Filippo Lippi

La Firenze del Quattrocento era la città ideale nella quale formarsi per ogni giovane emergente che mostrava passione e talento nella nobile professione dell'arte, grazie agli esempi di maestri quali Masaccio, Filippo Brunelleschi e Donatello, precursori, ognuno nel suo campo, della straordinaria stagione rinascimentale.
Qui nacque l'anno 1406 Filippo Lippi, pittore dal talento precoce rimasto orfano giovanissimo e cresciuto in povertà, entrato nel convento dei frati del Carmine dove mostrò scarso interesse per gli studi, dato che, scrive Giorgio Vasari: «in cambio di studiare non faceva mai altro che imbrattare con fantocci i libri suoi e degl'altri». Se però il talento, per esprimersi, ha bisogno di un contesto ambientale e culturale appropriato e una guida che riesca a incoraggiare questa predisposizione, per il giovane artista furono fondamentali l'incontro con un priore che gli diede la possibilità di imparare a dipingere, ma soprattutto il trovarsi nel convento del Carmine. Nell'anno 1424, su commissione di Felice Brancacci, esattore delle tasse e mercante fiorentino, il maestro Masolino con il suo allievo Masaccio cominciarono infatti ad affrescare la celeberrima cappella Brancacci, vera e propria "scuola del mondo" per ogni pittore formatosi a Firenze dal Beato Angelico sino a Michelangelo Buonarroti.
Il Lippi ebbe così modo di osservare al lavoro un autore come Masaccio, la cui brevissima parabola artistica cambiò per sempre la storia universale delle arti, approfondendo quell'emotività che Giotto era riuscito ad introdurre nei suoi affreschi, conferendo dinamicità ai dipinti e infine utilizzando con precisione e sapienza quella rivoluzionaria regola geometrica da poco inventata dall'amico Brunelleschi, vale a dire la prospettiva.
Per capire le novità di questi lavori basti osservare la Cacciata dal Paradiso terrestre o il Pagamento del tributo, tanto decisivi nella formazione di Lippi, di cui a proposito scrive nelle Vite il critico aretino Vasari: «Era allora nel Carmine la cappella da Masaccio nuovamente stata dipinta, la quale, perciò che bellissima era, piaceva molto a fra' Filippo; laonde ogni giorno per suo diporto la frequentava e quivi esercitandosi del continovo in compagnia di molti giovani che sempre vi disegnavano, di gran lunga gl'altri avanzava di destrezza e di sapere, di maniera che e' si teneva per fermo che e' dovesse fare col tempo qualche maravigliosa cosa».

Si capisce chiaramente l'influenza del Masaccio in una piccola pala realizzata da fra Filippo Lippi nei primi degli anni Trenta e oggi custodita al Museo della Collegiata di Empoli, nella quale, attorno alla Vergine con il Bambino benedicente, vediamo alcuni angeli e santi disposti in modo rigorosamente prospettico formando quasi un'architettura di figure che circondano, chi pregando, chi contemplando, il trono di Maria, richiamando la particolare disposizione dell'opera di Masaccio: «E così ogni giorno facendo meglio, aveva preso la mano di Masaccio, sì che le cose sue in modo simili a quelle faceva che molti dicevano lo spirito di Masaccio era entrato nel corpo di fra' Filippo», afferma Vasari.

Stesso discorso vale per la Madonna dell'umiltà o Madonna Trivulzio della Pinacoteca del Castello Sforzesco di Milano, realizzata negli stessi anni, nella quale gli sguardi dei personaggi, proprio come nel Pagamento del tributo, invitano lo spettatore ad osservare il dipinto in ogni sua parte, come se tutte le figure creassero nuovo spazio con i propri gesti. Da notare sono poi le espressioni e le forme dei personaggi che richiamano la scultura di Donatello, dimostrazione della riscoperta corporeità delle figure e di una loro esatta disposizione nello spazio pittorico grazie alla conquista della prospettiva.

L'originalità della maniera lippesca colpisce particolarmente anche nella Pala Barbadori del 1437 circa, oggi al Louvre di Parigi, dove il pittore inventa una fortunata e precisa struttura architettonica, che avrà seguito nei suoi lavori e in quelli di altri autori, al cui centro è Maria con in braccio Gesù. Il genere della Maestà, inaugurato da Giotto, ha qui una grande novità nella posa della Vergine, non più seduta in trono bensì in piedi al centro di questa sorta di trifora nella quale scopriamo man mano, con uno sguardo attento, un notevole numero di personaggi.

