Sebastiano del Piombo

Il violinista (autoritratto) - 1518

Nato a Venezia intorno al 1485, Sebastiano Luciani, noto come Sebastiano del Piombo, fu uno dei più fedeli allievi di Michelangelo Buonarroti, figura fondamentale per la sua carriera artistica.
Scrive nelle Vite Giorgio Vasari che proveniva da una famiglia agiata e che sin da giovane mostrò interesse per la musica, suonando vari strumenti tra cui soprattutto il liuto. Più tardi si appassionò di arte ed ebbe come maestro Giovanni Bellini. Il nome Sebastiano del Piombo gli venne dato dopo aver ricevuto dal papa, al tempo Clemente VII Medici, l'ufficio di piombatore delle Bolle pontificie, carica per la quale dovette farsi frate, scrivendo all'amico Michelangelo "Io sono il più bel fratazo di Roma".

Ritratto di Clemente VII - 1526 circa

Fu il ricco banchiere senese Agostino Chigi a chiamarlo a Roma nella primavera del 1511, affascinato, oltre che dalla sua pittura, dal fatto che sapesse suonare e che fosse affabile nei modi. Lo fece così lavorare nella sua fastosa villa situata sul Tevere, la Farnesina. L'edificio doveva essere diretta emanazione del suo potere e delle sue ricchezze e le decorazioni un omaggio all'amata Francesca Ordeaschi, per questo il banchiere decise di affidare il progetto all'amico architetto Baldassarre Peruzzi, suo concittadino, e i dipinti alla bottega più prestigiosa dell'epoca, quella di Raffaello Sanzio. L'Urbinate, insieme ai suoi allievi, tra i quali Giulio Romano, vi realizzò alcuni capolavori assoluti come la Loggia di Psiche o il Trionfo di Galatea.
Proprio alla sinistra del dipinto di Raffaello vi è il monumentale Polifemo, che sembra osservare la scena raffigurante la ninfa da lui amata. Fu il primo lavoro di Sebastiano, dipinto nel 1512 circa quando il Sanzio aveva ormai ultimato la sua opera. La muscolosa corporatura del ciclope già risente dell'influenza di Michelangelo che in quello stesso anno aveva concluso l'impresa della volta della Cappella Sistina.

Sebastiano si trovò inevitabilmente coinvolto in quella che fu una delle rivalità più celebri della nostra storia dell'arte, tra i due più grandi geni del Rinascimento chiamati entrambi a lavorare a Roma per il pontefice: Michelangelo e Raffaello.
Amato per il suo carattere gentile, il suo essere dolce e ben disposto con tutti, il Sanzio, che si fece notare per la pittura divina, venne subito incaricato da Giulio II di affrescare i propri appartamenti, mentre il Buonarroti aveva già da qualche anno instaurato un rapporto di committenza complesso con il papa, che decise, probabilmente su consiglio di Donato Bramante, amico di Raffaello, di affidargli la decorazione della volta della Sistina, un'opera immensa e più che mai difficile per un artista che sosteneva come il suo mestiere fosse quello di scultore e di non saper usare i colori a fresco.
Sicuramente Sebastiano stimava entrambi i maestri, ricevendo notevoli influenze da tutti e due, di più, avendo il privilegio di lavorare con loro fianco a fianco e di diventarne amico.
Nei ritratti di Sebastiano viene per esempio ripresa la maniera dell'Urbinate, uno su tutti il Ritratto d'uomo di Budapest, all'inizio attribuito proprio a Raffaello e quindi pagato una somma notevole.

In un periodo che esaltava la perfezione delle forme, dei colori e delle proporzioni della pittura di Raffaello, sintesi degli insegnamenti di Piero della Francesca e Pietro Perugino, Sebastiano fu una voce fuori dal coro, che non criticò le incredibili novità che aveva portato a Roma il fiorentino Michelangelo, anzi le sostenne, nonostante in molti lo vedessero come un uomo ribelle e misterioso, rinchiuso nella sua solitudine.
Così narra la vicenda il Vasari: "era venuto in tanto credito Raffaello da Urbino nella pittura che gl’amici et aderenti suoi dicevano che le pitture di lui erano, secondo l’ordine della pittura, più che quelle di Michelagnolo, vaghe di colorito, belle d’invenzioni e d’arie più vezzose e di corrispondente disegno, e che quelle del Buonarroti non avevano dal disegno in fuori niuna di queste parti. E per queste cagioni giudicavano questi cotali Raffaello essere nella pittura, se non più eccellente di lui, almeno pari, ma nel colorito volevano che ad ogni modo lo passasse. Questi umori, seminati per molti artefici che più aderivano alla grazia di Raffaello che alla profondità di Michelagnolo, erano divenuti, per diversi interessi, più favorevoli nel giudizio a Raffaello che a Michelagnolo. Ma non già era de’ seguaci di costoro Sebastiano perché, essendo di squisito giudizio, conosceva a punto il valore di ciascuno. Destatosi dunque l’animo di Michelagnolo verso Sebastiano, perché molto gli piaceva il colorito e la grazia di lui, lo prese in protezzione".

