Socrate

Io so di non sapere.

Tra il V e il IV secolo a.C., durante la cosiddetta "età classica", in cui vi fu il massimo splendore della pòlis, la città - Stato, cominciò la grande esperienza teatrale con drammaturghi come Eschilo, Sofocle, e Euripide; operarono inoltre poeti come Pindaro e Bacchilide, gli storici Erodoto e Tucidide, infine numerosi filosofi tra cui Socrate e, pochi decenni più avanti, Platone e Aristotele.
Di Socrate non ci sono rimasti scritti eppure la sua figura di maestro è fondamentale per l'intera storia del pensiero filosofico, si pensi a Platone, suo allievo.
Socrate trascorse la vita ad Atene discutendo di filosofia, finendo per essere accusato perché non credeva agli dei e per aver corrotto i giovani. Così, nel 399 a.C., fu condannato alla pena di morte, alla quale si sottomise senza cercare vie di scampo, con la serenità propria del filosofo, congedandosi dai suoi discepoli con estrema naturalezza.

Il dipinto

Il maggiore esponente del Neoclassicismo francese, Jacques-Louis David, ci mostra in questa sua opera del 1787 la scena della morte di Socrate. Il filosofo, dopo aver discusso con i suoi scolari a proposito dell'immortalità dell'anima, allunga la mano destra verso la coppa di cicuta che lo avvelenerà. La mano sinistra è invece rivolta al cielo, in un gesto di continuità tra il suo pensiero e quello di Platone, che qui vediamo ai piedi del letto, ma che nella celeberrima Scuola di Atene di Raffaello Sanzio tiene il dito alzato verso l'alto, verso il Bene.


Platone idealizzò e venerò sempre il proprio maestro, mentre il commediografo Aristofane farà di lui una caricatura ne Le nuvole. Anche lo storico Senofonte ha lasciato in diversi scritti un'immagine del filosofo, tuttavia considerata dalla critica come letteraria e di scarsa attendibilità documentaria.
Il dibattito attorno a colui che viene considerato il più misterioso tra tutti i filosofi proseguì però sino a tempi più recenti, con Hegel che lo eleverà ad "eroe dell'umanità", mentre per Friedrich Nietzsche sarà colui che ha distrutto l'antico pensiero greco, mettendo in risalto tutta la sua bruttezza non solo fisica ma anche spirituale.
Socrate, in effetti, come emerge da alcune sculture che lo rappresentano, non doveva avere un bell'aspetto e finì per essere paragonato a Sileno, un dio anziano, calvo e peloso, tuttavia agli antichi piaceva sottolineare il contrasto fra la bruttezza esteriore e la bellezza della sua anima.

La frase "so di non sapere" doveva essere ricorrente nei discorsi di Socrate e riassume l'incessante ricerca che caratterizza il suo filosofare. In lui la virtù coincideva con la volontà di conoscere e con il sapere, mentre il male era convinto nascesse dall'ignoranza e da una insufficiente conoscenza del bene.
Solo conoscendo sé stessi gli uomini possono arrivare alla saggezza. Ognuno di noi possiede infatti in sé la conoscenza, che non è un qualcosa che deriva dall'esterno. Bisogna allora ricercare e far emergere quegli spunti di verità che una persona già possiede. Senza questo lavoro su sé stessi non ha senso vivere: "Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta".

Socrate non formulò nessun sistema filosofico, ma con il suo esempio distrusse le illusioni e i falsi concetti sulla conoscenza e sul sapere che avevano gli ateniesi, portandoli a pensare per proprio conto, senza farsi influenzare dai cosiddetti "sapienti", cercando nella propria interiorità l'essenza delle cose. La sua condanna a morte fu dovuta al fatto che in molti avevano capito la portata rivoluzionaria filosofico - politica del suo pensiero, ma ancora non erano in grado di accettarla. Si finì così per vedere in lui un pericoloso sovversivo che rischiava di rendere i cittadini della pòlis troppo autonomi, con una coscienza propria.
Dopo di lui, però, non fu più possibile ignorare l'universo che si agita nell'animo umano, complesso quanto quello dell'infinità del cielo.

Il suo pensiero si scontrò con la concezione relativistica dei sofisti che negava l'esistenza di verità assolute in nome delle opinioni soggettive. Socrate recuperò infatti l'idea fondamentale di una verità assoluta e univoca a cui il filosofo deve rivolgere il suo pensiero e la propria riflessione al fine di comunicarla agli altri uomini.
I sofisti erano uomini colti, intellettuali a tutto tondo che si occupavano di politica, letteratura e poesia e che, attraverso il potere persuasivo della parola, insegnavano la morale e le leggi, facendosi pagare per insegnare. Socrate gli accusava di essere solamente interessati al guadagno, piuttosto che al ragionare insieme, al discutere, elemento fondamentale della filosofia. Egli non voleva infatti che si studiasse la filosofia, bensì che la si utilizzasse ogni giorno in quanto essa non era una professione, ma un vero e proprio modo di vivere.