Filippo Tommaso Marinetti

Nato ad Alessandria d'Egitto nel 1876 da una ricca famiglia, Filippo Tommaso Marinetti è stato uno scrittore e poeta, fondatore nel 1909 del Futurismo, un movimento di avanguardia letteraria e artistica.
L'inizio del XX secolo, fortemente caratterizzato dall'influsso dei tre grandi poeti a cavallo fra Ottocento e Novecento, vale a dire Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli e Gabriele d'Annunzio, vide la nascita a livello europeo delle cosiddette avanguardie, movimenti artistici audaci e innovativi, in anticipo sui gusti, che volevano rompere definitivamente i ponti con le forme più tradizionali della letteratura. La prima di esse fu proprio il Futurismo, che celebrava il cambiamento del nuovo secolo, il mito della velocità, la civiltà della macchina, ma anche il culto per il coraggio e l'audacia, l'amore del pericolo, prendendo le distanze da un passato privo di quella che nella concezione futurista era la grande conquista dei tempi, cioè lo sviluppo tecnologico.
Il mondo stava certamente attraversando un periodo di grande cambiamento; la società moderna imponeva di rivedere la concezione stessa di arte e letteratura, che, nel nuovo contesto politico e sociale, potevano mantenere un significato solo nel caso di un rinnovamento autentico e radicale. Si affermarono così movimenti come l'Espressionismo, il Futurismo, il Dadaismo e il Surrealismo, ma anche la dodecafonia di Arnold Schönberg in ambito musicale.
Mentre in Italia poeti come Sergio Corazzini e Guido Gozzano, rappresentanti del cosiddetto "crepuscolarismo", cioè del tramonto di quella grande tradizione ottocentesca della poesia italiana, arrivarono ad affermare nei loro versi di provare vergogna nell'essere poeti rifiutando questo titolo, i futuristi assegnarono agli artisti una nuova funzione: quella di interpreti del progresso e di esaltatori dell'innovazione industriale, della "città nuova".

La Città Nuova - Antonio Sant'Elia - 1914

Sin da giovane Marinetti manifestò la propria vocazione letteraria leggendo Émile Zola, più avanti Stéphane Mallarmé e Gabriele d'Annunzio, dal quale fu influenzato notevolmente.
I suoi rapporti con d'Annunzio furono sempre ambivalenti, probabilmente in quanto il grande successo del Vate oscurò quello di Marinetti. Egli partecipò, deluso dalla "vittoria mutilata" della Prima guerra mondiale, all'impresa di Fiume, ma finirà per essere allontanato una volta manifestati sentimenti di delusione nei confronti dei dannunziani.
Scriverà Marinetti a proposito di d'Annunzio, paragonando le sue qualità poetiche a una sintesi tra Charles Baudelaire e Paul Verlaine"Una violenta simpatia mi obbliga sempre ad ammirare in lui il prestigioso seduttore, l'ineffabile discendente di Casanova e Cagliostro e di tanti avventurieri italiani, di cui restano leggendari l'astuzia, il coraggio vittorioso e l'infaticabile strategia diplomatica".
Il Vate non ricambierà mai la stima, definendo anzi Marinetti "un cretino fosforescente" sia per il suo genio che per la sua sregolatezza. Nei rari incontri in pubblico si loderanno però a vicenda con Marinetti che certamente non poteva che ammirare la vita futurista ed estetica di d'Annunzio.
Emblema di questo sentimento contraddittorio che oscillava tra ammirazione e insofferenza nei confronti di d'Annunzio, ma sarà così per quasi tutti i poeti contemporanei sino ad Eugenio Montale, è Les Dieux s'en vont, d'Annunzio reste, "Gli Dei se ne vanno d'Annunzio resta", una raccolta di brani in francese redatti da Marinetti ed usciti su alcune riviste parigine e milanesi tra gli anni che vanno dal 1903 al 1907.
L'opera ha inizio con la descrizione di due storici funerali a cui parteciparono folle immense, quello di Giuseppe Verdi nel 1901 e di Giosuè Carducci nel 1907, simbolo della conclusione di un secolo e di una parte importantissima di storia che vide gli ideali risorgimentali e la conseguente unità nazionale. Ora all'Italia rimane, dopo la perdita di questi "Dei", Gabriele d'Annunzio, a cui è dedicata l'intera seconda parte, il Vate, la guida e il modello da seguire per il popolo, degno prosecutore della nostra grande tradizione poetica.

