Niccolò Piccinni

Compositore fra gli ultimi rappresentanti della grande scuola musicale napoletana del Settecento, Niccolò Piccinni, nato a Bari l'anno 1728, è stato, a seguito di Domenico Sarro, Leonardo Leo e per ultimo Giovanni Paisiello, uno dei tanti musicisti provenienti dalla Puglia in questo periodo così importante per la storia della musica, dove la città di Napoli era veramente la scuola dell'intera Europa.
Piccinni fu determinante per lo sviluppo dell'opera buffa in un secolo dominato dal dramma serio per musica con protagonista il celebre librettista Pietro Metastasio.
Il desiderio del comico nel teatro settecentesco non era confinato solamente agli intermezzi, bensì, aspirando a maggiore dignità e sviluppo, trovò espressione nelle commedie per musica, opere buffe che ebbero fortuna a Napoli, il centro principale, ma anche a Venezia, dove nel Settecento lavorava Carlo Goldoni, nel resto d'Italia e persino in Europa.
A Napoli la commedia musicale nacque molto presto, nel primo decennio del secolo, in concomitanza dunque con gli intermezzi, di cui i più noti sono quelli di Johann Adolf Hasse e, soprattutto, La serva padrona di Giovanni Battista Pergolesi (1733).
Questi due generi sono però nettamente diversi, basti pensare che gli intermezzi sono un diversivo rispetto al dramma per musica, mentre la commedia è un genere indipendente dall'opera seria che faceva serata. Se gli intermezzi necessitano del dramma serio e sono ad esso legati, la commedia è invece del tutto autonoma e costituiva un notevole impegno sia per il compositore che per il librettista, si pensi a Lo frate 'nnamorato di Pergolesi (1732) oppure a La buona figliuola di Piccinni (1760).
L'opera buffa, che pian piano, intorno alla metà del secolo, soppiantò l'opera seria anche nei raffinati ambienti di corte, presentava un'articolazione in tre atti analoga al dramma serio, ma poneva l'attenzione, rispetto ai protagonisti idealizzati ed astratti dei libretti metastasiani, a personaggi reali e concreti, con vicende tratte dalla vita quotidiana e quindi più vicine al largo pubblico. Il dramma comico per musica veniva infine messo in scena su palcoscenici minori specializzati e riservati appositamente per questo genere, per esempio il teatro dei Fiorentini a Napoli e quello delle Dame a Roma, dove furono rappresentati rispettivamente il capolavoro di Pergolesi e quello di Piccinni.

Formatosi presso il conservatorio di Sant'Onofrio a Napoli, Piccinni esordì con alcune musiche sacre, mentre il debutto operistico avvenne nell'autunno del 1754 al teatro dei Fiorentini con Le donne dispettose, che gli permise di farsi conoscere anche al di fuori dalla città. Si trasferì così a Roma, dove nel 1760 compose quello che è considerato l'apice della sua produzione comica, vale a dire La Cecchina ossia La buona figliuola su libretto di Carlo Goldoni. Seguirono anni di intenso lavoro con numerose opere serie su libretto di Metastasio, ormai al tramonto della prolifica carriera. Nella produzione seria di Piccinni, nonostante lavori importanti, non si trovano novità paragonabili a quelle di contemporanei quali Gluck o Niccolò Jommelli, in quanto il pugliese eccelse nel comico, un filone che dall'esempio italiano sarà portato ai vertici espressivi dai capolavori di Mozart della seconda metà del secolo, ossia Le nozze di Figaro (1786), Don Giovanni (1787) e Così fan tutte (1790).
Nel 1776 Piccinni fu chiamato a Parigi da Maria Antonietta, moglie del re di Francia Luigi XVI, dove fu contrapposto ad un autore come Gluck, rivalità che diede vita a due veri e propri partiti fra chi sosteneva con convinzione l'opera italiana e chi quella francese. Il dibattito era cominciato già nel 1752 in occasione della rappresentazione a Parigi di una serie di intermezzi, fra cui La serva padrona di Pergolesi, che suscitavano un acceso dibattito sul primato musicale fra Italia e Francia. Nel corso del Settecento, durante l'Illuminismo, si scriveva molto sulla musica, basti citare il trattato Dell'opera in musica di Antonio Planelli, datato 1772 e considerato uno dei testi più autorevoli e influenti del melodramma settecentesco, ma ancor di più l'ampia sezione nell'Encyclopédie di Diderot e d'Alembert riservata a questa disciplina, di cui si occupò il filosofo Jean-Jacques Rousseau. Curioso è il fatto che i philosophes si schieravano apertamente a favore dell'opera italiana.
Piccinni rimase a Parigi sino al 1789, allo scoppio della Rivoluzione francese, quando decise di fare ritorno a Napoli. Si spostò poi a Venezia e Roma, per fare ritorno a Parigi nel 1798, accolto con entusiasmo dal pubblico, dove si spense due anni più tardi.

