Eterno

Era già malato Raffaello quando dipinse l'Autoritratto con un amico custodito al Museo del Louvre di Parigi. Il viso segnato dalla sofferenza di quelle "febbri continue" di cui parla Giorgio Vasari nelle Vite, la barba incolta e gli occhi infossati, fanno apparire gli anni fiorentini a bottega da Leonardo da Vinci e l'Autoritratto degli Uffizi come il ricordo di un tempo ormai lontano.
In realtà erano passati meno di quindici anni da quel periodo e poco più di dieci da quando arrivò appena venticinquenne a Roma, chiamato da papa Giulio II della Rovere per dipingere i propri appartamenti privati.
Nell'eleganza, nei modi affabili e nella grazia del pittore, già considerato lo "stupore del secolo", confluivano la squisita raffinatezza della corte di Urbino, le esatte proporzioni di Piero della Francesca e la dolcezza delle forme di Pietro Perugino.

Per ogni appassionato d'arte e per ogni pittore, potersi recare in quegli anni a Roma e contemplare le straordinarie novità dell'arte di Raffaello e del fiorentino Michelangelo Buonarroti, era il più grande fra tutti i desideri. Tuttavia, mentre nel caso del Buonarroti abbiamo l'idea, ricavata anche dai suoi sonetti, dell'artista tenebroso e misantropo chiuso nella solitudine dei muri della Cappella Sistina, per il Sanzio dobbiamo immaginarci un giovane uomo gentile e disponibile con tutti, quasi consapevole dello scorrere inesorabile del tempo e di un destino che lo avrebbe visto morire giovanissimo. Così lavorò senza sosta e non perse mai l'occasione di trasmettere le sue conoscenze a chi stava insieme a lui, dedicando del tempo a chiunque ne avesse bisogno.

Dicesi che ogni pittore che conosciuto l’avesse, et anche chi non lo avesse conosciuto, se lo avessi richiesto di qualche disegno che gli bisognasse, egli lasciava l’opera sua per sovvenirlo.

Se quindi all'interno della Sistina Michelangelo visse anni di solitudine, stremato dalla fatica fisica, nelle Stanze o nella bellissima villa Farnesina, Raffaello lavorava con moltissimi altri collaboratori, consiglieri ed intellettuali che costituivano una sorta di elegante corte di cui lui stesso era il principe.

E sempre tenne infiniti in opera, aiutandoli et insegnandoli con quello amore che non ad artifici, ma a figliuoli proprii si conveniva. Per la qual cagione si vedeva che non andava mai a corte che partendo di casa non avesse seco cinquanta pittori tutti valenti e buoni che gli facevono compagnia per onorarlo. Egli insomma non visse da pittore, ma da principe.

Amato da Giulio II prima e Leone X poi, rispettato dai potenti, Raffaello si trovava perfettamente a suo agio nell'ambiente pontificio, mosso dal desiderio di celebrare con la sua arte la grandezza del creato e raffigurare la presenza di Dio nel mondo.
Perché la nobiltà delle discipline umanistiche è quella di essere l'ombra del divino sulla terra, di accarezzare per mezzo della bellezza le profondità più recondite dell'animo umano, portandolo alla dolce consapevolezza dell'esistenza di qualcosa di più grande, qualcosa che a fatica riusciamo a contenere nella nostra mente, ma di cui capiamo di appartenere in eterno.
L'arte di Raffaello, entrando nelle Stanze, è in grado di trasmetterci perfettamente questa sensazione e possiede l'incredibile capacità di rappresentare con estrema chiarezza, nella Disputa del Sacramento, quello che è il concetto teologico più vertiginoso, ossia il mistero del Verbo Incarnato.
Dinanzi all'eterno, smarriti ed attoniti, sentiamo però di non essere soli: vi è un angelo che ci invita all'adorazione eucaristica e all'osservare gli altri personaggi attorno alla Trinità: sono tutti i santi, i dottori della Chiesa e, più in basso, i grandi personaggi dell'umanità, alcuni dei quali cercano risposte nei loro libri. Noi, insieme a loro, facciamo parte di questo mistero e siamo amati in modo incondizionato da un Amore infinito.