La medesima impostazione, sebbene in una composizione molto più articolata, si ritrova nell'Incoronazione della Vergine della Galleria degli Uffizi, datata fra il 1439 e il 1447, opera con la quale si guadagnò l'amicizia e la protezione di Cosimo de' Medici, importante mecenate delle arti. Non stupisce l'ammirazione che dovette provare il Signore di Firenze dinanzi a questo angolo di paradiso, con l'azzurro dello sfondo che pone in risalto il bianco dei gigli e i volti celestiali degli angeli. Al centro è invece Maria incoronata da Dio Padre, con una serie di figure poste in contemplazione e connotate da una grazia che tornerà in molti dipinti del Lippi. L'autore volle inserire un proprio autoritratto nell'opera quasi per firmarla, orgoglioso del risultato finale; lo si può infatti riconoscere in basso a sinistra, con l'abito da monaco carmelitano e il viso appoggiato alla mano, quasi stanco del lavoro appena concluso.

Tornando qualche anno indietro, nuovamente al 1437, si può contemplare la più tradizionale Madonna di Tarquinia della Galleria nazionale di arte antica di Roma, presso palazzo Barberini, caratterizzata da un sincero lirismo e da una sensibilità che ben si esprimono nel gesto amorevole dell'abbraccio fra Maria e il Bambino Gesù, il quale accarezza dolcemente il viso della Madre. Filippo Lippi, che sebbene avesse dovuto scegliere una vita religiosa non aveva alcuna vocazione, mostra qui di conoscere pienamente il messaggio cristiano nel suo più nobile aspetto e di saperlo esprimere attraverso il suo talento, la pittura.

Un'opera come questa apre la strada che giunge sino alla tavola degli Uffizi che rappresenta il vertice assoluto, per tenerezza e perfezione, della produzione di Filippo Lippi, ossia la Madonna con Bambino del 1465, divenuta celebre come la Lippina. Maria, seduta di profilo, ha le mani giunte in preghiera e sembra assorta nei propri intimi pensieri mentre il piccolo Gesù, sostenuto da un angelo che ci guarda, cerca l'affetto del suo abbraccio. Esempio e punto di riferimento per Sandro Botticelli, che fu allievo a bottega del Lippi negli anni Sessanta del Quattrocento, la tavola è il preludio alla serie di Madonne di Raffaello Sanzio, dolcissime e commoventi immagini fra Madre e Figlio, ma nel paesaggio, che si perde in un orizzonte scaldato dal sorgere del sole primaverile, si può notare anche quello stile tipicamente leonardesco che verrà approfondito tramite la tecnica dello sfumato.

Elementi che una ventina d'anni più tardi ispirarono Leonardo si trovano anche nell'Annunciazione oggi alla National Gallery di Londra, lunetta dipinta intorno alla metà del secolo che ricorda la più nota tavola leonardesca degli Uffizi nel giardino di fiori su cui è inginocchiato l'angelo, così come nella cura dei dettagli delle ali di quest'ultimo, infine nei vestiti della Vergine, interrotta nella lettura dall'arrivo del messo celeste e dalla colomba dello Spirito Santo, guidata in alto dalla mano di Dio, che si sta per posare su di lei.

L'anno 1452 segnò un momento fondamentale per la carriera di Filippo Lippi e per la storia dell'arte del XV secolo, grazie al finanziamento da parte del comune di Prato per la decorazione della Cappella Maggiore del Duomo cittadino, per il cui incarico fu inizialmente scelto il Beato Angelico, poi chiamato a Roma dal pontefice, al quale subentrò il Lippi. Coadiuvato da una serie di collaboratori, fra cui l'inseparabile amico fra Diamante, conosciuto ai tempi del noviziato, ma anche di allievi e maestranze locali a cui era affidato il compito della preparazione dei colori, l'artista si occupò del cantiere per una decina d'anni, dando vita ad uno dei tesori della grande pittura quattrocentesca del centro Italia.
Il ciclo di affreschi presenta nella parete di sinistra rispetto all'altare le Storie di Santo Stefano, patrono di Prato, mentre a destra quelle di San Giovanni Battista, protettore della vicina Firenze.

La città di Prato fu cara all'artista anche per l'incontro nel 1456 con la monaca Lucrezia Buti, della quale si innamorò perdutamente tanto che lei, divenuta suora per volontà del fratello, ricco mercante fiorentino, decise di lasciare il monastero per stare con l'amato. Dalla leggendaria relazione nacque nel 1457 il pittore, altrettanto famoso, Filippino Lippi.
L'immagine della Buti, divenuta sua modella, e di questa felice unione sentimentale, si può trovare nella citata Lippina, ma il volto della donna è presente anche nel ciclo di Prato, come per esempio nel Banchetto di Erode, dove la figura di Salomè, colei che chiese di tagliare la testa di Giovanni Battista, ha le fattezze eleganti della monaca.

Si legge nel Vangelo di Marco: «Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: "Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò". E le giurò più volte: "Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno". Ella uscì e disse alla madre: "Che cosa devo chiedere?". Quella rispose: "La testa di Giovanni il Battista". E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: "Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista»...

