D'Annunzio e la monarchia

Nato il 12 marzo 1863, esattamente a due anni dalla proclamazione del Regno d'Italia, il poeta Gabriele d'Annunzio visse l'intero periodo di dominio sabaudo sul nostro paese. Durante l'infanzia e la prima giovinezza vide infatti sul trono Vittorio Emanuele II, il "Padre della Patria", passando poi per l'intero regno di Umberto I, elogiando con raffinati e poetici versi la figura della regina Margherita di Savoia, mentre il nome dello scrittore cominciava ad essere conosciuto sia in patria che all'estero.
D'Annunzio ebbe modo poi di incontrare varie volte Vittorio Emanuele III, ma anche il principe ereditario e futuro "Re di maggio" Umberto II, infine il duca d'Aosta Emanuele Filiberto, primogenito di Amedeo I di Spagna, col quale stabilì un fitto scambio epistolare, e che in uno dei suoi colloqui con d'Annunzio si dichiarò pronto all'ipotesi di un colpo di Stato.
A cominciare dai primi del Novecento, passando per i quindici anni del governo di Giovanni Giolitti; dalla Prima guerra mondiale, con le spettacolari gesta di d'Annunzio culminate nell'Impresa di Fiume, si arriverà sino ai momenti appena precedenti l'ingresso del paese in una nuova e tragica guerra a fianco della Germania, scongiurata da d'Annunzio. L'attenzione sarà focalizzata sui rapporti fra la dinastia dei Savoia e il Vate, fondamentalmente una figura monarchica e sensibile al fascino regale, basti pensare alle sue frequentazioni del mondo aristocratico romano che trovano la massima espressione nel capolavoro Il piacere. La vita dell' "Immaginifico" poeta si concluse con l'esilio al Vittoriale degli Italiani, monumentale luogo di celebrazione della sua vita inimitabile, dove si spegnerà nel 1938, deluso dai reali, dai fascisti e da Benito Mussolini, il cui regime trascinò nel baratro anche il "piccolo re" e l'intera dinastia.

L'inizio del Novecento, quando d'Annunzio usciva con il romanzo Il fuoco iniziando ad essere considerato, a seguito della morte di Giosuè Carducci, come il maggiore poeta italiano, fu segnato dal regicidio di Umberto I, il "Re buono", al quale successe il figlio Vittorio Emanuele III, un monarca che dovette attraversare due grandi conflitti mondiali e i momenti più drammatici della storia contemporanea.

Vittorio Emanuele apprese dell'omicidio del padre solamente due giorni dopo, trovandosi in viaggio per mare a bordo di un panfilo con la moglie Elena del Montenegro, sposata nel 1896. Precipitandosi nel rientrare in patria, una volta giunto vi arrivò, di fatto, da sovrano: "o tu che chiamato dalla morte, venisti dal mare. Giovane che assunto dalla morte fosti Re nel mare", scrisse d'Annunzio.
A seguito delle solenni esequie al Pantheon, Vittorio Emanuele prestò giuramento, assumendosi ogni responsabilità e dimostrando un inaspettato coraggio per un ragazzo sino ad allora considerato introverso e inadeguato al suo ruolo.
Segnato nel fisico dall'unione tra Umberto e Margherita, cugini di primo grado, Vittorio Emanuele era afflitto da un complesso di inferiorità, maturando a lungo l'idea di rinunciare al trono in favore dell'affascinante cugino Emanuele Filiberto del ramo cadetto Aosta.
Profondamente colpito dall'assassinio del padre, il senso del dovere prese il sopravvento in Vittorio Emanuele, uomo di notevole cultura educato nella regola che "in casa Savoia, si regna uno alla volta". In un attimo svanirono così tutti i propositi giovanili.

Fondamentale presenza accanto a lui fu certamente la regina Elena, una donna semplice e rassicurante, ben diversa nei modi da Margherita. Il suo compito principale fu quello di tenere unita la famiglia reale con affetto e tenerezza, mentre a livello politico non ricoprì nessun ruolo. L'unione tra lei e Vittorio Emanuele rappresentava però, per l'Italia, la possibilità di guardare con ottimismo a quei territori affacciati sull'Adriatico tanto cari a d'Annunzio, che soprannominò Elena "Principessa d'oltremare", celebrandone la bellezza in occasione del suo arrivo a Roma: "Questa giovine ospite è veramente bella e ornata di grazie delicate le quali non appariscono al primo sguardo ma si rivelano ad una ad una accendendosi come fiammelle tremule su un candelabro di molti rami finché ella tutta ne brilli".

