Giovanni Boccaccio

Giovanni Boccaccio nacque nel 1313 a Certaldo, nei pressi di Firenze, figlio illegittimo del mercante Boccaccino di Chellino.

Fu avviato ai primi studi a Firenze e quando nel 1327 il padre si trasferì a Napoli in qualità di socio della potente banca fiorentina dei Bardi, poiché intendeva indirizzare il figlio alla sua stessa professione, lo portò con sé per fargli fare pratica mercantile. Sono esperienze che il giovane Boccaccio sopporta di malavoglia, ma il soggiorno napoletano, durato sino all'inverno del 1340, ebbe un'importanza determinante nella sua formazione. Viveva quotidianamente a contatto con una varietà di persone, come mercanti, gente di mare ed avventurieri che confluivano nella grande città, allora uno dei più importanti centri politici ed economici del Mediterraneo. Poté così maturare quello spirito di osservazione, quella conoscenza dei caratteri, dei costumi, quella concreta esperienza della realtà che sarà alla base della sua arte di narratore e che caratterizzerà le novelle del Decameron. Al tempo stesso poteva partecipare alla vita raffinata dell'aristocrazia e della ricca borghesia napoletana.

Grazie alla frequentazione dei corsi giuridici incontrò Cino da Pistoia, professore di diritto a Napoli tra il 1330 e il 1331. Attraverso il maestro, poeta stilnovista, ebbe modo di accostarsi alla lettura dei grandi poeti fiorentini e soprattutto di Dante.

Fu in questi anni che si affermò in Boccaccio la vocazione letteraria, destinata presto a trionfare sulle speranze del padre che lo voleva mercante e banchiere. Alla letteratura Boccaccio si accostò con la passione propria dell'autodidatta. Subì il fascino della tradizione cortese, dei versi d'amore e dei romanzi cavallereschi, molto amati negli ambienti aristocratici da lui frequentati. Inoltre cominciò ad affermarsi anche la devozione per i classici antichi. Erano però soprattutto i classici nuovi della recente letteratura volgare ad affascinarlo, in particolare un giovane letterato che con la sua fama e la sua dottrina già dominava la cultura contemporanea: Francesco Petrarca.

Con l'autore del Canzoniere si incontrerà varie volte e soprattutto inizierà un fitto scambio epistolare in cui si nota come Boccaccio consideri Petrarca il suo maestro; inoltre tra loro vi saranno molte discussioni a proposito di Dante, come nella lettera dalle Familiari, XXI, 15.

Questa esistenza serena dedita all'apprendimento e allo studio si interruppe improvvisamente nel 1340 a causa della crisi della banca dei Bardi, con Boccaccio che fu costretto a fare rientro a Firenze. Qui dovette cercarsi una sistemazione, recandosi presso vari signori in cerca di appoggio, sempre mantenendo viva la speranza di poter ritornare a Napoli, a cui lo legavano le memorie giovanili, senza tuttavia riuscirvi. Nel 1348 visse l'esperienza della peste da cui prese spunto per la cornice introduttiva del suo capolavoro, il Decameron. Nell'Ottocento Alessandro Manzoni riprenderà il suo esempio per descrivere ne I promessi sposi l'epidemia che afflisse nel Seicento la città di Milano.
Le sue ultime fatiche furono un commento alla Commedia ed il Trattatello in laude di Dante, opere che denotano il culto per il suo maestro e concittadino, nel quale proietta l'immagine ideale del poeta.
Si spense il 21 dicembre dell'anno 1375.

Opere

Periodo napoletano

  • Caccia di Diana: poemetto in terzine datato 1334 circa, quindi redatto in giovanissima età, in cui l'autore si concentra sul tema dell'amor cortese. Le ninfe seguaci di Diana, casta dea della caccia, si ribellano ed offrono le loro prede a Venere, che trasforma gli animali in uomini bellissimi; tra questi vi è anche il poeta che, grazie alla gentilezza dell'amata, diviene un uomo pieno di virtù. Il significato del testo è quello che l'amore è fonte di ingentilimento e di elevazione per chi ha un cuore rivolto ai nobili sentimenti.
  • Filostrato: poemetto del 1335-1338 scritto in ottave, il metro tipico dei cantari popolari costituito da strofe di otto endecasillabi. Dedicato alla donna amata, il titolo significa "vinto d'amore" ed è evidente la volontà di narrare in modo romanzesco l'esperienza autobiografica degli amori giovanili dell'autore.
  • Filoloco: risalente al 1336, il titolo significa "fatica d'amore" ed è il primo romanzo avventuroso della nostra letteratura scritto in prosa che narra delle peripezie di due giovani innamorati.
  • Teseida: scritto tra il 1339 e il 1340 e forse rivisto più avanti a Firenze, il Teseida delle nozze d'Emilia è un poema in ottave che narra delle guerre del mitico re Teseo contro le Amazzoni e contro Tebe. È dunque una storia medievale di armi e di amori. Al centro della narrazione vi sono le vicende di Arcita e Palemone, legati da profonda amicizia ma entrambi innamorati di Emilia, regina degli Amazzoni. Sebbene la storia d'amore sia nuovamente l'interesse principale, il racconto è appesantito dalle preoccupazioni retoriche e stilistiche.

