parigi l'anno 1842, Stéphane Mallarmé è stato un poeta, scrittore e drammaturgo, fra le figure più significative nel vivace contesto letterario francese della seconda metà dell'Ottocento, considerato il principale esponente della poesia simbolista.
Il Simbolismo fu un movimento culturale che si manifestò in molteplici forme artistiche, dalla letteratura all'arte sino alla musica, sviluppatosi a partire dalla pubblicazione di Corrispondenze da parte di Charles Baudelaire, considerata la poesia-manifesto.
La poetica simbolista è antirealistica e incontaminata dalle problematiche sociali, al contrario del Naturalismo, di cui Émile Zola, amico di Mallarmé, fu il principale autore.
L'artista simbolista cerca di ricostruire un rapporto profondo con il mondo, indagando l'ignoto attraverso le zone nascoste e più segrete dell'esistenza. La realtà non è descritta in modo dettagliato, ma nei componimenti sono trasmesse impressioni vaghe e indefinite, che suggeriscono emozioni e stati d'animo, focalizzandosi sull'intima essenza delle cose. In quest'ottica domina il soggettivismo dell'autore, al contrario del Naturalismo nel quale a prevalere è l'impersonalità della narrazione, del cui stile oggettivo il realista Honoré de Balzac fu un precursore. L'elemento fondamentale del Simbolismo è la convinzione dell'esistenza, sotto la realtà apparente e percepibile con i sensi, di una verità recondita e misteriosa, a cui si può giungere solo attraverso la sensibilità dell'intuizione poetica, come già aveva affermato Victor Hugo, ed il poeta dev'essere, con le proprie capacità di parola, la guida per accedere a questo mondo custode del vero segreto dell'esistere. La nuova generazione di poeti, quindi, manifesta la propria sfiducia nella scienza, opponendosi al Naturalismo perché incapace di andare oltre al reale e di comprendere gli abissi dell'animo umano, spiegando i desideri dell'inconscio, i sogni.
I poeti, piuttosto che rappresentare la realtà preferiscono quindi cogliere quello che vi è oltre, ascoltando le voci misteriose insite nella natura. Al contrario della figura del poeta-vate, di cui parla Hugo, non hanno però consigli da dare ad una società di cui non si sentono parte; sorge invece la figura del poeta come veggente, si pensi ad Arthur Rimbaud, che si eleva verso qualcosa di più alto cercando di esprimere quello che percepisce attraverso un linguaggio riservato a pochi iniziati, proprio come la musica, che impedisce la lettura a chi non ne conosce le note. Questa tematica, che rivendica la sacralità dell'arte, compare nel primo manifesto poetico di Mallarmé, Hérésies artistiques; l'art pour tous, pubblicato su "L'Artiste" nel 1862 all'età di vent'anni.
Seguendo l'esempio e il mito crescente di Baudelaire che seguì la pubblicazione dei Fiori del male, molti simbolisti assunsero l'immagine del "poeta maledetto", fra i quali, secondo Paul Verlaine, apparteneva lo stesso Mallarmé nonostante una vita molto tranquilla in netto contrasto con quella che condussero lo stesso Verlaine e il suo amante Rimbaud.

Il dipinto "Le coin table" di Henri Fantin-Latour, datato 1872 e custodito al Museo d'Orsay di Parigi, che mostra all'estrema sinistra Paul Verlaine e il giovane Rimbaud, rivolto verso lo spettatore con sguardo malizioso.

