Breve storia d'Italia

Dall'unificazione nazionale alla Repubblica (1861 - 1946)

Il 17 marzo 1861 venne proclamato il Regno d'Italia e Vittorio Emanuele II di Savoia divenne il primo re. Egli era in precedenza re del Regno di Sardegna, che fu determinante nella promozione dell'unificazione nazionale, soprattutto per l'operato di Camillo Benso conte di Cavour, capo del governo.
La prima capitale del Regno d'Italia fu Torino in quanto Roma fu annessa solo nel 1870 con la breccia di Porta Pia, realizzando l'ideale di Cavour "libera Chiesa in libero Stato".

Durante l'unificazione nazionale non facevano parte dell'Italia, oltre lo Stato Pontificio, il Veneto, il Trentino e il Friuli-Venezia Giulia. Queste ultime due vennero annesse a seguito della Prima guerra mondiale, mentre il Veneto venne concesso all'Italia nel 1866 per aver partecipato alla guerra austro-prussiana a fianco della Prussia contro l'Austria in quella che è nota come terza guerra di indipendenza.

Il primo governo del Regno d'Italia fu la cosiddetta Destra storica, i cui problemi principali furono il completamento del processo di unificazione nazionale, il rafforzamento del senso di unità e la comune istruzione, il superamento delle divergenze tra nord e sud, infine il contrastare il fenomeno del Brigantaggio nel Mezzogiorno.

La Destra storica, che governò per quindici anni, basò la sua politica sulla centralizzazione dei poteri dello stato, costretta a prendere decisioni forti come richiedere molte tasse al fine di rafforzare il potere. Il popolo ne risentì, ma il governo riuscì a saldare i debiti e a mettersi in pari con i bilanci.

Il 20 settembre 1870 la breccia di Porta pia sancì l'annessione dello Stato Pontificio, ponendo fine al potere temporale del papa, allora Pio IX, e l'anno seguente Roma divenne la capitale del Regno d'Italia. La Chiesa visse questo episodio come una vera e propria aggressione, nota infatti come "Presa di Roma", e solo nel 1929, con i Patti lateranensi firmati da Benito Mussolini, furono regolati i rapporti tra lo Stato e la Santa Sede. Pio IX dichiarò il Non éxpedit, sconsigliando ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana.

Nel 1878 morì Vittorio Emanuele II, il "Padre della Patria", a cui successe il figlio Umberto I, il "Re Buono", che insieme alla regina Margherita di Savoia visitò l'Italia intera per legare il popolo alla dinastia sabauda e rafforzare il sentimento di unità nazionale.

Il potere nel ventennio che va dal 1876 al 1896 fu tenuto dalla Sinistra storica, il cui primo Presidente del Consiglio fu Agostino Depretis, che si distinse per una politica maggiormente orientata verso il popolo.
A Depretis subentrò Francesco Crispi, che si impegnò nel fornire una coscienza patriottica alle masse attraverso nuovi programmi scolastici e monumenti raffiguranti i padri della patria. Egli si dimise nel 1896 a seguito del fallimento dell'impresa coloniale in Etiopia nella disastrosa battaglia di Adua.
Intanto l'Italia era afflitta dalla carestia e dalle epidemie di colera. Il nuovo Primo ministro, Antonio di Rudinì, decise di ricorrere alle forze di polizia e all'esercito per fronteggiare la folla che si lamentava per l'aumento del prezzo del pane. A Milano, nel maggio del 1898, un generale dell'esercito ordinò di sparare sui manifestanti. Il re Umberto premiò il suo comportamento invece che condannarlo.
A causa di questo atteggiamento il 29 luglio 1900 a Monza l'anarchico Gaetano Bresci uccise re Umberto, al quale successe Vittorio Emanuele III.

Il nuovo secolo si aprì dunque in un clima di incertezza nel quale apparivano ormai lontani gli ideali risorgimentali e patriottici. Simbolo della fine di una parte gloriosa di storia furono due funerali a cui parteciparono folle immense, quelli di Giuseppe Verdi e di Giosuè Carducci, le cui opere erano diventate l'emblema dell'unità nazionale.
I primi quindici anni del secolo si caratterizzarono però, sino alla Grande Guerra, per una situazione politica relativamente positiva, segnata dall'ascesa politica di Giovanni Giolitti in quella che è ricordata come l'età giolittiana.

