Bartolomeo Ammannati

Nel suggestivo scenario di piazza della Signoria a Firenze, vero e proprio museo a cielo aperto, cuore simbolico e politico della città, si erge quella che è la scultura più celebre di Bartolomeo Ammannati, scultore e architetto fiorentino, vale a dire la Fontana del Nettuno.
Insieme al maestoso David di Michelangelo Buonarroti, oggi in copia, e al colossale Ettore e Caco di Baccio Bandinelli, l'opera è situata dinanzi a Palazzo Vecchio, simbolo del prestigio della famiglia Medici.

Quando nell'anno 1537 Cosimo I divenne granduca di Toscana, il mecenatismo divenne più che mai espressione della propria grandezza, decidendo di trasferire la sua residenza privata a Palazzo Vecchio, l'edificio più rappresentativo della città, affidandone la ristrutturazione a Giorgio Vasari, il quale progettò anche il nuovo palazzo ad esso collegato, quella che oggi è la Galleria degli Uffizi.

Ritratto di Cosimo I de' Medici in armatura - Bronzino - 1545 - Firenze, Galleria degli Uffizi

La Fontana del Nettuno venne commissionata a Bartolomeo Ammannati a seguito di un concorso bandito nel 1559 dallo stesso Cosimo, a cui parteciparono i migliori scultori fiorentini dell'epoca, ossia Benvenuto Cellini, Giambologna e Baccio Bandinelli, quest'ultimo maestro dell'Ammannati. L'allievo superò la concorrenza del maestro, ormai malato, e dei più celebri rivali per la capacità di esaltare nel suo progetto i gloriosi traguardi marittimi raggiunti in quegli anni dal Granducato di Toscana.
Il potente dio dei mari guida un carro trainato da quattro cavalli e tutt'intorno si vedono bellissime ninfe e varie divinità marine che accompagnano il corteo. Il gigantismo della scultura in marmo di Carrara, ad imitazione dello stile michelangiolesco, come già accaduto a Bandinelli nel suo Ettore e Caco, fu però aspramente criticato e valse al Nettuno il soprannome di "Biancone". Il più polemico fu sicuramente il Cellini, che definì l'artista come il degno seguace del tanto odiato Bandinelli.
Probabilmente deriva proprio dai commenti del Cellini il motto ancora oggi utilizzato dai cittadini di Firenze: "Ammannato, Ammannato! Quanto bel marmo t'hai sciupato!".

Esponente del manierismo fiorentino, Bartolomeo Ammannati visse dunque nel pieno Cinquecento e da giovane entrò nella bottega di Baccio Bandinelli. Si recò poi a Venezia per ammirare i lavori di Iacopo Sansovino, collaborando con lui nella decorazione della Biblioteca Marciana.
Verso la metà del secolo fu a Roma, presentato dal Vasari a papa Giulio III, entrando in contatto con l'architetto Jacopo Barozzi da Vignola. Qui lavorò ai progetti per Villa Giulia, residenza estiva del papa.
Collaborò inoltre con il Vasari alla decorazione di una cappella della chiesa di San Pietro in Montorio al Gianicolo. Sotto la guida del maestro Michelangelo, Vasari diede vita ad un luogo di rara grazia e perfezione in grado di anticipare lo stile barocco, con l'Ammannati che fece del suo meglio nel conferire morbidezza e solennità alle statue presenti, al fine di competere con i capolavori del Buonarroti.

Venuto a mancare il pontefice fece ritorno a Firenze, dove fu nominato artista ufficiale della corte di Cosimo I de' Medici. Si occupò così dell'ingrandimento del brunelleschiano Palazzo Pitti, trasformandolo in lussuosa reggia suburbana, lavorando principalmente alla nuova facciata sul giardino.

Intorno ai sessant'anni l'architetto si accostò all'ordine dei Gesuiti, sia spiritualmente che a livello professionale, mentre in tarda età fu chiamato nuovamente a Roma da papa Sisto V in merito all'innalzamento dell'obelisco vaticano al centro di piazza San Pietro, progetto portato a termine da Domenico Fontana. Dedicò le ultime forze ad opere religiose, spegnendosi nel 1592.