Michelangelo

L'impresa della volta


L'estenuante e allo stesso tempo leggendaria opera di decorazione della volta della Cappella Sistina, è senza dubbio l'impresa più ammirevole che mano umana sia riuscita a creare in tutta la storia dell'umanità, capolavoro unico che ha reso Michelangelo il mito che oggi ancora oggi conduce a Roma milioni di visitatori.
Costretto a rimanere in una posizione innaturale per quattro lunghi anni, deformato dallo stare a testa in su giorno e notte sui ponteggi, compromettendo per sempre la vista e la sua postura, Michelangelo racconta personalmente in un sonetto delle sue Rime la disumana fatica fisica e la propria angoscia nel non riuscire, da solo, a portare a compimento l'impresa, mostrandoci in un piccolo schizzo anche la posizione in cui era solito lavorare. Nella conclusione del componimento, piena di sconforto, l'artista dichiara di non essere "in loco bon", riferendosi probabilmente alla posizione disagevole e al clima romano che creava problemi nella resa dei colori sulla parete, ma anche al trovarsi in un ambiente, quello papale, che doveva essere particolarmente ostile nei suoi riguardi.

I’ ho già fatto un gozzo in questo stento,
coma fa l’acqua a’ gatti in Lombardia
o ver d’altro paese che si sia,
c’a forza ’l ventre appicca sotto ’l mento.
  La barba al cielo, e la memoria sento
in sullo scrigno, e ’l petto fo d’arpia,
e ’l pennel sopra ’l viso tuttavia
mel fa, gocciando, un ricco pavimento.

  E’ lombi entrati mi son nella peccia,
e fo del cul per contrapeso groppa,
e ’ passi senza gli occhi muovo invano.
  Dinanzi mi s’allunga la corteccia,
e per piegarsi adietro si ragroppa,
e tendomi com’arco sorïano.
      Però fallace e strano
surge il iudizio che la mente porta,
ché mal si tra’ per cerbottana torta.
      La mia pittura morta
difendi orma’, Giovanni, e ’l mio onore,
non sendo in loco bon, né io pittore.

Bisogna riconoscere al capolavoro di Michelangelo anche l'impresa di aver dipinto a fresco, completamente da solo, una superficie di quasi 1000 metri quadrati, mentre il rivale Raffaello Sanzio nelle Stanze poté avvalersi di numerosi aiutanti, suoi allievi, i quali furono anch'essi notevoli artisti, come per esempio Giulio Romano.
Dopo l'affresco della volta della Cappella Sistina, iniziata dal Buonarroti all'età di trentatré anni, l'arte occidentale non fu più la stessa. Solo visitandola si può capire dove un singolo uomo sia stato capace di arrivare, accarezzando per un attimo eterno il divino.
Scrisse Goethe: «Chi non abbia veduto la Cappella Sistina non è in grado di concepire concretamente di che sia capace un solo uomo».

Tutti gli spazi disponibili sono invasi da corpi umani. I Profeti e le Sibille, che sembrano uscire dalla cornice architettonica della volta, annunciano la venuta di Cristo. Ciò che hanno raccontato, ispirati dal Signore, sta prendendo vita nelle scene dipinte intorno a loro, nei nove riquadri centrali della volta che raccontano le Storie della Genesi.
L'affresco più noto, al centro della volta, che subito cerchiamo una volta entrati nella Sistina, è la Creazione di Adamo, sintesi e traguardo finale, insuperabile, della nostra storia dell'arte.
Così il critico aretino Giorgio Vasari su Michelangelo: «Dove egli ha posto la sua divina mano, ha resuscitato ogni cosa donandole eternissima vita».

Dio, raffigurato in tutto il suo splendore, viene portato verso Adamo da un gruppo di giovani angeli, i quali, scrive il Vasari, «par che sostenghino non solo una figura, ma tutto il peso del mondo». Con il braccio sinistro il Creatore abbraccia i putti come a sostenersi, mentre con l'altro, aggiunge il Vasari, «porge la mano destra a uno Adamo, figurato di bellezza, di attitudine e di dintorni di qualità che e’ par fatto di nuovo dal sommo e primo suo creatore più tosto che dal pennello e disegno d’uno uomo tale».
In uno slancio vitale pieno di eleganza, Dio dona vita all'uomo, ad Adamo, bellissimo, creato a Sua immagine e somiglianza. Nelle due mani che si cercano, si sfiorano, senza potersi mai toccare, è riposta tutta la tensione dell'uomo ad arrivare a Dio e allo stesso tempo l'incolmabile distanza che separa il divino e l'umano.

Sotto la Creazione di Adamo vi sono tre affreschi che raffigurano l'origine dell'Universo, con Dio che separa la luce dalle tenebre, crea gli astri e le piante, infine dispone la materia separando la terra dalle acque.
Appena sopra alla Creazione di Adamo, in un affresco più piccolo, vediamo Dio in piedi che ordina alla donna di alzarsi: è la Creazione di Eva, la quale nasce dalla costola di Adamo, assorto nel sonno.
Sempre più in alto, al Peccato originale, in cui Adamo ed Eva colgono il frutto proibito tentati dal diavolo, un serpente dal corpo femminile, segue la Cacciata dal Paradiso terrestre, la cui espressività dei volti trova il suo precedente nel Masaccio della cappella Brancacci. L'arcangelo Michele, con la sua spada giudicante, allontana Adamo ed Eva, trasfigurati dal peccato in modo inquietante. Racconta questa pittura Ascanio Condivi nella biografia michelangiolesca: «Nel sesto è quando il demonio, dal mezzo in su in forma umana e nel resto di serpente, colle gambe trasformate in code, s'avvolge intorno a un albero; e facendo sembiante che coll'uomo ragioni, lo induce a far contra il suo Creatore, e porge alla donna il vietato pomo; e nell'altra parte del vano si vedono ambidue, scacciati dall'agnolo, spaventati e dolenti fuggirsi dalla faccia di Dio».

Giulio II si spense nel 1513, poco dopo la conclusione di questo immenso capolavoro per cui aveva lasciato completa carta bianca a Michelangelo. Al soglio papale salì Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, coetaneo di Michelangelo. Per lui il papa aveva in mente di erigere un tempio a Firenze che donasse eternità alla famiglia Medici, la Cappella Medici, o Sagrestia Nuova, nella basilica di San Lorenzo. Nonostante Leone fosse un papa mediceo, sotto il suo pontificato l'assoluto protagonista a Roma fu il giovane Raffaello da Urbino, così bisognerà aspettare l'ascesa al soglio petrino di un altro pontefice della dinastia Medici, Clemente VII, per il ritorno del Buonarroti nella città eterna, dove ad attenderlo vi era la seconda immane fatica della sua straordinaria esistenza, vale a dire quella della parete d'altare della Sistina, da ricoprire interamente con le scene del Giudizio finale.

Ritratto di Leone X - Raffaello Sanzio - 1518 - Firenze, Galleria degli Uffizi

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