L'Italia conobbe, in quella che a livello internazionale è chiamata Belle Époque, una prima ondata di industrializzazione con la nascita di aziende nel settore automobilistico come FIAT, Alfa Romeo e Pirelli, ma anche riforme fondamentali sul piano sociale e culturale. Giolitti si distinse sin da subito per l'attenzione all'economia e alla condizione dei lavoratori. Nel 1905 venne approvata la nazionalizzazione delle ferrovie, che divennero così non più private ma dello Stato, mentre nel 1911 in occasione del cinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia, venne inaugurato a Roma l'immenso monumento a Vittorio Emanuele II in piazza Venezia: il Vittoriano. L'anno seguente fu approvato il suffragio universale maschile. Giolitti sapeva bene che questo decreto avrebbe potuto avere come conseguenza un consistente incremento di voti socialisti, guidati dal giovane Mussolini, per questo cercò di portare dalla sua parte i cattolici, nonostante su di loro pesasse ancora il Non éxpedit, promettendo in cambio dei voti di fare leggi in favore loro e del pontefice. Decisivo fu anche Pio X, salito al soglio di Pietro nel 1903, favorevole a una partecipazione dei cattolici alle elezioni politiche contro le forze socialiste.
Il governo di Giolitti non fu esente da critiche; una delle accuse maggiori mosse nei suoi confronti fu per esempio di non aver fatto nulla al fine di eliminare i fenomeni criminali diffusi nel Mezzogiorno, contribuendo così ad incrementare la differenza tra un nord che aveva conosciuto la rivoluzione industriale e un sud, povero e arretrato, nel quale per molti italiani l'unica soluzione era l'emigrazione.
Nel periodo giolittiano si diffuse l'ideologia nazionalista, che sarà alla base del fascismo, manifestando la necessità di un'espansione coloniale al fine di affermare la forza dello Stato e la grandezza dell'Italia sul piano internazionale. Giolitti decise allora di riprendere la politica coloniale in Africa con la guerra di Libia.
Il fenomeno del nazionalismo continuò ad incrementarsi e Giolitti non riuscì ad arginarlo, così come invece aveva fatto con i socialisti, non evitando, di conseguenza, anche l'entrata in guerra dell'Italia nel 1915.

La Grande Guerra

La Prima guerra mondiale si scatenò quando l'Austria dichiarò guerra alla Serbia. L'episodio decisivo fu l'assassinio a Sarajevo, capitale della Bosnia, di Francesco Ferdinando, erede al trono dell'Austria, compiuto pubblicamente da uno studente universitario il 28 giugno 1914. La Bosnia era da poco divenuta dell'Austria, ma la Serbia voleva a tutti i costi la Bosnia per una grande espansione e la sua perdita fu la goccia che fece traboccare il vaso, mettendo in risalto anche gli altri conflitti internazionali tra le varie potenze europee. Tutti avevano infatti ambizioni nazionaliste e il timore di un'egemonia austriaca.
Fu una strana estate quella del 1914. I giornali richiamarono improvvisamente l'attenzione di tutti interrompendo il periodo di riposo. Grandi titoli a caratteri cubitali non si possono ignorare: è la guerra. Dovrebbe essere un momento di tristezza, di lutto, invece la guerra sembra quasi non far paura. Solo pochi intellettuali e politici capirono la gravità della situazione e l'imminente catastrofe che porterà il conflitto. Circa 60 milioni di uomini furono coinvolti e 10 milioni fu il numero dei morti. Bisogna poi tener conto dei circa 30 milioni di feriti gravissimi incapaci di riprendere una vita normale. La guerra mise in campo le più moderne tecnologie sul piano militare, come i cannoni a lunga gittata, le mitragliatrici, le bombe, i carri armati e gli aerei da combattimento.
Man mano che i mesi passavano la brutalità del conflitto appariva sempre più evidente: i soldati si fronteggiavano scavando trincee nel terreno, fosse fortificate lunghe per decine di chilometri. Le trincee nemiche distavano poco le une dalle altre e venivano attaccate con la tecnica dell'assalto di sfondamento che provocava un mare di morti. Anche il rimanere dentro le trincee era però a dir poco provante per le impossibile condizioni igieniche.