Michelangelo ritratto da Sebastiano del Piombo - 1520 circa

Iniziò così la collaborazione tra Sebastiano e il Buonarroti che diede vita già nel 1516 a quello che è l'indiscusso capolavoro del pittore veneziano, la Pietà custodita al Museo civico di Viterbo.
Il Vasari afferma che il dipinto "fu con molta diligenza finito da Sebastiano, che vi fece un paese tenebroso molto lodato, l'invenzione però ed il cartone fu di Michelangelo". La drammatica scena notturna, sicuramente realizzata dopo un attento studio della Liberazione di San Pietro delle Stanze di Raffaello, il notturno più bello della storia dell'arte, fu dunque dipinta da Sebastiano su ispirazione e cartone di Michelangelo.
Maria piange il Figlio morto nel momento in cui il sole è scomparso all'orizzonte e la luna è ormai alta nel cielo. La notte li vedrà vicini un'ultima volta prima che Gesù venga deposto nel sepolcro, ma la dolorosa perdita appare già come un ricongiungimento in quel regno dei cieli a cui la Vergine rivolge lo sguardo. Ella, infatti, grandiosa nelle sue fattezze michelangiolesche, svetta nell'oscurità dello sfondo. L'opera affascinò molti artisti e divenne un modello anche per autori seicenteschi, si pensi alla Pietà di Annibale Carracci.

Secondo frutto della collaborazione tra Michelangelo e Sebastiano fu la decorazione di una cappella della chiesa di San Pietro in Montorio, situata sul Gianicolo, nel cui cortile vi è il celebre tempietto bramantesco.
Entrando nella chiesa la cappella è la prima a destra, nella quale si scorge subito nella piccola nicchia una suggestiva Trasfigurazione.

Sotto di essa vi è la Flagellazione di Cristo, opera che sicuramente ispirò il Caravaggio della Flagellazione di Capodimonte e che suscita molta emozione opponendo una scena così drammatica alla sovrastante Trasfigurazione in cui Gesù appare in tutta la sua virilità vittorioso della morte. In essa riuscì a mettere a punto la tecnica dell'olio su muro, esperimento in cui avevano fallito precedentemente sia Leonardo che Raffaello, scrivendo pieno di orgoglio a Michelangelo: "Io lo facio a olio nel muro che credo vi contenterò de modo che'l non colerà dal muro come fanno quelli de Palazzo".

Nello stesso periodo il cardinale Giulio de' Medici, futuro papa Clemente VII, commissionò due pale d'altare raffiguranti la Resurrezione di Lazzaro e la Trasfigurazione, assegnate rispettivamente a Sebastiano e a Raffaello. Fu il momento di massima competizione tra i due artisti che indirettamente coinvolgeva anche Michelangelo, il quale, ancora una volta, aiutò Sebastiano nel disegno. La Resurrezione di Lazzaro, oggi alla National Gallery di Londra, è un autentico capolavoro, non solo per il disegno e le figure monumentali tipiche del Buonarroti, ma anche per l'eccellenza dei colori luminosi che sottolineano la concitazione della scena e contrastano con lo sfondo scuro in cui si scorge una veduta della città di Roma.
L'opera ebbe però la sfortuna di essere confrontata con la Trasfigurazione di Raffaello, forse uno dei suoi dipinti più celebri, per il quale lavorò sino all'ultimo giorno della sua breve esistenza. Il Sanzio tardò infatti nell'esecuzione della pala per la malattia e in quanto non voleva venire a paragoni con gli altri due artisti. Si spense giovanissimo mentre stava dando vita al volto di Cristo, aumentando così la dimensione del mito in cui era già entrata la sua vita. La portò a termine nella parte inferiore l'amato allievo Giulio Romano, dopo che, scrive il Vasari, venne posta dietro il letto di morte del divino pittore:
"La quale opera, nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiar l'anima di dolore a ognuno che quivi guardava".

Curioso il destino di Sebastiano del Piombo, artista dotato di una lodevole bravura ma ancora oggi in debito con la critica che poche volte ricorda la sua influenza nella generazione a lui successiva, per sempre offuscato dalle gigantesche ombre di Michelangelo e Raffaello, troppo ingombranti per lasciare impresso il proprio nome nella storia dell'arte.
Alla fine il pittore arrivò a litigare con Michelangelo e a rompere l'amicizia con lui per un diverbio sulla tecnica da adottare nel Giudizio universale della Sistina. Sebastiano cercò infatti di convincere Clemente VII di farla ad olio, mentre Michelangelo la definì "arte da donna" rimanendo irremovibile nella decisione di dipingere a fresco nonostante l'età e le cagionevoli condizioni di salute.
Sebastiano si spense nel 1547 e nel testamento decise che al posto di un funerale la somma corrispondente sarebbe stata destinata ad una povera fanciulla. Fu sepolto a Roma nella chiesa di Santa Maria del Popolo.