Giuseppe Ungaretti

Il vero amore è come una finestra illuminata in una notte buia. Il vero amore è una quiete accesa.

Giuseppe Ungaretti è il poeta delle brevi poesie; è il precursore dell'ermetismo, quella tendenza letteraria che, riallacciandosi al simbolismo francese, aspirava ad una poesia pura ed essenziale; è l'autore della poesia più corta e nota della nostra letteratura: "M'illumino d'immenso".
Per questo Ungaretti è divenuto il modello principale per chi sente dentro sé il bisogno di comporre una poesia, in quanto esprimersi con le sue parole sembra essere semplice. Non bisogna però lasciarsi ingannare; una poesia breve non è necessariamente facile da scrivere e nemmeno da capire. Nelle brevissime composizioni di Ungaretti sono celati molteplici e profondi significati che solo un lettore che ha la sensibilità di andare oltre alle parole riuscirà a cogliere davvero. Egli ha lavorato per anni a testi di pochissimi versi, apportando continue correzioni per giungere a quel preciso significato, a quel particolare ricordo, a quell'emozione a cui conducono le poche ma imprescindibili parole.
Ungaretti è riuscito a parlarci di sentimenti tra i più alti e misteriosi nella loro totalità, nella loro essenza, come del vero amore o del sentimento quasi divino che lega una madre a suo figlio. Il vero amore è per lui "come una finestra illuminata in una notte buia"; è dunque quella serenità, quella gioia che proviamo nel ritornare nell'intimo della nostra famiglia alla sera, oppure dalla persona amata, quel bisogno che abbiamo di certezza e d'affetto, perché da soli ci sentiamo persi nella confusione del mondo. Quella luce accesa in casa di qualcuno che ti aspetta è come una stella nel firmamento, è il rifugio della nostra anima. Ancora, "è una quiete accesa", riferendosi al miracolo che accade quando un amore dura nel tempo, uno dei sentimenti più preziosi della vita. Non si parla in questo caso dell'amore travolgente di cui parlano i libri delle più grandi storie d'amore, di quello romantico che arde per raggiungere la felicità e il lieto fine, bensì di quello del dopo il "vissero felici e contenti", quello che si vive ogni giorno, di cui i romanzi non parlano, quello che sì brucia, ma senza spegnersi, ravvivando ogni giorno la fiamma della bellezza, del desiderio. Esso è capace di esaltare il quotidiano e la semplicità delle piccole cose, con quella straordinaria forma d'affetto che è la complicità; felice è l'uomo che vive queste emozioni scorgendo sempre negli occhi dell'amata la luce di quando si è innamorato per la prima volta. Felici coloro che avranno il coraggio di vivere tutto ciò e dichiarare i propri sentimenti prima che sia troppo tardi. Il loro sarà un legame che donerà in ogni istante la forza per andare avanti, sarà l'essenza della loro vita. Piccolo è invece l'uomo che cerca nuovi amori, che insegue prima di tutto il piacere, come ad avere paura del per sempre; egli si ritroverà presto solo e profondamente deluso.
Non è sicuramente facile vivere uno di quegli amori capaci di non sfiorire nel tempo; assai più semplice è vivere intensamente in poco tempo una passione, piuttosto che proteggerla giorno dopo giorno come un fiore prezioso. Per chi però avrà questa forza e questa grandezza d'animo la ricompensa sarà grande, perché capace di comprendere l'eternità, di farne parte, perché "al tramonto della vita saremo giudicati sull'amore".

Finestra aperta - Henri Matisse - 1905

L'amore di una mamma per suo figlio è forse il sentimento più vicino a Dio, capace di donare la vita. È quell'infinita dolcezza e delicatezza che Michelangelo Buonarroti scolpì nella Pietà Vaticana, quell'Amore che ha provato anche Maria, la Madre di tutte le madri.
Un'altra delle opere più celebri che riguardano la figura materna è proprio una poesia di Ungaretti i cui versi struggenti riempono il cuore di bellezza e serenità. Nonostante il poeta parli del momento della propria morte, l'immagine della madre che lo aspetta è l'emblema della felicità. È come se tutto ricominciasse e quello sguardo donasse nuova vita. Perché è proprio in una situazione spaventosa e misteriosa, come quella della morte, che una mamma viene in soccorso del proprio bambino, così come aveva fatto mettendolo al mondo, prendendolo subito in braccio per consolarlo. I versi conclusivi di questa poesia sono tra quelli eterni della storia della nostra letteratura e ci ricordano che non siamo soli, perché una mamma ci aspetta sempre, anche quando non c'è più fisicamente, e non aspetta altro che riabbracciarci.