Il nuovo sovrano giurò a se stesso che d'ora in avanti avrebbe cercato di evitare al paese altri inutili spargimenti di sangue e qualunque scontro sociale. Tuttavia, già durante i funerali del padre a Roma si capiva che qualcosa era cambiato. Al tempo della morte del primo re d'Italia, Vittorio Emanuele II, il popolo aveva infatti partecipato con commozione alla cerimonia, sinceramente segnato dalla perdita di un personaggio entrato nell'immaginario collettivo per aver creato l'Italia unita. Numerosissima fu la folla anche per Umberto, ma la sensazione era che la paura, lo sbigottimento per un atto drammatico, avesse preso il sopravvento.

L'anarchico Gaetano Bresci spara a re Umberto I.

Così, nonostante la relativa tranquillità dal punto di vista politico del periodo di fine Belle Époque noto come "età giolittiana", si crearono sullo sfondo le premesse per la nascita di movimenti populisti e nuove ideologie nazionaliste, come il fascismo, che seppero capire le paure e fomentare l'odio.
I cambiamenti più radicali di questi anni avvennero nei sistemi produttivi industriali, che influirono sulle condizioni economiche e di vita dei sudditi, alimentando la differenza tra un nord che aveva conosciuto la rivoluzione industriale e un sud, povero e arretrato, nel quale crescevano i fenomeni criminali costringendo molti italiani ad emigrare.
Giolitti, dapprima ministro dell'Interno nel governo Zanardelli, ricoprì l'incarico di Presidente del Consiglio sino alla vigilia della Grande Guerra, alla quale l'Italia prese parte, dopo l'iniziale posizione di neutralità, nell'anno 1915.

A sinistra re Vittorio Emanuele e al centro Giovanni Giolitti.

La Prima guerra mondiale si scatenò quando l'Austria dichiarò guerra alla Serbia. Decisivo fu nuovamente un attentato, avvenuto il 28 giugno 1914 a Sarajevo, capitale della Bosnia, nel quale perse la vita l'erede al trono austriaco Francesco Ferdinando. La Bosnia era stata da poco annessa all'Austria e contesa in precedenza con la Serbia, che si sentì minacciata nelle sue ambizioni espansionistiche. L'episodio mise in risalto anche altri conflitti internazionali tra le varie potenze europee. Tutti avevano infatti ambizioni nazionaliste e il timore di un'egemonia austriaca.
In Italia si costituirono due schieramenti opposti, uno a favore della neutralità e uno a favore dell'intervento. Tra i neutralisti vi erano molti liberali, tra cui personaggi di assoluta rilevanza come Giolitti, l'intero mondo cattolico e il pontefice Benedetto XV, infine i socialisti, guidati dall'allora direttore del quotidiano "Avanti!", Benito Mussolini, che presto cambierà completamente idea intuendo che il conflitto avrebbe potuto avere una valenza rivoluzionaria.
Le voci più influenti e autorevoli dell'interventismo erano invece d'Annunzio, che sarà protagonista di gesta eroiche come il volo su Vienna, ma, soprattutto, Vittorio Emanuele III.

D'Annunzio pronto al decollo sull'aereo, oggi conservato al Vittoriale, del volo su Vienna.

A Roma, il 19 maggio 1915, il re e d'Annunzio si videro per un colloquio presso villa Savoia, un incontro che rafforzò i loro rapporti quando la dichiarazione di guerra all'Austria era pronta.
Nei giorni precedenti folle immense si erano radunate nelle piazze per salutare e osannare d'Annunzio, ormai una delle personalità più influenti a livello politico, condannando duramente l'operato di Giolitti. I neutralisti, dapprima in maggioranza, finirono per eclissarsi nel silenzio.
Il discorso maggiormente influente del Vate fu quello al Campidoglio, nel quale espresse piena fiducia al sovrano annunciando di fatto l'entrata in guerra, avvenuta il 24 maggio.
"Il Re d'Italia ha riudito nel suo gran cuore l'ammonimento di Camillo Cavour: «L'ora suprema per la Monarchia sabauda è sonata».
Sì, è sonata, nell'altissimo cielo, nel cielo che pende, o Romani, sul vostro Pantheon, che sta, o Romani, su questo eterno Campidoglio.

