Niccolò Jommelli

Protagonista nella seconda metà del Settecento sulla prestigiosa scena del teatro napoletano, Niccolò Jommelli fu un compositore dello Stile galante, di una generazione successiva ad autori quali Domenico Sarro, Leonardo Vinci e Johann Adolf Hasse, che fino a Jommelli erano stati i tre grandi del teatro settecentesco a Napoli.
Lo Stile galante fu un genere musicale che vide un ritorno alla semplicità classica a seguito della complessità del tardo Barocco, diffusosi in concomitanza con l'affermarsi delle idee dell'Illuminismo e volto ad esprimere la grazia, un concetto estetico soave e delicato che dominò gran parte del secolo durante la produzione librettistica di Pietro Metastasio. Jommelli, uomo colto, affabile ed elegante nei modi nonostante i ritratti che si hanno di lui non restituiscano questa impressione, sarà proprio il migliore interprete di questa perfezione musicale tipicamente settecentesca, per questo Metastasio vide nella sua musica una particolare sintonia espressiva con i propri testi, instaurando con lui un prolifico rapporto lavorativo e di amicizia. Scriverà infatti il librettista all'amico Farinelli, dopo aver incontrato Jommelli a Vienna nell'anno 1748, di aver trovato nelle sue composizioni tutta l'armonia di Hasse, nonché la grazia e la capacità espressiva di Vinci. Si può dunque dire che Jommelli fu il prodotto, la combinazione perfetta, fra i due principali protagonisti della Napoli del Settecento.

Nato ad Aversa, in provincia di Caserta, nel 1714, Jommelli si formò al Conservatorio di Sant'Onofrio a Napoli e debuttò con successo nel 1737, anno di inaugurazione del teatro San Carlo, con la commedia L'errore amoroso su libretto di Antonio Palomba. Gli anni Quaranta ne lanciarono poi la fortunata carriera internazionale da un'altra piazza fondamentale per la nostra storia musicale, ossia Roma, quella stessa città che il suo contemporaneo Giovanni Battista Pergolesi ebbe modo di frequentare solamente per un breve soggiorno a causa della precoce scomparsa, ma che a Jommelli permise l'allestimento di ben otto opere, divenendo l'autore di punta del teatro Argentina.

Il teatro Argentina di Roma in un dipinto di Giovanni Paolo Pannini del 1747.

Oltre alla produzione di drammi per musica, Jommelli si occupò anche degli intermezzi, genere comico tipicamente napoletano e settecentesco che andava in scena fra un atto e l'altro dell'opera al fine di allietare il pubblico in sala. Da ricordare è infine la musica da chiesa, che scrisse sempre con uno stile nobile, basti pensare a La Passione di Gesù Cristo del 1749 su libretto di Metastasio o il Requiem del 1756, veri e propri modelli di bellezza nel corso del secolo.
Nel 1753 si era trasferito in Germania, presso Stoccarda, dove rimase sino al 1769, quando fece ritorno in patria per lavorare a Roma e a Napoli, dove morì nell'anno 1774 all'età di sessant'anni.

Demofoonte

A Napoli il titolo del Demofoonte trovò un notevole successo sulla scena teatrale negli anni che vanno dal 1735 al 1770, riscontrando un interesse che coprì buona parte del secolo contando ben cinque allestimenti di altrettante intonazioni diverse. L'ultimo, del 1770, fu proprio di Jommelli, andato in scena al teatro San Carlo su libretto di Metastasio.
Nel 1735 fu portata in scena la prima di queste cinque versioni, in un anno fondamentale a livello politico per la città, dato che da pochissimo si era passati dalla dominazione austriaca a quella borbonica. Il dramma, composto per il compleanno del novello re di Napoli Carlo di Borbone, è frutto della collaborazione dei tre principali musicisti della Cappella Reale, la struttura ecclesiastica di Palazzo Reale, secondo l'assetto che l'istituzione presentava negli ultimi anni della dominazione austriaca, dopo la morte di Leonardo Vinci: primo maestro Francesco Mancini, vicemaestro Domenico Sarro e primo organista e provicemaestro Leonardo Leo, subentrato nel 1730 a Vinci.
Ciascuno dei tre autori si occupò di una serie di arie, per una partitura che mostra un'evidente discontinuità fra lo stile più conservatore di Mancini, giunto ormai alla vigilia del ritiro per motivi di salute, e le aperture decisamente galanti di Sarro e Leo.

Un ritratto di re Carlo di Borbone.

Sei anni più tardi, nel 1741, fu la volta della versione autonoma di Leo sullo stesso libretto, mentre nel 1750 di Hasse, la cui prima era andata in scena a Vienna, alla corte di Dresda, l'anno 1748, frutto della collaborazione con Metastasio, che come il compositore si formò e fu sempre legato alla città di Napoli. Più tardi, nel 1758, Hasse propose un'ulteriore versione con una nuova partitura.
Quello del 1770 fu invece il quarto, ultimo e più maturo Demofoonte di Jommelli, che vide la luce quando re Carlo aveva ormai lasciato Napoli per la Spagna, con suo figlio Ferdinando IV che a soli otto anni ereditava il trono, aprendo la strada ad un periodo di reggenza durante il quale era di fatto ancora suo padre a governare sebbene fosse stabile a Madrid.

Re Ferdinando intorno al 1772.