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

Giuseppe Ungaretti

Gli schieramenti della guerra

Alleati

  • Regno di Serbia
  • Francia
  • Regno Unito
  • Russia
  • Impero britannico
  • Italia (1915)
  • Stati Uniti (1917)

Imperi centrali

  • Austria - Ungheria
  • Germania
  • Impero ottomano

L'Italia optò inizialmente per una posizione di neutralità, ma si costituirono tuttavia due schieramenti opposti, uno a favore della neutralità e uno a favore dell'intervento.
Tra i neutralisti vi erano molti liberali, tra cui personaggi di assoluta rilevanza, come Giolitti, ma anche i socialisti, guidati dal direttore dell' "Avanti!", Benito Mussolini, che poco dopo cambierà completamente idea schierandosi tra gli interventisti ritenendo che la guerra potesse avere una valenza rivoluzionaria. Infine vi erano il papa Benedetto XV e l'intero mondo cattolico. Tra le voci più influenti dell'interventismo era invece Gabriele d'Annunzio, noto per i suo gesti clamorosi come il celebre volo su Vienna, nel quale lanciò migliaia di volantini tricolori contenenti una provocatoria esortazione alla resa.

A nulla servirono gli appelli del pontefice, che definì la guerra una "inutile strage", in quanto lo Stato italiano decise di prendere parte al conflitto il 24 maggio 1915 sotto la guida del generale Luigi Cadorna. Determinante fu il segreto Patto di Londra, firmato con i rappresentanti della Triplice Intesa (Inghilterra, Francia e Russia), col quale l'Italia si schierava contro gli Imperi centrali, ottenendo in cambio, nel caso di vittoria, il Trentino, il Tirolo sino al Brennero, il Friuli-Venezia Giulia, l'Istria e la Dalmazia.
Nel corso dell'inverno del 1916 - 1917 si diffuse su diversi fronti di battaglia una grande stanchezza fisica e psicologica. La Russia visse la crisi più grave e ciò permise all'esercito tedesco di spostare una parte delle truppe verso il fronte occidentale. Gli austro-ungarici intanto, supportati dai tedeschi, tentarono uno sfondamento definitivo del fronte italiano, con l'offensiva che si concentrò nei pressi di Caporetto, in Friuli. Il fronte italiano non riuscì a resistere.
Mentre gli austro-tedeschi avanzavano, occupando gran parte del Veneto, l'esercito italiano cercò di riorganizzarsi e sul fiume Piave l'avanzata dei rivali venne fermata.
Nella primavera del 1918 gli Imperi centrali, essendo nel momento più positivo, cercarono di chiudere definitivamente la partita. L'esercito tedesco mise in atto una grande offensiva contro il fronte francese, riuscendo ad avvicinarsi a Parigi, mentre le forze austro-tedesche tentarono un'offensiva contro la linea del Piave. Sia il fronte francese che quello italiano riuscirono tuttavia a resistere.
Tra il 24 e il 30 ottobre del 1918 l'esercito italiano travolse gli austro-tedeschi nella vittoria più importante, la battaglia di Vittorio Veneto. L'Austria chiese l'armistizio, firmato il 3 novembre.