Apri alle nostre virtù le porte
Dei dominii futuri,

gli cantò un poeta italiano quando Egli, assunto dalla Morte, fu Re nel Mare. Questo gli grida oggi non il poeta solitario ma l'intero popolo, consapevole e pronto".

Il Vate dinanzi a piazza del Campidoglio.

Ricorda così d'Annunzio l'incontro con il sovrano a villa Savoia:
"L'una e l'altra [la facoltà dell'azione e la facoltà della contemplazione] io ritrovai in lui, nel mio recente colloquio, ma fatte più gravi e più profonde; e ritrovai quella gentilezza di pura qualità italiana, nel senso che davano alla parola i nostri padri del Trecento, quella gentilezza sobria e virile che gli suggerì l'atto di venirmi incontro fin quasi al cancello, non tanto per fare onore a me, umile servitore della Patria, ma per onorare in me «lo spirito che mi conduce, l'amore che mi possiede, l'idea che io servo».
Arrivando in Roma, io m'ero gettato nella mischia senza badare ai colpi. Vi fu un momento in cui credemmo tutto perduto, quando il Governo rassegnò il suo ufficio nelle mani del Re. Vi fu un momento in cui credemmo che fosse veramente per compiersi su la Patria l'orribile assassinio. E da quel momento combattemmo con una specie di furore disperato, senza badare ai colpi. Nelle mie parole e nei miei atti io rappresentavo il più crudo spirito di opposizione contro un uomo politico perniciosissimo, il quale tuttavia era stato Ministro del Re, insignito della più alta onorificenza regale. Il 14 maggio, nell'adunanza del popolo, io avevo accusato di alto tradimento quell'uomo, con una determinazione implacabile, con una freddezza precisa, adducendo la prova dei fatti. Tutto il popolo aveva risposto con un urlo di morte.
Questo sapeva il Re che mi veniva incontro pel viale ombrato. E, tenendomi la mano, egli tendeva la mano al buon combattente, egli accoglieva il messaggio del popolo di Roma, con un gesto di nobile franchezza egli dichiarava da qual parte fosse il diritto e la ragione, egli sdegnava e respingeva i frodatori e i barattatori. Nessuno ormai poteva più dubitare, nessuno poteva più temere. Quella mano, tesa verso un poeta ancor caldo della battaglia combattuta, era già pronta a sguainare la spada".

Per il Vate la guerra era un palcoscenico di gloria grazie al quale potersi mettere in mostra attraverso grandi imprese. Elegante e magnifico nella sua uniforme cucita per l'occasione da un sarto, d'Annunzio fu affidato al reggimento di Emanuele Filiberto duca d'Aosta, estimatore del poeta. Arruolatosi volontario per combattere in prima linea, il Vate rischiò di perdere l'occhio destro, tuttavia non visse mai le esperienze più dure del conflitto, come le trincee descritte da Giuseppe Ungaretti nelle sue poesie.
La simpatia tra d'Annunzio ed Emanuele Filiberto, brillante condottiero della Terza Armata, non poteva certamente fare piacere a re Vittorio Emanuele, da sempre critico e invidioso nei confronti del prestante cugino.

D'Annunzio e il duca d'Aosta.

Nonostante la vittoria della guerra, che permise all'Italia di dimostrare di essere veramente una nazione destinata ad espandere i propri territori, d'Annunzio rimase deluso dal mancato rispetto del segreto Patto di Londra, firmato il 26 aprile 1915, col quale venivano promessi al nostro paese, in cambio della partecipazione alla guerra, il Trentino, il Tirolo sino al Brennero, il Friuli-Venezia Giulia, l'Istria e la Dalmazia. Il Vate insorse coniando il termine di "vittoria mutilata".
A livello europeo la Francia si accanì invece contro i tedeschi, per i quali nel Trattato di Versailles le condizioni di pace furono pesantissime, dando vita sostanzialmente ad un armistizio di vent'anni la cui tragica conseguenza fu la Seconda guerra mondiale.
La mattina del 12 settembre 1919 d'Annunzio, febbricitante, seguito da un manipolo di fedelissimi, entrò a Fiume come un condottiero rinascimentale, occupando militarmente la città situata nell'odierna Croazia e allora contesa tra il Regno d'Italia e la Jugoslavia.
"Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione... Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d'Italia proclamando l'annessione di Fiume".

