Michelangelo

La formazione e il David

Nato a Caprese, in provincia di Arezzo, il 6 marzo 1475, Michelangelo era figlio di Ludovico Buonarroti Simoni e di Francesca di Neri di Miniato del Serra. La madre morì presto e il padre lo contrastò nella sua vocazione artistica, in quanto lo voleva uomo di legge. Nel 1487 il giovane Michelangelo riuscì ad entrare nella bottega di Domenico Ghirlandaio, artista fiorentino tra i più rilevanti dell’epoca. Qui apprese per due anni il disegno e la pittura, entrando in seguito, grazie al maestro, a far parte del giardino mediceo di San Marco, dove il massimo collezionista e mecenate di Firenze, Lorenzo il Magnifico, riuniva giovani artisti di talento a esercitarsi nella copia dell’antico e nelle arti, guidati nella scultura da Bertoldo di Giovanni, allievo diretto di Donatello.
Proprio alla tecnica compositiva del Donatello si rifà la prima opera di Michelangelo, la Madonna della scala, realizzata nel 1492 e custodita in Casa Buonarroti a Firenze. È un bassissimo rilievo in cui Michelangelo, graffiando appena con lo scalpello la superficie della pietra, ha creato dei volumi quasi impercettibili e meravigliosi effetti di spazialità. La Madonna è seduta sopra un masso squadrato e vista di profilo mentre guarda lontano, in una monumentalità che ricorda le statue classiche.

Sempre in Casa Buonarroti si può osservare un altorilievo marmoreo che raffigura una lotta violenta, con corpi e membra che si intrecciano, è La battaglia dei centauri o Centauromachia, soggetto suggerito dal poeta Angelo Poliziano, amico di Michelangelo, donata a Lorenzo de' Medici. Al centro una figura spicca su tutte, isolandosi dalle altre nell'autorità del braccio destro sollevato, gesto che ritornerà cinquant'anni dopo nel Cristo del Giudizio Universale.

Nessun artista come Michelangelo seppe sin da così giovane circondarsi di protettori e committenti così autorevoli, a cominciare dal signore di Firenze per continuare con ben cinque pontefici a Roma. Forse solo Raffaello, nonostante la breve vita, fu tanto amato da papi e potenti, grazie al suo stile pittorico "divino", ma sicuramente anche per il suo essere molto affabile e gentile. Michelangelo era invece cupo e solitario, a volte superbo, tanto che a causa di una lite, in questo periodo di formazione fiorentina, fu colpito da Pietro Torrigiano, un compagno, che gli sfigurò il naso, come vediamo dai celebri ritratti.

Michelangelo in un ritratto di Daniele da Volterra del 1545 circa.

Quando L'8 aprile 1492 morì Lorenzo il Magnifico, Michelangelo fu come smarrito, senza il suo protettore, figura ideale di padre, cercando rifugio nel convento agostiniano di Santo Spirito, che era anche un ospedale. Ammesso dal priore a praticare indagini sull'anatomia nei cadaveri, poté così studiare i corpi umani con precisione, i legamenti, i muscoli, l'ossatura, cominciando a dare perfezione alla propria futura capacità di disegnare figure.

Recatosi a Roma nel 1496 grazie al cardinale Raffaele Riario, Michelangelo, colpito dalla grandezza della città eterna, fu motivato a compiere qualcosa di straordinario. Con un blocco di marmo comprato a poco prezzo realizzò così il Bacco, la sua prima grande sfida, oggi conservato al Museo del Bargello di Firenze.
Il giovane dio pagano è rappresentato nudo, ebbro di vino e di piacere, con sguardo assente, mentre sostiene a stento una coppa che sembra poter cadere da un momento all'altro. Al suo fianco, un satirello coglie sorridente l'uva, sottratta al dio distratto.
Il dettaglio del satiro, che invita lo spettatore ad allargare la visione frontale verso il lato, venne ampiamente lodata da tutti gli scultori del tempo per il grande realismo con cui sembra davvero mangiare l'uva.
Commentò il critico aretino e biografo michelangiolesco Giorgio Vasari: "una figura di un Bacco di palmi dieci che ha una tazza nella man destra e nella sinistra una pelle d’un tigre et un grappolo d’uve, che un satirino cerca di mangiargliene, nella qual figura si conosce che egli ha voluto tenere una certa mistione di membra maravigliose, e particolarmente avergli dato la sveltezza della gioventù del maschio e la carnosità e tondezza della femina: cosa tanto mirabile, che nelle statue mostrò essere eccellente più d’ogni altro moderno, il quale fino allora avesse lavorato".