L'infanzia di Mallarmé fu segnata dalla perdita della madre, venuta a mancare quando il figlio aveva solo cinque anni, e nel 1857 da quella della sorella a cui molto era legato. Nello stesso anno uscivano i capolavori di due protagonisti della metà del secolo, vale a dire Les fleurs du mal di Baudelaire e il romanzo Madame Bovary di Gustave Flaubert.
Giudicato uno studente mediocre, ribelle e inconcludente, Mallarmé fu un avido lettore e nel 1861 l'uscita della seconda edizione dei Fiori del male di Baudelaire lo segnò profondamente, cimentandosi nella modifica di alcune poesie. Importanti furono anche la scoperta di un autore come Théophile Gautier, a cui sono dedicati I fiori del male, e dello scrittore Edgar Allan Poe.
Gautier fu il punto di riferimento per il movimento letterario del Parnassianesimo, ossia dei poeti del Parnaso. Il loro scopo era quello di riportare la poesia sulla cima del Parnaso, il monte sacro ad Apollo, dio della poesia. Se Alphonse de Lamartine, che introdusse il Romanticismo francese, era visto come colui che aveva causato la discesa della poesia dall'Olimpo, cercando di renderla più accessibile al pubblico, i parnassiani le avrebbero conferito nuovamente il degno ruolo che meritava. Al centro della loro idea vi era il concetto dell'arte per l'arte, vale a dire che la letteratura non doveva avere fini politici o intenti morali; il suo unico scopo era infatti quello di essere bella, secondo Gautier, in un vero e proprio culto della bellezza e della "poesia pura" a cui aderì anche Baudelaire. Il nome Parnaso diede il nome ad una raccolta antologica di diversi autori pubblicata nel 1866 con il nome di "Parnasse contemporain", alla quale fecero parte anche i giovanissimi Verlaine e Mallarmé, nati negli anni Quaranta.
Nel 1862 Mallarmé conobbe Maria Gerhard, una tedesca bionda e dalle dolci fattezze di cui il poeta si innamorò, scegliendo di recarsi con lei a Londra per migliorare il suo inglese, così da leggere Poe in lingua originale e coltivare il proprio sogno di diventare professore d'inglese. Inizialmente felice per non essere diventato impiegato come tutti i suoi familiari, per Mallarmé e la sua amata si aprì un difficile periodo a livello economico e di affinità di coppia. La passione dei primi tempi si affievolì notevolmente, ma nonostante ciò lo scrittore si decise a sposare Maria, in un matrimonio che si rivelerà alquanto sottotono e privo di trasporto.
Al periodo londinese risalgono le sue prime traduzioni di Poe e una bellissima poesia come Le finestre, seppur carica di vuoto e malinconia, soprattutto se si considera la giovane età dell'autore, che mostra con evidenza l'influenza di Baudelaire. Interessanti sono l'aggettivo "banale" per definire il pallido biancore, privo di vita, delle tende di un ospedale, nel quale anche il crocifisso appeso alla parete, vuota e desolata, sembra annoiato di recitare la solita parte, non intenzionato a intervenire in un luogo dove regna tristemente la morte, la cui immagine è descritta attraverso la figura di un anziano che si alza con fatica dal proprio letto per poter vedere ancora un'ultima volta la luce del sole entrare dalle finestre. Se il crocifisso è dunque la metafora della religione che non sembra colmare il senso di nulla che grava sull'esistenza umana, nella poesia troviamo anche immagini ricorrenti nella produzione di Mallarmé come lo specchio, nel quale l'io poetico si vede angelo, e il cigno, animale ricorrente nella poesia simbolista e decadente. Infine il richiamo a Baudelaire si nota molto bene nel contrasto tra il "quaggiù" del soffitto dell'ospedale e l'infinito che vi è oltre alle finestre, come se il tentativo di guardare lontano non facesse che accrescere l'introspezione del soggetto, suggerendo la stessa sensazione di soffocamento del cielo di Spleen.

Stanco del triste ospedale e del fetido incenso
che ascende nel bianco banale delle tendine
al gran crocefisso annoiato della nuda parete,
cauto il moribondo raddrizza la vecchia schiena

e si trascina non tanto a scaldare il marciume,
ma per vedere il sole sopra le pietre,
la barba bianca incollare, la scarna figura
alle finestre che un raggio viene a dorare.

La bocca febbrile e vorace d'azzurro turchino,
giovane, tale si tese a respirare un tesoro,
virginea pelle, altro tempo! ora appanna d'un lungo
amaro bacio i cristalli tiepidi d'oro.