La storica impresa dannunziana, che mise in evidenza la debolezza dello Stato italiano, divise la scena politica tra chi, contrario all'annessione, mostrava un atteggiamento rinunciatario nell'esercitare la naturale potestà sull'Adriatico con la convinzione che i problemi causati dalla guerra fossero altri, e chi, come il duca d'Aosta, condivideva l'idea della "vittoria mutilata" sostenendo con entusiasmo il Vate.
Per la prima volta il Comandante, com'era chiamato a Fiume, si trovò in contrasto con il re, il quale, pur tenendo particolarmente a quei territori, decise di opporsi.
A nulla era servito un secondo incontro a villa Savoia fra il sovrano e d'Annunzio, avvenuto nel giugno del 1919, mentre erano in corso le consultazioni per la formazione di un nuovo governo. I due passeggiarono nel parco e il poeta parlò per tre quarti d'ora, da grande oratore quale era, cercando di persuadere il re dall'affidare l'incarico a Nitti, da lui soprannominato "Cagoia". Il sovrano rimase in silenzio, fermo sin dall'inizio nella convinzione che aveva maturato già prima del colloquio, vale a dire quella di attenersi alle indicazioni delle Camere, rispettando la Costituzione.
Nel giorno della nomina di Nitti a Presidente del Consiglio d'Annunzio espresse tutto il suo sdegno in un articolo: "L'Italia non può assistere allo spettacolo che dà la casta politica se non con le narici turate. Oggi le consultazioni regali non sono se non un sommovimento di putredine, e il fetore sembra che cresca di ora in ora".

Il Vate a Fiume.

Secondo indiscrezioni giornalistiche la finalità di Fiume era anche quella di fondare una Repubblica delle Tre Venezie, comprendente Venezia, Fiume e l’intera Dalmazia, da affidare al duca d’Aosta in veste di presidente. D'Annunzio smentiva tale proposito, ed anzi tese la mano al sovrano invitandolo a recarsi a Fiume: "Pel giorno prossimo in cui Vittorio Emanuele III vorrà entrare in Fiume d'Italia per essere d'Italia due volte Re! Eia, eia, eia! Alalà!".
Vittorio Emanuele sospettava comunque di una possibile congiura per far cadere il governo, ma soprattutto era certo della volontà del cugino di prendere il proprio posto sul trono.

Emanuele Filiberto nel 1926.

I seguaci di d'Annunzio crebbero continuamente, tanto che il Comandante poteva contare su quante truppe volesse. L'esercito si mostrava infatti particolarmente entusiasta dell'impresa e fu il poeta stesso a dover frenare l'afflusso di soldati, non avendo sufficienti rifornimenti per tutti. Le precarie condizioni economiche in cui si trovava la città si rivelarono uno dei problemi principali per d'Annunzio, che del resto era sempre stato un pessimo amministratore di se stesso.

Privo del sostegno del governo, il gesto eroico di d'Annunzio si concluse nel "Natale di sangue" del 1920, con cui il successore di Nitti, Giovanni Giolitti, poneva fine all'Impresa di Fiume sparando colpi di cannone sulla città e sul palazzo dove risiedeva d'Annunzio, che si era opposto al Trattato di Rapallo firmato tra il governo italiano e la Jugoslavia.

"Il delitto è consumato. Le truppe regie hanno dato a Fiume il Natale funebre. Nella notte trasportiamo su le barelle i nostri feriti e i nostri morti. Resistiamo disperatamente, uno contro dieci, uno contro venti. Nessuno passerà, se non sopra i nostri corpi. Abbiamo fatto saltare tutti i ponti dell’Eneo. Combatteremo tutta la notte. E domani alla prima luce del giorno speriamo di guardare in faccia gli assassini della città martire".