Per porsi queste domande e riuscire ad avvicinarsi al segreto più profondo, al significato più intimo della vita, Raffaello sottolinea nell'affresco adiacente, il Parnaso, come la nostra anima debba essere sensibile e predisposta alla bellezza; di fronte alla Disputa del Sacramento, invece, esprime l'importanza della conoscenza, del sapere. Ed ecco, allora, la celeberrima Scuola di Atene, summa della cultura umanistica, assemblea dei più grandi pensatori e artisti di ogni epoca, riuniti nel cuore della cristianità, vale a dire in quella che è la prefigurazione della nuova basilica di San Pietro.

Raffaello, artista e uomo di raffinatissima cultura, insegnava tutto ciò ai suoi allievi, per i quali, non avendo figli, nutriva un affetto simile a quello di un padre, trasmettendogli le proprie conoscenze pittoriche, ma soprattutto la ricerca del bello, educandoli alla vita, all'amore.
Così pian piano arrivarono da diverse città italiane alcuni ragazzi che avevano mostrato presto la loro predisposizione per la nobile professione delle arti, desiderosi di conoscere e ricevere insegnamenti da Raffaello. Tra i tanti si ricorda Giulio Romano come l'allievo più dotato che continuerà l'opera del maestro a Roma e poi a Mantova, presso i Gonzaga, ma ancor prima di lui seguirono il Sanzio Giovanni da Udine e Giovan Francesco Penni, sino al più giovane Perin del Vaga, tutti autori di primaria importanza nel panorama artistico rinascimentale.
Delle quattro Stanze Vaticane il contributo degli allievi è ben visibile nelle ultime due, dipinte quando Raffaello era maggiormente preso nei diversi incarichi in Vaticano, cioè quelle dell'Incendio di Borgo, adibita a sala da pranzo, il cui nome deriva dall'affresco principale, e quella di Costantino, che il maestro non riuscì a vedere conclusa.
Nel concitato Incendio di Borgo è evidente la mano di Giulio Romano, soprattutto nelle figure di nudi a sinistra, le quali risentono anche dell'influenza della volta michelangiolesca, da poco scoperta. Il gruppo femminile in primo piano dovrebbe essere invece del Penni o di Giovanni da Udine.
Leone X scelse come tema di decorazione della sala la celebrazione dei pontefici col suo stesso nome, ed in particolare, in questo dipinto, l'episodio di un incendio che in passato divampò nel quartiere antistante l'antica basilica di San Pietro, il cosiddetto "Borgo". L'allora papa regnante, Leone IV, si affacciò alla loggia per impartire la benedizione che, miracolosamente, fece spegnere il fuoco. Prezioso è dunque lo sfondo che ci mostra la millenaria basilica costantiniana con i suoi mosaici a decorazione della facciata.

Oltre che nelle Stanze e nelle Logge Vaticane, il legame che unì gli allievi con il proprio maestro si esprime chiaramente in quello che fu uno dei luoghi più sfarzosi e nobili del tempo, vale a dire la splendida villa sul Tevere del ricco banchiere senese Agostino Chigi: la Farnesina. L'edificio doveva essere diretta emanazione del suo potere e delle sue ricchezze e le decorazioni un omaggio all'amata Francesca Ordeaschi, per questo il banchiere decise di affidare il progetto all'amico architetto Baldassarre Peruzzi, suo concittadino, e le decorazioni alla bottega di Raffaello.

Fu l'unico, il Chigi, nel riuscire a distogliere l'artista dai suoi impegni in Vaticano, forse perché l'illustre banchiere dei papi era una delle personalità più influenti dell'epoca, ma ancor di più perché legato da sincera amicizia e reciproca stima con il Sanzio. Questi non avrebbe mai negato all'amico un proprio omaggio per le nozze; allora insieme pensarono a un racconto mitologico che richiamasse la storia d'amore tra Agostino e Francesca Ordeaschi, donna del popolo, ben lontana dalla classe aristocratica romana.

