Michelangelo

Gli ultimi capolavori

Quando venne svelato al pubblico, il Giudizio suscitò allo stesso tempo ammirazione e sgomento. Era la vigilia di Ognissanti del 1541, la stessa sera in cui, nel 1512, erano stati svelati gli affreschi della volta.
L'opera rischiò subito di essere distrutta perché ritenuta indecorosa e condannata dal Concilio di Trento. Per fortuna fu deciso solamente di ricoprire le figure più scandalose, affidando il difficile compito a Daniele da Volterra, da quel momento noto come "Braghettone". Il pittore fu comunque un amico e valido collaboratore di Michelangelo, del quale realizzò alcuni ritratti ed anche un busto. In entrambi, notiamo il caratteristico sguardo malinconico e il volto segnato dal tempo e dalle fatiche.

Ormai anziano e stremato dalle fatiche per la realizzazione del Giudizio, Michelangelo, impegnato per volontà di papa Paolo III nella decorazione della Cappella Paolina, scoprì il sentimento dell'amore. La sua anima fu rapita dalla nobildonna e poetessa Vittoria Colonna, la quale ebbe la fortuna di vivere in un periodo culturalmente felice, potendosi circondare dei migliori artisti e letterati del secolo, tra cui, oltre al Buonarroti, Ludovico Ariosto. Michelangelo donò alla donna due piccoli disegni, una Crocifissione e una Pietà, dedicandole inoltre una bellissima poesia amorosa.

Un uomo in una donna, anzi uno dio
per la sua bocca parla,
ond’io per ascoltarla
son fatto tal, che ma’ più sarò mio.
I’ credo ben, po’ ch’io
a me da lei fu’ tolto,
fuor di me stesso aver di me pietate;
sì sopra ’l van desio
mi sprona il suo bel volto,
ch’i’ veggio morte in ogni altra beltate.
O donna che passate
per acqua e foco l’alme a’ lieti giorni,
deh, fate c’a me stesso più non torni.

Nel componimento Michelangelo afferma, al fine di esaltare le qualità della donna, che in lei sente parlare un uomo. Al tempo, infatti, si considerava l'uomo intellettualmente superiore. Nei versi successivi si corregge; attraverso la sua bocca sente parlare ancor di più di un uomo, un dio. Così, nell'ascoltarla, l'artista capisce che non apparterrà più a sé stesso. Si trova dunque in quella condizione, già incontrata nel sonetto d'apertura della pagina (n.8), in cui l'amore è così totalizzante da portare all'estraniamento e alla perdita di sé stesso.

Non mancava nulla ormai all'eterno Michelangelo né in campo pittorico né in campo scultoreo, nei quali aveva raggiunto le vette più alte che la mente umana a fatica poteva solamente immaginare. Eppure negli ultimi anni di vita fu angosciato da un'opera che riempì la sua vecchiaia, qualcosa per cui avrebbe davvero potuto toccare la vetta del mondo, il punto più alto della cristianità. Michelangelo, ormai settantenne, avrebbe realizzato il progetto per la cupola della Basilica di San Pietro, tracciando il limite tra l'uomo e Dio, tra la terra e il cielo, arrivando a sfiorare l'infinito con un dito come il suo Adamo nella volta.
"Dopo aver servito i papi decisi di servire solo Dio... E divenni la Sua mano"...

Era l'anno 1546 quando Michelangelo subentrò alla direzione dei grandi lavori della Basilica di San Pietro, diretti all'inizio dal Bramante, in seguito da Raffaello insieme a Giuliano da Sangallo, infine da Antonio da Sangallo il Giovane con Baldassarre Peruzzi.
Seguendo l'esempio di Filippo Brunelleschi, capace di innalzare sulla cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze una cupola che va oltre le leggi dell'architettura, Michelangelo riuscì grazie al suo genio a superarla, realizzando un progetto tra i più rivoluzionari mai concepiti. L'opera venne culminata postuma alla fine del Cinquecento, portata a termine da un allievo del Buonarroti, Giacomo Della Porta. Da quel momento Roma ebbe la sua cupola, visibile da ogni parte della città, simbolo della sua potenza, richiamo e punto di riferimento della Chiesa di Dio.
Contemplarla di notte, quando magari non vi è nessuno, è uno spettacolo unico, magico, che ci può far comprendere quanto di prezioso e immenso ci ha lasciato un artista così geniale. Spesso ci dimentichiamo di quanto un solo uomo possa arrivare a compiere, ma questa cupola è sempre lì come a ricordare della presenza di Dio nel creato, e che Lui ha reso ognuno di noi portatore di un possibile talento. Nostro compito è trovarlo ed esprimerlo al meglio.
Afferma Giorgio Vasari: "O veramente felice età nostra, o beati artefici, che ben così vi dovete chiamare, da che nel tempo vostro avete potuto al fonte di tanta chiarezza rischiarare le tenebrose luci degli occhi e vedere fattovi piano tutto quel che era dificile da sì maraviglioso e singulare artefice! Certamente la gloria delle sue fatiche vi fa conoscere et onorare, da che ha tolto da voi quella benda che avevate innanzi agli occhi della mente, sì di tenebre piena, e v’ha scoperto il vero dal falso, il quale v’adombrava l’intelletto. Ringraziate di ciò dunque il Cielo e sforzatevi di imitare Michelagnolo in tutte le cose".