Per d'Annunzio quella di Fiume fu una delusione troppo grande che sancì la rottura definitiva con la politica. Il giorno del doloroso commiato si rivolse per l'ultima volta alla folla che ancora lo acclamava lanciando fiori al suo passaggio, celebrando quel superuomo che aveva tenuto con fascino e carisma la città:
"Fiumani, fratelli, questa è l'ora più angosciosa della mia vita. Io rifarò fra poco quella via che feci sotto il sole di settembre del 1919. Per Fiume bella, per Fiume sana e forte: eia, eia, eia, alalà! Viva l'Amore! Alalà!".
Salì su un'automobile mentre la pioggia batteva forte, in uno scenario malinconico. Pioveva "su la favola bella che ieri m'illuse, che oggi t'illude"...

Ai sedici mesi fiumani seguiranno per il poeta diciassette anni di silenzio al Vittoriale, pagando un prezzo decisamente troppo alto anche per un superuomo come lui.
"A tutti i politicastri, amici o nemici, conviene dunque ormai disperare di me. Amo la mia arte rinnovellata, amo la mia casa donata. Nulla d'estraneo mi tocca, e d'ogni giudizio altrui mi rido".

Deluso da Nitti e Giolitti, ma anche da Mussolini, che nel frattempo seppe sfruttare la situazione a suo vantaggio, guadagnando consensi nel periodo del cosiddetto "biennio rosso", il Vate decise di dedicarsi alla celebrazione di se stesso, innalzando un museo alla sua vita avventurosa giunta ormai verso il tramonto.

Ai molti che si recavano al Vittoriale chiedendogli di riprendere l'azione divenendo una guida per la destra, il poeta rispondeva: "Sono avido di silenzio dopo tanto rumore, e di pace dopo tanta guerra". La politica era per lui un'occupazione secondaria, a cui si era dedicato solamente per l'entusiastico senso nazionalistico.
D'Annunzio era ormai irremovibile nella decisione di ritirarsi nella quiete dei suoi studi, dedicandosi alla scrittura, sognando un giorno di essere richiamato per acclamazione: "Mi auguro di essere la persona alla quale un giorno si penserà, dicendo - Avanti! Non resta dunque che lui! - Ma se pretendo di essere utile un giorno, se si ricorrerà a me, ho bisogno di una autorità illimitata".
Per quanto riguarda invece la figura del re, a chi gli chiedeva se fosse tempo di sostituirlo, magari proprio con il cugino Emanuele Filiberto, avvicinatosi nel frattempo alle ideologie fasciste, lo scrittore rispondeva chiaramente: "La persona del re non mi interessa. Inutile sostituirlo col duca d'Aosta: sono due imbecilli".
Di fatto Vittorio Emanuele, con il triste esito dell'Impresa di Fiume, si era privato di un possibile alleato nell'opposizione a Mussolini, la cui ombra incombeva minacciosa in questi anni. Probabilmente inadatto alla politica di ogni giorno, il Vate poteva infatti rivelarsi l'unica soluzione al regime, essendo ancora una personalità affascinante dalla quale in molti sognavano di essere guidati. Ad auspicare un suo intervento, quando a seguito della marcia su Roma cresceva notevolmente l'avversione dei dannunziani per il fascismo, era anche lo scrittore Ernest Hemingway, che scrisse convinto: "In Italia sorgerà una nuova opposizione, anzi si sta già formando, e sarà guidata da quel rodomonte vecchio e calvo, forse un po' matto, ma profondamente sincero e divinamente coraggioso, che è Gabriele d'Annunzio".
La rapida successione di governi deboli e la mancanza di alternative non fecero invece che accrescere i consensi per il fascismo, considerato dal popolo come un potere forte capace di ristabilire l'ordine e la disciplina nel paese. Così, il 30 ottobre dell'anno 1922, Mussolini salì al Quirinale, incaricato dal re di formare un nuovo governo. D'Annunzio, lodato ma soprattutto emarginato dal regime, si chiuse ancor più nella propria solitudine, indignato dalla cattiva imitazione che i fascisti facevano di lui.

D'Annunzio e Mussolini a bordo del Mas 96, oggi al Vittoriale.