Il ritorno a Firenze nel maggio 1501, nonostante l'affermazione sulla scena artistica, fu dovuto probabilmente al grandioso progetto del David. Nello stesso periodo di quell'immensa opera dipinse il Tondo Doni, la splendida Sacra famiglia commissionata da Agnolo Doni per le nozze con Maddalena Strozzi, i coniugi raffigurati da Raffaello nei due celebri autoritratti oggi alla Galleria degli Uffizi proprio a fianco del Tondo Doni. Frequentando il palazzo del ricco mercante, il Sanzio poté ammirare e studiare il dipinto michelangiolesco, fondamentale nella storia dell'arte poiché pose le basi per il movimento del Manierismo.
La Madonna, inginocchiata, porge Gesù bambino a San Giuseppe che, con amore e tenerezza, lo prende tra le braccia. I corpi appaiono come delle sculture e la Sacra famiglia è separata dalle altre figure da un basso muro invalicabile, emblema del peccato originale che divide Cristo dal piccolo Giovanni Battista, a destra, e dagli altri giovani nudi.
La vicenda della commissione dell'opera è narrata dal Vasari in un curioso aneddoto. Michelangelo chiese settanta ducati per la composizione, ma Agnolo, persona accorta, propose di pagarla quaranta sembrandogli strano spendere tanto in una pittura. Michelangelo rimandò indietro l'opera chiedendo allora cento ducati. Dato che ad Agnolo l'opera piaceva molto, disse che avrebbe pagato quei settanta che aveva inizialmente chiesto. Ma Michelangelo, non ancora contento, per la poca fiducia che il committente aveva mostrato per la sua arte, chiese il doppio della cifra di partenza. Così Agnolo fu costretto a dargli centoquaranta ducati.

Un'altra opera raffigurante il tema della Sacra famiglia è il bellissimo Tondo Pitti, rimasto incompiuto, custodito al Museo del Bargello. Esso introduce quella tendenza michelangiolesca unica a lasciare incompiute certe opere, in ciò che si è soliti riunire sotto la definizione di "non finito".
La Vergine, che appare come una dea dell'antichità classica, tiene vicino a sé il Bambino, che l'ha interrotta nella lettura, in quella che è una dolcissima scena familiare. Alle loro spalle si scorge il San Giovannino, un bassorilievo posto in netto contrasto con il viso di Maria, che emerge dal tondo in altorilievo.

In questo periodo Pier Soderini, gonfaloniere a vita della Repubblica fiorentina, assegnò al Buonarroti la dipintura a fresco della Battaglia di Cascina nella sala del Maggior Consiglio, oggi Salone dei Cinquecento, a Palazzo Vecchio. Nella parete adiacente Leonardo da Vinci avrebbe dipinto la Battaglia d'Anghiari. Michelangelo non si tirò indietro e accettò quella grande impresa che avrebbe visto lavorare contemporaneamente, tra rivalità e ammirazione, i due giganti della storia dell'arte. È noto, però, che l'esito non fu positivo. Leonardo, com'era solito fare, sperimentò infatti nuove tecniche che non diedero i risultati sperati, mentre Michelangelo, fermatosi solo al cartone preparatorio, lasciò il lavoro chiamato a Roma da papa Giulio II.
Il cartone, contemplato e studiato da vari artisti, venne preso e portato via a pezzi come una reliquia, sparendo in poco tempo, alimentandone il mito per cui sarebbe stato distrutto da Baccio Bandinelli per invidia e rivalità. Solo una copia è sopravvissuta, eseguita da Bastiano da Sangallo, così che oggi possiamo avere un'idea del progetto michelangiolesco, che prevedeva la raffigurazione di un preciso momento della battaglia combattuta fra fiorentini e pisani, ben spiegato dal francese Stendhal nelle pagine di Passeggiate romane"Il giorno dell'azione, il caldo era soffocante; una parte della fanteria si bagnava tranquillamente in Arno, quando tutto a un tratto fu richiamata urlando alle armi; il nemico avanzava. Michelangelo si impegnò a raffigurare quel primo moto di spavento e ardimento; non era una battaglia".