A Versailles, il 18 gennaio 1919, al termine della guerra, si tenne la conferenza di pace, una pace che doveva essere senza rivalse vendicative da parte dei vincitori, così da garantire un dopoguerra privo di odi e di risentimenti. La "cattiva pace" della Grande Guerra creò invece i presupposti per la Seconda guerra mondiale. L'assetto internazionale era infatti condizionato dal crollo di tre imperi: tedesco, austro-ungarico e ottomano; in tutto ciò la Francia si accanì contro i tedeschi, per i quali le condizioni di pace furono pesantissime. L'Italia si aspettava invece l'osservanza del Patto di Londra, ma ottenne Trento e Triste, mentre perse la Dalmazia, con d'Annunzio che definì l'esito del conflitto per il nostro paese una "vittoria mutilata".
Solo gli Stati Uniti sembrarono in disaccordo con le decisioni francesi e proprio agli americani la "cattiva pace" servì da lezione per la fine della Seconda guerra mondiale, nella quale finanziarono i paesi vinti con il Piano Marshall, al fine di ricostruire le loro economie dopo la catastrofe, garantendosi in questo modo futuri alleati.

In Italia gli anni che vanno dal 1919 al 1920 sono ricordati come il "biennio rosso", un periodo che vide un'ondata di conflitti di classe senza precedenti nella storia del nostro paese, favorendo l'aumento dei consensi per i nazionalisti. Capì bene i sentimenti e le paure degli italiani Benito Mussolini che nel 1919, in piazza San Sepolcro a Milano, non distante dal Duomo, fondò un movimento nazionalista chiamato Fasci italiani di combattimento, divenuto nel 1921 il Partito Nazionale fascista.
Intanto nel settembre del 1919 Gabriele d'Annunzio aveva guidato un gruppo di volontari nell'impresa di Fiume, occupando militarmente la città situata nell'attuale Croazia e contesa con la Jugoslavia.
Il 12 novembre del 1920 Giovanni Giolitti, che tornò al governo per un anno, firmò il trattato di Rapallo, che stabilì la libertà di Fiume, a cui naturalmente si opposero i dannunziani. Il governo di Giolitti decise allora di intervenire con la forza nel cosiddetto "Natale di sangue" del 1920, ponendo fine all'impresa di Fiume.

Il fascismo

Non vi è nulla di più pericoloso in politica della mancanza di un'alternativa valida e unita, di chi fomenta la paura e l'odio nei momenti più instabili e critici del paese. Il fascismo ha sfruttato questa situazione aumentando il malcontento in coloro che avevano partecipato ai tre anni del conflitto, attaccando il governo sostenendo che non era stato in grado di ottenere tutti i territori promessi dagli alleati in caso di vittoria. Mussolini, traditore dei socialisti, prese di mira il suo ex partito, crescendo rapidamente nei consensi, mentre tutti i politici liberali, i partiti antifascisti ed anche l'opinione pubblica sottovalutarono la forza del fascismo e la sua volontà di potere, considerandolo un movimento destinato a durare poco e che avrebbero controllato facilmente una volta fatto entrare in Parlamento. Fu probabilmente il più grande errore della politica di Giolitti quello di patrocinare nel maggio del 1921 i Blocchi nazionali, credendo di porre fine allo squadrismo favorendo l'ingresso dei fascisti in Parlamento.
Così in soli tre anni, dalla nascita dei Fasci di combattimento in piazza San Sepolcro, al 28 ottobre 1922 con la marcia su Roma, il fascismo prese il potere, con Mussolini che la mattina del 30 ottobre salì le scale del Quirinale, incaricato da Vittorio Emanuele III di formare un nuovo governo.

Ottenuta la fiducia della Camera e del Senato con una larga maggioranza, al nuovo Presidente del Consiglio furono dati anche i pieni poteri per l'attuazione di riforme fiscali e amministrative. Qualcosa di molto grave era accaduto: per la prima volta nella storia dello Stato italiano un governo era affidato al capo di un partito armato, destinato a divenire una dittatura.
Il governo entrò in crisi con l'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, di cui il Duce si assunse la responsabilità morale. Mussolini riuscì comunque ad evitare la caduta sempre perché le politiche antifasciste erano deboli e non seppero sfruttare politicamente la situazione.