I rapporti con il re sembrarono migliorare nel 1923, quando a dicembre d'Annunzio donò allo Stato il Vittoriale, mentre l'anno successivo Fiume veniva annessa all'Italia, con Vittorio Emanuele che tardivamente si recava nella città trascorsi cinque anni dall'appello del poeta soldato.
Mussolini si mosse per cercare di riavvicinare a sé d'Annunzio, chiedendo al sovrano di concedergli il titolo di Principe di Montenevoso, col quale venivano riconosciuti i suoi meriti per l'Italianità di Fiume a seguito della gloriosa impresa.
Pur mostrandosi riconoscente e orgoglioso del titolo, d'Annunzio volle sottolineare in una lettera al duce che nessuna corona lo avrebbe comprato o poteva donargli maggior prestigio, in quanto il suo nome sarebbe comunque rimasto nella storia in quanto tale, da predestinato eroe quale si sentiva sin dalla giovinezza: "Principe dell'Adriatico, sì; principe di Monte nevoso, sì, potete chiamarmi. Sono pur senza corone. Rimpicciolirmi nessuno può né potrà mai".
Evidente era invece la volontà di Mussolini di soddisfare ogni desiderio del Vate, pubblicando la sua opera omnia e contribuendo alle spese dei lussi del Vittoriale, al fine di relegare sempre più il temuto rivale, facendone un simbolo inoffensivo. Dirà di lui: "d'Annunzio è come un dente guasto: o lo si estirpa o lo si ricopre d'oro" .

Per coloro che ancora guardavano a Gardone come l'unica alternativa rimasta per scalzare il regime, che nel frattempo assumeva le forme di una dittatura, ogni possibilità svanì con l'episodio del delitto di Giacomo Matteotti.
Il deputato socialista fu aggredito il 10 giugno 1924 e sicuramente ucciso quello stesso giorno, anche se per il ritrovamento del cadavere passarono due mesi. Non è chiaro se l'ordine partì direttamente da Mussolini, che si assunse la piena responsabilità morale dell'accaduto, tuttavia il governo entrò in una crisi profonda la cui naturale conseguenza poteva essere la sfiducia del Parlamento. I partiti antifascisti, deboli più che mai, non seppero sfruttare la situazione, mentre d'Annunzio e Vittorio Emanuele, sebbene in modo differente, si comportarono allo stesso modo. Il sovrano lasciò ancora una volta che fosse il Parlamento a prendere qualunque decisione, preoccupato che un eventuale colpo di stato potesse travolgere anche la monarchia, ormai complice del regime; d'Annunzio, che all'inizio sembrò muoversi meglio, si rinchiuse poi in quel silenzio che durava dall'epilogo dell'impresa fiumana. Quello che rimane della vicenda è il suo pensiero riportato dai giornali dell'opposizione: "Sono molto triste di questa fetida ruina".
D'Annunzio e, soprattutto, Vittorio Emanuele, persero così l'ultima occasione di cambiare la storia del nostro paese.

Cortesi furono infine i rapporti fra d'Annunzio e il figlio di Vittorio Emanuele III, Umberto, l'ultimo re d'Italia, considerato da molti migliore di suo padre, ma impossibilitato a fare politica sino a quando non arrivò il suo momento a seguito dell'abdicazione di Vittorio Emanuele. La decisione del sovrano di tenere lontano Umberto dalla scena politica era interpretabile, oltre ad una mancanza di fiducia nei suoi riguardi, come la scelta di non coinvolgere la monarchia in un rapporto troppo stretto con il regime, distinguendo quindi la propria posizione politica, ormai compromessa, da quella dell'erede.
Probabilmente per evitare che si alimentassero voci di chissà quali piani tra il principe ereditario e il Comandante contro Mussolini, o semplicemente per l'aggravarsi delle condizioni di salute del poeta, la visita di Umberto al Vittoriale, dopo vari tentativi, avvenne solo nel 1932.