Ebbro, egli vive, scordando l'orrenda unzione,
i farmachi, l'ore e il letto inflitto, la tosse;
e quando la sera sanguina in mezzo alle tegole
l'occhio al confine del cielo ricolmo di luce

vede belle dorate galere simili a cigni
dormire in un fiume di porpora e di profumi,
che il fulvo e ricco baleno dei loro profili
cullano in un'indolenza di memorie gremita!

Così, nauseato dell'uomo dal cuore incallito
dentro il benessere avvolto, dove si pascono
le sole sue voglie e insiste a cercare rifiuti
per porgerli alla sua donna che allatta i suoi piccoli,

io fuggo e m'abbranco a tutte le chiuse vetrate
donde alla vita si voltan le spalle, e là, sacro
nel loro vetro lavato da eterne rugiade,
che indora il casto mattino dell'Infinito

mi specchio, e me angelo vedo, e muoio e amo
- e questo vetro sia arte, sia misticismo -
rinascere con il mio sogno come un diadema
al cielo anteriore dove Bellezza fiorisce!

Ma, ahimé! Quaggiù spadroneggia: la nausea del suo
contatto raggiunge talvolta il mio asilo sicuro,
e il vomito impuro della Stupidità
mi forza a turarmi il naso davanti all'azzurro.

Come, o mio Io che conosci tutto l'amaro,
sfondare il cristallo contaminato dal mostro
e con le mie due ali senza piume fuggire
a rischio di precipitare per l'eternità?

Corsia dell'ospedale di Arles - Vincent Van Gogh - 1889

Una volta rientrato in Francia, Mallarmé ottenne l'abilitazione all'insegnamento di inglese nei licei, trasferendosi per una supplenza a Tournon, una cittadina di provincia sulla riva destra del Rodano che il giovane poeta e insegnante non amerà mai, sentendosi quasi prigioniero e in esilio. La stessa professione dell'insegnamento, tanto amata, non lo gratificava molto, con gli studenti che spesso lo prendevano in giro per il suo strano comportamento, quasi assente nel proprio mondo. Un modo di evadere da questa opprimente realtà erano le fitte corrispondenze che lo legavano a Eugène Lefébure, appassionato studioso dell'antico Egitto, e ad Henri Cazalis, medico che ebbe in cura Verlaine e Maupassant, entrambi malati di sifilide, ma egli stesso poeta simbolista e parnassiano. Introduce così la figura di Mallarmé il suo amico Verlaine, in qualità di critico, nel saggio del 1884 dedicato ai poeti maledetti: «Viveva allora in provincia facendo il professore d'inglese, ma aveva frequenti rapporti con Parigi. Dette al Parnasse versi di una originalità che fece scandalo sui giornali. Dominato, certamente!, dalla bellezza, considerava la chiarezza come una virtù secondaria, e purché il suo verso fosse armonioso, musicale, prezioso e, all'occorrenza, languido o eccessivo, disprezzava tutto pur di piacere ai raffinati, tra i quali egli stesso era il più incontentabile»
Continua nel frattempo la composizione di poesie, fra le quali è da citare I fiori, dove i numerosi elementi descrittivi non sembrano legati ad una condizione terrena, bensì ad una dimensione onirica ed immateriale come nei dipinti dei pittori simbolisti, i quali cercavano l'intima spiritualità di tutto ciò che esiste nel mondo concreto. Nella seconda quartina ritroviamo il cigno, la cui eleganza malinconica ben esprime la sensazione di decadenza che vogliono esprimere tanto Mallarmé quanto Baudelaire, e il concetto dell'esilio, che è espressione di una condizione esistenziale del poeta ma anche tematica ripresa dalla filosofia del passato, in particolare da Platone. Nella terza quartina compare infine la figura di Erodiade, una femme fatale che viene associata alla rosa, a cui Mallarmé dedicherà un'intera opera.

Dalle valanghe d'oro del vecchio azzurro, il primo
giorno e degli astri dall'eterna neve
tu distaccasti allora i grandi calici
per la giovane terra, vergine da disastri.