I lavori per il capolavoro del David cominciarono nel cantiere dell'Opera del Duomo di Firenze il 9 settembre 1501, quando l'artista provò la durezza del blocco di marmo colpendolo con qualche colpo di scalpello. Alto più di cinque metri, era già stato lavorato da due scultori senza alcun esito. Nonostante le difficili premesse, il venticinquenne Michelangelo non si scoraggiò e pochi giorni più tardi, disturbato dagli occhi indiscreti di chi voleva vedere "il Gigante", si isolò completamente lavorando senza sosta giorno e notte.
Un giovane eroico ed atletico è immortalato nell'attimo prima di scagliare una pietra contro il crudele gigante Golia. Le gambe pronte allo scatto, i muscoli tesi, le vene in rilievo, lo sguardo fiero e concentrato rivolto al nemico, sottolineano il momento cruciale che precede l'azione, il culmine della concentrazione. Queste caratteristiche rendono il David l'emblema dell'uomo del Rinascimento, in tutta la sua bellezza, perfetta espressione di un periodo storico che vide protagonista assoluta la città di Firenze e la corte medicea. Da secoli la scultura si impose così come l'ideale di bellezza maschile nell'arte, così come la Venere di Sandro Botticelli è l'ideale di bellezza femminile.

Michelangelo fu il primo a pensare che la scultura è quell'arte che si ottiene levando dalla materia il superfluo; egli riusciva infatti a far emergere dalla pietra l'idea che aveva in mente, la forma, togliendo tutto ciò che non era necessario, come se la scultura fosse già custodita dentro il blocco marmoreo. "Ho avuto tutta una vita per capire che la pietra non va piegata a volere dell'uomo, ma va spogliata di tutto ciò che la opprime. La pietra resiste, si ribella, spesso respinge, a volte asseconda, come la vita". Così, con il David, Michelangelo estrasse dal marmo la vita eterna.

Scrisse Vasari: "e veramente che questa opera ha tolto il grido a tutte le statue moderne et antiche, o greche o latine che elle si fossero […] perché in essa sono contorni di gambe bellissime et appiccature e sveltezza di fianchi divine; né mai più s'è veduto un posamento sì dolce né grazia che tal cosa pareggi, né piedi, né mani, né testa che a ogni suo membro di bontà d'artificio e di parità, né di disegno s'accordi tanto. E certo chi vede questa non dee curarsi di vedere altra opera di scultura fatta nei nostri tempi o ne gli altri da qualsivoglia artefice" .

Per stabilire la collocazione più appropriata per l'immensa opera vennero interpellati i maggiori artisti dell'epoca, tra cui Botticelli e Leonardo. Quest'ultimo fu impressionato da questo capolavoro straordinario, tanto da ricopiarlo e studiarlo nei suoi disegni.

Nella commissione facevano parte anche altri celebri artisti attivi in città, come l'anziano Cosimo Rosselli, il suo allievo Piero di Cosimo, Lorenzo di Credi, Andrea Sansovino e Giuliano da Sangallo. Quest'ultimo, amico di Michelangelo, propose di collocarlo sotto la Loggia della Signoria, per ragioni di conservazione, evitando così che il fragile marmo si rovinasse a causa delle intemperie. Alla soluzione aderì anche Leonardo, mentre Botticelli era l'unico a immaginarlo vicino al Duomo.
Alla fine fu scelto Palazzo Vecchio; il trasferimento da Santa Maria del Fiore fu un'impresa eroica, con ben quaranta uomini che in quattro giorni riuscirono a portarlo nella nuova sede, dove prese il posto della Giuditta di Donatello.
A fine Ottocento venne trasferito alla Galleria dell'Accademia che lo custodisce tutt'ora, emblema dell'uomo nella sua bellezza di proporzione, dell'eroe in tutta la sua bellezza fisica e morale, simbolo eterno della città di Firenze.

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