Michelangelo il suo talento lo aveva compreso sin da piccolo e non si è mai arreso dinanzi le difficoltà, sacrificandosi con tutte le sue forze per servire i papi e Dio, a cui molto credeva. Durante la vecchiaia si rifugiò nuovamente nello scolpire, ma ormai aveva bisogno di qualcosa di più grande, voleva fare parte di quell'infinito che tante volte aveva sfiorato e quasi raggiunto. In cerca di un senso di tutta la sua fatica, arrivò persino a colpire le proprie sculture, ormai l'arte non gli bastava più.
Spesso di notte si recava ad osservare la sua Pietà vaticana, così perfetta, morbida, finita. Nello scolpire era come se adesso non riuscisse più ad arrivare ad una conclusione, non riusciva né ad aggiungere né a togliere, in quello che si chiama "non finito" michelangiolesco, uno stile molto studiato e così moderno che supera le idee dell'arte contemporanea.
La Pietà Bandini, custodita al Museo dell'Opera del Duomo di Firenze, mostra la figura di Gesù, in primo piano, privo di forze, di vita, sorretto da Maria e dall'aiuto di Nicodemo, in alto, e Maria Maddalena, a sinistra. Nel volto di Nicodemo si è soliti vedere un autoritratto dello stesso Michelangelo. L'opera è un esempio di scultura incompiuta e aggredita dall'artista stesso nel culmine del suo travaglio creativo.

Affermò Auguste Rodin: "Tutte le opere che Michelangelo fece sono così angosciosamente oppresse che paiono volersi spezzare da sole. Quando divenne vecchio giunse a spezzarle davvero. L'arte non lo appagava più. Voleva l'infinito".

L'ultimo Michelangelo, quello descritto in modo meraviglioso da Rodin, quello arrivato a volersi ricongiungersi a Dio, si può osservare a Milano, al Museo del Castello Sforzesco, in quella che è l'ultima opera dell'artista, l'ultimo viaggio della sua straordinaria esistenza, ma al tempo stesso un nuovo punto di inizio per la sua anima e per la storia dell'arte. È la Pietà Rondanini, opera incompiuta, modernissima, il cui "non finito" stabilisce il punto di contatto dello scultore con l'assoluto.
Tutto si conclude da dove era cominciato, con una Pietà, in un gesto d'amore bellissimo tra la Madre e suo Figlio, senza riuscire a capire chi sorregge e chi è retto, come se Maria cercasse di riaccogliere Gesù nel proprio grembo, per proteggerlo da tutte le sofferenze. Il Michelangelo che negli ultimi istanti prima della morte scolpisce la scultura è un uomo che ha profondamente bisogno di essere amato, amato di un amore assoluto, di un abbraccio materno, di cui ha sentito la mancanza per l'intera esistenza, avendo perso la madre da bambino. Questo suo bisogno si riflette nelle bellissime Pietà, opere che, come le sue tutte, non potranno mai essere superate e che ci hanno spiegato concretamente la potenza del creato, l'eternità.

"E non si meravigli alcuno che io abbia qui descritto la vita di Michelangelo vivendo egli ancora perché non troveranno mai la morte le immortali opere sue, la quale fama, finché duri il mondo, vivrà sempre nelle bocche degli uomini e nelle penne degli scrittori".

Giorgio Vasari


Note

Le immagini della cupola di San Pietro sono state scattate durante il mio viaggio a Roma nel febbraio 2019, mentre quella della Pietà Rondanini nell'agosto 2021.