Nel 1929 Mussolini, consapevole che la Chiesa fosse assai influente tra gli italiani ne cercò l'appoggio firmando insieme al segretario del papa, che allora era Pio XI, i cosiddetti Patti lateranensi che ancora oggi regolano i rapporti fra la Repubblica Italiana e la Santa Sede. Il papa tornava ad avere così, dopo la breccia di Porta Pia, il potere temporale, sebbene notevolmente limitato alla sola Città del Vaticano, nata proprio a seguito dell'accordo.

Mentre nel 1932 dinanzi al Duomo di Milano il Duce festeggiava il primo decennio del suo regime, in Germania Adolf Hitler iniziava la sua ascesa politica che lo portò l'anno successivo a prendere il potere.
L'esperienza e i modi di Mussolini, in questo periodo all'apice del successo, furono un modello per Hitler che vedeva in lui un vero e proprio idolo, un maestro e ispiratore. Ammirava e invidiava il suo operato che lo aveva portato a creare la più grande organizzazione politica del mondo, imponendo all'Italia ordine e disciplina. Per il Duce l'amicizia con il il dittatore tedesco si rivelerà fatale.

Nel marzo 1938 le truppe tedesche invasero l'Austria, con Hitler che riuscì ad annettere il suo paese natale; Mussolini non venne nemmeno avvisato.
In settembre a Monaco si tenne una conferenza tra i capi di governo di Germania, Italia, Regno Unito e Francia al fine di risolvere il problema della Cecoslovacchia che Hitler voleva invadere militarmente e sottomettere alla nuova grande Germania. Mussolini, Chamberlain e Daladier erano invece contrari; alla fine si arrivò ad un accordo in cui venne permesso alla Germania di annettere pacificamente gran parte della Cecoslovacchia. La pace però non ci sarà in quanto Hitler non voleva quei territori in regalo ma attraverso la loro conquista bellica. Il Duce tornò a Roma festeggiato come eroe della pace, così come Chamberlain a Londra e Daladier a Parigi. In realtà gli accordi di Monaco furono la causa scatenante della Seconda guerra mondiale.
Sempre nel 1938, l'Italia visse una delle pagine più buie della sua storia, la promulgazione delle leggi razziali, rivolte principalmente contro le persone di religione ebraica. Il loro contenuto venne annunciato per la prima volta da Mussolini in un discorso a Trieste in Piazza Unità d'Italia.

La Seconda guerra mondiale

Il primo giorno di settembre dell'anno 1939 scoppiò la guerra dopo che Hitler invase con il suo esercito la Polonia, che si arrese in meno di un mese. Francia e Inghilterra dichiararono allora guerra alla Germania. L'Italia era divisa se intervenire o rimanere neutrale. Intanto, però, nel mese di maggio, Mussolini aveva mandato a Berlino Galeazzo Ciano, fedele Ministro degli affari esteri, per firmare il Patto d'Acciaio, che stabiliva un'alleanza militare tra Italia e Germania in caso di guerra.
Appena cominciò il conflitto papa Pio XII si recò dal re, schierandosi ovviamente per la neutralità. Mussolini, che non partecipò al colloquio, già pensava nel frattempo di entrare in guerra nel momento più opportuno al fianco dei tedeschi.
Il 10 giugno 1940, dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini annunciò l'intervento dell'Italia in guerra.