Raffaello era affascinato da questa storia, lui, bellissimo e sensibile ai piaceri carnali, che però nella vita non aveva ancora trovato l'anima gemella. Per questo pensò alla favola di Amore e Psiche per la loggia, tratta dalle Metamorfosi di Apuleio, nella quale Eros si innamora di una donna mortale, Psiche, ed insieme coronano il loro sogno.

Prima di giungere nella meravigliosa loggia ci si imbatte, però, in un altro capolavoro, il Trionfo di Galatea, nel cui volto della ninfa si può scorgere un omaggio alla futura moglie di Agostino. La divinità del mare solca le acque su di una conchiglia trainata da due delfini, mentre tre amorini stanno per scagliare delle frecce contro di lei.

A fianco del dipinto di Raffaello vi è il monumentale Polifemo, che sembra osservare la ninfa da lui amata. È la prima prova pittorica del veneziano Sebastiano del Piombo a Roma, chiamato dal Chigi alla sua villa perché affascinato, oltre che dal suo talento artistico, dal fatto che sapesse suonare il liuto e che fosse gentile nei modi.
Due caratteri affini, dunque, quelli di Raffaello e Sebastiano, eppure questi non si può considerare a tutti gli effetti un suo allievo, nonostante si trovò a lavorare vicino a lui rimanendone fortemente influenzato.

Sebastiano, che oltre a Raffaello conobbe Michelangelo, stringendo amicizia con entrambi, si trovò inevitabilmente coinvolto in quella che è stata una delle rivalità più celebri della nostra storia dell'arte, scegliendo alla fine di seguire l'oscuro Buonarroti. Con il suo aiuto nel disegno, Sebastiano, attraverso la tecnica della pittura a olio, cercò di prevalere sul Sanzio, impresa a dir poco impossibile che limitò la sua carriera portandolo anche a rompere l'amicizia con Michelangelo.

Il Trionfo di Galatea si trova anche in un'incisione di Marcantonio Raimondi, collaboratore e allievo di Raffaello, il quale lo fece esercitare continuamente, scrive il Vasari, in quella che era una tecnica che molto apprezzava. Il Sanzio fu infatti il primo artista a comprendere le potenzialità dell'incisione, ossia di far conoscere le proprie opere tramite i disegni, alimentandone l'approvazione e la fama non solo nei confini della città di Roma, ma in tutta Italia e, ancor di più, in Europa.
Così egli faceva incidere le sue pitture ancor prima di portarle a termine, consapevole del moderno concetto per cui la riproduzione in diverse copie avrebbe diffuso in modo estremamente veloce la sua arte.

Si può dire che Raffaello fu un vero e proprio imprenditore della sua arte, capace di rivoluzionare il concetto stesso di bottega. Delegava infatti ai suoi allievi non solo dettagli, come si era soliti fare, ma parti intere e sezioni fondamentali dei dipinti. Così ad ogni artista della bottega veniva assegnato un determinato compito, a seconda delle sue caratteristiche, che svolgeva in completa autonomia, ovviamente imitando lo stile del maestro.
Il capolavoro della Loggia di Psiche è l'emblema di questo nuovo modo di fare arte, nel quale ogni pittore si fa portatore delle proprie migliori capacità.

Giovanni da Udine, per esempio, si occupò dei festoni carichi di frutti e vegetazione che fanno da contorno alle scene, ed anche dei motivi faunistici, in linea con i suoi temi pittorici preferiti. Egli fu infatti un precursore del genere della natura morta, che troverà ampio spazio nel secolo successivo. Il risultato è un ambiente che sembra una prosecuzione del giardino antistante, che al tempo si affacciava direttamente sul Tevere.