E il cuore quando d'un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d'ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all'eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m'avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d'avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

Madonna Tempi - Raffaello Sanzio - 1508 circa

Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d'Egitto nel 1888 da genitori italiani originari della provincia di Lucca. Studiò al Collegio Don Bosco di cui conserverà però un ricordo sgradevole in quanto insofferente verso qualsiasi forma di disciplina. Ad Alessandria iniziò ad avvicinarsi alla letteratura italiana grazie all'abbonamento a "La Voce", rivista d'avanguardia fondata nel 1908 da Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini, con il quale pochi anni dopo intrattenne un rapporto epistolare.

Si accostò inoltre alla filosofia di Friedrich Nietzsche e alla letteratura francese, in particolare ad autori come Arthur Rimbaud, Stéphane Mallarmé e Charles Baudelaire.
Nel 1912 si recò a Parigi per frequentare l'università, seguendo le lezioni del filosofo Henri Bergson. Entrò così in contatto con l'ambiente artistico di quella che era la capitale culturale d'Europa, stringendo amicizia con Apollinaire e conoscendo i pittori Pablo Picasso e Amedeo Modigliani.
In una preziosa intervista del 1961 Ungaretti indica i suoi due principali modelli a cui fece riferimento nei primi anni in cui si avvicinò alla scrittura, i due poeti che lo fecero appassionare e che da quel momento sempre lo ispirarono: Giacomo Leopardi e Stéphane Mallarmé.
Mallarmé perché nel suo essere un poeta maledetto, oscuro, celava nella sua poesia un segreto profondo. La poesia è tale proprio se porta in sé un segreto e anche la poesia apparentemente più semplice può contenere un grande segreto. Leopardi ciò lo aveva capito già anni prima. E in tal senso quale poesia meglio de L'infinito esprime quel mistero profondo dell'esistenza in cui anche il naufragare nel mare della propria interiorità diviene dolce?
Nel 1915, poco dopo aver pubblicato le prime poesie, è chiamato in guerra come soldato semplice: combatte sul Carso e poi, nel 1918, sul fronte franco-tedesco. Intanto porta con sé un taccuino su cui annota le sue poesie, segnate dalla drammaticità della guerra.

Soldati

Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie

L'albero di gelso - Vincent Van Gogh - 1889

Nelle poesie di Ungaretti fondamentale è soffermarsi sul titolo, indispensabile alla decifrazione del senso. I soldati vivono in guerra una condizione fragile e precaria a cui il poeta paragona, con una similitudine, quella delle foglie sui rami degli alberi in autunno. La forza di queste parole sta nel riassumere l'intera condizione umana nei secoli, dalle origini ai nostri giorni. Inoltre il paragone tra la vita umana e quella delle foglie è un topos letterario molto antico, presente già in Omero e Virgilio, in seguito utilizzato da Dante nel Canto III dell'Inferno per descrivere il gran numero di dannati sulla riva del fiume Acheronte. Anche il Poeta fa una similitudine: come d'autunno le foglie si staccano dai rami ad una ad una, così le anime dei malvagi si gettano dalla riva al richiamo di Caronte, nello stesso modo in cui fanno gli uccelli al richiamo del cacciatore.

Come d'autunno si levan le foglie
l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,

similmente il mal seme d'Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.

vv. 112-117

Nel 1916 era intanto uscito il suo primo libro, Il porto sepolto, la cui riedizione del 1923 porta la prefazione di Benito Mussolini, testimonianza dell'adesione di Ungaretti al fascismo, inteso come movimento rivoluzionario. Dopo la guerra, Ungaretti restò nella capitale francese, dapprima come corrispondente del quotidiano Il Popolo d'Italia, diretto da Mussolini, ed in seguito come impiegato all'ufficio stampa dell'ambasciata italiana. Nel 1918 si spense l'amico Apollinaire, trovato morto dallo stesso Ungaretti recatosi a visitarlo.
Nel 1919 venne stampato Allegria di naufragi, che conteneva anche le poesie del Porto sepolto; a partire dall'edizione del 1931 il titolo verrà cambiato in L'allegria.
L'anno successivo sposò Jeanne Dupoix, dalla cui relazione nasceranno i suoi due figli, la primogenita Ninon e Antonietto, di cinque anni più piccolo, mancato quando era ancora un bambino nel 1939. Questo triste episodio ispirò le poesie del libro Il dolore, datato 1947.
Dal 1921 visse a Roma, lavorando principalmente come giornalista. Nel 1933 uscì la raccolta Sentimento del tempo. Trascorse poi gli anni dal 1937 al 1942 a San Paolo del Brasile, dove insegnò Lingua e letteratura italiana all'Università. Continuerà questa professione anche al suo ritorno in Italia insegnando Letteratura italiana contemporanea all'Università "La Sapienza" di Roma.
Sempre nell'intervista del 1961 afferma di aver fatto nella sua vita il poeta "nei ritagli di tempo", dichiarando la sua passione per il nobile mestiere dell'insegnamento in quanto "stare a contatto con i giovani è una delle esperienze più vere che un uomo possa fare e perché l'umanità si conosce meglio nei giovani".
Già dal 1942 l'editore Mondadori ripubblicò le opere di Ungaretti sotto il titolo di Vita d'un uomo, oggi la raccolta più nota. Un'altra grande perdita nel 1958 segnò il suo animo: la moglie Jeanne morì in seguito a una grave malattia.
Per i suoi ottant'anni, nel 1968, l'autore venne festeggiato in Campidoglio alla presenza del Presidente del Consiglio Aldo Moro e dei colleghi Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo.