Periodo fiorentino (pre - Decameron)

  • Comedìa delle ninfe fiorentine: opera in prosa dei primi anni Quaranta del Trecento, inframmezzata da componimenti in terzine cantati da vari personaggi. Il genere è dunque quello del prosimetro, come la Vita Nova di Dante, a cui l'autore si ispira costantemente, come si nota già dal titolo. Protagonista del racconto è il pastore Ameto, il quale incontra le ninfe dei colli fiorentini, che rappresentano allegoricamente le virtù. Grazie all'amore egli si trasforma da essere rozzo ed animalesco a uomo sensibile. Ritorna ancora una volta il tema dell'amor cortese che ingentilisce l'animo, tuttavia l'opera si propone come omaggio alla bellezza delle donne fiorentine, celate dietro le figure delle ninfe, in una celebrazione incondizionata e prettamente terrena della bellezza femminile che sembra allontanarsi dalla concezione stilnovista lasciando spazio ad una serenità e ad un edonismo, ossia la ricerca del piacere come sommo bene, maggiormente vicina al Decameron e al Rinascimento. I racconti delle ninfe, infatti, presentano già le caratteristiche di vere e proprie novelle, a volte persino comiche e spiccatamente erotiche.
  • Amorosa visione: poema allegorico in terzine costituito da cinquanta canti e datato al 1342-43. Accompagnato da una donna gentile, il poeta visita in sogno un castello, dove vede i trionfi della Sapienza, della Gloria, dell'Avarizia, dell'Amore e della Fortuna. Anche in tal caso lo schema allegorico dantesco viene trasformato in senso laico in modo da sottolineare, piuttosto che la volontà di compiere un viaggio mistico sino a Dio, il desiderio di conquistare una saggezza morale tutta umana.
  • Elegia di Madonna Fiammetta: romanzo in prosa del 1343-44 di estrema importanza in quanto il punto di vista della narrazione è affidato all'amata, che parla in prima persona. Fiammetta è una donna napoletana che è stata abbandonata dall'amante, il giovane fiorentino Panfilo, tornato nella sua città dimenticandosi di lei. Fiammetta attende invano il suo ritorno, ricordando i momenti felici trascorsi insieme, mentre si strugge di dolore e di gelosia. Il tormento è ancor più amaro in quanto la donna è sposata, dunque deve nascondere al marito la propria infelicità. Quest'ultimo, cercando di confortarla, la conduce in quei luoghi della riviera napoletana che le riportano vivi alla mente i ricordi della passata felicità, arrivando sino alla disperazione. L'elemento maggiormente significativo è il fatto che la parola sia affidata alla donna, soprattutto se si pensa che, fatta eccezione della Francesca da Rimini dantesca del Canto V dell'Inferno, questa è la prima volta che accade nella storia della nostra letteratura. Prima di allora la donna era l'oggetto del desiderio e del cantare dell'io poetico, ideale remoto e irraggiungibile privato di una soggettività. In quest'opera la donna diviene invece il soggetto stesso della narrazione, confessando il proprio amore e la propria passione anche fisica e carnale. La sostanziale differenza con Dante è che il Poeta, pur provando pietà per la vicenda di Francesca e Paolo, non poté che condannare il loro sentimento immorale e lussurioso, mentre la Fiammetta di Boccaccio ha tutta la simpatia e la partecipazione del suo autore.

Periodo fiorentino (post - Decameron)

  • Corbaccio: unica opera di inventiva a seguito del grande impegno del Decameron, incerta nella datazione, probabilmente gli anni Sessanta del Trecento, e nel significato del titolo. Il termine Corbaccio potrebbe infatti alludere al corvo come simbolo di maldicenza, oppure come uccello che becca gli occhi delle prede di cui si nutre, a rappresentare la forza dell'amore che accieca. Quello che è certo è che si tratta di una satira rivolta alle donne scritta in prosa volgare. Il genere della satira e la negazione dell'amore segnano un radicale rovesciamento delle opere giovanili e del Decameron, dato che il sentimento amoroso diviene causa di degradazione. Il protagonista del racconto, che narra in prima persona, è innamorato di una vedova ma il suo sentimento non è corrisposto. In sogno vede l'ex marito dell'amata che passa in rassegna i vizi della moglie e di tutte le donne, aiutandolo nel liberarsi dalla trappola d'amore nel quale è caduto e invitandolo a dedicarsi agli studi, più convenienti alla sua età.