Gran parte delle figure sono di Giulio Romano, tra cui Mercurio, che riprenderà il tema negli affreschi di Palazzo Te a Mantova. Sulla parete opposta si può vedere Venere e Amore di Raffaellino del Colle, uno dei più fedeli e colti allievi del Sanzio, mentre altre parti sono di Giovan Francesco Penni, come Venere e Giove, artista che più di tutti fu capace di imitare alla perfezione lo stile del maestro, aiutandolo molto soprattutto nel disegno, nel quale eccelleva. Tuttavia la sua scarsa inventiva, al contrario per esempio di Giulio Romano, ne limitò la carriera a seguito della scomparsa del maestro.

Il destino volle che Raffaello, proprio nella strada che percorreva dal Vaticano per recarsi a villa Chigi, lungo il Tevere, conobbe l'amore, l'unica donna di cui si innamorò perdutamente, incapace, senza di lei, anche di dipingere.
Rapito dal suo sguardo, cercò di esprimere il suo sentimento, oltre che col pennello, anche per mezzo delle parole, scrivendo in stile petrarchesco alcune poesie sul retro dei fogli da disegno.

Amor tu m'invischiasti con due bei lumi
di due belli occhi, dov'io mi struggo,
e con faccia da bianca neve e da rosa vivace
da un bel parlar in donneschi costumi
tal che tanto ardo che né mari né fiumi
spenger potrebbero quel fuoco, ma non mi spiace
poiché il mio ardor tanto ben mi fa
che, ardendo, sempre più d'arder mi consumi.

Fu Margherita Luti, la Fornarina, figlia di un fornaio di Trastevere, a far scoprire al divino artista ciò che vi è di eterno in questa esistenza, a lui che, nei suoi dipinti, aveva sfiorato il divino, a lui che avrebbe potuto avere qualunque donna e che ora sentiva di potersi perdere in un solo sguardo. Gli occhi dell'amata erano i soli ad appagare la sua anima, così chiese all'amico Agostino di poter dipingere alla villa in compagnia del suo amore. Il banchiere, sensibile a questo sentimento, ovviamente assecondò il suo desiderio.

Proprio quegli occhi divennero i protagonisti di uno dei ritratti più famosi in assoluto di Raffaello, custodito a Palazzo Barberini, nel quale la potenza dello sguardo d'amore non è meno forte del desiderio fisico, tanto che il geloso pittore pose sul bracciale della Fornarina la sua firma, come per dire a chiunque guardi l'opera che colei che è raffigurata è stata la sua donna e che l'affetto che gli ha uniti non morirà mai.

La Bellezza è la linfa che ha reso viva la mia arte, ma si è rivelata anche la mia unica e grande debolezza. La natura mi ha voluto sensibile alle virtù femminili, non ho saputo resistere ai diletti carnali, mi sono fatto incantare da molte donne; non di meno, conosco l'Amore vero...

Ho messo la mia arte al servizio di quell'unica donna capace di rapirmi il cuore e l'anima. Non posso sopportare nemmeno un'ora lontano da lei e dal suo viso, che mi infonde serenità. Che sia la figlia di un fornaio poco mi importa, lei sola ha saputo saziare il mio desiderio di Bellezza...

L'immagine mostra l'artista privo di forze e stremato dalla malattia con il capo tra le braccia dell'amata. È il periodo dell'Autoritratto con un amico, quando Raffaello cercò di portare a termine, nonostante la fatica, le opere che aveva cominciato, come la pala della Trasfigurazione, che si nota sullo sfondo, oggi alla Pinacoteca Vaticana.
Margherita cerca di sostenerlo, ma il dolore per non aver avuto il tempo di vivere il loro amore è troppo grande.
Raffaello si spense la notte del 6 aprile 1520, di venerdì santo, all'età di soli trentasette anni.

Gli misero alla morte al capo nella sala, ove lavorava, la tavola della Trasfigurazione che aveva finita per il cardinale de’ Medici, la quale opera nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiare l’anima di dolore a ogni uno che quivi guardava.