La buona figliuola

Dramma giocoso per musica su libretto di Carlo Goldoni che fu rappresentato per la prima volta al teatro Ducale di Parma nel carnevale dell'anno 1757. Goldoni si era recato a Parma, su invito del duca della città, per comporre tre titoli, Il festino, La buona figliuola e Il viaggiatore ridicolo. Per La buona figliuola si era ispirato al romanzo Pamela, o la virtù ricompensata dello scrittore inglese Samuel Richardson, uscito nel 1740. Fu però quando il soggetto capitò tra le mani di Piccinni, subito deciso nel metterlo in musica, che arrivò il conclamato successo durato per tutto l'Ottocento, tanto che Giuseppe Verdi definirà questa commedia come la prima vera opera buffa della nostra storia musicale. Andata in scena a Roma, al teatro delle Dame, nel 1760, la commedia, composta da Piccinni in pochi giorni, presenta una pluralità di personaggi, otto, a differenza dei sei del dramma serio. Il soggetto è oltremodo sentimentale, al punto che Goldoni disse: "Questa è una Commedia, in cui le passioni sono con tanta forza e tanta delicatezza trattate, quanto in una Tragedia richiederebbesi".
La trama narra delle vicende di Cecchina, una cameriera del marchese della Conchiglia di cui è innamorata. Il nobile ricambia, affascinato dall'innocenza della donna e dal suo modo di fare, riservato e non estroso al contrario delle altre serve che vogliono mettersi in mostra, tuttavia le convenzioni del tempo non consentono che il sentimento prevalga. Questa è una sostanziale differenza con il romanzo di Richardson, nel quale il padrone decide di sposare l'amata nonostante le differenze sociali. Nell'Italia del Settecento, però, le convenzioni erano ben più rigide, così Goldoni, al fine di rendere maggiormente verosimile la narrazione, decise di togliere dalla sua versione le nozze interclassiste. Il lieto fine, con il matrimonio fra Cecchina e il marchese, può avvenire infatti solo quando la protagonista scopre di essere la figlia di un barone tedesco che l'aveva abbandonata.

Atto primo

L'ambientazione è bucolica, come Lo frate 'nnamorato di Pergolesi, quasi come una favola, per una grande storia d'amore resa però possibile solo quando la donna si scopre baronessa. Si tratta del fortunato meccanismo della agnizione, che avviene solitamente nel finale e consiste nel riconoscimento della vera identità di una persona, utilizzato di frequente nelle trame delle commedie di questi anni, come per esempio nella commedia di Pergolesi quando Ascanio scopre di essere il fratello delle donne di cui è innamorato.
Proprio come nell'esordio dell'opera di Pergolesi, nella prima scena troviamo Cecchina mentre svolge un'azione semplice e quotidiana, impegnata in un "giardino delizioso" ad innaffiare i fiori, lamentando nell'aria la propria condizione di trovatella.

Che piacer, che bel diletto
è il vedere in sul mattino
colla rosa il gelsomino
in bellezza gareggiar!

E potere all’erbe, ai fiori
dir: «Son io coi freschi umori
che vi vengo ad inaffiar».

La ragazza è costretta a rifiutare la corte del contadino Mengotto in quanto innamorata del marchese, un sentimento segreto che non può confidare a nessuno, consapevole della disparità di condizione. Nella scena quinta compare una figura di primaria importanza per lo svolgimento del racconto, la contadina Sandrina, che si lamenta nell'aria del proprio lavoro, in un'autocommiserazione che suggerisce a Piccinni una musica assai espressiva e sentimentale.

Poverina tutto il dì
faticar deggio così!
Lavorare e coltivar

e le frutta ho da portar.

 E son tanto tenerina.
Poverina.
Chi mi viene ad aiutar?

Il marchese decide incautamente di confidare il proprio amore per Cecchina alla serva che, in un moto di gelosia e di invidia, pensando inizialmente di essere lei l'amata, decide di svelare tutto al cavaliere Armidoro, spasimante della sorella del marchese, la marchesa Lucinda, la quale ne viene subito a conoscenza. L'amore innocente e puro cantato nell'aria dal marchese diverrà così vittima delle malelingue e dei pregiudizi dei malpensanti.