Foto con un Ungaretti sorridente insieme a Montale e Quasimodo

Un viaggio a New York, nel 1970, durante il quale gli fu assegnato un prestigioso premio, debilitò definitivamente la sua salute. La morte lo colse a Milano il primo giorno di giugno del 1970 all'età di ottantadue anni. Ai funerali a Roma non partecipò alcuna rappresentanza ufficiale dello Stato italiano.

Ungaretti a Milano in Galleria Vittorio Emanuele

Ungaretti non ottenne mai il Premio Nobel per la Letteratura, sfiorato nel 1954. Nessuno più di lui lo avrebbe meritato per quello che ci ha lasciato, per quanta realtà è custodita nei suoi versi. La sua vita, afferma sempre nell'intervista, è stata molto dura; il suo cuore straziato dalle atrocità della guerra, dai lutti, ma allo stesso tempo capace di trovare la forza per affrontare ogni giorno col sorriso, con semplicità, di rifugiarsi nella poesia durante le notti buie in guerra per non pensare al pericolo. Questa è la grandezza dell'anima di un uomo il cui specchio è proprio lo sguardo. Ungaretti è la nostra poesia, il suo volto la nostra storia, quello che siamo e dobbiamo ricordarci sempre di essere.

Una delle poesie più intense della raccolta L'allegria è Veglia, datata 1915, in cui il poeta, in guerra, resta a lungo accanto al corpo morto di un compagno ucciso, fino quasi a condividere con lui l'esperienza della morte. Proprio l'aver vissuto questa condizione estrema gli permette di trovare dentro di sé la forza per reagire e amare ancor di più la vita, come per vivere anche per lui. Compone così "lettere piene d'amore".

Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

La poesia Fratelli, del 1916, si concentra ancora sull'inumanità della guerra, ma anche sulla possibilità di resistere al suo orrore, ricordandosi il valore di alcune parole fondamentali per l'uomo. La parola "fratelli", che ritorna dal titolo sino all'ultimo verso, è una di quelle di cui non si dovrà mai fare a meno.

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell'aria spasimante
Involontaria rivolta
Dell'uomo presente alla sua
Fragilità

Fratelli

Il tema principale della poesia San Martino del Carso, sempre dello stesso anno e appartenente alla raccolta L'allegria, è invece il rapporto di corrispondenza che si stabilisce tra paesaggio e interiorità. Il paese distrutto e devastato dalla guerra è infatti paragonato al cuore del poeta, ancor più sofferente: "È il mio cuore il paese più straziato".

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

Nei versi di Ungaretti si ritrova lo sperimentalismo della poesia novecentesca di cui Mallarmé fu un precursore, come i versi spezzati e privi di punteggiatura tipici della raccolta Calligrammi di Apollinaire. Ungaretti è fortemente attratto dalle poesie visive di Apollinaire, dalla loro novità. Quelle parole cariche di magia, che suggeriscono più che descrivere, che evocano ricordi, sono oggetto di studio e di un grande amore da parte del poeta.
Anche la poesia Sono una creatura pone al centro una similitudine tragica, quella tra la condizione disumana vissuta dal poeta in guerra e quella della pietra della montagna di San Michele, "fredda" e "prosciugata". Richiama inoltre Soldati per il paragone tra l'elemento naturale e l'uomo. La disperata concezione della vita in quei momenti da parte dell'autore emerge con forza negli ultimi versi: "La morte di sconta vivendo".

Come questa pietra
del S.Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo

L'immagine della speranza è invece riposta nei due versi di Mattina: "M'illumino d'immenso". Ungaretti è in guerra, quando in un momento di quiete all'alba viene abbracciato dalla luce intensa proveniente dal sole appena sorto. Questa luce illumina lo spazio circostante e riscalda l'animo del poeta, facendogli percepire la vastità dell'infinito. È la luce della salvezza, l'esperienza leopardiana del sublime, il divino che irradia nell'umano donando conforto e nuova vita.

Il sognatore - Caspar David Friedrich - 1835


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