Gli schieramenti della guerra

Alleati

  • Impero britannico
  • Francia
  • Stati Uniti
  • Russia

Potenze dell'Asse

  • Germania
  • Italia (1940)
  • Giappone

Fu l'ossessione da parte del Duce di compiere una gloriosa impresa sul campo di battaglia, sogno che vedeva sfumare a causa di Hitler, impegnato nel frattempo a travolgere la Francia, a schierare in guerra un paese ancora impreparato e senza che la Germania ne avesse bisogno. Mussolini decise così di attaccare la Grecia, fallendo però miseramente, mettendo in evidenza tutta la debolezza del nostro esercito. Quando infatti la Germania aiuterà l'Italia in questa battaglia, la Grecia capitolerà in sole tre settimane.
L'esercito tedesco era ormai una formidabile macchina da guerra in terra, in mare e nel cielo. Hitler preparò così l'attacco per via aerea agli inglesi, conoscendo la forza della loro flotta. La tenace resistenza da parte della Gran Bretagna e del suo Primo Ministro Winston Churchill si rivelerà però il primo passo per la futura sconfitta del dittatore.
Mussolini e Hitler si rividero al Brennero, in un incontro che servì al capo tedesco per far credere al mondo che la sua attenzione fosse rivolta al Mediterraneo; nessuno era a conoscenza, nemmeno il Duce, che egli puntava invece alla Russia, che attaccò nel giugno del 1941. Mussolini decise allora di mandare al fronte orientale un proprio corpo di spedizione.
Durante l'attacco alla città di Mosca il maltempo si rivelò favorevole alla resistenza sovietica. Il cancelliere, determinato ad avere la meglio prima dell'inverno, diede allora avvio all'Operazione Barbarossa, ma la neve e il gelo furono incontrastabili.

Intanto il Giappone attaccò l'America e il conflitto assunse proporzioni globali. Si diede così inizio ad una delle più grandi battaglie aeree e navali della storia. Il conflitto, noto come guerra del Pacifico, sarebbe culminato nell'agosto del 1945 con il lancio di due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Hitler, costretto a subire nella disfatta di Stalingrado la sua prima importante sconfitta, individuò subito negli alleati italiani i principali responsabili. In aprile Mussolini incontrò Hitler per cercare di convincerlo a firmare un accordo di pace con l'Unione Sovietica, ma il cancelliere rispose che presto i rivali sarebbero stati sconfitti.
Il 10 luglio 1943 l'invasione della Sicilia da parte degli Alleati mise a rischio la sicurezza del Regno d'Italia; fu l'inizio del declino del regime fascista. Mussolini e Hitler si incontrarono segretamente il 19 luglio a Villa Gaggia, in quello che è celebre come "incontro di Feltre". Proprio durante la riunione giunse la drammatica notizia del bombardamento della capitale. Mussolini si precipitò a Roma, ma ormai la situazione era compromessa, così come la sua vita politica. Verrà infatti arrestato pochi giorni dopo. Intanto il papa uscì dal Vaticano recandosi tra la gente nel quartiere San Lorenzo, il più colpito.

L'8 settembre venne chiesto l'armistizio e il re Vittorio Emanuele abbandonò Roma fuggendo verso Pescara prima e poi a Brindisi, lasciando il paese al proprio destino e causando inevitabilmente la caduta della monarchia. Il figlio Umberto II fu probabilmente contrario alla scelta del padre, affermando l'importanza di restare nella capitale nonostante il pericolo. Vittorio Emanuele gli lasciò il potere quando ormai era troppo tardi, in un estremo tentativo di salvare la monarchia.

Mussolini venne fucilato il 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra, in provincia di Como, mentre cercava di fuggire. Il suo corpo venne portato a Milano in serata e la notte del 29 aprile fu appeso insieme a quello dell'amante Claretta Petacci alla tettoia di una pompa di benzina in Piazzale Loreto. Informato dell'accaduto e profondamente turbato, Hitler decise di togliersi la vita due giorni dopo. Fu questa la fine dei due dittatori che hanno segnato la prima metà del Novecento, legati indissolubilmente sino alle tragiche conseguenze, responsabili di una folle guerra che causò 50 milioni di vittime.

Il 2 giugno 1946 l'Italia fu chiamata a scegliere, nel referendum istituzionale, tra Repubblica e Monarchia, ed i rappresentanti dell'Assemblea Costituente per redigere una nuova Costituzione.
Vinse la Repubblica con il 54% dei voti e il 13 giugno Umberto "Re di maggio" lasciò il paese partendo per il Portogallo. Il Presidente del Consiglio divenne Alcide De Gasperi.
La Costituzione, promulgata il 27 dicembre 1947, dividerà il parlamento in due camere e il potere in legislativo, esecutivo e giudiziario.
Il primo governo, che dovette ricostruire il paese soprattutto a livello economico, fu di unità nazionale, composto cioè da molti partiti escluso quello fascista, mentre gli anni successivi saranno caratterizzati da un una lunga fase detta del "centrismo".