Affascinato da questa bellissima Salomè, spietata danzatrice, il poeta Gabriele d'Annunzio celebrò la pittura di Filippo Lippi nelle Laudi, in particolare nella sezione del libro Elettra dedicata alla città di Prato, scrivendo con il suo stile sublime una breve frase che, proprio come un'immagine, restituisce la raffinatezza stilistica del pittore nonché la sua passione amorosa di amante insaziabile: «Frate Filippo agli occhi tuoi la Vita danza come Colei di fronte a Erode voluttuosa; e il tuo desio si gode d'ogni piacer quand'Ella ti convita».

L'affresco mostra una certa somiglianza con le composizioni del Botticelli, il quale, durante il suo apprendistato presso il Lippi, fu chiamato ad aiutare il maestro in questo lavoro. Alcune analogie si trovano osservando la serie di quattro piccole tavole che illustrano la novella di Nastagio degli Onesti del Decameron di Boccaccio, in particolare quella del banchetto, ma è evidente che anche la figura della principessa Salomè dovette rimanere ben impressa nella mente del giovane alunno, che diverrà il pittore della purezza femminile.
Lippi, dedicandosi con passione e senza sosta, da grande professionista qual era, per la buona riuscita di questa impresa, mostrò di essere l'erede del Masaccio della cappella Brancacci che tanto aveva avuto modo di osservare, divenendo a sua volta il modello per i simili affreschi, sul piano dell'impostazione, della basilica di Santa Trinita e di Santa Maria Novella a Firenze, opera di Domenico Ghirlandaio, ma anche delle pareti laterali della Cappella Sistina, dove troviamo appunto Botticelli ed altri professionisti umbri e toscani di fine secolo, tra cui Pietro Perugino, Cosimo Rosselli e Luca Signorelli.

Prove di Cristo (dettaglio) - Sandro Botticelli - 1482 circa - Città del Vaticano, Cappella Sistina

Scrive a proposito il Vasari: «Mostrò tanto del valor suo in questa opera ch'oltra la bontà e l'arteficio di essa, vi sono panni e teste mirabilissime. Fece in questo lavoro le figure maggiori del vivo, dove introdusse poi negli altri artefici moderni il modo di dar grandezza, alla maniera d'oggi».
Con la consueta precisione il critico aretino spiega l'eleganza dei volti e dei lineamenti che riusciva a restituire il pennello del Lippi, quelle che più avanti chiama "figure con molto belle attitudini e ben condotte", ma anche il suo ruolo di maestro nell'insegnare la misura monumentale nella tecnica dell'affresco, come se da Prato derivassero tutte le più celebri imprese pittoriche del Rinascimento.

La lunetta posta più in alto sulla parete di sinistra raffigurante la Nascita di Santo Stefano.

L'ultimo cantiere al quale fu chiamato, ormai stanco e ammalato, fra Filippo Lippi, fu quello per la decorazione della cappella absidale del Duomo di Spoleto, dove giunse insieme a fra Diamante e numerosi aiutanti nell'anno 1466.
In alto, nel catino absidale, si vede l'Incoronazione della Vergine, il cui volto si è supposto essere quello dell'amata Lucrezia Buti.

In basso, nella scena della Morte della Vergine, si può invece vedere un autoritratto maturo dell'artista, con mantello bianco e cappello nero, al cui fianco, con berretto rosso, vi è Piermatteo d'Amelia, pittore locale, e forse in primo piano il giovanissimo Filippino, figlio del maestro. Questi ultimi due, insieme a fra Giocondo, portarono a termine gli affreschi a seguito della morte del Lippi, Vasari sostiene per avvelenamento, nel 1469.

Filippo Lippi fu sepolto proprio nella cattedrale umbra, dove su di un sepolcro marmoreo disegnato dal figlio, l'epitaffio, scritto da Agnolo Poliziano su volere di Lorenzo il Magnifico, recita: «Qui sono sepolto io, Filippo, gloria della pittura: a nessuno è ignota la mirabile grazia della mia mano. Con le mie dita di artista ho saputo infondere vita ai colori ed ingannare a lungo gli animi che speravano di udire la voce: la natura stessa, fatta manifesta, si meravigliò delle mie figure e confessò che la mia arte è pari alla sua».

È qui riassunta tutta la fortuna che ebbe in vita il Lippi, che riuscì a competere, e forse superare, la natura stessa, per un memoriale funebre degno di quello che farà Pietro Bembo a Raffaello nel Pantheon di Roma, degno di un straordinario artista che, per lasciare la sentenza finale al Vasari: «Fu egli tale che ne' tempi suoi niuno lo trapassò, e ne' nostri, pochi»...


Bibliografia

  • Filippo Lippi - Antonio Paolucci - Giunti
  • L'amorosa figura - Roberto Piumini - Skira
  • Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti - Giorgio Vasari - Newton Compton editori
  • Disegno e analisi grafica - Mario Docci - Editori Laterza
  • Botticelli - Barbara Deimling - Taschen