I cigni dal collo sottile nel fulvo gladiolo
e il lauro divino dei cuori esiliati, vermiglio
al pari dell'alluce puro del serafino,
che tinge l'acceso pudore d'aurore calpeste,

il giacinto ed il mirto dall'immateriale fulgore
e, simile a carne di donna, la rosa crudele,
Erodiade in fiore del chiaro giardino, colei
che d'un violento sangue e radioso s'irrora!

E tu facesti dei gigli il singhiozzante biancore
che rotolando su mari di sospiri che sfiora,
attraverso l'incenso turchino di spenti orizzonti
sognante s'innalza verso il pianto lunare!

Osanna con sistri e turiboli, o nostra Signora,
osanna dalle aiuole dei nostri limbi!
E l'eco si smorzi lungo le sere celesti,
estasi degli sguardi, brillare di nimbi!

O Madre, che nel tuo seno giusto e forte creasti
i calici dondolanti la fiala serbata
di grandi fiori con dentro la profumata Morte
per il poeta che stanco ingiallisce alla vita.

Il sonetto Tristezza d'estate è rivolto alla donna amata, di cui sono descritti i capelli d'oro, nei quali il poeta intende annegarvi la propria anima, elemento che si ritrova anche in Baudelaire. Questo gesto, pur carico di sensualità, non è affatto salvifico, in quanto apre le porte ad una sensazione di Nulla di cui la donna non può comprendere la ragione. Il topos ricorrente del nulla come condizione esistenziale è associato nel finale, in chiave simbolista, al calore azzurro, costantemente presente in Mallarmé, che lo vede quasi come il bianco, o meglio come un "non-colore", emblema di un ideale che l'io poetico crede esistere ma che si rivela inesistente. Il poeta spera, gustando le lacrime dell'amata, di poter avere anche lui l'insensibilità dell'azzurro e delle pietre per non soffrire più per amore.

Sopra la sabbia il sole, bellicosa dormiente,
nell'oro dei tuoi capelli un languido bagno
riscalda, e incensi bruciando sulla tua gota
nemica, con lacrime mescola un filtro d'amore.

Del bianco fiammeggiamento l'immobile calma
triste t'ha fatto e dicevi, o miei baci sgomenti,
"Un'unica mummia noi non saremo mai
sotto l'antico deserto e le palme felici!"

Ma un tiepido fiume è la chioma, per annegarvi
senz'alcun brivido l'anima che m'assedia,
in fondo trovarvi quel Nulla di cui sei ignara!

Gusterò il bistro pianto dalle tue palpebre,
forse al mio cuore che tu hai sconvolto sa dare
l'insensibilità dell'azzurro e delle pietre.

Ingres sulla spiaggia o Notte d'estate - Edvard Munch - 1889

Tutte le poesie del periodo giovanile colpiscono per la musicalità del ritmo e per il profondo senso di fallimento e disperazione, conseguenza di una vita in cui l'io poetico si sente in esilio, afflitto nel disgusto del quotidiano, a cui si contrappone l'evasione nell'ideale perfezione della Bellezza e dell'Arte. In Brezza marina si ritrova il desiderio del viaggio e di fuggire dal reale, nonché l'impersonificazione di quel sentimento, la Noia, varie volte descritto anche da Baudelaire, infine l'immagine del mare come metafora dell'infinito, che invita a fantasticare, paesaggio in cui gli uccelli marini divengono la rappresentazione del poeta stesso combattuto fra la realtà e la ricerca di assoluto.

La carne è triste, ahimé! e ho letto tutti i libri.
Fuggire! laggiù fuggire! Io sento uccelli ebbri
d'essere tra l'ignota schiuma e i cieli!
Niente, né antichi giardini riflessi dagli occhi
terrà questo cuore che già si bagna nel mare
o notti! né il cerchio deserto della mia lampada
sul vuoto foglio difeso dal suo candore
né giovane donna che allatta il suo bambino.
Io partirò! Vascello che dondoli l'alberatura
l'áncora sciogli per una natura straniera!