A rendere un ultimo omaggio al divino artista si recò, commossa, l'intera corte pontificia, ed anche il rivale di sempre, Michelangelo. Tutti i suoi amati discepoli quasi non riescono a guardare, provando una sensazione di smarrimento, mentre l'amata, distrutta dal dolore, è a terra priva di sensi.

Gli ultimi desideri di Raffaello furono quelli di essere sepolto nel Pantheon e che la sua bottega venisse ereditata da Giulio Romano e Giovan Francesco Penni, lasciando a loro e a tutti gli altri allievi ogni sua opera non conclusa, assicurandogli le migliori committenze.
Neanche il Sacco di Roma del 1527, sebbene comportò lo scioglimento dei membri della bottega, impedì all'arte di Raffaello di progredire e continuare a vivere per mezzo dei propri allievi, i quali, trasferendosi in altre città, crearono anzi l'occasione per diffonderla in tutto il nostro paese.

Ora a noi che dopo lui siamo rimasi, resta imitare il buono, anzi ottimo modo, da lui lasciatoci in esempio e come merita la virtù sua e l'obligo nostro, tenerne nell'animo graziosissimo ricordo e farne con la lingua sempre onoratissima memoria.

Prima di morire Raffaello si preoccupò anche dell'amata, a cui diede gran parte delle proprie ricchezze, e lei, che non superò mai quella perdita, entrò nel convento di Sant'Apollonia per rimanergli fedele per tutta la vita, lasciando immaginare ad un possibile matrimonio segreto tra i due. Margherita venne a mancare solo due anni dopo l'amato.

Ecco dunque quello che vi è di eterno in una vita che, seppur breve, continuò a vivere in colei che fu l'unica che amò con tutto sé stesso, così come vissero per sempre gli insegnamenti nei suoi allievi.
Perché non morirà mai chi ha vissuto nell'amore. Perché l'amico dell'autoritratto del Louvre è proprio Giulio Romano, il migliore allievo e designato erede di Raffaello, che tiene la mano sulla sua spalla come a presentarlo a noi che osserviamo il dipinto. Ancora una volta lo sguardo dell'allievo è rivolto al maestro, ma la strada da seguire portando avanti il suo esempio ormai già la conosce e sempre sarà per lui un punto di riferimento.

Beato ancora si può dire chi stando a’ suoi servigi sotto lui operò, perché ritrovo chiunche che lo imitò essersi a onesto porto ridotto e così quegli che imiteranno le sue fatiche nell’arte saranno onorati dal mondo e, ne’ costumi santi lui somigliando, remunerati dal cielo.

Vasari racconta che la morte colse Raffaello mentre dava vita al volto bellissimo del Cristo trasfigurato. Quest'atto supremo fu il suo modo di dire addio alla vita, ma allo stesso tempo, dipingendo la vittoria sulla morte, di porre il punto di partenza di una nuova esistenza infinita, quella che, a partire dai suoi discepoli, continuerà a rinnovarsi in coloro che di fronte alla meraviglia della sua pittura saranno capaci di emozionarsi nel profondo del proprio cuore, in coloro che, ancora oggi, posano una rosa dinanzi alla sua tomba al Pantheon.
Perché Raffaello non ci fa sentire soli, mostrandoci l'esistenza di un mistero più grande di cui, grazie a lui, siamo consapevoli di far parte, promettendoci il paradiso.
C'è tutto questo nella sua opera, da sempre e per sempre, specchio del divino nel mondo: eterno.

... l’anima del quale è da credere che come di sue virtù ha abbellito il mondo, così abbia di sé medesima adorno il cielo.

6 aprile 2020


Note

Le citazioni della pagina sono state tratte da:

  • Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori di Giorgio Vasari
  • Raffaello. Il principe delle arti film del 2017
Le immagini di villa Farnesina e della Loggia di Psiche sono state scattate durante il mio viaggio a Roma nel febbraio 2019.

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