Gaetano Donizetti

Voglio amore, che senza questo i soggetti sono freddi, e amor violento.


Nato a Bergamo nel 1797, fu uno dei più importanti compositori e operisti della prima metà dell'Ottocento.

Nonostante una breve esistenza, scrisse più di settanta opere a cui affiancò una notevole produzione di musica sacra e da camera.

Le sue opere maggiormente rappresentate nei teatri di tutto il mondo sono L'elisir d'amore, Lucia di Lammermoor e Don Pasquale.

Conobbe e stimò Vincenzo Bellini e ne scrisse alla morte la messa da requiem. Anche il catanese inizialmente fu colpito da Donizetti, ma in seguito non gli risparmiò feroci critiche. A differenza di Bellini e successivamente Giuseppe Verdi, i quali sapevano amministrarsi nel lavoro e nel contesto del teatro, Donizetti componeva di fretta, senza fare scelte accurate, soprattutto accettando, per motivi di guadagno, i ritmi frenetici e stressanti della vita teatrale del tempo.
Sensibile ad ogni esigenza manifestata dal pubblico e dagli impresari, fu accusato anche dai critici francesi, primo fra tutti Hector Berlioz, che lo definivano "trasandato e ripetitivo".
In realtà le sue opere, straordinarie nella costruzione melodica, nella parte drammatica e nell'approfondimento psicologico dei personaggi, attuate con una nuova sensibilità romantica, fanno di lui il maggiore precursore di Verdi.

Vincenzo Bellini - Jean-François Millet - 1830 - Milano, Museo Teatrale alla Scala

Nonostante provenisse da una famiglia di umili condizioni, poté ricevere una solida formazione musicale frequentando le "lezioni caritatevoli" tenute da Johann Simon Mayr nell quali studiò i classici viennesi Gluck, Haydn e Mozart.
Fu proprio il maestro Mayr ad aprire all'allievo prediletto la possibilità di fare carriera, procurandogli nel 1818, insieme all'impresario e librettista Bartolomeo Merelli, la scrittura per un'opera al Teatro San Luca di Venezia, l'Enrico di Borgogna.
Nel 1822 esordì a Napoli presso il Teatro Nuovo con La zingara; in sala alla prima era presente anche Bellini che rimase molto entusiasta.
Il primo grande successo internazionale arrivò nel 1830 con l'Anna Bolena, scritta in soli trenta giorni per il Teatro Carcano di Milano e successivamente presentata a Parigi e Londra.
Al Teatro San Carlo di Napoli, di cui divenne direttore artistico, andò in scena il 26 settembre 1835 la prima della Lucia di Lammermoor, un trionfo che ripropose la competizione al Teatro alla Scala con Bellini che già nel 1832 si era creata tra la Fausta e la Norma.

Incisione raffigurante la facciata del Teatro alla Scala a metà Ottocento

Interno della Scala di Milano - Carlo Bossoli - 1849

In questo periodo, a seguito del ritiro dalle scene di Rossini e alla prematura morte di Bellini, Donizetti rimase l'unico grande rappresentante del melodramma italiano. Non fu però un momento facile, soprattutto per i numerosi lutti famigliari. La moglie, Virginia Vasselli, fu vittima del colera nel 1837 e i loro tre figli erano mancati tutti e tre in fasce. Il dolore era grande e traspare chiaramente nelle lettere inviate al cognato, Antonio "Toto" Vassalli, amico e intimo confidente, solo una settimana dopo la perdita della moglie: "Oh! Toto mio, Toto mio, Toto mio, fa che il mio dolore trovi un’eco nel tuo, perché ho bisogno di chi mi comprenda. Io sarò infelice eternamente. Non scacciarmi, pensa che siamo soli sulla terra. Oh, Toto, Toto, scrivimi per carità, per amore del tuo Gaetano".
Furono giorni di totale sconforto in cui però il compositore non smise mai di lavorare, come se nella sua musica trovasse quel conforto dalla tristezza delle perdite dei propri cari. "Senza padre, senza madre, senza moglie, senza figli... per chi lavoro dunque? ... Tutto, tutto ho perduto".

Il capolavoro Lucia di Lammermoor sancì l'inizio della collaborazione con Salvadore Cammarano, futuro librettista anche di Giuseppe Verdi per Il trovatore con il quale instaurerà un rapporto epistolare di reciproca stima.
L'opera è forse la più celebre nel ricco catalogo di Donizetti, con la struggente cabaletta finale Tu che a Dio spiegasti l'ali che è considerata uno dei più bei pezzi d'opera tenorili. Una cabaletta è una breve aria in movimento veloce, parte finale di un'opera che chiude in sé tutta la concitazione drammatica crescente degli eventi rappresentati. Donizetti era molto abile nell'imprimere dinamicità allo svolgimento dell'opera seria, dando la massima continuità alla successione di arie, recitativi e pezzi d'insieme, il tutto con una compiuta unità stilistica.
Lo stesso autore, subito dopo la prima napoletana, scrisse al suo editore Ricordi: "Lucia di Lammermoor andò, e permetti che amichevolmente mi vergogni e ti dica la verità. Ha piaciuto e piaciuto assai. Per molte volte fui chiamato fuori e ben molte anche i cantanti. Ogni pezzo fu ascoltato con religioso silenzio e da spontanei evviva festeggiato".
Nell'opera vi è la passione d'amore come tema principale che prevale sugli obblighi e le costrizioni, conducendo a situazioni estreme e tragiche come la follia, l'omicidio e il suicidio.
La vicenda è ambientata in Scozia alla fine del XVI secolo e la protagonista è Lucia, innamorata di Edgardo, membro di una famiglia nemica. Il suo sentimento è contrastato dal fratello Enrico, che la vorrebbe dare in sposa al ricco e potente Arturo. Mentre Edgardo è in viaggio in Francia vengono realizzati numerosi complotti: Enrico fa credere alla sorella che l'amato si sia unito a un'altra donna e organizza in tutta fretta il matrimonio con Arturo. Al suo ritorno Edgardo si crede tradito e maledice Lucia facendo così impazzire la donna che uccide Arturo. Nell'ultima scena Edgardo viene informato che Lucia è in fin di vita per il dolore ed egli, a sua volta, in un impeto di passione, non potendo vivere senza di lei, si uccide con un pugnale invocando il nome dell'amata.
L'amore contrastato tra due giovani di famiglie nemiche e il topos di Amore e Morte sono tipici della cultura romantica e ripresi dalla produzione di William Shakespeare.
Ispirata a un personaggio di Dante è invece l'opera Pia de' Tolomei, una delle meno conosciute del genio bergamasco, recentemente riscoperta dal Teatro Verdi di Pisa. Datata 1837, vede anch'essa come librettista Cammarano e prende spunto dalla vicenda della nobildonna soave e pudica di cui scrive il Poeta nel canto V del Purgatorio.