E crede una Noia, tradita da speranze crudeli
ancora nell'ultimo addio dei fazzoletti!
E gli alberi forse, richiamo dei temporali
son quelli che un vento inclina sopra i naufragi
sperduti, né antenne, né antenne, né verdi isolotti...
Ma ascolta, o mio cuore, il canto dei marinai!

A cominciare dall'ottobre 1864 Mallarmé iniziò a lavorare ad Hérodiade, un poema concepito per il teatro al quale dedicherà tutte le sue forze per l'intera esistenza, al punto che, sfinito e in preda ad una crisi, con il sopraggiungere della bella stagione lo lasciava da parte a favore di un'altra opera teatrale, L'après-midi d'un faune, concependo due poesie distinte, una propria dell'inverno e una dell'estate. Se nei mesi d'autunno e d'inverno si dedicava dunque ad Erodiade, per una poesia maggiormente riflessiva, durante l'estate le sue energie erano rivolte al Fauno e ad uno stile carico d'erotismo e di eccitazione sensuale. Mallarmé fu il primo ad avere l'idea di una poesia tipica di una stagione o di un'altra, alternando il proprio impegno in due lavori coi quali sperava di ottenere successo a teatro, tuttavia la sua vita sarà sempre caratterizzata dalla precarietà economica oltre che da una salute cagionevole.
Il lungo periodo, fra il 1864 sino alla morte, avvenuta nel 1898, che Mallarmé dedicò ad Hérodiade denota il valore dell'opera, rimasta incompiuta, a cui doveva tenere moltissimo. Hérodiade è il ripiegamento del testo su se stesso alla ricerca della verità attraverso le parole, scelte con minuziosa cura prestando attenzione anche alla musicalità dei versi. Il risultato è un testo di ardua comprensione in cui affiorano vere e proprie immagini oniriche che cercano di raffigurare un ideale. Lo studio e la ricerca delle parole più appropriate allontana nettamente Mallarmé da un poeta come Rimbaud, il quale, folgorato da illuminazioni, doveva scrivere di getto il proprio pensiero quasi ad inseguire l'idea che era andata delineandosi nella mente.
Interessante è il titolo del poema, nonché la protagonista, che nei vangeli di Marco e di Matteo sappiamo essere la principessa ebraica moglie di Erode, dipinta da Mallarmé come un'altera femme fatale alludendo alla decollazione di Giovanni Battista. Colei che decise di uccidere Giovanni era in realtà la figlia di Erodiade, Salomè, sebbene in entrambi i testi sacri si legga che è stata la madre a consigliarle di chiedere la testa del Battista, tuttavia il dettaglio che risulta maggiormente importante è il fatto che tutti e due i vangeli non citino mai il nome di Salomè. Scrive l'evangelista Marco: «Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: "Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò". E le giurò più volte: "Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno". Ella uscì e disse alla madre: "Che cosa devo chiedere?". Quella rispose: "La testa di Giovanni il Battista". E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: "Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista»...
Mallarmé sembra infatti essere particolarmente colpito dal nome della principessa, che sarà protagonista anche in lavori di Flaubert e Oscar Wilde, arrivando a dichiarare con certezza che se si fosse chiamata Salomè non gli sarebbe venuto in mente di comporre un poema a lei dedicato.

L'apparizione o Salomè e la testa di San Giovanni Battista - Gustave Moreau - 1875

In Hérodiade tutto è sogno, immaginazione, e il bello risiede nelle immagini che vengono dipinte dal poeta attraverso le parole. Si tratta di una sorta di estroflessione del pensiero di Mallarmé, il quale per comporre il poema ignorò completamente se stesso in quanto individuo, in un'esperienza di presa di distanza dall'io, al fine di riuscire a rappresentare la purezza di un'idea, avvicinandosi molto alla più pura perfezione. In tal senso è interessante il ricorrere del verbo "abolire" nel preludio dell'opera, come a negare tutto ciò che è concretezza, fisicità materiale. Il tono del componimento è malinconico, crepuscolare, e la figura di Erodiade diviene una sorta di simbolo di questa ambita perfezione, di un ideale che solamente un sogno può esprimere.
La protagonista è nei primi versi paragonata ad un cigno, malinconica nello sguardo e nei modi, ma allo stesso tempo graziosa ed elegante. Anche il colore è come sempre significativo, in quanto il bianco è espressione del candore, della purezza, ma è anche simile alla sensazione di nulla che pervade il poema, unica vera bellezza.