È pur bella la Cecchina!
Mi fa tutto giubilar.
Quando parla modestina,

mi fa proprio innamorar.

Quel bocchino piccinino,
quegli occhietti sì furbetti...
Ah di più non si può far.

Ma tant’altre vanarelle
che von far le pazzarelle
non le posso sopportar.
Via le belle, via le brutte
vadan tutte,
sol Cecchina voglio amar.

La marchesa ordina allora alla cameriera Paoluccia di convocare Cecchina e decide di licenziarla. La protagonista si lascia andare allo sconforto, inoltre le altre serve si alleano contro di lei facendo credere al marchese che la sua amata abbia deciso di fuggire con Mengotto. Anche il marchese si mostra sdegnato, così l'atto si conclude quasi come un esilio per la povera Cecchina, che riprende il tema del fiore, questa volta una rosa spinosa, con cui aveva aperto l'atto.

Vo cercando e non ritrovo
la mia pace e il mio conforto,
che per tutto meco porto
una spina in mezzo al cor.

Il librettista Goldoni in un ritratto del 1757.

Atto secondo

In apertura il marchese compare sulla scena in preda al rimorso per aver perso l'amata, cercandola disperatamente. Cecchina è stata portata via da alcuni soldati, assaliti all'improvviso da un gruppo di cacciatori capitanati da Mengotto. Il povero contadino, che ha salvato la donna, è però sorpreso dal marchese, il quale si precipita nel portarla in salvo. Mengotto medita allora dei propositi sconsiderati.

Ah Cecchina... il tuo Mengotto...
si ferisce... e per te more...
Ma mi sento a dir dal core:

«Poverino non lo far».

Eh coraggio... s’ha d’andar.
Sì mi voglio sbudellar.

Il contadino è fermato dall'arrivo di un soldato tedesco, Tagliaferro, giunto in Italia per ordine del suo padrone, un barone che durante una guerra aveva abbandonato la figlia. Il ruolo di Tagliaferro è importante per la parodia, tipica anche negli intermezzi, della lingua straniera. Nel frattempo le serve invidiose hanno riferito l'accaduto alla marchesa, tuttavia lo scioglimento della vicenda è ormai vicino. Quando il marchese incontra Tagliaferro capisce infatti che la figlia abbandonata in tenera età a cui si riferisce altri non è che Cecchina, la quale si scopre aristocratica. Nessuno può più opporsi alle nozze.
Il marchese e il soldato si recano allora dalla donna per raccontarle quanto hanno scoperto e che finalmente si potrà sposare, ma la trovano addormentata a seguito delle numerose vicissitudini a cui è andata incontro.

Atto terzo

L'atto conclusivo, il più breve come tipico delle commedie, si apre con l'ennesima calunnia da parte di una serva, Paoluccia, la quale sostiene che Cecchina abbia una relazione col soldato tedesco Tagliaferro. Ci pensa però il marchese a placare ogni maldicenza, annunciando le sue future nozze con una baronessa tedesca. La notizia che si tratta di Cecchina si diffonde immediatamente per lo stupore dei protagonisti e il matrimonio finalmente potrà essere celebrato.
Intanto Sandrina si propone a Mengotto, deluso dall'imminente unione di Cecchina con il marchese, affidando alla sua aria una riflessione comica ma alquanto significativa.

Vedo la bianca,
vedo la bruna.
So che ciascuna
sa innamorar.

Quelle più docili
fan giubbilar.
Quelle più perfide
fan sospirar.

Ma la consorte
cavasi al lotto
ed è una sorte
l'indovinar.

L'unica a non sapere ancora la verità è proprio Cecchina, con il marchese che decide di burlarla dandole la lieta notizia a poco a poco. Le annuncia infatti il suo matrimonio con una baronessa tedesca di nome Marianna, di cui si è perdutamente innamorato. La donna reagisce con rabbia sentendosi tradita, ma subito il marchese le svela la sua vera identità di aristocratica e i due si uniscono nel tanto agognato matrimonio.

La baronessa amabile,
idolo mio sei tu.
Sposina mia adorabile,
cara, non pianger più.


Bibliografia

  • Il racconto della musica europea - Raffaele Mellace - Carocci editore
  • L'opera italiana nel '700 - Piero Weiss; a cura di Raffaele Mellace - Casa editrice Astrolabio