Il principe era ovviamente accompagnato dalla moglie, Maria José del Belgio, la quale, donna di cultura in contatto con i politici e gli intellettuali antifascisti, fu entusiasta di recarsi a casa d'Annunzio, avendo modo di dialogare con lui di arte, poesia e, in particolare, di musica, argomento che appassionava entrambi. La futura regina ci riporta una minuziosa descrizione di quella giornata così particolare:

"Il 4 ottobre 1932 alla stazione di Desenzano il «Comandante», come amava essere chiamato, ci aspettava con l'elmetto in mano. Di bassa statura, il cranio calvo, la bocca sdentata, faceva pensare a un qualche falso Gandhi. Ci salutò affettuosamente e ci guidò verso il lago di Garda, dove prendemmo posto su un Mas della marina italiana. Ma c'era burrasca e grosse ondate rischiarono di capovolgere l'imbarcazione. Fummo costretti a fare dietrofront. D'Annunzio, inzuppato, con l'abito grigioperla annerito, si sentì chiedere da Umberto se non temeva il freddo.
«Il calore del mio cuore» egli rispose «è tanto forte che mi impedisce di sentire la più implacabile delle tramontane».
Come arrivammo al Vittoriale una forte cannonata ci straziò i timpani. Proveniva dalla prora del vascello Puglia, incastrata nella collina di proprietà di d'Annunzio.
Fra cipressi e oleandri, archi, statue e urne funerarie immortalavano il ricordo dei compagni del nostro ospite e caduti a Fiume.
Infine la villa, che visione! Vero antro da mago. Impossibile descriverla, tanto tutto era sovraccarico. Innumerevoli oggetti d'arte mescolati a paccottiglia da bazar: canapè, petali di rose, cuscini, vasi, stoffe, statue, disegni pornografici, eliche d'aeroplano, reliquie... Strana promiscuità fra macabro, voluttà e antichità. Vero e falso s'insultavano a vicenda. Ma la parola magica del poeta amalgamava quegli oggetti disparati in uno stesso mondo illusorio e reale, creato dalla inesauribile immaginazione.
Dopo pranzo ci condusse nella camera degli ospiti. Tutte le persiane erano chiuse. Dai vani delle finestre ci fissavano maschere spettrali dalle orride smorfie. Inusabili gli asciugamani lamé a fili d'oro e d'argento, tessuti dal poeta.
Nella sala da musica un pianoforte ch'era appartenuto a Franz Liszt serviva alla musica di Luisa Baccara, pianista, economa e amante del padrone di casa.
In quanto ospiti di rango fummo rivestiti con un saio tibetano cinto da una corda francescana! Mussolini, quando si recò al Vittoriale, evitò quel cerimoniale, per paura del ridicolo.
Al momento del congedo Gabriele d'Annunzio mi offrì una grande fotografia di lui stesso in divisa d'aviatore, in posa vanitosa, col pugnale al cinturone. Mi pregò anche di comunicare a mio padre il suo gran desiderio di rivederlo. Si erano incontrati al fronte nel 1917.
In seguito avrei ricevuto molte opere del poeta, arricchite da brillanti dediche in quella stupefacente scrittura che anche l'ultimo gerarca fascista cercava di imitare".

La principessa Maria José del Belgio.

Pochi mesi prima di morire, il 30 settembre del 1937, d'Annunzio incontrò Mussolini alla stazione di Verona, di ritorno da un viaggio trionfale in Germania. Non vi sono testimonianze dirette del motivo di quell'incontro, anche se il precipitarsi del Vate per incontrare il capo del governo lascia pensare ad un ultimo tentativo di dissuadere il duce dal proseguire l'amicizia con Hitler, che d'Annunzio definì "pagliaccio feroce". Il poeta auspicava da sempre una collaborazione con la Francia, paese dove aveva vissuto e di cui amava la cultura, ma per la nostra storia era ormai davvero troppo tardi. D'Annunzio si spense a marzo al Vittoriale e per l'Italia cominciavano anni drammatici, culminati con il referendum del 2 giugno 1946 e l'esilio di Umberto II.


Bibliografia

  • D'Annunzio. Il poeta armato - Antonio Spinosa - Mondadori
  • Vittorio Emanuele III. L'astuzia di un re - Antonio Spinosa - Mondadori
  • I Savoia. Novecento anni di una dinastia - Gianni Oliva - Mondadori
  • D'Annunzio e i Savoia - Vito Salierno - Salerno Editrice

Note

Ringrazio la pagina Facebook "Gabriele d'Annunzio Poeta Soldato" per avermi concesso di utilizzare la foto del poeta affacciato dinanzi a piazza del Campidoglio.

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