Sinfonia in bianco, ritratto n. 2 - James Whistler - 1865 circa

Erodiade è poi definita come una vergine che non vuole essere toccata nemmeno dalla sua nutrice per non essere contaminata, così che la propria bellezza rimanga integra da tutto ciò che è fisico. La nutrice può solamente porgerle uno specchio, uno degli oggetti privilegiati nella poetica di Mallarmé e dei simbolisti, in modo che ella possa guardarsi e acconciarsi i capelli. Erodiade diviene una figura interamente rinchiusa in se stessa, che cerca la verità nell'intimità della propria anima, accettando solo lo specchio perché le rimanda la propria immagine, rivendicando la propria purezza attraverso una celebrazione narcisistica della sua bellezza.

Lo specchio - Frank Dicksee - 1896

Nel finale del poema la donna è attraversata da un timore, scaturito da un solo sguardo di San Giovanni, presagio di un possibile abbandono futuro al desiderio e all'amore di cui tanto ha paura. L'uccisione del Battista è conseguenza di questo presagio, in quanto l'appagamento fisico sarebbe causa della perdita della verginità e di quella celestiale perfezione di cui è portatrice.
Di Hérodiade ci rimangono tre lunghi frammenti, intitolati "Preludio", "Scena", che vede coinvolte la principessa e la sua nutrice, e "Cantico di San Giovanni". Pur essendo incompleta, l'opera si presenta come unitaria nel suo profondo mistero, testimonianza dell'ambizioso progetto del suo autore di dare vita a dei versi che mostrassero un'idea, un pensiero.

Mallarmé in una fotografia del 1890 circa.

L'anno 1866 fu molto importante per Mallarmé per l'uscita della prima raccolta del Parnasse contemporain, che ospitò dieci suoi componimenti, ma anche per l'inizio della corrispondenza con Verlaine, che gli inviò i Poèmes Saturniens, usciti da poco, con il quale instaurò sin da subito un'amicizia duratura. Intanto Mallarmé fu nominato professore presso il liceo di Besançon.
Gli anni fra il 1867 e il 1871 furono segnati da una crisi poetica e religiosa, costantemente provato a livello psichico ed in contatto con quel Nulla che avvertì per tutta l'esistenza. Non mancano però nuovi decisivi incontri, come quello con Manet, avvenuto presso il salotto parigino di Nina de Villard, che Mallarmé sosterrà quando i suoi dipinti saranno criticati e rifiutati nel 1874 in occasione della prima mostra impressionista. Anche l'appartamento parigino di Mallarmé divenne luogo di regolari incontri per artisti affermati e giovani promesse, ricevendo nei leggendari "martedì" tutti gli intellettuali desiderosi di discutere del bello.

Signora con ventagli o Ritratto di Nina de Villard - Édouard Manet - 1873

Intorno a questi anni compose un sonetto che vede nuovamente l'immagine di un cigno per esprimere uno stato d'animo privato, emblema come sempre dell'esilio a cui è costretto il poeta nel mondo, ma in questo caso simbolo anche della sterilità creativa, dell'impossibilità di raggiungere quell'ideale perfezione a cui ambisce attraverso la poesia. Nelle quartine leggiamo infatti di un cigno che con il sopraggiungere della bella stagione cerca, con un colpo d'ali, di librarsi nel cielo, impedito nella sua intenzione dal lago ghiacciato che lo intrappola. Essendo rimasto immobile durante l'inverno, quando la noia lo affliggeva, ora non riesce a spiccare il volo, allusione alla stagione in cui il poeta era impegnato nella stesura di Hérodiade, la cui riflessione gli impediva di dedicarsi a qualsiasi altro lavoro in una sorta di impotenza creativa. Anche lo scenario gelido che avvolge il sonetto sembra richiamare la natura di Hérodiade, principessa di ghiaccio che ha paura d'amare.