È storia di gelosia, morte e perdono, in cui viene esaltato il contrasto tra la protagonista e i personaggi maschili principali: affetti profondi e sinceri per lei, violenza passionale e malvagità per gli altri. Vi è dunque l'elevazione della donna come figura virtuosa, nobile, capace di amare sinceramente e serbare nel proprio cuore alti sentimenti, talvolta anche dolorosi, senza mai rassegnarsi al destino avverso.
Ghino è innamorato di Pia, moglie di suo cugino Nello. Per vendicarsi del rifiuto da parte della donna, Ghino informa Nello di aver scoperto un messaggio, prova dell'adulterio della moglie, trovato dal malvagio servo Ubaldo.
Ghino scopre in seguito Pia a parlare in compagnia di un uomo. Egli non sa che si tratta del fratello Rodrigo, guelfo, che la donna aiuta ad evadere dal carcere in cui viene rinchiuso dal marito Nello, ghibellino. Mentre il fratello riesce a fuggire, Pia viene imprigionata. In cambio del suo amore, Ghino offre allora a Pia la libertà, ma ella rifiuta ancora una volta. Colpito dalla virtù di Pia e messo al corrente della vera identità del suo presunto amante, Ghino si pente e, in fin di vita per una ferita riportata in battaglia, rivela la verità a Nello. Il condottiero ghibellino ha però già dato ordine al servo Ubaldo di avvelenare l'adultera. Il marito abbandona il campo di battaglia, precipitandosi dalla moglie, ma è troppo tardi: Pia muore perdonando tutti e ottenendo la riconciliazione tra Rodrigo e Nello.

“Deh, quando tu sarai tornato al mondo,

e riposato de la lunga via,

Ricorditi di me, che son la Pia”.

Purgatorio V, vv. 130 - 134

Malinconia - Francesco Hayez - 1842 - Milano, Pinacoteca di Brera

Una volta lasciata Napoli, Donizetti si trasferì nel 1838 a Parigi, capitale artistica e culturale. In quegli anni le sue opere erano rappresentate ovunque; fu un successo per l'autore che però non era sereno, soprattutto per i rapporti con il contesto teatrale del luogo. Scriveva infatti in una lettera a un amico: "Immaginati ora come sto io, che soffro di nervi orribilmente. Oh, se sapessi cosa si soffre qui per montare un’opera! Non ne hai idea: basti il dirti che annoiarono Rossini… Ciò basta… Gl’intrighi, le inimicizie, il giornalismo, la direzione… auff!".

Dopo la composizione del Don Pasquale, datato 1843, il musicista negli ultimi tormentati anni fu vittima della pazzia, provocata dalla sifilide. Riportato a Bergamo poco prima della morte, passò gli ultimi giorni nel Palazzo Basoni Scotti, oggi in via Donizetti, accudito dagli amici più cari. Si spense nel 1848 a soli cinquant'anni e oggi riposa nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo.

Gli ultimi giorni di Gaetano Donizetti - Ponziano Loverini - Bergamo, Accademia Carrara

Mancato troppo giovane e dopo un'esistenza senza pace, senza pace rimasero anche le sue spoglie e per trent'anni avvolte da un mistero. Il compositore morì l’8 aprile 1848. Quando fu effettuata l’autopsia l’11 aprile questa appurò come causa della morte la sifilide meningovascolare, le cui lesioni cerebrali erano sicuramente il motivo delle forti emicranie. In quella circostanza la calotta cranica fu analizzata sia per conoscere le radici del male che lo aveva tormentato per anni, ma anche per esaminarne il peso e misurare il volume del cervello. Tra i medici presenti anche un uomo bizzarro che riuscì, in un momento di distrazione dei colleghi, a sottrarre il cranio del musicista e portarselo a casa senza che nessuno sospettasse di lui. Donizetti fu così sepolto privo del cranio nel cimitero di Valtesse a Bergamo bassa. Nel 1875, però, quando la salma fu esumata per essere collocata assieme a quella del suo maestro Johann Simon Mayr nella Basilica di Santa Maria Maggiore, si scoprì la misteriosa scomparsa. Dopo indagini sugli otto medici che avevano effettuato l'autopsia, il reperto venne recuperato ed esposto presso la Biblioteca Angelo Mai inizialmente e in seguito al Museo donizettiano. Solo il 26 giugno 1951 la calotta cranica venne posta nella tomba così da ricomporre l'intera salma del musicista.