Il Demofoonte di Jommelli si distingue per la sofisticata scrittura strumentale, tipica della maturità del compositore, oltre che per la centralità del recitativo accompagnato ed infine per delle arie di grande espressività, percorse da un'inquietudine ritmica e armonica.
Nel Settecento ogni atto era basato sul dualismo recitativo-aria: il recitativo è la parte che contiene i monologhi o i dialoghi fra i protagonisti, nel quale la musica ha meno rilevanza, mentre l'aria è quella parte dello spettacolo, che conclude i recitativi, dove avviene un capovolgimento degli equilibri, con la musica che prende il sopravvento a scapito della parola, che si limita a pochi versi. La potenza espressiva e la capacità di esprimere i sentimenti dei personaggi è in questo caso affidata alla musica.
Per recitativo accompagnato si intende infine quella parte di testo che precede l'aria accompagnato da vari strumenti e non da uno solo, spesso addirittura dall'intera orchestra.

Atto primo

La trama narra di un'usanza, in voga in Tracia, che prevedeva il sacrificio di una ragazza vergine. Il contesto è dunque quello dell'antica Grecia in presenza di un immaginario mitologico a tinte tragiche, superstizioso.
Il primo atto si apre alla reggia di Demofoonte, re di Tracia, dove Matusio è preoccupato per la sorte di sua figlia Dircea nel giorno in cui verrà scelta la vittima da sacrificare ad Apollo. All'insaputa del padre, la giovane ha però avuto un bambino da Timante, figlio del re, dunque non potrebbe essere sacrificata. Demofoonte annuncia poi che suo figlio Timante sposerà la principessa Creusa, appena giunta per nave a corte. Come tipico nelle famiglie regnanti spetta al padre la decisione su chi debba sposare il figlio; la decisione ricade su una principessa straniera in quanto si credeva in una maledizione che riguardava le spose locali.
Cherinto, figlio di Demofoonte e fratello di Timante, viene incaricato di recarsi incontro a Creusa, di cui il ragazzo si rivela a sua volta segretamente innamorato.
Timante, amando Dircea, supplica Creusa di rifiutare il matrimonio, ma la principessa, offesa, decide di vendicarsi chiedendo a Cherinto di uccidere suo fratello Timante. Come prova d'amore la donna si serve della debolezza di Cherinto, profondamente innamorato.
Nel finale d'atto Matusio cerca invano di fuggire per mare con la figlia, scelta come vittima da immolare. Giungono però le guardie che prendono in consegna Dircea.

Il librettista Pietro Metastasio.

Atto secondo

A seguito dell'arresto di Dircea l'atto si apre con un dialogo fra Demofoonte e Creusa, offesa da Timante, il quale sopraggiunge al fine di intercedere presso il re per l'amata. Comincia allora un dialogo fra padre e figlio, elemento tipico del teatro metastasiano, con il re che si mostra offeso dal comportamento del figlio, arrivando all'estrema decisione di eliminare Dircea, causa dei tanti problemi. Timante, che intanto escogita un piano per la fuga con l'amata, minaccia il padre di essere disposto a morire in nome dell'amore che lo lega a Dircea. Il sovrano, deciso per il sacrificio della donna, rimane solo sulla scena, come spesso accade nei drammi di Metastasio, allusione alla solitudine del potere.
Dircea, condotta al tempio per il sacrificio, si rivolge a Creusa affidandole l'amato, in un gesto commovente e di grande generosità. Creusa, colpita dal sentimento della rivale, dichiara di non amare davvero Timante bensì suo fratello Cherinto, pur consapevole che questo le costerà la rinuncia alla vita regale.
Nel frattempo Timante irrompe sul palco per salvare l'innamorata, rivelando al padre il loro rapporto segreto e di aver avuto un bambino da lei. Demofoonte maledice i due giovani e li condanna a morte, costringendoli ad attendere l'estrema sentenza in due prigioni separate.

Ritratto maturo del Jommelli.

Atto terzo

L'ultimo atto si apre in carcere, con Timante che pronuncia una delle riflessioni più drammatiche dell'intero teatro metastasiano, manifestando un forte turbamento e ponendosi domande sul senso della vita, sul motivo dell'esistere.
Improvvisamente giunge però in scena Cherinto annunciando buone novelle; il padre sembra essersi calmato dopo aver visto il neonato, inoltre la stessa Creusa avrebbe chiesto al re di revocare la condanna. Timante, in un moto di gioia, decide di lasciare il posto di erede al trono al fratello Cherinto, ma i colpi di scena non sono ancora conclusi.
Matusio, padre di Dircea, dichiara di aver scoperto di non essere tale, ma che la ragazza è la figlia del re. Un ulteriore documento rivelerà a breve una seconda agnizione. Intanto Timante, da poco liberato, si dispera cercando di evitare Dircea, che crede a questo punto sua sorella, e compiange la triste sorte del figlio nato da un incesto.
Il finale si svolge in un luogo magnifico a testimonianza del trionfo della giustizia e del lieto fine. Matusio rivela che Timante è suo figlio, scambiato in fasce con Dircea, primogenita del sovrano. Caduta l'ipotesi di incesto e assicurata una successione al trono il quadro si completa con l'unione di Timante e Dircea, mentre Creusa sposa Cherinto, prossimo re di Tracia.


Bibliografia

  • Il racconto della musica europea - Raffaele Mellace - Carocci editore
  • R. Mellace, Demofoonte all’ombra del Vesuvio (1735-1775), in Demofoonte come soggetto per il dramma per musica: Johann Adolf Hasse ed altri compositori del Settecento, a cura di Milada Jonášová e Tomislav Volek, Praga, Academia («L’opera italiana nei territori boemi durante il Settecento» 5), 2020, pp. 143-165.