Il vergine, il vivace e il bell'oggi d'un colpo
d'ala ebbra quest'obliato, duro
lago ci squarcerà, sotto il gelo affollato
dal diafano ghiacciaio dei non fuggiti voli!

Un cigno d'altri tempi si ricorda di sé
che si libra magnifico ma senza speranza
per non aver cantato l'aerea stanza ove vivere
quando splendé la noia dello sterile inverno.

Scuoterà tutto il suo collo quella bianca agonia
dallo spazio all'uccello che lo rinnega inflitta,
non l'orrore del suolo che imprigiona le piume.

Fantasma che a questo luogo dona il puro suo lume
s'immobilizza al gelido sogno di disprezzo
di cui si veste in mezzo all'esilio inutile il Cigno.

Contemporaneamente ad Hérodiade, Mallarmé si occupò di un altro capolavoro, L'après-midi d'un faune, Il pomeriggio di un fauno, considerata la sua opera principale, alla quale si dedicava durante la bella stagione. Menzionato per la prima volta in una lettera indirizzata a Henri Cazalis nel 1865, il poema fu portato a termine dieci anni dopo, nel 1875, edito in una preziosissima edizione, testimonianza di una visione aristocratica della poesia, con illustrazioni di Manet.
La trama narra le fantasie di un fauno che, in un paesaggio bucolico, appena risvegliato da un sonno pomeridiano, racconta in una sorta di monologo sognante l'incontro amoroso avvenuto al mattino con le ninfe. Esattamente come Hérodiade, l'argomento si può leggere come un discorso sulla poesia. Il fauno non ricorda se ha sognato o ha davvero incontrato le due ninfe che hanno eccitato i suoi sensi, così l'unico mezzo per renderle di nuovo vive diviene quello di ricrearle in un'opera di finzione. Concepito in tre scene principali con il monologo del fauno, il dialogo delle ninfe ed il risveglio del fauno, il poema sorprende per il tema spiccatamente erotico e per l'ambizione di competere con la musica, tanto che nel 1894 Claude Debussy decise di renderla un'opera musicale. Debussy non fu l'unico ad essere affascinato dal componimento, tradotto e amato da Giuseppe Ungaretti e ritenuto il più grande poema della letteratura francese da Paul Valéry. La musicalità dei versi di Mallarmé ispirò infine Maurice Ravel nei Trois poèmes de Mallarmé, composti nel 1913.

Ritratto di Mallarmé - Pierre-Auguste Renoir - 1892 circa

Nel 1898 Mallarmé venne a mancare improvvisamente a causa dell'aggravarsi della sua fragile salute, lasciando scritto in una lettera alla moglie e alla figlia la volontà di distruggere tutti i propri scritti, tuttavia le due donne non vollero o forse non ebbero il tempo di esaudire questo suo ultimo desiderio.
Prima di spegnersi aveva dichiarato di aver concluso Hérodiade, alla quale pensava continuamente, tuttavia quello che è rimasto a noi posteri è incompleto. L'opera della sua vita rimane allora come un sogno interrotto improvvisamente, dalla difficile comprensione, un libro assoluto le cui immagini impalpabili e bellissime sfiorano l'eterno, dandoci testimonianza di un altrove a cui ambire dopo l'oscura esistenza nella quale è precipitata l'anima nella sua condizione terrena.

Ritratto di Mallarmé - Paul Gauguin - 1891


Un ringraziamento alla Professoressa Ida Merello.

Bibliografia

  • Poesie - Stéphane Mallarmé - Feltrinelli
  • Storia europea della letteratura francese. Dal Settecento all'età contemporanea - Lionello Sozzi (a cura di) - Einaudi
  • I poeti maledetti - Paul Verlaine - Il Saggiatore

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