Tornando agli anni giovanili, Marinetti si iscrisse alla facoltà di legge di Pavia, insieme al fratello maggiore, venuto a mancare a soli ventidue anni. Sarà il primo vero trauma della vita del poeta, che una volta ottenuta la laurea a Genova nel 1899 decise di abbandonare il diritto e assecondare la sua passione per la letteratura.
Nel 1902 Marinetti subì un’altra perdita in famiglia: morì sua madre, figura dolce e comprensiva che da sempre lo aveva incoraggiato a seguire l'amore per la poesia.
Visse in seguito tra Parigi e Milano, e nel capoluogo lombardo fondò la rivista Poesia, che ebbe il merito di introdurre in Italia alcuni autori simbolisti.
L'anno 1909 fu fondamentale per la sua vita con la pubblicazione sul quotidiano francese Le Figaro del Manifesto del Futurismo: è la nascita del movimento.

A livello letterario venne duramente attaccata la visione romantica e decadente della poesia con il manifesto Uccidiamo il chiaro di luna, mentre sul piano delle tecniche espressive venne introdotto un nuovo stile letterario, chiamato parole in libertà, nel quale le parole del testo non sono organizzate in frasi e periodi, ma danno vita a composizioni visive e spaziali, diverse però dai Calligrammi di Apollinaire che disegnano un'immagine attraverso la disposizione precisa delle parole.
Furono inoltre aboliti la punteggiatura, gli accenti e gli apostrofi mentre venne dato spazio all'uso di termini onomatopeici per riprodurre i suoni della guerra, come nel libro Zang Tumb Tumb del 1914.

Nello stesso anno, a seguito dell'attentato di Sarajevo da cui scaturì la Grande Guerra, Marinetti si schierò contro l'Austria e la Germania e a favore dell'intervento in guerra dell'Italia che avverrà l'anno seguente. Tra l'altro lo scrittore era stato arrestato per aver bruciato bandiere austriache in piazza Duomo a Milano.

Rissa in galleria - Umberto Boccini - 1910 - Milano, Pinacoteca di Brera

Al termine della guerra in Italia si diffuse un clima più che mai pericoloso nel quale i nazionalisti cavalcarono l'onda della paura, aumentando il malcontento popolare prendendo di mira il governo che non sarebbe stato in grado di ottenere tutti i territori promessi dagli alleati in caso di vittoria.
Fu allora che Marinetti fondò il Partito Politico Futurista, che nel 1919 confluì nei Fasci di combattimento di Benito Mussolini. Lo scrittore fu infatti uno dei meno di cento "sansepolcristi" a partecipare alla riunione di fondazione in piazza San Sepolcro a Milano.

Filippo Tommaso Marinetti (al centro) nel suo panciotto futurista.

Una volta preso il potere dal fascismo, Marinetti firmerà nel 1925 il Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Giovanni Gentile e pubblicato sul Popolo d'Italia. Tra gli altri a sottoscriverlo vi furono d'Annunzio, Luigi Pirandello e Giuseppe Ungaretti.
Marinetti divenne ambasciatore del regime e difensore della lingua italiana contro l'influenza straniera. Con l'appoggio del Duce riuscì infine a promuovere il Futurismo come vera e propria scuola poetica.
Si spense a Bellagio, sul lago di Como, nel 1944, al crepuscolo della Seconda guerra mondiale e del ventennio fascista, dopo aver aderito alla Repubblica di Salò.
Fu sepolto nel Cimitero Monumentale di Milano dopo il solenne funerale di Stato nella chiesa di San Sepolcro voluto da Mussolini.